CALCIO ITALIANO
Le canzoni sono otto. È il numero di maglia che a Cremona porta Attilio Tassi. Gioca mezzala. In quel gennaio del 66 ha appena segnato due gol alla Biellese e uno sul campo del Treviglio. In serie C, uno come lui incanta. Le canzoni sono otto e il disco si chiama Mina canta Napoli, dove invece si stanno godendo Omar Sívori e José Altafini, aggiunti l’estate prima alla squadra che aveva vinto la Coppa Italia, mentre saliva dalla B alla A.
Il disco comincia con ‘Na sera ‘e maggio – il mese in cui nel calcio si festeggia in genere qualcosa – e finisce con Celeste – che non è ancora Azzurro [1968] ma quasi, siamo nei paraggi. Accanto agli otto pezzi di Mina in napoletano, da Te vulevo scurda’ a ‘O ffuoco, da Sciummo a Malatia, ce ne sono altri 12 di artisti vari, più uno cantato nella prima parte in napoletano e nella seconda in inglese. Si chiama Lassame / Let Me Go.
È curioso. Solo sei anni prima, il nome di Mina era apparso nel cast del festival di Napoli, che a quel tempo quasi rivaleggiava con Sanremo. L’industria ci faceva affidamento perché a quel modo si vendevano i dischi al sud. L’edizione del 64 resterà memorabile per la vittoria in coppia di Domenico Modugno e Ornella Vanoni, con Tu si’ ‘na cosa grande.
Mina al festival non verrà. Nel 60 si defila all’ultimo momento insieme con Sentieri. Il Corriere della sera scrive che “essi si giustificano dicendo di non essere stati interpellati. La ragione vera di questo atteggiamento è comprensibile. Mina e Sentieri sono a capo della schiera urlatrice, e il pubblico napoletano con gli urlatori stenta ad affiatarsi. C’era dunque un certo timore di affrontare questo pubblico”.
Chi lo sa davvero come andò, di certo Mina avrebbe smesso presto di essere un’urlatrice. Anzi, il 27 febbraio del 65 è là che sussurra. Canta in tv un pezzo scritto da Totò, suo ospite in Rai al programma L’uomo per me. La canzone si chiama Baciami. Totò tira fuori dalla tasca un foglietto con le parole. «È scritta in italiano – scherza – la capisce?». «Eh sì, sono italiana – risponde Mina – sono di Cremona». «Ah già, Cremona è Italia», certifica il principe, in uno slittamento di stereotipi. Immaginatevi che casino per la scena al contrario [si vede qua]. Di Totò, Mina dirà nel tempo cose dolci, dolcissime. Fa il suo nome – il suo e quello di Mastroianni – come i soli ospiti arrivati puntuali, anzi in anticipo, all’appuntamento in studio con lei. Racconterà di come Totò sapesse entrare in sintonia con gli attrezzisti. L’anno dopo sono di nuovo insieme a Studio Uno. Si tratta di una delle ultime apparizioni di Totò. Morirà nel 67.
Con Mina invece non è dolce Sergio Bruni. Adesso siamo nel 94. La Cremonese di Gigi Simoni si sta salvando con i gol di Andrea Tentoni. Ne ha segnati due al Napoli per una vittoria memorabile alla seconda giornata. Su quell’avvio balordo, 1 punto nelle prime tre partite, a Soccavo Marcello Lippi costruirà un piccolo miracolo. Smonta la squadra, emargina i senatori [fuori Nela, Corradini, Corini], lancia ragazzini che si chiamano Cannavaro e Pecchia, porta il Napoli in Europa nonostante mesi e mesi senza stipendi. Sergio Bruni racconta nel frattempo di aver mandato a Mina un pezzo, il testo e alcuni dischi per sentire la pronuncia. Ma lei «da allora è scomparsa, la capisco, si è ascoltata e si è bocciata da sé».
Scomparsa, sì. È la parola giusta. Non si fa vedere da 14 anni. In realtà non dovrebbe avere problemi di pronuncia. Non pare proprio. Primo: perché il suo grande amore d’un ventennio prima è stato Alfredo Cerruti, il musicista napoletano che è anche l’anima degli Squallor. Si sono incontrati in sala d’incisione e al ristorante Santa Lucia di Milano. Un colpo di fulmine. I rotocalchi si sono gettati sulla storia, i paparazzi li inseguono ovunque, ma senza scoprire mai il monolocale austero che hanno preso in via Poerio, vicino corso Indipendenza. Glielo aveva affittato un discografico della CBS Sugar. Un amore complicato. Mario Luzzatto Fegiz ha raccontato sul Corriere della sera che “facevano delle interminabili partite a poker con Daniele Pace, Celentano e Bernardini. Cerruti era un perdente fisso. Si giocava pesante, somme incredibili. Mina copriva sempre le sue perdite, sempre notevole. Il loro amore è entrato in quegli anni nell’immaginario collettivo”.
