La sera che i record di Novella Calligaris arrivarono a Rischiatutto

GLI ANNI CON IL TRE

 

 

Andrea Fabbricatore aveva 27 anni. Non aveva fatto il Sessantotto, non partecipava ai movimenti studenteschi, lavorava alla farmacia di piazza San Giovanni di Firenze. Mike Bongiorno si era presentato per una serata al dopolavoro della Nuova Pignone, a cento metri da casa sua. Lui si era incuriosito, era passato a vedere di cosa si trattasse, incappò in un provino per Rischiatutto. Lasciò l’indirizzo, pochi giorni dopo lo chiamarono da Milano. La sua materia: geografia. Sarebbe diventato uno dei campionissimi più longevi, in carica dal 22 aprile del 71 al 14 ottobre. Mise da parte una cifra record, 25 milioni di lire. Comprò una casa nel quartiere di Gavinana. Diventò così popolare che Bruno Corbucci gli diede al cinema la parte di Calandrino nel suo Boccaccio. [fonte: La Nazione].

 

    Un giovedì sera, mentre il divo della tv rispondeva alle domande del quiz, fu definitivamente chiaro che stava diventando pop pure Novella Calligaris e che il nuoto sarebbe stato da quel momento un’altra cosa. Fabbricatore scelse la materia sport per giocarsi un rischio da 400mila lire e si sentì chiedere da Mike Bongiorno quali primati europei Novella Calligaris non fosse riuscita a riprendersi in quei mesi, tra gli Europei di Barcellona e i Giochi del Mediterraneo di Smirne. Fabbricatore rispose: i quattrocento e gli ottocento. Giusto. Ma il signor no era in agguato. Disse che era giusto ma inesatto. Avrebbe dovuto specificare anche gli stili. Mike perse la pazienza. Rispose al giudice che poteva andare a ranare. I giornali dell’epoca seguivano Rischiatutto con paginate settimanali. Il Corriere della sera fece notare che l’obiezione mossa al farmacista campione era del tutto infondata. Primo: perché nel nuoto, quando si parla di quattrocento e di ottocento, e non si aggiunge altro, s’intende parlare dello stile libero. Secondo: con il termine riprendersi si alludeva chiaramente a dei primati che la Calligaris aveva già detenuto, non esisteva dunque alcuna possibilità di equivoco, né tecnico né linguistico. Lo sport – scrisse il giornale milanese – non può accettare e non accetta di favorire situazioni equivoche. Il massimo che Fabbricatore ottenne fu una domanda di riserva. Confuse Spinosi con Capello e perse la cifra. Non il titolo. Quello gli sarebbe stato sottratto sette giorni dopo. 

 

    Non c’era invece nessun equivoco sul fatto che una ragazzina partita da una piscina di Padova era diventata un nome sulla bocca di tutta la nazione, in uno sport nel quale l’Italia non aveva mai vissuto una finale olimpico o un record mondiale. Della piccola Calligaris si erano accorti nell’agosto del 69, quando aveva vinto tre titoli italiano con un record nel giro di 65 minuti agli Assoluti, nella piscina di Napoli: 200 farfalla, 200 stile e 400 misti, con sbalorditiva sicurezza scrisse sempre il Corriere della sera, trovando difficile stabilire i limiti di questa ragazzini che due anni fa era quasi sconosciuta. In quella settimana Novella fu una Mark Spitz prima di Spitz, partecipò a sette gare e le vinse tutte, battendo pure il record europeo negli 800 metri, togliendo 4 secondi al limite della finlandese Hara. Un’esplosione inattesa. Andava al liceo scientifico ed era stata rimandata in disegno e tedesco a ottobre. Aveva un cognome tedesco il suo allenatore, Costantino Dennerlein, detto Bubi, che da bordo vasca le faceva certi misteriosi segni con la mano, era un codice loro per capirsi durante gli allenamenti, pugno chiuso, pollice alto, basso, a metà. 

