Scusa papà, ma tifo per il tuo avversario: il complesso di Edipo nel Duemila

Sei Giannis Antetokounmpo. Hai portato un anello NBA a Milwaukee cinquant’anni dopo Kareem Abdul-Jabbar. Hai vinto due volte il titolo di mvp del campionato di pallacanestro più sbrilluccicoso al mondo. Sei il giocatore più desiderato dalla lega. Ci sono 29 squadre che stanno facendo i conti per capire come incastrare nel loro budget il tuo stipendio per portarti via dai Bucks. Sei Giannis Antetokounmpo, e tuo figlio è tifoso di Victor Wembanyama.

Il piccolo si chiama Liam, ha 4 anni ed è stregato dall’altezza del francese. C’è questo video che sta girando da qualche giorno, dal week-end scorso dell’All-Star Game, un reel in cui Giannis si diverte e scherza col bambino, chi è più giovane, chi è più forte, poi gli dice che un giorno dovrà essere pronto a schiacciare in testa a Wembanyama se vorrà giocare in NBA nel 2045. Le facce che fanno meritano di essere viste.

 

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È un classico tradimento familiare che regala momenti di leggerezza. Il più famoso in Italia resta quello del figlio di Lorenzo Bonucci, figlio della bandiera juventina Leonardo, eppure tifoso del Torino e di Belotti, perché a scuola con gli amichetti le cose vanno così, pure se tuo padre gioca in Nazionale. Erano tenerissime sia la sua faccina triste durante i festeggiamenti per lo scudetto della Juventus sia il papà che lo ha accompagnato allo stadio a vedere il Torino, senza farsi prendere dalla tentazione o dal timore di vivere la cosa come imbarazzante.

È successo pure a Ronaldo di sentir dire a Jr che il suo idolo è Leo Messi. Così, durante una cerimonia del Pallone d’Oro, Cristiano presentò il figlio all’argentino, dicendogli: “Guarda i video di tutti noi e parla sempre di te”. In compenso Mateo Messi è noto per essere il troll della famiglia. Esulta ai gol del Real Madrid solo per far arrabbiare il fratello maggiore Thiago che è tifoso del Barça, oppure grida ai gol delle squadre che battono il Barcellona. Chissà se c’è stata discussione in casa Buffon, quando Louis Thomas – il ragazzo che si chiama così in onore di N’Kono – ha detto scusa papà, ma gioco per la nazionale di mamma.


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Stefan Djokovic, primogenito di Nole, è stato un tifoso di Rafa Nadal. Djokovic ha raccontato con molta ironia che ne imita pure il tipico diritto a sventaglio. Quattro anni fa, rise del fatto che suo figlio gli avesse chiesto espressamente di sapere quando ci sarebbe stato il successivo torneo in cui avrebbero giocato entrambi: voleva fare una foto con Rafa. Anche le due coppie di gemelli di Federer sono sensibili al fascino dello spagnolo. Così papà Roger che poteva fare? Un colpo di telefono e li ha mandati tutt’e quattro – Leo e Lenny, Myla e Charlene – alla academy di Maiorca.

Nel mondo antico e forse fino al secolo scorso, un’appartenenza era tribale: se nascevi in una famiglia guelfa, non potevi morire ghibellino senza essere un paria. I figli dei campioni che tifano per gli avversari sono pure i figli di una società digitale dove ti scegli da solo la lingua originale in cui guardare i film, il paese dove sogni un giorno di andare a vivere, una comunità a cui appartenere. È il rebranding di sé rispetto alla famiglia. Edipo non è nuovo, ma nel mito il padre che viene tradito solitamente punisce o viene ucciso. Nella nostra epoca, Giannis o LeBron ridono dei figli che ammirano i loro rivali. Sono padri che accettano il tradimento mostrando una forma nuova di mascolinità, una virilità che non ha bisogno di possedere l’anima del figlio per sentirsi forte. Il tradimento può perfino diventare un momento di marketing della tenerezza.

Il figlio di Antetokounmpo non tifa per gli Spurs, tifa per l’estetica aliena di Wembanyama. È questo il concetto contemporaneo della storia. Un figlio che tifava Toro, in casa Bonucci poteva essere un segreto da nascondere per non sfigurare davanti ai tifosi. Oggi i conflitti interiori su cui Sigmund Freud ha costruito la sua immortalità possono diventare un meme e la tragedia greca si è trasformata in un formato da 15 secondi su TikTok.

 

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