La mappa dell’atletica leggera uscita dai Mondiali. I paesi emergenti, la crisi della Germania, la luce dell’Italia

Aprite i confini, abbattete i muri e prendete i pennarelli. C’è da riscrivere tutta la mappa dell’atletica leggera. I Mondiali di Budapest si sono presi il compito definitivo di scolpire una verità che galleggiava nell’aria da qualche anno. Le gerarchie sono mobili, le certezze sono fluide, ogni corsa è illuminata. Sono tornati a casa con una medaglia 46 paesi, uno in più che a Eugene, due in più rispetto a Doha 2019. In ventitré hanno preso almeno un oro, erano stati ventinove a Eugene ma venti a Doha. Aspettavamo il sorpasso storico dell’Africa all’Europa. Era stato sventato all’ultima gara dell’ultimo giorno nelle ultime due edizioni, tutt’e due le volte da Malaika Mihambo nel salto in lungo, proprio lei, tedesca con radici familiari a Zanzibar. Il sorpasso invece non è mai stato un’ipotesi [16-9 alla fine], nonostante la regressione di alcune potenze tradizionali.

C’è stata la Germania peggiore di sempre – zero medaglie. Der Spiegel lo chiama uno scenario horror”. La Frankfurter Allgemeine Zeitung scrive che i tagli drastici ai budget dell’Institut für Angewandte Trainings-Wissenschaften (IAT) e all’Instituts für Forschung und Entwicklung von Sportgeräten (FES) minacciano di privare gli atleti tedeschi delle loro opportunità internazionali nell’anno olimpico 2024. I vertici lanciano l’allarme.

La Francia è rimasta inchiodata a un solo argento [staffetta 4×400], la prestazione più buia dopo i due bronzi del 2015, peraltro a un anno dai Giochi in casa. Romain Donneux su L’Équipe considera che ci sono stati molti infortuni, ma sottolinea che il piano di preparazione olimpica è in ritardo di otto anni: avrebbe dovuto essere varato dopo le Olimpiadi di Rio. L’atletica francese è malata, scrive. 

Anche la Polonia è tornata senza ori, non succedeva da Osaka 2007.

Il caso europeo più felice è quello della Spagna, quattro ori, tutti nella marcia e con le due doppietta [20 e 35 km] di Maria Pérez e Álvaro Martín.

Gerardo Cebriàn, storico commentatore per TVE, difende stamattina il posto della disciplina nel programma. Dice che le medaglie della marcia hanno lo stesso valore di quelle ottenute dalla Giamaica nella velocità, o quelle ottenute dall’Etiopia, dal Kenya o dall’Uganda sulla distanza. La marcia è atletica, questa è una buona ragione per difenderla a tutti i costi, per quanto Sebastian Coe non si sia mai degnato di metter piede in Piazza degli Eroi in nessuno dei tre giorni in cui la marcia si è svolta. Al contrario, si è comportato come un tifoso scatenato quando Josh Kerr ha vinto l’oro nei 1500, gettandosi in pista da invasato

Col patrimonio della marcia, la Spagna ha chiuso al terzo posto nel medagliere. Una nazione europea mancava lassù da Mosca 2013, era proprio la Russia. Quello stesso Mondiale era stato l’ultimo senza un paese africano fra i primi tre. È un frammento di rivoluzione che nemmeno la Giamaica abbia chiuso nel G-3: negli ultimi quindici anni era capitato solo a Londra 2017. È un grosso mistero che la Cina torni a casa senza ori, non capitava dal 2005. Il Kenya quinto nel medagliere è al peggior risultato degli ultimi diciotto anni. La sorpresa più grossa di Budapest è stata il Canada, 4 ori, 2 argenti, secondo nel medagliere dietro gli USA.

Ma quale Canada, poi, e quali ori. Il suo simbolo è Marco Arop, risalito dall’ultimo posto al primo negli 800 metri, corsa mai vinta prima da un atleta del paese. Mai il Canada era stato sul podio pure nel lancio del martello, prima dell’oro di Ethan Katzberg, figuriamoci se immaginavano di abbinare questa luce nuova all’oro preso tra le donne nella stessa disciplina da Camry Rogers, altro inedito. Mai avevano vinto l’oro nel decathlon. Pierce LePage l’ha fatto e alle sue spalle ha preso l’argento Damian Warner. La sola doppietta di cui si aveva memoria nella gara dei Superman appartiene agli Usa, anno 2011, con Trey Hardee e Ashton Eaton. Il Canada aveva sempre avuto delle punte, ha spiegato Perdita Felicien alla Cbc, mai un vero movimento. Ha investito su allenatori – anche stranieri – per costruire eccellenze in ambiti nuovi. 

