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▻ I Mondiali dell’Anschluß e il bis dell’Italia tra i fischi degli antifascisti per il saluto romano | Storie formidabili di portieri: Rudolf Raftl e Eduard Madejski | Che cosa successe durante i Mondiali: la guerra civile in Spagna, Guernica di Picasso in esposizione a Parigi | La società: La donna italiana secondo Curzio Malaparte | Come si giocava a calcio nel 1938: la nascita del catenaccio e il malabarismo dei brasiliani | Protagonisti: Silvio Piola, Amedeo Biavati, Leonidas, Domingos | Le cronache dell’epoca per la semifinale Italia-Brasile e per la finale Italia-Ungheria | Firme: Gianni Brera, Eduardo Galeano, Roland Mesmeur, Vittorio Pozzo, Mario Sconcerti
FRANCIA 1938
Il bis dell’Italia tra i fischi per i saluti romani
C’è una frase che è sulla bocca di tutti i francesi. L’hanno sentita al cinema guardando Le Quai des brumes, da noi sarà Il Porto delle Nebbie, e la ripetono. È in una scena diventata famosa con Jean Gabin e Michèle Morgan. Lui dice: «Hai degli occhi stupendi, lo sai». Lei lo guarda e gli fa: «Baciami». Lui non è il tipo che se lo fa ripetere. Poi sussurra: «Nelly» e allora lei gli mostra la netta differenza tra il più cieco amore e la più stupida pazienza. Gli dice: «Baciami ancora».
La frase che tutti i francesi pronunciano non è quest’ultima, pazienza se Muccino ne sarà sconvolto. È la prima. Quella degli occhi. Michéle Morgan ne farà [quasi] il titolo della propria biografia, il suo compagno se la farà incidere su una spada, nella versione francese di Dumbo, la mamma la ripete al suo piccolo elefantino. Come ogni tanto succede con le cose che ci cambiano la vita, pare sia nata per caso. Non è nel romanzo di Pierre Mac Orlan da cui è tratto il film di Marcel Carné. Non è neppure nella prima versione della sceneggiatura, scritta da Jacques Prévert. Ma questo signore è uno che d’amore sa parlare, se ne intende, così quando ha incrociato sul set l’attrice, ha tirato una penna e zac, ha messo una riga grossa così sulle parole precedentemente battute a macchina. Via, non servono più, le ha corrette. Le originali sarebbero spuntate fuori solo nel 2016, alla morte di lei, quando Elena Scappaticci, giornalista de Le Figaro ha raccontato che in occasione della messa all’asta del manoscritto, chi lo aveva sfogliato s’era accorto che Jean Gabin avrebbe dovuto dire: «Hai delle belle gambe, lo sai».
Quando in Francia arrivano le belle gambe dei calciatori per il terzo Mondiale della storia, il bar più famoso del cinema non è ancora il Rick’s Cafè di Casablanca ma questo qui, il Panama gestito a Le Havre da Jean Gabin, un disertore dell’esercito coloniale francese che incontra la tipa dagli occhi belli, una malinconica e tormentata ragazza. Lui uccide, vuole scappare, viene ucciso. Jean Renoir disse che il film era fascista, Prévert se ne risentì e qui le vicende si ingarbugliano. Jean Gabin era sotto contratto con la Universum Film AGI, società di produzione e distribuzione tedesca, ma ai tedeschi il copione non piaceva e non vollero che si girasse in Germania.
L’Europa e i tedeschi, a quel tempo, si stavano tenendo d’occhio già da un po’. Pochi giorni dopo il Mondiale del 34 vinto da Vittorio Pozzo, Mussolini aveva incontrato per la prima volta in vita sua Hitler a Venezia. L’anno appresso, aveva firmato un accordo con Pierre Laval, il ministro degli Esteri di Francia per fare fronte comune contro i nazisti e soprattutto farsi garantire via libera per la presa dell’Etiopia. Ma la situazione politica della Francia era parecchio ballerina. Proprio in casa di Hitler, durante i Giochi di Berlino, si era fatta assegnare i Mondiali del 38, riscuotendo il credito di aver fatto nascere sul proprio suolo Jules Rimet. L’alternanza dell’organizzazione con il Sudamerica era saltata, gli argentini se ne risentirono fino al boicottaggio, insieme all’Uruguay. I governi di Parigi da allora sarebbero caduti più volte, anche nell’imminenza dei Mondiali. Il paese in febbraio votò l’emancipazione legale delle donne, solo quelle sposate. La legge consentiva loro di citare in giudizio, firmare un contratto, avere una carta d’identità o un passaporto, aprire un conto in banca, iscriversi all’università, senza l’autorizzazione del marito. Un paio di settimane più tardi, cadde la presidenza di Camille Chautemps, in seguito al rifiuto dei socialisti e dei comunisti di concedergli pieni poteri finanziari. Léon Blum formò un nuovo governo con il Fronte popolare e il primo atto fu la promessa alla Cecoslovacchia di sostenerla dinanzi alle pretese di Hitler sui territori abitati dai sudeti. I pieni poteri finanziari votati dalla Camera vennero respinti il giorno successivo dal Senato. Cadde un altro governo e quello nuovo di Édouard Daladier nacque senza la partecipazione dei socialisti. Nel mese di settembre, a Mondiali conclusi da tre mesi, Neville Chamberlain, Benito Mussolini e proprio Édouard Daladier autorizzarono Hitler ad annettersi i territori ai confini con la Germania. Pensavano di essersi garantiti una pace più duratura. Avevano portato l’Europa con mezzo piede in guerra. Hitler si era già annesso l’Austria, e fu il primo atto politico che lasciò un segno sulla storia dei Mondiali di calcio.
Storie formidabili di portieri
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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente.
L’Anschluß visto dalla porta di Rudolf Raftl
La sera dell’11 marzo del ’38 sono andato a dormire ed ero austriaco. Quando mi sono svegliato avevano fatto di me un tedesco. Anschluß. L’annessione di Hitler. Ero stato ai Mondiali del ’34 in Italia come portiere per il mio paese e quella mattina il mio paese non c’era più. Mancavano tre mesi ai Mondiali di Francia, per i quali eravamo già qualificati. Cosa sarebbe stato di me, Rudolf Raftl, di noi cittadini austriaci e del nostro Wunderteam famoso in tutto il mondo?