Mario Gherarducci dalla piscina della Mostra d’Oltremare scrisse: È già un mostro. Era alta un metro e cinquantacinque di altezza, veniva raccontata come una ragazzina dal “faccino impertinente, i capelli castani tagliati corti, un carattere vivace

L’estate dopo Rischiatutto sarebbe diventata la prima italiana in una finale olimpica, e poi tre volte sul podio, tre volte col primato europeo, povero Fabbricatore: seconda nei 400 dietro Shane Gould; terza nei 400 misti e negli 800. Shane Gould aveva per soprannome la ragazza pesce. Il Corriere d’informazione chiamò allora Novella la ragazza siluro

Eravamo un Paese anomalo, affacciato sul mare ma in fuga dall’acqua delle piscine. C’erano 40 piscine coperte in tutto, solo cinque o sei impianti fra Roma, Milano e Torino erano a completa

disposizione degli agonisti. I tesserati in Italia erano 10 mila. Dennerlein malediceva il fatto che «al primo starnuto del figlio, le mamme decidono che la piscina debba essere evitata».

Novella Calligaris fu l’artefice della caduta di un pregiudizio. Abbatté un muro. Portò i bambini in piscina diventando il modello dei pediatri. Le 1.400 persone che ogni anno morivano annegate, scesero a 500 nel giro di un decennio, ma una indagine dell’Istat nel 1982 continuava a collocare il nuoto solo al quindicesimo posto tra le discipline più praticate, quattro volte meno delle bocce, 17 volte meno della pesca, 23 volte meno della caccia. Anche lotta e sollevamento pesi ne avevano di più. Per un secondo boom l’Italia avrebbe dovuto aspettare Federica Pellegrini. Quando il nuoto è uscito dal ricettario dei pediatri, per diventare wellness. Negli anni in cui nasceva facebook e l’età della condivisione. 

 


 ➣  Quando si è accorta di aver cambiato la società italiana?

«Non subito. Avevo 16 anni. Il nuoto entrò nelle case delle famiglie perché ero un’anomalia, mi chiamavano la ragazza della porta accanto. Esile, non altissima, una adolescente come tante. Un allenatore della Nazionale femminile sosteneva che noi italiane fossimo di una razza inferiore rispetto a slave o britanniche. Molti invece capirono che si poteva raggiungere un risultato a prescindere dal fisico, e lo dissero alle proprie figlie, alle sorelle, alle nipoti. Aprirono piscine ovunque, anche negli scantinati. Aumentò il numero dei corsi. Passò il concetto che insegnare a nuotare a un bambino, era un’assicurazione sulla vita. L’Italia aveva scoperto la villeggiatura negli Anni Cinquanta. Con le mie vittorie si capì che non si poteva andare al mare senza aver imparato a nuotare».

 ➣  Lei come aveva imparato?

«Vengo da una famiglia mitteleuropea. I miei erano triestini, un nonno della Baviera, una nonna francese, un’altra montenegrina e il cognome viene da alcuni antenati di origine greca, Salonicco, che avevano fatto nascere una colonia di Calligaris in Friuli. La mentalità di casa prevedeva che lo sport fosse una forma di educazione, non solo attività fisica. Mio padre aveva la barca, insegnò subito a me e mio fratello a nuotare per ragioni di sicurezza. A mare ho imparato a stare a galla, nel frattempo ci eravamo trasferiti a Padova, dove i bambini o giocavano a rugby o facevano nuoto. Mio fratello aveva scelto la piscina e io gli stavo attaccata. Era la mia spalla, la mia anima, il mio tutto. Abbiamo vissuto in simbiosi. Furono costretti a prendermi in squadra. In città esisteva un centro sportivo all’americana, costruito da un mecenate come Simone Grassetto, proprietario delle imprese impegnate nei lavori per le autostrade. La sua famiglia era molto amica della mia. Regalò alla Rari Nantes Patavium una vasca da 50 metri, una da 25 al coperto, dei campi da tennis e portò in città i migliori allenatori d’Italia». 

 ➣  Fu così che conobbe Bubi Dennerlein?