 

Questo succede. Chi non si aggiorna resta dietro. Chi studia, arriva dove non si era mai spinto prima. Vale in ogni sport e al mondo dello sport l’ha spiegato l’atletica, quando Julius Yego vinse il Mondiale nel giavellotto. Veniva dal Kenya, terra di altipiani e mezzofondisti. Raccontò di aver imparato la tecnica da certi filmati su YouTube. Era la specialità dei vichinghi d’Europa, l’Europa ha vinto una volta sola nelle ultime cinque edizioni. A Budapest l’oro è andato a Neeraj Chopra, indiano, un’altra prima volta, gli era riuscito già ai Giochi di Tokyo. Stavolta la faccenda ha preso una piega anche politica e simbolica, perché secondo si è piazzato Arshad Nadeem, del Pakistan. I loro paesi non si parlano da anni. Loro hanno fatto una foto abbracciati. 

 

 

Budapest 2023 è un lungo rosario di cose mai viste o che non succedevano da tanto. La Gran Bretagna e l’Europa non salivano sul podio dei 100 metri dal 2003 con Darren Campbell. Nel territorio dell’America e dei Caraibi, s’è infilata per la prima volta anche l’Africa, con Tebogo del Botswana. La Giamaica fatica a trovare un erede per Bolt, allora differenzia l’offerta. Brilla negli ostacoli, nel lancio del disco, con Antonio Watson è risalita sul podio dei 400 come alle origini dei Mondiali, quando Bert Cameron fu oro nel 1983. La Gran Bretagna ha messo uno uomo fra i primi tre in tutte le corse dai 100 ai 1.500 con l’eccezione dei 200. Negli 800 è tornata sul podio dopo il lontano argento di Peter Elliott nel 1987. Josh Kerr ha battuto a sorpresa Ingebrigtsen sulla distanza olimpica che più s’avvicina alla tradizione nazionale del miglio, i 1.500, ripetendo la sorpresa fatta da Jake Wightman a Eugene.

Anche gli africani non sono più così certi di dominare nei loro regni storici. Due bandiere europee prima e seconda nei 5.000 [norvegese con Ingebrigtsen e spagnola con Katir] non si vedevano da Helsinki 1983 [Irlanda con Coghlan e Germania con Schildauer]. Il Brasile si è inventato un marciatore da bronzo con Caio Bonfim, l’Africa è andata a prendersi il primo oro della storia nel triplo con Hugues Fabrice Zango, Burkina Faso. La Repubblica Dominicana con Marileidy Paulino è il quarto paese diverso a festeggiare l’oro nei 400 piani nelle ultime quattro edizioni, il Kenya con Mary Moraa il quinto in cinque edizioni negli 800, l’Australia con Nina Kennedy il settimo differente in otto edizioni a vincere il salto con l’asta.

Yaroslava Mahuchich ha dato all’Ucraina un oro nel salto in alto mai visto, con risvolto politico e dichiarazioni di nuovo contrarie alla partecipazione delle russe a Parigi. Ricorderemo allora la doppietta di Faith Kipyegon nei 1500 e 5000, un’accoppiata che sa di modernità, perché un tempo si puntava su 800-1500, oppure 5000-10000. Ricorderemo il riscatto di Femke Bol dopo la caduta nella staffetta mista, il doppio oro nei 400 ostacoli e nella 4×400 femminile per l’Olanda. Storici sono però gli ori di Laulaga Tausaga e Haruka Kitaguchi, la prima statunitense della storia a vincere nel lancio del disco, la prima giapponese a farcela nel giavellotto.

Tausaga peraltro è nata alle Hawaii, le isole devastate in agosto dagli incendi, ma per aspetto, nome e tatuaggi non è rischioso indicare di radice samoana” ha raccontato Giorgio Cimbrico sul sito Sport Olimpico. Aprite i confini e prendete i pennarelli. Correre, saltare, lanciare. Il mondo cambia nello sport più universale.

 

  ITALIANISMI

Gaia Piccardi sul Corriere della sera celebra il Mondiale più bello per l’Italia degli ultimi 24 anni (13 finalisti come a Siviglia ‘99, quattro medaglie, un oro, due argenti, un bronzo, come a Edmonton 2001) e parla di Jacobs-Tortu, ritrovati in staffetta.