Il Wunderteam era Bican, Josef Bican, attaccante, l’uomo che ha segnato due gol più di Pelé. Li ha contati la rivista argentina El Gráfico, escludendo quelli delle amichevoli. Bican 759, Pelé 757. Da bambino giocava senza scarpe, per questo era diventato così bravo. Una volta sua madre invase il campo e picchiò con un ombrello l’avversario che gli aveva fatto fallo. Finì a giocare per la Cecoslovacchia.
Il Wunderteam era stato Hiden, Rudi Hiden, portiere. Il mio modello. Respingeva con i pugni e andava incontro agli attaccanti urlando, aveva fatto il fornaio. Lui giocò per la Francia.
Il Wunderteam era Sindelar, Matthias Sindelar, attaccante. Che dico attaccante, fuoriclasse. Magro da fare spavento, trasparente, lo chiamavamo cartavelina. Anche per la sua eleganza, oltre che per la leggerezza. Lui non giocò mai per altri, neppure per la Germania che nel ’38 voleva imporglielo.
Io cedetti. Io per la Germania giocai. Hitler fece tenere un referendum il 10 aprile per ratificare l’annessione, sette giorni prima a Vienna avevano organizzato la Anschlußspiele, la partita dell’annessione. Austria contro Germania per l’ultima volta, e dopo saremmo stati convocati dall’altra parte. Un clima festoso. In apparenza. Vennero in 60 mila al Prater per dire addio alla squadra e al paese, ci era stato concesso di salutare per l’ultima volta il pubblico. Il nostro ct, Hugo Meisl, era morto 13 mesi prima. In campo ci guidava proprio Sindelar, capitano. Un artista della finta, così lo chiamava Vittorio Pozzo, allenatore dell’Italia, giornalista. Rimasi in panchina, in porta andò Peter Platzer, del quale ero già stato riserva quattro anni prima ai Mondiali.
Platzer, Sesta, Schmaus; Wagner, Mock, Skoumal; Hahnemann, Stroh, Sindelar, Binder, Pesser. Questa fu l’ultima Austria, questo fu l’ultimo Wunderteam.
Sindelar volle che rinunciassimo alla nostra solita maglia bianca, disse: Oggi la mettiamo rossa. Non aveva simpatie per i nazisti. Tenne il braccio basso mentre noi lo alzavamo per il saluto a centrocampo, poi fu il padrone della partita. Scartava mezza Germania e davanti alla porta la buttava fuori. Si disse che fu la sua protesta. Fino al 62esimo, quando preferì ribellarsi facendo gol. Nove minuti dopo Sesta segnò il 2-0, Sindelar andò a esultare sotto la tribuna dei burocrati e dei militari tedeschi. Qualcuno vide un pugno chiuso. Nove mesi più tardi, a 36 anni, lo trovarono morto in casa con la sua compagna, italiana, ebrea. Un incidente, dissero, chiudendo il caso in grande fretta. Diedero la colpa al cattivo funzionamento di un caminetto. Un dolore, un mistero.
Il 5 giugno del ’38, lo stade de Gerland a Lione rimase chiuso. Si sarebbe dovuto giocare lì il primo turno, Svezia-Austria. Non c’eravamo più. Partita cancellata. Nove di noi erano stati convocati dalla Nazionale tedesca: Hahnemann, Mock, Neumer, Pesser, Schmaus, Skoumal, Stroh, Wagner e io. Sepp Herberger, lo stesso Ct che nel ’54 avrebbe portato la Germania al titolo mondiale, mi fece giocare titolare contro la Svizzera al Parco dei Principi. Il capitano era Mock, di Vienna come me. Eravamo stati rivali: lui dell’Austria, io del Rapid. Finì 1-1, cinque giorni dopo la ripetemmo. Mock rimase in panchina, la fascia da capitano finì sul braccio di Fritz Szepan. A molti non parve una scelta casuale. Szepan era di Gelsenkirchen, in Westfalia. Quando ci eravamo allenati per la prima volta insieme dopo l’Anschluß, austriaci e tedeschi, aveva reagito male a un’esibizione di palleggi messa in scena da Stroh a centrocampo. Noi di Vienna avevamo applaudito tutti, lui provò a ripetere lo stesso numero e calciò il pallone addosso a Stroh, chiudendo con un insulto. Herberger adesso gli dava la fascia da capitano. Perdemmo 4-2, eppure ci davano favoriti per quel Mondiale. Tornammo subito a casa. Senza sapere, molti di noi, quale luogo dovessimo chiamare casa. Heimat.
Peter Platzer, durante la guerra, finì per due volte a bussare alla porta di Silvio Piola con la divisa da ufficiale addosso, ma solo per abbracciarlo. Quanto a me, nel ’41 con il Rapid Vienna ho battuto lo Schalke 04 degli anni d’oro nella finale per il titolo. Recuperammo tre gol e vincemmo 4-3. Parai tutto. Gli unici calciatori di Vienna a essere stati campioni di Germania.
Rudolf Raftl è morto nel settembre del 1994. Da austriaco
Eduard Madejski, arrestato da nazisti e comunisti
Quando presi sei gol dal Brasile, credetti di poterla chiamare umiliazione. Mi sbagliavo. Fu chiaro il giorno in cui bussarono alla porta di casa, la Gestapo era venuta ad arrestarmi. Vennero a prendermi perché giocavo a calcio, questa era la mia colpa. Io, Edward Madejski, portiere della nazionale polacca, titolare ai Mondiali del ’38.
