Da Improbabili a Re, l’ultimo passo che manca al Manchester City

C’erano una donna degli Emirati arabi, un thailandese e una signora dello Yorkshire. Il thailandese era il braccio destro di un ex primo ministro caduto in disgrazia. Gli Emirati stavano immaginando sé stessi come la risposta del mondo arabo a Donald Trump. La donna dello Yorkshire usciva con il principe Andrea. 

Se sembra l’inizio di una barzelletta orribile, probabilmente doveva fare lo stesso effetto all’epoca scrive Oliver Key su The Athletic stamattina che racconta l’irresistibile ascesa del Manchester City, la creazione della squadra-Stato, la trasformazione da vicini rumorosi, secondo la celebre definizione di Ferguson, in potenza del calcio europeo, a un’ora e mezza di distanza dalla Coppa dei Campioni. 

Il suo racconto comincia nell’estate del 2008. Erano trascorsi 32 anni dal loro ultimo trofeo di una certa rilevanza, molto più grave era il tumulto dopo un anno sotto la proprietà di Thaksin Shinawatra, che stava affrontando accuse di corruzione in Thailandia e veniva descritto da Human Rights Watch come un oppressore dei diritti umani del peggior tipo

I tifosi del City lo avevano accolto a braccia aperte, accettando il suo invito a un buffet thailandese gratuito nel centro della città e chiamandolo Frank, come Sinatra. Ma quella battuta non era più divertente. Shinawatra aveva autorizzato una spesa di quasi 50 milioni di sterline per nuovi calciatori come Elano, Martin Petrov e Rolando Bianchi, ma aveva lasciato il club di fronte a un problema di flusso di cassa. I suoi beni in Thailandia erano stati congelati. Tre volte, sotto la breve e turbolenta esperienza di Shinawatra, il City aveva dovuto implorare il precedente proprietario John Wardle di prestargli un paio di milioni per pagare le bollette. Intermediari e broker nel sottobosco del mondo del calcio avevano avuto una missione: trovare un acquirente per il City. E con urgenza.

  Così si arriva al terzetto di persone della barzelletta che barzelletta non è. Un uomo d’affari thailandese di nome Pairoj Piempongsant, il cui curriculum nel calcio incrocia poltrone e proprietà del Reading in Inghilterra e dell’Excelsior Mouscron in Belgio, amico e forse socio degli agenti Pini Zahavi e Kia Joorabchian; un magnate degli Emirati, immobiliarista, personaggio televisivo di nome Sulaiman Al-Fahim, rapidamente messo da parte dopo aver messo in imbarazzo l’establishment di Abu Dhabi con una serie di dichiarazioni roboanti, successivamente condannato a cinque anni di carcere per reati finanziari; una donna dell’alta finanza nata nello Yorkshire e residente a Dubai, la signora Amanda Staveley, oggi conosciuta come mediatrice influente nell’acquisizione saudita del Newcastle United, su scala molto più grande protagonista dell’investimento multimiliardario in Barclays da parte delle famiglie regnanti di Abu Dhabi e del Qatar. 

  The Athletic scrive con Kay che vi avrebbero preso in giro nel 2008, se aveste detto che quei tre avrebbero lanciato il Manchester City (il Manchester City!) al vertice del calcio inglese ed europeo, facendone una superpotenza sportiva del 21esimo secolo e il fiore all’occhiello per Abu Dhabi. Non avrebbe avuto senso. Per molti, non lo ha ancora. Tutto ciò che riguarda l’attuale Manchester City, comprende un investimento multimiliardario dopo l’altro, riguarda la strategia e la visione a lungo termine. Dall’esterno, tutto sembra incredibilmente coerente – una strategia preparata e migliorata con le tattiche di Guardiola sul campo. Le persone che lavorano per il City Football Group insistono che non è così: che l’acquisizione del club da parte dello sceicco Mansour è stato un investimento personale; che la costruzione dell’impero City è del tutto estraneo alla costruzione dell’impero ad Abu Dhabi; che il club non è uno strumento del soft power. Non è facile da credere, allontanarsi dall’idea che fosse tutto pianificato fin dal primo giorno.

