aggiornato alle 12.50
Non è questo, il posto giusto per la haka. Non il calcio, dove non esiste il terzo tempo, dove non esiste la cultura della differenza come nel rugby. Ai Mondiali femminili, la haka non trova posto. È stata danzata giovedì, nella giornata inaugurale, un omaggio a uno dei simboli locali. La Fifa non ha invece autorizzato la nazionale neozelandese a eseguirla prima delle sue partite. Le All-Whites non sono gli All-Blacks. In questo grumo di tradizionalismo che si chiama calcio, fa paura la tradizione dei Maori, i nativi che costituiscono poco meno di un quinto della popolazione della Nuova Zelanda. Le giocatrici di Spagna e Olanda sono state criticate nei mesi scorsi, accusate di aver preso in giro la danza proponendone una versione in parodia prima dei loro allenamenti.
Il caso è su The Athletic – che riassume anche la genesi e la storia della haka nello sport. Il termine è generico, riassume l’idea che si tratti di un ballo o un cerimoniale che coinvolge un movimento. Viene dalle parole Maori ha (che si traduce come respiro) e ka (accendere o dare energia). I Maori arrivarono in Nuova Zelanda dalle isole del Pacifico intorno al XIII-XIV secolo. Portarono con con sé la cultura simbolica della più ampia Polinesia, ma un po’ per volta diventata tipica e unica a causa dell’isolamento del paese. Altri esempi sono il whakairo (intaglio), la raranga (tessitura), la kapa haka (esibizione di gruppo), il whaikorero (oratorio) il e ta moko (tatuaggio). “La haka – scrive The Athletic – è contorsione anche del volto, l’esibizione del bianco degli occhi (pukano) e della lingua (whetero, ma solo gli uomini).
L’haka più nota si chiama Ka Mate, quella appunto della squadra di rugby neozelandese. Nasce nel XVIII secolo, quando il re maori Te Rauparaha si nascose dai suoi nemici in una fossa. Una donna si sedette all’ingresso per nasconderlo. Una volta che il capo ne riemerse, ringraziò con la danza per aver rivisto la luce del sole.
La colonizzazione della Nuova Zelanda, dal XIX secolo in poi, ha visto la popolazione Maori diminuire rapidamente, sia per la guerra sia per la vulnerabilità alle malattie infettive eurasiatiche, spiega la rivista americani. Nel 1891 i Maori erano già calati al 10% della popolazione. Le loro pratiche culturali si sono assottiggliate allo stesso modo. Verso la metà del XX secolo, la popolazione ha iniziato a riprendersi un ruolo nella società. Rinascimento maori, si chiama la corrente dei primi anni ’70 che fece crescere l’uso della lingua Te Reo e la celebrazione della haka.
“Contrariamente al pensiero comune – spiega Jacob Whitehead – una haka non è una danza di guerra. È usata per accogliere gli ospiti – da qui il suo utilizzo nella cerimonia di apertura – così come per riconoscere grandi successi o rendere omaggio ai funerali”. Le sue origini vengono dal regno divino, spiega Luke Crawford, consulente culturale Maori degli All-Blacks. I Maori credono che serva a entrare in connessione con i tipuna – i loro antenati.
Nel 1888, la squadra di calcio dei nativi della Nuova Zelanda è diventata la prima a eseguirla, durante un tour in Gran Bretagna e Australia. Ci sono voluti il Rinascimento Maori e due giocatori nativi come Buck Shelford e Hika Reid perché diventasse una tradizione, con uno stile rivoluzionato. Anche ai giocatori non Maori è stato insegnato come eseguirla correttamente. Anche la nazionale di basket la esegue prima delle sue partite.
La Fifa non le ha lasciato spazio nel programma pre-partita, probabilmente condizionata da quelle voci che nel dibattito la giudicano un vantaggio ingiusto. In qualche caso, in passato, la Nuova Zelanda l’ha eseguita alla fine delle partite.
Daniel Gallan, sul Guardian, spiegava nel settembre 2022: “Una ricerca condotta presso la School of Human Movement dell’Università del Queensland ha rilevato come i giocatori che eseguito danze di guerra prima di una partita, raggiungono livelli di frequenza cardiaca elevati, pochi istanti prima dell’inizio della partita e prima degli avversari. È un vantaggio antisportivo? Quegli squat e quegli affondi equivalgono a un riscaldamento, mentre i rivali stanno fermi, spesso al freddo. Certo, stiamo parlando di guadagni marginali, ma a livello d’élite potrebbe fare la differenza nel segnare una meta nei primi cinque minuti, o anche meno. E se fosse la finale dei Mondiali? E se fosse la vostra squadra a perdere di un solo punto?”