La nazionale era rimasta la mia sola squadra. L’altra – quella che amavo più di tutte, quella per cui avevo giocato cinque anni, il Wisla di Cracovia – mi aveva allontanato per aver preso le difese del mio amico Lyko, Antoni Andrzej Lyko. Una sera se n’era andato al bar ed era tornato a casa alle 4 del mattino, i dirigenti lo avevano sorpreso, eravamo alla vigilia di una partita di campionato. Lo sospesero, giustamente, a me non andò giù il modo in cui lo trattarono, non furono belle le parole. Se non gioca Lyko, intervenni, non gioco neanche io. Lo stesso fece Alojzy Sitko. Restammo fuori in tre. Ma quando dopo la partita Antoni venne perdonato, io rimasi ancora ai margini. Non c’era più posto. Ero stato il più amato dalla gente e finiva così. Mi accordai con il Garbarnia, altra squadra della città, fu uno scandalo: la federcalcio bloccò il trasferimento per un anno, li scongiurai di non togliermi il posto in nazionale. E andai ai Mondiali. Conveniva a tutti.
Quei Mondiali per noi sono la storia di una partita sola, eppure non c’è polacco che non la ricordi. Ottavi di finale, Stade de la Meinau a Strasburgo, 5 giugno 1938. Noi contro il Brasile. Dopo la pioggia, avevano rimesso a posto il campo solo per modo di dire. Loro dovettero cambiare la maglia, eravamo bianchi in due. Dopo 18 minuti appena, mi fece gol Leonidas, pam, all’incrocio dei pali. Lo trattavano come se fosse stato un dio, lo chiamavano Diamante, il diamante nero. Di lui si diceva che avesse inventato la rovesciata, la bicicleta. Ma se Leonidas era un dio, cosa si dovrebbe raccontare di Ernst Wilimowski? Un fenomeno, aveva sei dita al piede destro, ci scherzava, giurava di essere immarcabile per quello. Si diceva slesiano, né polacco né tedesco, perché era nato a Katowice. L’1-1 lo inventò da solo. Prese la palla, saltò tre brasiliani, l’ultimo gli si aggrappò ai fianchi e lo tirò giù. Il rigore lo segnò Fryderyk Scherfke, ma all’intervallo andammo che eravamo sotto per 3-1.
Wilimowski era il cognome del suo patrigno, il suo papà era morto nella Grande guerra, la madre si era risposata. Ernst faceva fatica a sapere chi sentirsi, ma se gli davi il pallone sapeva benissimo dove metterlo.
Tornammo in campo e fece altri due gol, cominciammo a crederci, prima che Peració segnasse il 4-3 per il Brasile. Ci guardammo, Ernst disse Andiamo a farne un altro, e fu così. Ovviamente ci pensò lui, tripletta, 4-4 a un minuto dalla fine, tempi supplementari. Quando si parla di Italia-Germania del ’70, si dimentica Brasile-Polonia del ’38. Leonidas allora si scatenò, arrivò alla tripletta pure lui, 6-4 per il Brasile. Il diamante. Ma il primo dei due gol era irregolare, credetemi, lo segnò scalzo, senza scarpetta al piede, l’arbitro non se ne accorse. Noi tornammo a guardarci, Ernst disse Andiamo a farne ancora due. Stavolta esagerava. Segnò il suo quarto gol personale al 118′, sul 6-5 ci lanciammo in attacco per l’ultimo sforzo. In caso di pareggio, la partita si sarebbe dovuta ripetere quattro giorni dopo, come accadde a Cuba-Romania e Germania-Svizzera. Andammo vicinissimi all’impresa, all’ultimo respiro Nyc colpì la traversa, Batatais si era disteso senza arrivarci. Brasile ai quarti, noi a casa. A me era parsa un’umiliazione, a Varsavia ci accolsero da eroi.
I miei mi avevano fatto studiare, avevo una laurea in chimica. Ho cominciato a giocare in porta a 17 anni, non arrivavo a un metro e 80, ma avevo grandi riflessi. Era una delle frasi più frequenti sui giornali dell’epoca. Anche all’estero. Quando nel ’36 battemmo i londinesi del Chelsea, scrissero che ero stato perfetto, “lode piena, tanto da meritare un’incredibile tempesta di applausi”.
La tempesta vera stava arrivando. L’anno dopo i Mondiali, Hitler invase la Polonia, ogni attività sportiva nel Paese venne vietata. Ma se lo sport era illegale, se il calcio era illegale, era illegale la mia vita. Una persona che avevo conosciuto facendo piccoli lavori per l’esercito, mi sussurrò all’orecchio che da qualche parte, di nascosto, si giocavano tornei di calcio clandestini. Bastava non farsi scoprire dai tedeschi. Non ci riuscimmo. Vennero a prendermi dopo aver catturato altri compagni, mi chiusero nel braccio della morte del carcere di Stanislawowo, un villaggio della Gmina Zbójna, a nord est. Ci sono rimasto qualche mese, finché disposero il trasferimento a Montelupich, una delle prigioni naziste più temute. Bastò sentirne il nome per sapere cosa dovevo provare a fare. Servivano coraggio e fortuna, io potevo mettere solo il primo. Durante il viaggio riuscii a scappare. Ho camminato giorni e giorni per rifugiarmi a Limanowa, ma appena possibile raggiunsi Varsavia. Per un solo motivo. Avevo saputo che il calcio clandestino continuava lì. E continuai anch’io. Lontano dalla mia linea di gesso non sapevo stare.
Dai miei vecchi compagni di squadra arrivavano notizie orribili. Wilimowski aveva potuto continuare a giocare a calcio nelle squadre tedesche, era slesiano, aveva ottenuto la cittadinanza, era diventato un agente della loro polizia. Ma dovette cominciare presto pure lui a nascondersi dai nazisti, sua madre fu deportata in un campo di concentramento per una relazione con un ebreo. Seppi che Ernst alla fine era riuscita a salvarla per la sua amicizia con Hermann Graf, uno dei più celebri aviatori della Germania. Non si è salvato Antoni, il mio amico Antoni Lyko, arrestato per le strade di Cracovia, trasferito ad Auschwitz e ammazzato nel giugno del ’41. E il nostro allenatore Marian Spoida fu una delle vittime del massacro nella foresta di Katyn.