 

L’ascesa

 

La squadra di calcio più ricca del mondo vent’anni fa giocava in serie C. Era fine maggio, e a due minuti dalla fine dello spareggio per la promozione, perdeva 2-0 contro il Gillingham. Circa un migliaio di gol più tardi, compresi i due che quella sera del 1999 a Wembley servirono per pareggiare nei 5 minuti di recupero (e poi vincere ai rigori), il Manchester City è arrivato a essere valutato 4 miliardi e 800mila dollari. Per inciso il Gilligham è ancora in serie C. In quel fanoso 2008 raccontato da The Athletic, Mansour bin Zayed Al Nahyan, miliardario della famiglia regnante di Abu Dhabi, con la promessa di “fare qualcosa che non si è mai visto prima”, poteva scegliere l’Everton o poteva comprarsi il Newcastle, le due squadre a cui si era inizialmente interessato, scoprendo un mucchio di intoppi di natura burocratica. Scelse invece il Manchester City proprio perché il proprietario thailandese Thaksin Shinawatra, l’ex primo ministro deposto, aveva una certa urgenza di liberarsi dell’affare. Scelse il City perché aveva un nuovo stadio e dei terreni liberi là attorno, perché aveva una comunità di tifosi riconoscibile e solida, perché aveva una rivalità da cui partire, una contrapposizione su cui giocare, un avversario cittadino come il Manchester United, che il mercoledì precedente quella famosa partita del 1999 aveva appena vinto la Coppa dei Campioni. 

  Il City Football Group (CFG) è diventato nel frattempo una holding, controllata dell’Abu Dhabi United Group, possiede il New York City nel campionato statunitense, il Melbourne City in quello australiano, il Torque in Uruguay, quote del Girona in Spagna, degli Yokohama Marinos in Giappone, il Mumbai City in India, il Palermo in Italia. Un risiko che ha stravolto l’identità del Manchester. All’arrivo di Mansour, il City aveva 250 club di tifosi, di cui 6 fuori dall’Inghilterra. Oggi il 50% del suo seguito è fuori dal paese: in America, Indonesia, Vietnam, Singapore, Cina, due sono in Costa Rica. Quando un dirigente volò a New York per un’amichevole con il Liverpool, scopri che durante le sue undici ore di volo dall’Europa, c’era gente che se ne era fatte altrettante in macchina per arrivare allo stadio da ogni punto dell’America. 

È questo l’istante a cui si fa risalire la mutazione genetica del club, la sua nuova vocazione globale ed extra cittadina. Il punto è che questa storia non è andata giù allo zoccolo duro del tifo di Manchester. 

  Il massimo portavoce del dissenso è lo scrittore Colin Shindler, diventato popolare con il libro di memorie La mia vita rovinata dal Manchester United. Quando lo pubblicò, mai avrebbe immaginato di farlo seguire da un secondo volume, Il Manchester City mi ha rovinato la vita. La sua tesi è che si sia perso il forte senso d’appartenenza di una volta, radicato intorno al vecchio stadio di Maine Road, un fungo tra i palazzi, poi abbattuto. 

“Io penso che la vecchia generazione di tifosi – ha detto anni fa a Repubblica – senta un distacco emozionale con la proprietà araba, come se avessero reciso i nostri legami con il club. È una squadra forte, certo, ma è come se vincesse la squadra di un altro”. 

Le aree urbane di Collyhurst, Ancoats e New Islington, dalle quali un tempo si scappava, negli 11 anni di proprietà di Mansour sono rifiorite. Un appartamento può costare anche un milione di sterline. Shindler e il partito degli shindleriani rimpiangono i tempi dei giocatori fatti in casa, i mancunian si chiamano, e si chiedono se sia sano sentir parlare Guardiola di diritti per la Catalogna senza che mai dica una parola sui detenuti politici di Abu Dhabi, sulla condizione femminile nel paese e sui legami con Hamas. Amnesty International ha definito l’enorme investimento degli Emirati Arabi Uniti nel Manchester City come uno dei tentativi più sfacciati lavare con lo sport l’immagine offuscata di un Paese. 