Altre nazioni dell’area hanno una loro haka. Le Tonga eseguono il Sipi Tao, le Fiji hanno il Cibi e le Samoa il Manu Siva Tau. Le ultime due sono danze di guerra. Le haka sono state eseguite anche da un certo numero di squadre delle Hawaii, ma la questione è controversa. La federazione spagnola e quella olandese hanno rimosso dalla rete i video nei quali si vedeva una danza sul prato. Da Amsterdam dicono che non vi era alcun riferimento alla haka, le immagini mostravano le giocatrici mentre facevano “un esercizio incentrato sulla canalizzazione della propria forza interiore”. Danzare la haka senza essere invitati a farlo dai Maori è considerato irrispettoso. L’assimilazione della cultura Maori in una cultura più ampia è da sempre una preoccupazione dei leader indigeni. La Fifa si è rifiutata di commentare, alla richiesta di The Athletic. Ha solo ribadito di aver inviato informazioni alle squadre, invitandole ale rispetto della cultura locale. Diverse università americane eseguono la haka. La più famosa è la Brigham Young University (BYU), una facoltà in prevalenza mormone nello Utah. La tradizione è iniziata dopo la morte del padre di uno studente Maori nel 2005, il suo uso ripetuto ora viene però criticato.
Nell’estate di tre anni fa, la prima in uscita dal lock-down, Paul Joyce sul Times raccontava come Jürgen Klopp avesse aggiunto un pezzetto nuovo al mosaico della sua fresca mitografia, raccontando dell’influenza avuta dalla haka sulla sua filosofia da manager. Disse di essere stato ispirato sin da quando era al Mainz. Così come la frase cult degli All Blacks: “Non è permesso dare meno del 100%”.
Klopp ha raccontato che mostrava la haka sul pullman alla squadra dopo essere stato colpito da un documentario sull’argomento. “A quel tempo, gli All Blacks erano di gran lunga i migliori al mondo. Avevano una percentuale di vittorie oltre il 70%. Erano tutti dilettanti. Lavoravano come macellai e operai. Questi ragazzi parlavano nel documentario del loro passato e di cosa significasse per loro giocare per la nazionale. Nei due minuti prima che il bus arrivasse allo stadio, abbiamo sempre ascoltato l’haka. Il colore principale del Mainz è il rosso, quindi chiamavamo gli All Reds. Nessuno se ne è mai accorto perché eravamo una squadra piccola, ma per noi era una cosa grande”.
ORIZZONTI
Fanno la haka e non so cosa mettere
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Come si reagisce di fronte alla haka? Come ci si comporta? Il mondo del rugby prese a chiederselo dopo la prima partita degli All-Blacks ai Mondiali del 2019. Durante l’esecuzione, dal settore dei tifosi sudafricani si alzò il canto Ole Ole Ole. A molti è parso un disturbo irrispettoso. Sui social se ne discusse in tempo reale, alcuni ricordarono l’atteggiamento dei gallesi nel 2008, quando rimasero immobili.
Il Post aveva preparò con Pietro Cabrio un riepilogoi dei diversi atteggiamenti usati nel tempo.
Nei paesi con una solida tradizione rugbistica generalmente non si sta a guardare in silenzio: i giocatori possono ridacchiare in segno di sfida o avvicinarsi di qualche metro mentre il pubblico canta e cerca di coprire le urla e i versi neozelandesi. In altri paesi, invece, dove il rugby non è così popolare, la haka non è considerata come un modo con cui gli All Blacks si caricano e cercano di intimidire gli avversari, ma più semplicemente come uno spettacolo a cui assistere: una specie di inno nazionale a cui è più divertente assistere. Spesso quindi si tende a fraintenderne il significato – l’haka non è l’inno nazionale – e mostrare un’eccessiva riverenza, dimenticandosi che quelli vestiti in nero in fondo stanno cercando soprattutto di caricarsi e intimidire chi hanno di fronte, peraltro gli stessi neri che nove volte su dieci escono dal campo vincitori – di pietro cabrio, Il Post, 18 agosto 2015
Kees Meeuws, nazionale neozelandese tra il 1999 e il 2004, prese una posizione netta: “La haka ha perso il mana, il suo potere spirituale. È diventato uno show. Dovrebbero farla in alcuni test match, neppure in tutti. Andava bene fino a pochi anni fa, quando era una scelta. Ma ora giocano 14 partite all’anno ed è troppo per quanto riguarda l’haka. Si potrebbe fare solo in casa oppure solo fuori casa, come una volta. Non sempre”.