Quando la guerra finì, ricominciai a giocare ancora un po’ con il Polonia Bytom, poi ripresi a studiare. Il mondo stava riprendendo a girare, il mio si fermò di nuovo nel ’56. Avevo 42 anni. Stavolta alla porta di casa venne a bussare la polizia comunista. Ero stato il calciatore polacco che si era opposto ai nazisti in maniera più aperta e fiera. In Polonia stava cominciando la destalinizzazione con il ritorno al potere di Wladyslaw Gomulka, ma per me non c’era più gioia. Mi accusarono di essere una spia. La cella in cui mi chiusero aveva mura umide, quando pioveva sentivo fin dentro il cervello il fetore dell’acqua marcia. Traditore. Io che ero stato un patriota. Per tre anni non ho visto la famiglia, abbandonato anche da loro, dentro uno spazio dieci volte più piccolo di un’area di rigore. Umiliato. Senza diritti civili. Per trovare la forza di sentirmi vivo, la notte sognavo Leonidas e i sei gol presi quella volta in Francia dal Brasile. Sono uscito nel ’59, tre anni più tardi, le accuse erano state ritirate, forse dovrei dire cadute. Mi scagionarono completamente, si scusarono, troppo tardi perché potessi riprendermi i miei giorni, la salute, il piacere di stare con i miei, ormai perduti. Volevo solo dimenticare l’amarezza che per più di mezzo secolo ha falsificato la storia e soprattutto, perdonate, la mia vita.
Edward Dominik Jerzy Madejski è morto nel febbraio del 1996. È sepolto al cimitero Rakowicki di Cracovia

Che cosa successe durante i Mondiali
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Il contesto e il torneo
di eduardo galeano, Splendore e miserie del gioco del calcio
“Max Theiler scoprì il vaccino contro la febbre gialla, nasceva la fotografia a colori, Walt Disney proiettava Biancaneve, Eizenštejn filmava Aleksandr Nevskij. Il nylon, da poco inventato per opera di un professore di Harvard, cominciava a trasformarsi in paracadute e calze da donna. Si suicidavano i poeti argentini Alfonsina Storni e Leopoldo Lugones. Lázaro Cárdenas nazionalizzava il petrolio in Messico e affrontava l’embargo e altre furie delle potenze occidentali. Orson Welles inventava una invasione dei marziani negli Stati Uniti trasmessa alla radio, per spaventare gli ingenui, mentre la Standard Oil esigeva che gli Stati Uniti invadessero il Messico davvero, per punire il sacrilegio di Cárdenas e scoraggiare i suoi imitatori.
In Italia si redigeva Il manifesto sulla razza, cominciavano gli attentati antisemiti, la Germania occupava l’Austria, Hitler si dedicava a cacciare gli ebrei e a divorare territori. Il governo inglese insegnava ai cittadini il modo di difendersi dai gas asfissianti e raccomandava di accumulare generi alimentari. Franco stringeva d’assedio gli ultimi bastioni della repubblica spagnola e il Vaticano riconosceva il suo governo. César Vallejo moriva a Parigi, forse sotto un acquazzone, mentre Sartre pubblicava La nausea. Parigi, dove Picasso esponeva il suo Guernica denunciando il tempo dell’infamia, si inaugurava il terzo Campionato Mondiale di Calcio, sotto l’ombra minacciosa della guerra che stava arrivando. Nello stadio di Colombes, il presidente della Francia, Albert Lebrun, diede il calcio d’inizio: mirò al pallone ma colpì solo la terra. Come il precedente, questo fu in realtà un campionato europeo. Solo due paesi americani e undici europei parteciparono al Mondiale del 1938. La nazionale dell’Indonesia, che ancora si chiamava Indie Olandesi, arrivò a Parigi in rappresentanza solitaria di tutto il resto del pianeta. La Germania schierò cinque giocatori dell’Austria recentemente annessa. La squadra tedesca, così rinforzata, entrò in scena dandosi arie da imbattibile, con la croce uncinata sul petto e tutta la simbologia nazista del potere, ma finì per inciampare e cadde davanti alla modesta Svizzera. La sconfitta tedesca avvenne pochi giorni dopo che la supremazia ariana aveva subito un duro colpo a New York. quando il pugile nero Joe Louis polverizzò il campione tedesco Max Schmeling.
L’Italia, invece, ripeté la sua campagna della Coppa precedente. In semifinale gli azzurri sconfissero il Brasile. Ci fu un rigore dubbio, i brasiliani protestarono invano. Come nel 1934, tutti gli arbitri erano europei. Quindi arrivò la finale, che l’Italia disputò contro l’Ungheria. Per Mussolini quella vittoria era una questione di stato. Alla vigilia, i giocatori italiani ricevettero da Roma un telegramma di tre parole firmato dal capo del fascismo: vincere o morire. Non ci fu bisogno di morire perché l’Italia vinse 4-2. Il giorno seguente i vincitori vestirono l’uniforme militare nella cerimonia di celebrazione presieduta dal Duce.
Il quotidiano La Gazzetta dello Sport esaltò allora la «apoteosi dello sport fascista in questa vittoria della razza». Poco prima, la stampa ufficiale italiana aveva celebrato così la sconfitta della nazionale brasiliana: «Salutiamo il trionfo dell’italica intelligenza contro la forza bruta dei neri». La stampa internazionale elesse, nel frattempo, i migliori giocatori del torneo. Tra questi, due neri, i brasiliani Leonidas e Domingos da Guia. Leonidas fu, oltretutto, il capocannoniere con otto reti, seguito dall’ungherese Zsengeller con sette. Dei gol di Leônidas, il più bello fu realizzato contro la Polonia con un piede scalzo. Leônidas aveva perso la scarpa, nel fango dell’area di rigore, sotto una pioggia torrenziale”.