 

L’antica immagine

 

L’immagine antica e perduta del Manchester City era legata a un senso ineluttabile di sconfitta, alla lotta impossibile contro un certo destino da eterni sfortunati. Esisteva un modo di dire, tipical City, con cui si commentavano i più atroci misfatti della squadra. Fu tipical City la retrocessione del 1996 all’ultima giornata, quando la squadra rimonta due gol al Liverpool e si sente certa di avercela fatta perché intanto il Coventry sta perdendo. Così l’allenatore urla dalla panchina di non scoprirsi, di smetterla di attaccare, di proteggere il risultato. Salvo scoprire, mentre perdono tempo col pallone vicino alla bandierina del calcio d’angolo, che le informazioni sono sbagliate e i calcoli sono sbagliati. Quando il tempo finisce, si trovano in serie B per differenza reti. Una storia irresistibile per i romantici. È un trauma allora scoprirsi allo specchio Paperone dopo essersi riconosciuti a lungo in Paperino. I ragazzini di Manchester pensano che gli sfigati siano quelli dello United, mentre il City è sotto inchiesta per doping finanziario, con l’accusa cioè di aver camuffato da sponsorizzazioni le iniezioni di danaro della proprietà, una pratica vietata dal fair play finanziario dell’Uefa.  

  Ma irrefrenabili sono certe ascese, quando diventi il famoso too big to fail. il City non è più la seconda squadta di Manchester. Il documentario di Amazon Prime All or Nothing ha raccontato la vita della squadra dietro le quinte, un altro segno di come abbia modificato la sua platea, divisa in tifosi (locali) e clienti (internazionali). Il City è uno dei club immersi dentro questa visione, non il solo, il club che ha per rivali non più il solo United o il Real Madrid o domani sera l’Inter, ma anche i Dallas Cowboys, i Lakers, gli esports e il Trono di Spade. Il Manchester City ha prodotto una app che gioca con la realtà aumentata, per dare l’impressione ai tifosi di essere lì, ovunque si trovino nel mondo, sul pullman della squadra che gira per la città e che solleva i trofei alla folla. Ce n’è anche una per i tifosi dai 7 agli 11 anni, i post si commentano solo con gli emoticons.

[Una versione di quest’analisi è stata pubblicata sul Venerdì nel dicembre del 2019]

 

|   Stamattina sul Telegraph, Oliver Brown si chiede: se il Manchester City si sta avvicinando all’immortalità sportiva, perché sono tutti così indifferenti? Risposta: per questa ambivalenza, al limite del vero e proprio disprezzo, in buona parte dovuta a quelle 115 presunte irregolarità finanziarie su cui sta indagando la Premier League, con tempi lunghi. 

Questo club, i maestri della sfortuna tragicomica, sarebbe ora l’invidia del mondo? All’epoca erano a malapena l’invidia del Didsbury. Non è che il City abbia rinnegato del tutto questo capitolo. Si può ancora trovare Shaun Goater, eroe di culto di quell’età oscura, al lavoro come allenatore nelle giovanili. Si può ancora sentire la voce di Paul Dickov, autore del famoso pareggio contro il Gillingham, che offre opinioni dalla tv del club. La loro presenza porta un tocco di nostalgia per un tempo precario.  Ma a che punto l’eccezionale diventa routine? A che punto questa supremazia inizia a lasciare le persone fredde? Non c’è dubbio che, lontano dall’Etihad, nei confronti del City persista un’ambivalenza che rasenta il disprezzo. La plastica, così alcuni tifosi dello United amano chiamare i loro vicini

|   Giulia Zonca su la Stampa racconta come questa plastica è diventata oro, con il monta-e-smonta di Guardiola, che ha in formazione il centravanti puro Haaland e non si vergogna di mettergli a disposizione tutto quel che gli serve, ha fatto crescere De Bruyne, ha esaltato Gundogan, ha aspettato Grealish, ha tradito l’eredità blaugrana con lo spirito della Bundesliga, ha mischiato fino a che dalla sua lavagna è uscito questo team potenzialmente imbattibile. Tanto valido da convincere pure quel tifo disorientato dai nuovi ricchi, i proletari che restavano aggrappati ai Joy Division e ora ritmano Noel Gallagher senza sentirsi defraudati della loro identità. I soldi non sono secondari nel progetto, ogni svista è stata riassorbita nell’annata successiva grazie a rilanci che oggi non si può permettere praticamente nessuno e le autosponsorizzazioni al limite del proibito hanno infilato il City in una serie di inchieste a catena, dentro un processo continuo a cui manca ancora il verdetto decisivo. Tutto vero, però non è l’unica verità e poi nessuno è perfetto. Neanche questo City.