La Fifa lo ha preso alla lettera. Allora non facciamola. Mai.
PAGINE
La Haka in Finnegan’s Wake
Come fu che Joyce se ne innamorò
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“La storia stessa del motivo per cui una danza di guerra del Pacifico sia finita nel libro che ha messo una pietra tombale sul romanzo quale lo conoscevamo (a ucciderlo l’altro libro di Joyce, l’Ulisse) meriterebbe di essere raccontata a sé, ma tanto per darne un assaggio: è il due gennaio 1925 quando gli All Blacks sono a Parigi per una partita amichevole (ma nel Rugby le partite amichevoli non esistono, così si chiamano test match), una delle trentadue partite giocate tra Francia, Regno Unito, Irlanda e Canada dalla squadra passata alla storia come The Invincibles: a giusta ragione, visto che di quelle trentadue partite non ne persero neanche una…
A Parigi c’è anche Joyce. La partita, tra l’altro, si gioca allo stadio di Colombes, che nella narrazione sportiva c’è finito anche via cinema: con il calcio in Fuga per la Vittoria di John Huston, 1981, con l’atletica in Momenti di Gloria di Hugh Hudson, sempre del 1981.
Non sapremo mai se a Joyce quella partita, un sonoro 37–8 per i Tuttineri, piacque. Non sapremo mai per chi avesse fatto il tifo in quella occasione. Ma a Joyce piacque di sicuro la haka, la danza con cui gli All Blacks intimoriscono l’avversario prima della partita. Joyce voleva saperne di più, della haka. E non c’era Google, per saperne di più. Joyce, però, fu fortunato: sua sorella Margaret Alice, Poppy, come la chiamavano in famiglia, nel frattempo era diventata suora e alla fine del 1909, come sorella Mary Gertrude, era partita proprio per La Nuova Zelanda (vi morirà poi, ottantenne, nel 1964, sopravvivendo al fratello per ventitré anni). Così Joyce, in una lettera, chiese a suor Mary informazioni proprio sulla haka: sul suo significato e sulla sua musica (forse saprete già che Joyce era anche musicista). Era grazie anche alla risposta di suor Mary che la haka finiva così per far parte di Finnegan’s Wake” – di antonio tombolini, Il Colophon
[l’illustrazione del post è stata trattata da un originale apparso su The Athletic]
IL TORNEO
Il debutto delle azzurre contro l’Argentina
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1-0 | Contro l’Argentina ha risolto Cristiana Girelli di testa a tre minuti dalla fine. Gaia Piccardi sul Corriere della sera racconta che “sul bus per lo stadio si intona a squarciagola «Notti magiche», in spogliatoio va per la maggiore «Mi fai impazzire» di Blanco: quando le ragazze cantano, è sempre un buon segno. È proprio nello spazio sospeso tra passato e futuro che si regge l’alchimia azzurra in questo Mondiale di transizione scaraventato dalla Fifa dall’altra parte del pianeta, in porta al posto di Giuliani c’è l’interista Durante (determinante su due punizioni), l’ossatura Juve è colorata dal giallorosso della Roma scudettata, Beccari (classe 2004), dal Sassuolo con furore, e Dragoni (classe 2006), canterana del Barça, svecchiano il gruppo con la violenza costata il posto a Sara Gama ma la c.t. è stata chiara sin dallo scorso aprile: il posto garantito, in questa Italia specchio della vita civile, non ce l’ha nessuna. Nemmeno Girelli, che sembrava destinata al banco della farmacia di Via Galilei a Nuvolera (Brescia) dove lavora il papà, e invece è diventata la numero 10 (come l’idolo Robi Baggio) che non se la tira, fa spogliatoio, regina delle imitazioni e deejay del gruppo: fu Cristiana a insegnare la macarena alle compagne in Francia, quattro anni fa, il ballo iconico di ogni trionfo che ci portò, inaspettatamente, ai quarti. L’esultanza tipica (la C di Cristiana, l’indice che rotea di Girelli), la nipotina Chicca come mascotte, una clamorosa tripletta alla Giamaica nel 2019, top e slip portafortuna («Se va bene, rimangono gli stessi per tutta la stagione»), un diario di viaggio tenuto in ogni grande manifestazione («Ho bisogno di fissare i miei pensieri»)”.