La società
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La donna italiana
di curzio malaparte, Corriere della sera, 17 giugno 1938
“Nel grembo femminile la dignità del nostro popolo, e la sua libertà, più sicuramente son custodite. Sempre è avvenuto, da noi, che nei tempi tristi i figli fossero migliori dei padri. Avviene talvolta che i bambini parlano un loro linguaggio misterioso, antichissimo, che gli uomini non intendono più, dimenticato forse da mille anni. Un linguaggio che le donne hanno gelosamente custodito nel loro seno. Poiché le donne non dimenticano, non perdonano. Sono più ferme, più severe, più costanti degli uomini. Quando tutto sembra perduto, partoriscono figli che non hanno dimenticato, né perdonato. Gli Italiani conoscono questo prodigioso potere delle loro donne, e a quello si affidano, con una fiducia e una speranza, cui si deve in gran parte la dignità delle nostre tradizioni. Sebbene la donna italiana abbia per costume di tenersi in disparte dalle scene del mondo, la sua presenza nascosta sempre si avverte nell’ombra dei damaschi delle bandiere, negli angoli oscuri delle umili case e nelle pieghe della cronaca illustre. Né lo scalpitar dei cavalli, né le voci imperiose, nè il tintinnio delle armi, il rullo dei tamburi, le canzoni soldatesche, riescono a coprire il canto delle donne curve sui telai, sui solchi, sulle culle. Nessuno capirà mai il segreto della nostra storia nazionale, se non tiene conto di questa presenza invisibile, quasi direi magica, da cui dipendono i pensieri, le opere, le imprese virili. Non solo nel canto dei poeti, nella prosa degli scrittori politici, ma nello stesso tumulto delle lotte civili (basta pensare a Dante, a Dino Compagni, al Machiavelli, al Guicciardini), ti par di sentire, come attraverso una porta socchiusa, un acciottolio di stoviglie, il ritmo di una culla, un parlottare sommesso di fantesche, un rider di bambini, un lieve camminare nella stanza di sopra, o quel morir del respiro sulle labbra di una donna quando infila il refe nella cruna dell’ago.
… Poiché la donna italiana è sempre, e sopra tutto, madre, più che sposa, sorella, amante. E veramente le cupole, le colonne, le torri, i palazzi, le navi, gli eserciti, le città, i regni, nascono dal suo grembo: e lo spirito dell’uomo e non fa che riceverli in dono”.
Come si giocava a calcio nel 1938
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L’invenzione del catenaccio
di alessandro lanzarini, La Storia dei Mondiali, Guerin Sportivo, 1989
“Dal punto di vista tattico, la Coppa del Mondo 1938 presenta alcune interessanti novità che apportano una ventata d’aria fresca allo stanco panorama internazionale. Mentre le grandi Nazionali della Mitteleuropa rimangono ancorate alla tradizione metodista d’inizio secolo, un gioco fatto di leziosità estremamente elaborate, ricami fini a se stessi senza soluzione di continuità e rari affondi in velocità, l’Italia di Vittorio Pozzo si stacca dal solco per tracciare una linea nuova, più moderna ed adeguata agli uomini a disposizione. Rispetto al 1934, la retroguardia azzurra disponeva di giocatori meno propensi all’agonismo e notevolmente più tecnici: le azioni potevano quindi risultare assai pulite sotto il profilo estetico, ma al contempo veniva allargata anche la libertà d’impostazione degli avversari. Da grande conoscitore delle cose del calcio, Pozzo capì questo e decise di porre rimedio rinforzando il settore offensivo in modo che le manovre di contropiede potessero risultare maggiormente efficaci. L’inserimento di Amedeo Biavati e Gino Colaussi si rivelò vincente: l’estrema del Bologna garantiva un costante rifornimento di traversoni per la testa di Piola o gli inserimenti del triestino, suggerendo oltretutto il passaggio in profondità ai compagni del centrocampo grazie ai suoi fulminei scatti. Senza saperlo, l’Italia 1938 crea il contropiede, schema tattico che qualche anno dopo entrò a far parte del bagaglio comportamentale di numerose scuole calcistiche di tutto il mondo. Come già nel 1934 la Germania era passata dalla gestione di Otto Nerz a quella del giovane Sepp Herberger. Nerz aveva abdicato dopo l’infelice Olimpiade berlinese, in cui la formazione di casa era stata estromessa dai dilettanti norvegesi che poi tanto filo da torcere avrebbero riservato anche ai nostri Azzurri. La sua vicenda personale finì poi in tragedia: fatto prigioniero sul fronte russo, venne rinchiuso sino al giorno del suo decesso in un campo di concentramento sovietico. Morì a soli 50 anni lasciando un vuoto difficilmente colmabile per il calcio nazionale.
La Svizzera, sulla cui panchina sedeva l’austriaco Karl Rappan, operavano secondo un modulo tattico scarsamente dispendioso di energie e votato al difensivismo ad oltranza. Rappan mise in campo una formazione congegnata in modo da limitare al massimo l’efficacia delle azioni offensive degli avversari: allargò sulle fasce i due terzini metodisti con il compito di marcare stretto le estreme opposte; piazzò un uomo in sorveglianza fissa sul centravanti avversario ma soprattutto arretrò un elemento del centrocampo alle spalle di tutti. Così facendo, irrobustì al massimo la difesa, che si veniva a trovare in superiorità numerica rispetto agli avanti «nemici». Era nato il «catenaccio»: mai invenzione calcistica fu più vituperata dai puristi, ma essa si rivelò a posteriori come una delle chiavi di interpretazione della storia del calcio per almeno trent’anni”.
Il malabarismo dei brasiliani
da Tutto Mondiali, Rizzoli, 1978
Il calcio brasiliano si fonda – soprattutto – sulle qualità tecniche dei suoi componenti. I calciatori di colore aggiungono a tali doti anche quelle tipiche della loro razza, cioè l’elasticità, l’elevazione, lo scatto fulmineo. Sotto il profilo tattico, il Brasile non raggiunge ancora un livello molto elevato di praticità, in quanto il malabarismo, cioè il vezzo di esibirsi in assolo, fa sì che i fondamentali siano fini a se stessi. Ma un abbozzo di schema è senza dubbio costituito dalla diagonale che parte da un difensore a destra o a sinistra, per proseguire con un centrocampista e finire su una punta. La diagonale brasiliana opera da una fascia all’altra e nel campionato del mondo del 38 si afferma il talento naturale di Domingos, Luisinho, Peracio e Patesko.