|   Marco Imarisio sul Corriere della sera scrive che manca solo una cosa. Al City, e all’uomo chiamato a Manchester per conquistarla. Guardiola è ormai nei libri di storia del calcio. Ma come per i suoi ricchissimi datori di lavoro, in fondo ai capitoli che lo riguardano c’è sempre un asterisco, la Champions vinta solo con il Barcellona di Messi e Iniesta.

|   Uno dice Guardiola, ecco, e sempre spunta Messi. Stamattina su Repubblica, lo scrittore Gabriele Romagnoli dedica un intervento a quelli che chiama i tempi supplementari di Leo a Miami. 

La verità è nota da anni, almeno due. Come giocatore di club Messi è finito quando ha lasciato il Barcellona. La maglia numero 10 blaugrana l’ha avvolto come il mantello che trasforma un uomo in supereroe, l’ha portato in tutto il mondo, fosse un’imitazione sulle spalle dei bambini di un campo profughi o l’originale indossato da un rampollo del primo mondo. Se n’è andato per l’equivoco di un disamore che non ha atteso riparazione, per  passato al Psg. “Passato” non è un verbo scelto a caso. In Francia ha potuto prepararsi per l’ultima missione. Riuscita quella, non gli restavano che il ritiro o le esibizioni. La locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere. In questi tempi sono rarissime le deviazioni. Buffalo Bill finisce inevitabilmente al circo. Era un romanticismo ai supplementari aspettarsi un’altra stagione catalana. I nostri ricordi valgono più di quel mancato futuro. Arbitro, fischia pure tre volte. Messi, come Ronaldo, è stato troppo da calciatore per diventare allenatore o un direttore sportivo. Al massimo potrà comprarsi una squadra, o un federazione, o una piccola nazione. Gli highlight li abbiamo tutti in testa. Per quelli a venire avremo sguardi distratti, mentre cercheremo nella rete il prossimo amore. Purché sia l’ultimo, purché finisca bene.

 

L’Inter

 

   Ettore Intorcia sul Corriere dello Sport-Stadio propone un confronto economico-finanziario tra il mondo di Abu Dhabi e l’Inter. Storia o fatturato? È una questione di prospettiva. Per darsi coraggio, quando dall’altra parte c’è una corazzata come il City, chiunque nei panni dell’Inter si consolerebbe ripetendosi che in definitiva in campo non ci va mica il fatturato ma undici ragazzi, niente di più, niente di meno

È in effetti il racconto dominante, esatto nella sostanza dei fatti, eppure dovremmo forse considerare il what if, come cioè il mondo Inter – la proprietà, i suoi tifosi – non guardasse quattro-cinque anni fa al Manchester City come un demonio da isolare, ma come un modello da imitare. È complicato dar lezioni di fair play finanziario da parte di una proprietà cinese che aveva il mandato del partito comunista del suo paese di colonizzare il calcio nel mondo. Dopo, i piani di Pechino sono cambiati. Ma è un bel salto mortale oggi presentare Suning come il portabandiera del calcio pane e salame contro i cattivoni dello sportswashing nel mondo. Casomai Suning somiglia a un Mansour che non ce l’ha fatta, ecco.

|   Un’analisi dell’Inter più cruda arriva dal New York Times, con Rory Smith e Tariq Panja si sottolineano la situazione debitoria grave, l’età avanzata della squadra, i dubbi sulla posizione di Suning e della famiglia Zhang. Il pezzo viene ripreso stamattina da Tuttosport

