DI MARCO CIRIELLO
| Che cosa si fa in questi casi, quando le certezze si incrinano? Quando si vede un pallone attaccato alla corrente come un telefonino? La si butta in caciara o in morale? Ci si preoccupa e si mette in musica la nostalgia o si accetta il cambiamento come segno dei tempi? Si lascia in disparte la sensibilità, il gioco e la questione: viene alterato o no? O ci si converte al nuovo pallone senza dubbi? Chi non ha giocato con gli stracci, i calzini, le palle di carta, ma ha avuto direttamente un pallone non potrà capire, chi invece è passato per la stratificazione pallonara ci penserà un po’ prima di annuire e lasciarsi andare. In fondo Richarlison fa una cosa alla Pelé con pallone diverso, mica cambia? O sì? Nel dubbio c’è il filo, ci sono i dati accumulati dai sensori contenuti dal pallone. Dove prima c’era solo aria e sogni, ora ci sono i sensori di movimento a 500Hz: tracciano la posizione, l’impatto e il movimento a 500 fotogrammi al secondo. Dove prima c’era la magia ora c’è la tecnologia, dove prima c’era l’errore ora c’è il dato. Dove prima c’era l’elementarità del gioco ora c’è la complessità della definizione. Dove prima c’erano solo palloni, ora ci sono palloni elettrici, come le pecore di Dick, chissà se sognano androidi? Chissà chi lo sa.
È la differenza che passa tra uno stregone dell’Amazzonia e un radiologo: entrambi possono avere poesia, ma lo stregone un po’ di più. Ed ecco la voce del cinico invocare la giustizia del gioco, la limpidezza del fotogramma, l’assolutezza della prova. Ma con questo pallone non ci sarebbe la mano di Dio e nemmeno Dio stesso, che vive nel fraintendimento, nella speranza, nell’oscillazione tra verità e menzogna, tra il visto e non visto, nella leggenda dell’impossibile che va dalle tenebre di Omero al canto di Victor Hugo Morales passando per il Vangelo secondo Matteo. Ora c’è la spina, l’elettricità, la tecnologia, il futuro. Peccato che un tempo, il futuro, la corrente, la luce, fossero il nome di un ragazzino nero, Edison (l’inventore della lampadina) Arantes do Nascimento, che portava la luce sui campi senza bisogno del filo.
L’ultimo romanzo di Marco Ciriello è “I calciatori selvaggi” – Slalom ne ha parlato qui