In che cosa eccelleva l’Italia
di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio
“Perché vincevamo tutto noi? Il calcio ormai ha messo insieme organizzazione e talento, razze e politica, è pronto per diventare qualcosa di completamente nuovo. La cosa straordinaria, quasi imprevista, è che i migliori diventiamo improvvisamente noi italiani. I due mondiali degli anni Trenta sono stati quasi dimenticati perché erano figli di una stagione che volevamo dimenticare. Quei successi erano finiti per diventare una straordinaria cassa di risonanza per il fascismo. La stupidità ideologica che prende alla fine di un regime, spesso uguale e contraria a quella che vuole combattere, ha continuato nel dopoguerra a rimuovere i ricordi di quelle vittorie. Ci siamo ricordati di Vittorio Pozzo e dei suoi mondiali quando nell’82 abbiamo vinto quello di Spagna. Allora abbiamo fatto la somma, due più uno, ci è tornato comodo non essere al debutto ma quasi sul tetto.
Quanto fossimo impreparati a un concetto di storia del calcio e quanto ne volessimo restare lontani lo dimostra il fatto che nessuno si è mai posto una domanda semplice: perché in quel tempo vincevamo sempre noi? Molti ci hanno raccontato il come, ma non il perché. Sono state fatte cronache delle partite, degli eventi, ma non l’esame di un fenomeno.
Eppure non abbiamo vinto un mondiale, abbiamo fatto epoca.
… Cosa ci aveva portato a raggiungere questa qualità, questa forza? È stata così grande e soffusa da far sembrare strano quanto poco l’abbiamo rivendicata. Quello passa ancora per essere il tempo del grande isolamento dell’Inghilterra, quando gli inventori del calcio si sentivano così più forti da non volersi mescolare agli altri. Passi per l’Inghilterra che già comunque aveva perso buona parte di ciò che la rendeva superiore, come dimostreranno i risultati successivi. Ma tutti gli altri grandi Paesi c’erano. Nella semifinale del ’38 abbiamo eliminato il Brasile che, come sempre, era più forte e favorito di noi. Abbiamo battuto. ungheresi e austriaci, cioè il grande calcio danubiano, la leggenda del tempo. Siamo rimasti dal 1930 al 1940 praticamente imbattuti (solo 5 sconfitte) e campioni del mondo in carica per i successivi dieci anni, fino al 1950, quando vinse l’Uruguay. Nessuno è mai stato sedici anni campione del mondo. Torna allora la domanda: cosa ci aveva resi forti e cosa ci confermò per così tanto tempo i migliori?
… Terza risposta: gli oriundi. Abbiamo visto che furono praticamente un’invenzione di Edoardo Agnelli nel momento in cui la Carta di Viareggio del ’25 aveva messo fuori gli stranieri dal campionato. Non c’è dubbio che portarono qualcosa d’importante, uno spirito e un gioco che noi non avevamo e che ci completò. Fummo molto criticati per il loro utilizzo, anche molti italiani non erano d’accordo. Ma Mussolini fu durissimo nell’imporli e giurò che erano italiani come tutti noi. C’è da dire che le nostre migrazioni in Sudamerica risalivano a fine Ottocento, inizio Novecento. Non erano passati cento anni, molti dei ragazzi arrivati vivevano ancora in famiglie profondamente italiane. Certo furono un numero importante.
… Quinta risposta: organizzazione e fascismo. Il calcio in Italia è presto molto ben organizzato. Il salto si ha prima della Grande Guerra e subito dopo. Il Fascismo porta chiarezza nella gestione del potere, forse anche troppa. Non credo che il regime sia stato fondamentale nella crescita della qualità del calcio italiano. Altri grandi Paesi hanno avuto regimi fascisti o comunisti (Germania, Unione Sovietica, poi Spagna, Austria e altri) senza che il loro modo di giocare ne abbia risentito in un senso o nell’altro. Però senza dubbio il regime porta uomini e rigore. Il fascismo chiede molto al calcio. E gli dà anche molto. Mussolini cavalcò un fenomeno popolare che già c’era, non lo creò né lo rafforzò. Ma lo capì per primo. Capì che non era uno sport, era un linguaggio universale. Il calcio semplificava e rendeva evidenti le ideologie del regime. Era un mezzo di consenso e un premio. Pretese che avesse mezzi e credibilità.
La nazionale degli anni Trenta si sentì sempre molto fascista. Il Duce si fermò spesso con i giocatori, volle renderli simboli di gioventù e peculiarità italiana. E i ragazzi di Pozzo accettarono senza farsi domande. Che fossero fascisti per inerzia, per dovere o entusiasmo, è chiaro. Ma non c’è dubbio che lo furono.
Quando nel ’38 i francesi, avendo la maglia blu, obbligarono noi a cambiare colore di maglia, ci offrirono una muta di colore rosso fuoco. I dirigenti federali, tutti gerarchi, rifiutarono la proposta come una provocazione, ma i giocatori andarono oltre. Decisero di giocare con maglie nere, il colore del fascismo. Non erano eroi del regime, ma capivano che l’Italia non era solo una nazionale di calcio. In quel momento era un’idea comune.