«Era l’allenatore della Nazionale maschile, per un periodo ebbe il doppio incarico. Mi faceva allenare con gli uomini. Un giorno decise che dovessi gareggiare negli 800 metri. La distanza più lunga. Ne fui seccata, gli chiesi il motivo. Rispose: “così per 12 minuti stai zitta”. Ero vivace, per non dire pestifera. Non poteva immaginare che avrei fatto il sesto tempo di sempre. Eppure non mi portò ai campionati italiani. Mi frenava molto. Nemmeno ai Giochi in Messico del ‘68 voleva portarmi. Avevo il tempo per partecipare, ma avevo pure 13 anni. Me lo fece ripetere trenta volte pur di lasciarmi a casa. Dovette intervenire Giulio Onesti, presidente del Coni». 

 ➣  Perché faceva così?

«Ripeteva: sei piccola. Aveva ragione. Piccola e sola. In Italia non c’erano altre donne vincenti. Sara Simeoni era più grande di me, ma esplose dopo. Paola Pigni eccelleva in una specialità non olimpica. La pressione mediatica era fortissima. Mi portò a Napoli 14enne, ai campionati italiani, e mi iscrisse a 7 gare perché dovevo imparare a perdere. Le vinsi tutte. Feci anche il mio primo record europeo, nella vasca alla Mostra d’Oltremare. Si mise le mani nei capelli. Mi disse solo: non ti montare la testa. Grazie a Bubi non me la sono mai montata». 

Un’altra ragazza di Padova, negli stessi anni, cambiò la società italiana. Gigliola Pierobon andò a processo per un aborto clandestino. Dopo non è più stato un reato. Nei suoi 16 anni che spazio c’era per manifestazioni e impegno civile?

«Nella mia fascia d’età, il caso Pierobon non era molto sentito. Ma io sono sempre stata una rivoluzionaria. Qualunque cosa ci fosse da capovolgere, ero da quella parte. A Padova frequentavo il liceo scientifico, facevo molte assenze per il nuoto, ogni tanto si aggiungeva uno sciopero. Erano tempi di scarsa disponibilità degli insegnanti verso noi atleti. Il giorno dopo una vittoria in piscina, ne dovevo trascorrere una chiusa in casa a studiare. Al ritorno mi avrebbero interrogata. Hai vinto in acqua, vediamo se vinci pure a scuola: questa era la mentalità. Quando per uno sciopero murarono l’ingresso, mio padre voleva obbligarmi a entrare da una porta secondaria. Lo avrei ucciso» 

intervista al Mattino, 28 agosto 2022


 

Dai Giochi di München, Gian Paolo Ormezzano su Tuttosport scrisse: Si offende l’oro di Scalzone se si scrive che l’argento della Calligaris è infinitamente più importante? Novella Calligaris è per noi il ponte sopra Scilla e Cariddi. Da un’isola di paure, di miseria natatoria e quindi anche sportiva approdiamo noi pure al continente dei miracoli, che poi non sono miracoli, sono la norma per chi ha buona salute e voglia di gettarsi in acqua. Fra Novella e Shane Gould ci sono dieci centimetri di statura, migliaia di chilometri che sono anche spazi immani di pensiero, di mentalità. Ci sono pure grosse differenze di umanità: la Gould è cucciolona, Novella è gatta feroce, ma questo oggi non conta. Oggi conta che l’Italia ha imparato a nuotare, o almeno ha imparato che deve, che può imparare a nuotare. Ha imparato che andare avanti nell’acqua delle piscine e non solo galleggiare d’estate negli stagni di vacanza liguri o tirrenici o adriatici, è possibile purché lo si voglia e ci si decida a mulinare le braccia, a battere neppure troppo – la Gould insegna – le gambe, insomma decisione di voler essere nuotatori, visto che essere nuotatori significa essere sportivi, ed essere sportivi significa fare un buon affare anche nella vita. Oggi muoiono le ultime (o penultime? Le ultime esistono sempre) stupidaggini sulla nostra razza inadatta allo sport e specialmente a certi sport

