FIGURINE

C’è stato un tempo nel calcio italiano in cui andava molto la definizione di seconda punta. Anzi, era proprio pieno di seconde punte, spesso parecchio distanti fra loro per caratteristiche e per collocazione in campo. A ben vedere avevano in comune un tratto, uno solo, non segnavano, segnavano poco, ecco, alcuni quasi mai. Non potevano certo farsi scrivere “bomber” sulla carta d’identità, attaccante sì, ma attaccante è vago. Seconda punta era perfetto. Non mette ansia, non distribuisce particolari responsabilità.
Poi nel calcio sono venuti i falsi nove, ai quali in teoria si farebbe fatica a chiedere di segnare quanto i veri. Se non fosse per un problema, un piccolissimo problema. “Dell’idea di falso nove sono stati spesso testimonial degli attaccanti che in un certo senso contraddicevano l’intero concetto” spiega Michael Cox in una analisi scritta per The Athletic.
“L’idea di un falso nove – spiega – riguarda il posizionamento, in quanto gioca molto più in profondità di un centravanti tradizionale, anche se solitamente è più esile e meno fisico. Questa cosa dovrebbe implicitamente o esplicitamente avere una ricaduta sui gol o sulla loro mancanza. Il falso nove non dovrebbe essere un marcatore, ma più un facilitatore. Il problema è che Lionel Messi, un pioniere in questo ruolo, lo ha reso popolare al Barcellona, dove ne faceva 50 a stagione nei suoi anni migliori”.
In effetti Messi era due o tre giocatori di livello mondiale in uno, probabilmente troppo anomalo per essere considerato un modello realistico, riconosce The Athletic. Ma guardandosi attorno, con un altro mucchio di esempi va a finire più o meno allo stesso modo. Prendiamo Robin van Persie, considerato un numero 10 per la prima metà della sua carriera. Quando l’Arsenal ha venduto Emmanuel Adebayor al Manchester City, Van Persie venne spinto più avanti per guidare la linea d’attacco, e tutti pensarono dietro i cappelli Wenger è impazzito, Wenger ha bevuto, fa giocare la squadra senza una punta.
Lo storico del calcio Jonathan Wilson nel 2009 considerava Van Persie “il nove più falso che il calcio europeo abbia al momento”, eppure Messi già esercitava. Meno di quattro anni dopo, Van Persie sarebbe diventato un vero numero 9, vinse la Scarpa d’oro e se ne andò al Manchester United, rivincendola di nuovo là. Una storia analoga riguarda Luis Suarez, che raggiunse il Liverpool poco prima della cessione di Fernando Torres al Chelsea. Poiché era considerato una seconda punta, i Reds pensarono di dover comprare un sostituto di Torres e andarono a prendersi Andy Carroll. Non si erano resi conto di averne uno in caso. Un altro esempio di Cox è Sergio Aguero, anche lui più 10 che 9 nelle considerazioni a inizio carriera, lo stesso Harry Kane era giudicato un centravanti anomalo da giovane, Roberto Firmino aveva addirittura giocato a centrocampo. Si sono tutti trasformati piano piano in dei nove autentici, verissimi.
Tutto questo porta The Athletic a ragionare su Kai Havertz dell’Arsenal, il meno falso dei falsi nove in circolazione. “Havertz è eternamente considerato un attaccante improvvisato – scrive Cox – nonostante abbia iniziato più partite di Premier League in attacco che a centrocampo, sia alto 193 centimetri e sia piuttosto abile nel gioco aereo, con una stagione da 17 gol in Bundesliga all’età di 19 anni. Ha sempre avuto fiuto per il gol. È intelligente nel trovare gli spazi. A volte le sue conclusioni sembrano poco convincenti, ma questa appare la stagione giusta per diventare un giocatore costante, un giocatore capace di essere qualsiasi versione del numero 9 che vi piaccia. Per fortuna Mikel Arteta ha resistito alla tentazione di metterlo in campo da numero 8 contro il Tottenham, in assenza di Declan Rice e dopo l’infortunio di Martin Odegaard. Può farlo. Se Del Piero era il più nove e mezzo fra i numeri dieci, Havertz è un felliniano. È un otto e mezzo, ma “se Havertz deve completare il suo cammino verso una figura alla Firmino, o persino alla Van Persie – dice The Athletic – non gli si può chiedere di cambiare ogni tanto ruolo, e fare il centrocampista. Diventare un centravanti spietato è un cambiamento tanto di mentalità quanto tecnico: devi sapere che la responsabilità è tua, devi entrare nell’area di rigore e segnare anche prendendo una respinta”.