C’è da dire che questo lo capirono anche i partigiani bresciani che trovarono Eraldo Monzeglio a Salò dopo la fuga del Duce. Monzeglio era un amico di famiglia di Mussolini, maestro di tennis dei figli e fascista convinto. Erano titoli che in quei giorni valevano la condanna a morte. Ma i partigiani dissero che un campione del mondo non poteva essere toccato. E se ne andarono”
Protagonisti
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Silvio Piola senza piedi di velluto
di gianni brera, Repubblica
“Piola nasce in Lomellina, punto d’incontro di tre razze: liguri, celti, germano-lombardi. È un atleta splendido: alto ma non troppo (1,79), agile e potente insieme; senso acrobatico, notevole velocità in allungo, capacità balistiche superiori con i due piedi, che peraltro non sono portati al tocco di velluto. È il tipico centravanti di sfondamento, quale conviene ormai a una nazionale che è troppo famosa per venir aggredita come un tempo: deve anche imporre il proprio gioco, e questo non vale sempre ad assicurare spazi possibili (nei quali un tempo guizzava Meazza). Checché ne dica il Pepp, è stato un vero centravanti da combattimento: quando i raffinati prendevano il largo, era lui solo a rischiare per vincere. Il clan azzurro lo osteggiava ed egli vi è entrato soltanto nel 1935 per volontà di Vaccaro e Barassi. Pozzo era ligio agli umori dello spogliatoio e non avrebbe voluto saperne. Meazza l’ha sempre considerato un usurpatore e un broccaccio, anche quando la stampa di tutto il mondo l’ha proclamato il miglior centravanti dei mondiali 1938”.
| Il predatore
di enrico de maria, La Stampa, 5 ottobre 1996
“Da bambino giocava sull’acciottolato di piazza Cavour, poi nella Veloces, infine nella Pro, prima di prendere il volo verso Roma. Non ci sarà mai più uno come lui. La ferocia del predatore che artiglia il pallone davanti al portiere per poi scaricarlo alle sue spalle si stemperava nelle infinite dolcezze familiari. Amava l’urlo liberatorio del «Robbiano» ma anche la quiete dell’alba nebbiosa, quando usciva con il suo cane e la doppietta. Aveva trasmesso la passione per la caccia (non per la pesca) al figlio Dario, noto avvocato. Gli piaceva la sua città, dove tutti lo riconoscevano. Gli piaceva, ad ottant’anni suonati, andare allo stadio. S’infervorava. Poi subito a casa, dalla sua Alda, a raccontare e a ricordare. Una vita spartana, prima da atleta, poi da ex. Sono venuti altri campioni, altri ancora ne verranno, ma uno come lui tarderà a nascere. Se nasce”
Leonidas da Silva
di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
“Aveva la stazza, la velocità e la malizia di una zanzara. Nel Mondiale del 1938, un giornalista francese del periodico Match gli contò sei gambe, e ritenne che avere tante gambe era roba da magia nera. Io non so se il giornalista francese fece caso che, oltretutto, le molte gambe di Leônidas potevano allungarsi di vari metri e si piegavano e rianno davano in modo diabolico. Leônidas da Silva entrò in campo il giorno in cui Artur Friedenreich, ormai quarantenne, si ritirò. Ricevette lo scettro dal vecchio maestro. In poco tempo, il suo nome era già una marca di sigarette e di cioccolatini. Riceveva più lettere di un divo del cinema: le lettere gli chiedevano una foto, un autografo o un impiego pubblico. Leônidas segnò molti gol, che non contò mai. Molti li realizzò sospeso in aria, coi piedi che giravano, a testa in giù, di spalle alla porta: era molto abile nelle acrobazie della cilena, che i brasiliani chiamano la bicicletta. I gol di Leônidas erano così belli che anche i portieri avversari si rialzavano per congratularsi”.
Domingos
di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
“A est la Muraglia Cinese, a ovest Domingos da Guia. Non ci fu difensore più solido in tutta la storia del calcio. Domingos fu campione in quattro città: Rio de Janeiro, San Paolo, Montevideo, Buenos Aires, e fu da tutte e quattro adorato; quando lui giocava, gli stadi si riempivano.
Prima i difensori si attaccavano agli attaccanti come francobolli e si liberavano subito della palla come se bruciasse loro tra i piedi, calciandola via il più in alto possibile. Domingos, al contrario, lasciava andare l’avversario nel suo vano slancio mentre gli rubava il pallone, e quindi si prendeva tutto il tempo del mondo per allontanare la palla dalla zona di pericolo. Uomo di classe imperturbabile, faceva tutto fischiettando e guardando dall’altro lato. Disprezzava la velocità. Giocava al rallentatore, maestro del brivido, gaudente della lentezza: si chiamò domingada, l’arte di uscire dall’area con tutta calma, come faceva lui, separandosi dalla palla senza correre e senza volerlo, perché gli dispiaceva restare senza di lei.
«Questa qui, la palla, mi ha aiutato molto. Lei o le sue sorelle, no? È una famiglia alla quale serbo gratitudine. Nel mio passaggio sulla terra lei è stata la cosa più importante. Perché senza di lei nessuno potrebbe giocare. Io cominciai nella fabbrica di Bangu. Lavorando, lavorando fino a che non incontrai la mia amica. E con lei fui molto felice. Conosco il mondo intero, ho viaggiato molto, ho avuto molte donne. Anche le donne non sono male, no?».
(Testimonianza raccolta da Roberto Moura)
Amedeo Biavati
di gianni de felice, Corriere della sera, 24 aprile 1979
“È morto Biavati. A un giovane collega abbiamo chiesto: ne hai mai sentito parlare? Ci ha risposto no. Abbiamo dedicato egualmente alla scomparsa del vecchio azzurro mondiale un vistoso titolo su cinque colonne. Certo, tanti altri ventenni o trentenni non lo conoscevano, non avevano mai sentito parlare del fornaretto bolognese che schizzava in dribbling piantando il terzino con una diabolica finta in doppio passo. Ma proprio per questo è giusto che sappiano, che conoscano chi fece del calcio il più popolare e diffuso spettacolo sportivo degli italiani. Come Meazza, Monzeglio, Ferrari, Foni, Piola, anche l’ala bolognese Biavati contribuì con i suoi gol e le sue invenzioni a radicare nella vita del nostro Paese il britannico gioco del football. Fu uno degli eroici e gloriosi padri delle nostre domeniche. Peccato che il calcio se ne ricordi soltanto ora che è morto, e che tanti giovani lo scoprano soltanto oggi.
