Quando l’Unità mandò Italo Calvino inviato alle Olimpiadi

Era il 1952 e diventò chiaro che la Guerra Fredda si poteva condurre anche con un pallone o una staffetta, una gara di nuoto, un concorso di ginnastica. Helsinki fu il primo teatro dello sport come prosecuzione delle trnsioni internazionali. La fiamma olimpica venne trasportata in Finlandia per la prima volta a bordo di un aereo, da Atene alla Danimarca, con scali a Monaco e Düsseldorf. A Copenhagen intervennero corridori, cavalieri, ciclisti, canoisti e marinai per percorrere in tutto 7.870 chilometri. Una specie di staffetta di consolazione. Molti dei tedofori avevano mancato la qualificazione. I Giochi potevano essere un teatro della politica per delega. E se lo sport non era più solo sport, allora poteva raccontarlo anche chi confessava di non saperne granché, tipo questo ventinovenne che si dichiarava apertamente profano, poco dotato cioè sia per il commercio sia per l’attività fisica. Aveva l’abitudine di parlare di sé mentendo. Così che non fosse mai del tutto chiaro cosa fosse vero e cosa no, della sua vita privata. Quel che faceva era scrivere, “scrivere – diceva – per imparare ciò che non so“. Non per il desiderio di insegnare qualcosa a qualcuno, ma al contrario – raccontava – per la coscienza dolorosa della mia incompetenza“.

Con questo suo occhio vergine, si presentava allora in tribuna per la cerimonia d’apertura dei Giochi, nell’estate del 52: pronto a lasciarsi affascinare dai colori che avrebbero travolto gli impermeabili grigi in fila sotto la pioggia e la noia dominante di noi comuni mortali.

Gli italiani sfilarono in uno splendente doppiopetto, coi bottoni d’oro, “un’aria da principe azzurro”, annotava il ragazzo sul taccuino. I messicani – oh Dio mio, i messicani – con quelle loro giacche rosso-vino. E gli inglesi, gli inglesi – che sorpresa – gli inglesi portavano una giacchetta nera assai modesta. Riempì il suo quaderno di colori e di parole, poi corse a dettare il suo pezzo al giornale che lo aveva mandato fin lassù.

Era L’Unità, l’organo del partito comunista italiano, a sua volta immerso nello scontro ideologico fra i due blocchi,  a soli sette anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Quando dall’Italia gli risposero, prima di iniziare a riferire che cosa lo avesse davvero impressionato di quello spettacolo di corpi e di gioventù mondiale, al telefono disse: – Compagno, sono Italo Calvino

[In occasione del centenario della nascita]

 

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Il rapporto tra Italo Calvino e lo sport ripercorso da Valerio Piccioni per la Gazzetta dello sport

Di partite ne incontrò più d’una. Partite strane, partite vissute sempre da un’angolazione che non è quella classica. “La partita che non ho visto”, un’Italia-Inghilterra del 1948 a Torino che Calvino descrive per “L’Unità”, senza però vederla. Resta al di fuori, non si sa per scelta o magari per un accredito negato o un biglietto non comprato. E a quel punto, eccolo fare di necessità virtù e raccontarci di quella speranza che piano piano si affievolisce… “Poi il sole ha vinto. L’Italia no, purtroppo. Su tutte le vie correva la voce di Carosio, anche quelli che volevano fare gli indifferenti finivano per fermarsi ai crocchi ad ogni bar. “è in rete!”. “E’ entrata! L’Italia ha segnato”. “Macché quell’arbitro!” Lo maledicemmo anche noi di fuori, stringendo i pugni”. Pare quasi di vederlo ciondolare magari con un taccuino, scrutando un mondo non suo, ma con la fantasia già allenata di “scoiattolo della penna”, come lo definiva il suo grande sodale degli anni torinesi, Cesare Pavese [tutto qui]

 

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