Il Corriere d’informazione scrive nel 73 che Mina vuole sposarlo. “Sembrava un’infatuazione, invece per lei è diventato un amore violento. Per lui sembra che sia ancora un’infatuazione. Cerruti ha resistito al massimo una settimana con la stessa donna”.
La seconda prova che Sergio Bruni si sbaglia è il disco del 1996. Si chiama proprio Napoli. Esce a Natale e segue un album che si chiama Cremona, dove appare a sorpresa anche il pezzo pensato come sigla finale della trasmissione Mai dire gol della Gialappa’s.
C’è qualcosa di misterioso e di mai-detto che dentro di lei unisce le due città. A Napoli, alla Stazione Centrale, era venuta a girare il video della meravigliosa Se telefonando, con un abito pieno di serpenti sui suoi veli.
Federico Vacalebre sul Mattino definisce Napoli “il più bel disco di Mina degli anni Novanta, un elegante esercizio di melodie rilette in chiave jazz, colta eppure popolare”.
Si apre con Aggio perduto ‘o suonno e si chiude con Indifferentemente. Dentro ci sono anche pezzi di Pino Daniele, un altro che Sergio Bruni aveva nel frattempo stroncato [«Pensa solo a vendere i dischi»]. Mina canta Je sto’ vicino a te, quando vicino a Napoli non c’è più Maradona, fuggito di notte, arrestato in Argentina, riparato a Siviglia, espulso dal Mondiale in America, al tramonto col Boca. Non tornerà in città prima del 20o6. Quando era arrivato in serie A, c’era anche la Cremonese in campionato.
È un disco che il Messaggero definisce “rigorosissimo, dal mood raccolto, intimistico, rilassato, da club, come se si trattasse di una session dal vivo, senza trucchi”, mentre Ernesto Assante su Repubblica sottolinea “preziosismi vocali legati in questo caso più al sussurro che al grido. Sono canzoni napoletane, ma appartengono al mondo”.
Non le basta ancora. Nel 2003 esce il disco Napoli, secondo estratto, un’altra raccolta di classici riletti alla sua maniera. In copertina con Titina De Filippo, Tina Pica e Totò vestito da donna. Mario Luzzatto Fegiz parla di nuovo di minimalismo, di perfezione, di “un canto esente da languori e vezzi, sottolineature e melismi, con ostracismo assoluto al folklorismo mandolinistico”.
Lei stessa, Mina, fa sapere con una dichiarazione di non voler scivolare «in quel tanto così spesso irritante macchiettismo, in quella tanto spesso così indisponente inflessione parodistica, che purtroppo sono il limite e la colpa di molti fra quanti hanno esplorato il repertorio della nobile canzone napoletana». Sta dicendo: ma perché la trattate così? Fegiz sul Corriere si spinge a dire che è un’operazione riuscita, finanche in modo esagerato.
“Questa sterilizzazione – scrive – riesce anche troppo bene e la scarnificazione va dritta allo scopo, senza enfasi”, tanto che a un certo punto “si rimpiange il carnevale di Renzo Arbore”.
È dal 23 agosto del 78 che Mina non si fa vedere sulla scena. Il centravanti del Napoli era Savoldi, a Cremona c’erano Galeone in panchina e Mondonico all’ala destra. Ma Mina non smette di riapparire dalle parti di Napoli, l’ultima volta pochi mesi fa, era ottobre, quando ha inciso Accarezzame in una nuova raccolta, pianoforte e voce, solo su vinile e nastri analogici. Per il multiverso. La sera in cui stava lasciando per sempre le scene senza dirlo, il Vaticano si avviava a eleggere papa Luciani. Lei al Bussoladomani di Viareggio non poteva scordarsi di Totò e della città amata da lontano. In scaletta mise le Lacreme Napulitane, il pezzo che a un certo punto dice “a nuje napulitane”. Il concerto si chiuse con We Are the Champions e Grande grande grande. Se sono due titoli che significano qualcosa, si vedrà.