Una squadra di giocatori vecchi e piena di debiti. L’Inter è il club più indebitato d’Italia; secondo gli ultimi bilanci pubblicati, le sue passività totali ammontano a circa 931 milioni di dollari. Negli ultimi due anni per i quali sono disponibili informazioni, ha registrato perdite per quasi 430 milioni di dollari. Da diversi anni – ricorda il New York Times – l’Inter si trova in una sorta di crisi finanziaria, a causa dell’impatto combinato della pandemia di coronavirus, della diminuzione del sostegno dello Stato cinese agli investimenti nel calcio europeo e, soprattutto, dei problemi di Suning. Nel 2021, il gruppo Suning ha dovuto accettare un salvataggio da 1,36 miliardi di dollari, finanziato in parte dal governo locale, a fronte dell’aumento vertiginoso dei debiti. Lo stesso anno ha chiuso definitivamente la sua squadra cinese, lo Jiangsu Suning. L’anno scorso Steven Zhang, il figlio 32enne del fondatore di Suning che ricopre la carica di presidente dell’Inter, è stato ritenuto responsabile di un debito da 255 milioni di dollari e di obbligazioni non pagate da un tribunale di Hong Kong. Nel 2021, per salvare l’investimento Inter, Suning ha ottenuto un prestito di 294 milioni di dollari da Oaktree Capital, una società di gestione patrimoniale con sede in California, per contribuire ai costi di gestione del club. Il prestito a Oaktree scade il prossimo maggio. Con gli interessi, la somma totale da rimborsare è di circa 375 milioni di dollari. Gli introiti derivanti dall’inaspettato cammino dell’Inter in Champions League saranno certamente d’aiuto, ma sarà d’aiuto anche un’altra vendita di talenti. Se il club non riuscirà a far fronte ai propri obblighi, Suning cederà il controllo del club al suo creditore

Il New York Times riporta però la posizione del fondo Oaktree attraverso le parole dell’amministratore delegato, Alejandro Cano: «Prendere il controllo del club non è il nostro piano. Vogliamo lavorare come partner eccellenti e offrire supporto». La cessiona a terzi è un’ipotesi che Zhang smentisce ma che il NYT rilancia. 

 

| Perbacco, allora è Cairo il segreto dell’Inter. Lo dice Zhang al giornale di Cairo

 ➣  I tifosi posso stare tranquilli? Il progetto Inter va avanti con grandi ambizioni?

«Finchè ci sarò io, ci sarà un’Inter stabile e competitiva».

 ➣  Ogni volta che l’Inter raggiunge un traguardo escono voci sul futuro del club e su potenziali, spesso fantomatici, acquirenti. Le dà fastidio?

«No, siamo un grande club, so che per molti vedere il proprio nome accostato all’Inter regala visibilità. Sono come i rumors di mercato, basta ignorarli».

 ➣  Come si può sintetizzare il progetto societario dell’Inter?

«Un giusto mix tra tradizione e innovazione. Abbiamo un forte legame con la storia e le radici nerazzurre, teniamo molto al rapporto con i tifosi e il territorio. Ma abbiamo anche uno sguardo sempre proiettato nel futuro».

 ➣  L’Inter non è mai stata così Internazionale, eppure il management è rimasto tutto italiano. Perché?

«Spesso le aziende straniere quando vanno all’estero fanno l’errore di non capire com’è la cultura del Paese. Se pensi di dominare il mercato senza conoscerlo, rischi solo di essere arrogante. Sei o sette anni fa quando arrivai in Italia fu Urbano Cairo a darmi il primo consiglio: se vuoi vincere hai bisogno di qualcuno che conosca bene il nostro calcio e come funziona un club. E poi mi fece il nome adatto: Beppe Marotta. Se vuoi stare in un Paese devi anche saperti adattare a quel Paese. Io ho bisogno di manager italiani». – intervista di andrea di caro, la Gazzetta dello sport

 

| L’Europa unita da una musichetta  Alcuni lo cantano con orgoglio, altri lo fischiano per esprimere disappunto verso il Neo-calcio nato nel 92. Questa polarizzazione lo rende però davvero l’inno di tutti gli europei, compresi coloro che criticano il potere alla guida della Ue. The Champiooooons. Mattia Ferraresi sul Domani racconta: Quelle note accendono istantaneamente qualcosa nella mente e nel cuore di milioni di persone da Reykjavik a Istanbul, da Haifa a Lisbona, da Donetsk a San Pietroburgo, da Tiraspol a Glasgow, dal Manzanarre al Reno e molto oltre, visto che, secondo i dati del quotidiano sportivo spagnolo As, la finale di Champions League viene guardata solitamente da «400 milioni di spettatori in 200 paesi del mondo», addirittura cinque in più di quelli riconosciuti dall’Onu, se si contano anche il Vaticano e la Palestina. Se costretti a usare un aggettivo scemo per definire la canzone, “iconica” è quello che viene in mente. L’inno della Champions è l’unico grande prodotto culturale europeo davvero condiviso, diffuso e ad alta riconoscibilità che sia stato prodotto negli anni Novanta.