Marco Bonarrigo, sempre sul Corriere, rivela che il Giappone sta provando a strappare alla federazione Filippo Di Mulo, un professore di ginnastica catanese di 63 anni, magro come un chiodo, che ha vinto un oro olimpico e un argento mondiale con la 4×100 azzurra compulsando un database di 100 mila dati e catalogando scrupolosamente la lunghezza dei piedi dei nostri atleti. Se la 4×100 fosse una semplice somma di tempi, l’Italia non entrerebbe in finale. Sul giro di pista però non conta quanto corrono veloci gli atleti ma quanto vola un cilindretto di 30 centimetri e 50 grammi che in tre passaggi di mano può creare intoppi o incubi.

Di Mulo è il signore che ha inventato il modo di farlo andare veloce e Bonarrigo spiega il suo metodo qui

Emanuela Audisio su Repubblica lo definisce uno scienziato (poco) pazzo, Giulia Zonca su la Stampa sottolinea che avere un posto al sole nell’atletica «polverizzata», come la definisce il direttore tecnico Antonio La Torre significa valere. Nello sport più globale che esista dove il Burkina Faso tocca l’oro, il Botswana sale sul podio e l’India prende spazio, l’Italia incassa 4 medaglie e altri numeri meno appariscenti e più importanti sulla strada verso Parigi 2024, Los Angeles 2028 «e Brisbane 2032»

 

     L’altra bella notizia la segnala il sito Queen Atletica. Sabato i Mondiali hanno vinto la gara degli ascolti, 2,366 milioni di telespettatori, 17,2% di share su Rai2. Il secondo programma più visto sono stati gli Europei femminili di pallavolo. Jerry Scotti su Canale 5 si è fermato poco sopra il milione di telespettatori, Benedetta Primavera con Loretta Goggi su Rai1 anche sotto.

Non si potranno nascondere questi dati e far finta di niente, continuando con lo stesso metodo titubante nei confronti di uno sport che evoca “vita” da ogni poro. Deve cambiare il modo di comunicare dell’atletica italiana

Sembra un appello al presidente Stefano Mei. Sotto la sua presidenza, fa notare Giulia Zonca su la Stampa, gli azzurri hanno vinto 34 medaglie e lui usa la cifra per protestare contro chi lo ritiene solo fortunato, sbaglia. Dovrebbe promuovere lo stellone: con il culo di Sacchi, di cui lo stratega del calcio non si è mai lamentato, l’Italia è andata in finale ai Mondiali. Con quello di Mei entrava pure il rigore di Baggio.

 

 

Le nazioni con più finali

 

 

I paesi che hanno guadagnato più posizioni nella classifica per nazioni rispetto a Eugene 2022

 

 

Le 20 nazioni con più finali negli ultimi 4 Mondiali

 

 

[tabelle a cura di roberto liberale]

 

Il miglior Mondiale di sempre. Forse

Così scrive Steve Smythe su Athletics Weekly, parlando di un’edizione superba con un bel mix di grandi campioni dominanti, nuovi vincitori a sorpresa, sorpassi negli ultimi 10 metri di pista. Lo stadio era eccellente – delle giuste dimensioni, splendido, accanto al Danubio – il pubblico e l’atmosfera magnifiche. Gli ungheresi hanno fatto un lavoro magnifico

 

  8  Le gare vinte negli ultimi 20 metri

La staffetta mista. 

In campo femminile: 100, 800, 10mila, 100 ostacoli, staffetta 4×400

In campo maschile: 400 e 5mila

 

14 Le medaglie d’oro che si sono confermate 

Quattordici su 49 campioni: Cheptegei, El Bakkali, Holloway, Crouser, Kipyegon, Moon, Lyles, Jackson, Rojas, Duplantis, Ealey, gli USA nella 4×100 femminile e nella 4×400 maschile, Ingebrigtsen. 

Otto non hanno gareggiato per vari motivi [Pichardo, Mihambo, Thiam, la Repubblica Dominicana nella staffetta mista, Wightman, Norman, McLaughlin. Jeruto].

Ventisette hanno gareggiato ma sono stati battuti.

I cronometri impazziti

Ancora Athletics Weekly considera che ci sono stati più errori nell’analisi dei tempi e dei risultati a Budapest che in tutti i precedenti campionati in quarant’anni. Secondo la Seiko, il vincitore dei 400 metri Antonio Watson era ultimo ai 200 metri, non ha superato i 300. Dina Asher-Smith non è passata ai 100 durante i 200 metri. Faith Kipyegon è scesa dal primo al decimo posto a 1100 metri dal traguardo, per tornare prima ai 1200. Nella 4×100 maschile, Seye Ogunlewe è stata accreditata di una frazione da 8.05, nella 4×400 Shakeem McKay di un 39.54. Nessuno alla Seiko ha dichiarato di aver sbagliato

 

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