Dopo i Giochi balenò per un attimo la prospettiva che Novella addirittura smettesse. Il Corriere della ssera scrisse che chiedeva un incentivo, magari la possibilità di pubblicizzare un costume da bagno avrebbe potuto allargare le prospettive future, compensare i sacrifici che un nuotatore è chiamato a sopportare, con cinque o sei ore di allenamento al giorno. Si dice che il padre della ragazza sia pratico nelle sue considerazioni: se la figlia deve battere record per il prestigio sportivo del Paese, che ne tragga almeno qualche vantaggio. La madre – affermano sempre coloro che son vicini alla famiglia Calligaris vede il problema sotto l’aspetto etico sociale: la figlia è anche una donna; la Calligaris praticamente, da quando vive a Roma, costa al CONI diverse centinaia di migliaia di lire al mese. L’appartamento, l’istituto privato, la borsa di studio e altre spese collaterali. Ma ne vale la pena. Ora non si sa cosa Novella abbia in animo. Se prevarrà la passione come sembra continuerà fino a Montreal, se vincerà il desiderio di vivere, lascerà lo sport. Però, se continuerà a mulinar le braccia per battere record, è anche giusto che le si dia non una contropartita, ma una sicurezza per l’avvenire.

 

A Montréal non sarebbe arrivata, a Belgrado sì. Il 9 settembre del 73 diventò la prima italiana a battere un primato del mondo, con il suo oro ai Mondiali. Avrebbe smesso undici mesi più tardi, agli Europei di Vienna, e nella sua prima serata da ex, come raccontò ancora Gherarducci sul Corriere della sera portava lo chignon alto sulla nuca, blue jeans, camicetta con larghi fiori all’altezza delle spalle, tacchi robusti. Trascorso al Prater la sua prima serata di donna qualunque. S’era tolta il costume da bagno ed era andata al barboso ricevimento offerto dal compito Burgmeister di Vienna nella Rathaus che ispira soggezione, assieme alle altre ragazze e a qualche ragazzo della nazionale di nuoto. 

Gherarducci disse che l’addio erta malinconico ma ormai inevitabile, da quando, messa di fronte alle giovanissime ma muscolose valkirie della Germania orientale, la prodigiosa ragazzina di Padova, un topolino al loro confronto, s’era accorta di non poter più scendere sotto quei limiti che le avevano propiziato una carriera leggendaria, e che un anno fa le avevano addirittura consentito di lasciarsi alle spalle i mostri americani, le bionde e lentigginose fuoriclasse che le piscine californiane sfornano con disinvolta continuità.

 

PAROLE

Novella cinquant’anni dopo il record mondiale

 

«Papà dopo il record mi chiese se fossi stanca. E mia madre Nella, le telefonai per dirle che avevo fatto il mondiale, era a teatro a Siracusa e mi rispose: “Ti sei persa un bellissimo balletto di Bejart”. E io a gridare inutilmente: mamma, mamma, ho migliorato il mondiale. Era, erano fatti così, mi hanno insegnato che lo sport è un passaggio della vita, non la vita. È come lo yogurt, ha una scadenza. I nuovi genitori che non hanno più paura che alle bambine in piscina vengano le spalle grosse. In questo Federica Pellegrini è stata stratosferica, ha fatto uscire il nuoto dalle vasche. Io ho vinto dentro l’acqua, lei anche fuori».

«La riga nera in fondo alla vasca è una cometa all’incontrario. Solo che non sta in cielo, ma in basso. Non aliena, insegna a inseguire i propri traguardi. Anche nel mare».

intervista di emanuela audisio, la Repubblica, 8 settembre 2023

 

 ➣  Quando abbiamo cominciato questa intervista, lei stava per ricordare un altro cinquantesimo anniversario, a due giorni dal suo.

«Il golpe in Cile dell’11 settembre».

 ➣  Nei giorni successivi, tornando in Italia, se ne interessò?

«Allora non si sapeva tutto e subito come ora. Le notizie arrivavano in ritardo. Dopo, ho letto tutti i libri di Isabel Allende. E poi sono stata in Cile, ho conosciuto una coppia che parlava bene di Pinochet, ma ho scoperto che una era la figlia di uno di quelli che fecero cose terribili in quegli anni. E ho capito che una cosa sono le élite, un’altra la gente comune». intervista di valerio piccioni. La Gazzetta dello sport, 9 settembre 2023

 

LEGGI ANCHE

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.