Ferraresi lo definisce l’unico figlio legittimo e compiuto della stagione della creazione dell’unione, quando i promotori dell’Europa unita avevano chiaro che non bastavano i trattati, i parlamenti o un Erasmus a creare un sentimento europe C’era disperatamente bisogno di idee, libri, canzoni, sport, programmi televisivi e quant’altro che portassero le belle promesse europeiste nelle case degli europei, possibilmente in modo convincente. Compito arduo: già all’alba dell’Unione si era capito che in pochissimi avrebbero attaccato nella cameretta i poster di Adenauer o Jean Monnet e che l’inter rail da Ventotene a Maastricht era una viaggio noioso e completamente privo di pathos epico [per intero qui].

 

I temi del campo

 

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera fa come i bambini con i giocattoli. Smonta e guarda che cosa c’è dentro. Propone una bella analisi del Manchester City e delle sue virtù. Quello che rende il City una squadra più completa e stabile rispetto alla finale 2021 persa con il Chelsea è il centravanti: Haaland non segna da 4 partite, il digiuno più lungo, ma ha fatto 52 gol in 52 gare, 12 dei quali in Champions, 1 ogni 63’. Da aprile solo in due hanno partecipato a più azioni vincenti (gol o assist) del norvegese, fermo a 14 (10 più 4). E si chiamano Lautaro (11 più 4) e Lukaku (9 più 5). Il belga però non è mai partito titolare in 12 notti di Champions. E tutto lascia pensare che non lo farà nemmeno domani.  La «guardiolata» di marzo è stata spostare il difensore centrale Stones in mediana, parafrasando quel che fece Cruyff con Miguel Anguel Nadal, zio del tennista Rafa, nel Barcellona che (tra le altre cose) venne travolto dal Milan nella finale 1994. Con Stones però finora il City non ha mai perso: è sicuro con la palla tra i piedi, rapido e duro nel recuperarla. Nel 3-2-4-1 del City, accanto a lui c’è Rodri, il computer di bordo: fin qui ha effettuato 681 passaggi sotto pressione, più di lui solo Verratti, con una precisione del 91,3 %. Davanti a questi due fenomeni, a formare un quadrato magico ci sono due trequartisti micidiali come Gundogan e De Bruyne. Sull’ala destra c’è Bernardo Silva, sulla sinistra Grealish, l’uomo che da solo ha corso con la palla tra i piedi più chilometri (3,2) dei due interisti migliori, Barella e Bastoni (2,7 messi insieme).

È dagli esterni che arriva la maggior parte dei rifornimenti per Haaland

 

Jack Grealish. Come è stato all’altezza della spesa da 100 milioni di sterline del Manchester City [qui]

Paura di Haaland? Dopo aver combattuto contro il cancro, Acerbi ha imparato a vivere senza paura. James Horncastle su The Athletic fa un ritratto del difensore dell’Inter, chiamato a fermare il mostro norvegese dei gol. Quando gli analisti dell’Inter passano in rassegna i 52 di Erling Haaland in tutte le competizioni di questa stagione, Francesco Acerbi, il loro veterano difensore centrale, non ha paura. Non che Acerbi sia impassibile. È che ha imparato a vivere senza paure dieci anni fa [qui].

Corriere dello Sport-Stadio: La finale  dei 10 metri” –  Numerose   le analogie nei princìpi di gioco. La differenza più evidente, al di là dei livelli e della qualità dei singoli, risiede in uno spazio che Guardiola considera vitale e che è addirittura misurabile. Il baricentro del City è a 55,5 metri, l’Inter si ferma a 46,1: i giocatori di Pep si lasciano alle spalle uno spazio ampio  che Lautaro e Dzeko possono aggredire. Inzaghi efficace nelle ripartenze: anche il recupero della palla è basso  

Il tecnico catalano ha preso gusto  ai ritmi elevati  e a verticalizzare.

Tuttosport: Juve-Ceferin: atto finale. Sono prove di armistizio” – City-Inter chiude la stagione e subito dopo l’Uefa  definirà il caso del club bianconero, pronto all’accordo. Juve indagata per potenziali violazioni delle norme su licenze e fair play. La resa  sul fronte Super Lega ha posto il club di Ferrero in una posizione meno scomoda 

 

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