EUROGOL
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Il caso Mbappé
L’Équipe dedica stamattina l’apertura del giornale al caso Mbappé. Il titolo è “Fate il vostro gioco”. Mentre il Real Madrid e Kylian Mbappé restano in silenzio, si legge, molti club sono impegnati a cercare di prendere l’attaccante francese. Il Paris Saint-Germain ha accettato un’offerta di 300 milioni di euro dall’Arabia Saudita, il club di Riyad ora vorrebbe convincere Mbappé. Un’ipotesi tuttora difficile da immaginare, martedì mattina. Scrive Loic Tanzi: “Quando Luis Enrique ha preso la decisione di esonerare Kylian Mbappé dalla tournée in Giappone e Corea del Sud, il PSG sapeva già che avrebbe inviato un messaggio al mercato. Anche se il club afferma di voler aspettare fino al 1° agosto e alla scadenza dell’opzione di proroga di un anno prevista dal contratto, molti non hanno aspettato per passare all’offensiva. Avere un giocatore del genere in vendita non capita tutti gli anni”. Nel frattempo, il PSG accelera su Kane, dal Tottenham.
Nei giorni scorsi, Alessandro F. Giudice sul Corriere dello Sport-Stadio spiegava: “Finita l’era dei cartellini: club più deboli. Il giocatore ora si prende in leasing. Oggi il contratto che lega le società ai calciatori è più simile a un utilizzo delle prestazioni. Gli agenti puntano al parametro zero per strappare ingaggi più alti sembra ormai tramontata l’era della proprietà dei cartellini. Sarebbe meglio pensarli come un leasing, cioè utilizzare le prestazioni del giocatore per la durata del contratto senza illudersi (tranne rare occasioni) di monetizzarne facilmente il valore. Perciò non è corretto definire “investimento” l’acquisto di un giocatore: più opportuno, semmai, parlare di costo pluriennale perché in finanza l’investimento è un impiego di capitale da cui ci si attende un ritorno economico nel tempo, attraverso il rendimento oppure l’apprezzamento di valore. Difficile trovare un ritorno economico diretto nella performance sul campo di un calciatore, perché la struttura dei ricavi delle società è più complessa, e pure l’apprezzamento di valore diventa questionabile perché la struttura contrattuale non tutela i club. Questi farebbero dunque meglio a rivedere certi parametri nel calciomercato, evitando follie. L’altra conseguenza è che le società hanno una finestra molto stretta per monetizzare il valore dei calciatori: tra il secondo anno di contratto e l’inizio del quarto, come accaduto con Onana, Tonali e l’anno scorso De Ligt. Dopo, gli incentivi economici possono spingere il giocatore a seguire altre sirene”.
PUZZLE ◇ Corriere della sera: “Un miliardo per un anno di Mbappé” – Gli arabi ci provano col migliore del mondo in rotta con il Psg: 300 milioni per il club, 200 per il giocatore che grazie agli sponsor arriverebbe a 700. Ma Kylian per ora dice no
◇ Corriere della sera [domenica]: “Capricci milionari” – Mbappé escluso dalla tournée in Giappone del Psg. Il giocatore si allena a Parigi con gli altri fuori rosa. Telefonate dall’Arabia, non ancora offerte. La mamma si rivolge al sindacato: «Molestie morali». Lui sogna il Real e non vuole restare fermo. Da Hojlund a Vlahovic e Osimhen: i suoi possibili eredi.
◇ Repubblica [domenica]: “Parigi adieu. Il ciclone Mbappé scuote il mercato” – Dopo la rottura con il Psg si muovono Real, Chelsea, Liverpool e i sauditi Macron di nuovo in campo per trattenerlo. Hojlund il possibile sostituto
ALTRI TITOLI
◇ Corriere della sera: “Riganò, l’ex bomber torna a fare il muratore. «Ora costruisco case»” – Giocò nella Fiorentina: non sono adatto al calcio di oggi
◇ Corriere della sera: “Zlatan Ibrahimovic. «Ragazzi, tutti potete farcela: ma imparate a fare squadra»” – L’impegno a fianco della non profit Laureus Italia: «Ora voglio sentirmi utile». Col sostegno di H&M progetti per 2mila giovani delle periferie di 4 grandi città