Tutti lo ricorderanno come l’ala del doppio passo. Un giorno, qualche anno fa, cercò di spiegare questo trucco ormai famoso. Disse: «Era una finta in velocità che mi riusciva istintiva e che quasi sempre lasciava di stucco l’avversario. Ma mi dispiaceva ridicolizzare i terzini e allora la usavo soltanto contro quelli carogna»
La Stampa: “La guerra lo tolse dall’attività agonistica. Rimase ai margini allenando squadre di provincia, si trasferì persino in Libia per allenare la squadra della polizia, preparò alcuni giovani di valore del Bologna (Bulgarelli, Tumburus). Ora aveva un piccolo impiego al Comune ed allenava i ragazzi del San Lazzaro. Ma nessuno, proprio nessuno è mai riuscito ad imparare da quel maestro l’autentico, incredibile passo doppio”.
Il doppio passo di Biavati in un disegno di Carmelo Silva [da Tuttomondiali, La Gazzetta, 1978]
La semifinale contro il Brasile
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Il saluto romano della Nazionale
di roland mesmeur, Le Figaro, su Guerin Sportivo, 1989
“È senza dubbio interessante porre l’accento sul clima politico del momento: con la Spagna dilaniata dalla guerra civile e la conferenza di Monaco a mettere in evidenza il lassismo di Francia Inghilterra contro la tracotanza di Hitler. Mentre il rumore dei cannoni già si faceva sentire in lontananza, il comportamento del pubblico era un omaggio alla saggezza e la testimonianza di uno spirito sportivo molto vicino alla perfezione. E se gli italiani dovettero affrontare qualche problema fu solo perché chi aveva dovuto lasciare la patria per ragioni politiche trovò nello sport il mezzo migliore per esprimere i propri rancori. L’elegante Vittorio Pozzo, grande giornalista riciclato nel ruolo di allenatore della nazionale azzurra, non trovò nulla di meglio, per rinforzare l’unità morale dei propri uomini, di un doppio saluto romano davanti al pubblico di Marsiglia”.
Come reagirono gli antifascisti di Marsiglia
di pier luigi tagiuri, Il LIttoriale, 17 giugno 1938
“La preferenza partigiana che il pubblico marsigliese ha dimostrato ininterrottamente per i brasiliani, non ha questa volta attenuanti; perché l’Italia come squadra si è rivelata oggi indubbiamente superiore all’avversaria. Noi ammettiamo, troviamo logico e giusto anzi, che un pubblico neutrale propenda e si entusiasmi per chi gioca meglio; ma questo pubblico deve riconoscere e sottolineare egualmente, se vuole meritarsi la patente di sportivo, quanto di bello si fa da una parte e dall’altra. Scrosci di applausi invece sempre per gli attacchi o i salvataggi dei brasiliani; raffiche di fischi e urla di disappunto quando erano gli azzurri a prevalere all’attacco o in difesa, o l’arbitro puniva i brasiliani. Sempre così sino alla fine, anche nel periodo non breve in cui, dopo il secondo gol italiano gli Azzurri, in vantaggio per 2 a 0, segnavano una superiorità quasi schiacciante sui rivali.
Abbiamo voluto mettere prima di ogni altra considerazione le cose a posto. Fummo indulgenti col pubblico in occasione dell’incontro con la Norvegia; oggi dobbiamo riconoscere di essere stati troppo buoni e ottimisti.
… Io non so quale sia il vero valore di Leonidas, la cui assenza tanto temuta dai brasiliani, si è effettivamente verificata. Ma per virtuoso e bravo che sia questo negro centravanti, non credo che la sua collaborazione avrebbe potuto mutare volto alla squadra. O meglio non avrebbe potuto dare fisionomia di squadra a questa accolta di superbi atleti, di finissimi giocolieri, ma più artisti da palcoscenico, che assi di una disciplina sportiva. Troppo poco padroni dei nervi, troppo proclivi a passare dalle finezze e dalla acrobazia al calcio agli stinchi e alle caviglie degli avversari. Infatti è accaduto che hanno segnato il loro punto non appena sono riusciti a moderare un poco i bollenti spiriti. Inoltre dobbiamo rilevare questo: che dell’«undici» brasiliano, rinomato, famoso e temuto soprattutto per l’insidiosità dell’attacco, sono stati invece il portiere Walter, il terzino Domingos, il mediano Zezè, gli uomini che maggiormente si sono distinti”
L’assenza di Leonidas
di emilio de martino, Corriere della sera, 17 giugno 1938
“Ce li avevano presentati come dei formidabili giocolieri: e effettivamente trattano il pallone molto bene. Ma i Meazza, i Ferrari, i Piola, anche gli Andreolo, i Locatelli, i Foni e i Rava, che sono stati dei dominatori, sanno trattarlo ancora meglio di loro. Le previste prodezze non si sono mai verificate. Una unica scusa hanno avuto i Brasiliani: la mancanza di Leonidas, il giocoliere dei giocolieri, costretto a riposo da uno strappo muscolare. Ma forse avrebbe fatto anche lui la fine degli altri”.
Il rigore di Meazza al Brasile e la leggenda dell’elastico nel disegno di Carmelo Silva
La finale contro l’Ungheria
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Alle ore 18 il Duce ha sorvolato Lugo e ha lasciato
cadere ramoscelli di alloro sul Monumento a Baracca
Il Littoriale
Una partita per gli ingenui
di gianni brera, La leggenda dei Mondiali
“La finale con gli ungheresi è eccitante per i soli ingenui. Lo svizzero Andreoli, giornalista tipografo, mi garantisce di aver sentito in tribuna che l’esito era stato deciso in alto loco. Insulto Andreoli, che pure è un buon diavolo, e qui riferisco per solo dover di cronaca. L’Ungheria è un paese satellite dell’Italia, che le acquista il grano a prezzo almeno doppio, però mi rifiuto di credere che la politica c’entri minimamente con la pedata. Dal 1930, i magiari non toccano più terra con noi. In tribuna, a Colombes, la possono pensare come vogliono francesi e antifascisti. In campo si vede subito che gli italiani sono i più forti. Non sono passati più di 5′ allorché Serantoni sventa un angolo appoggiando a Biavati: il bolognese accenna allo scambietto come per volersene andare: a centrocampo, invece, si libera su Meazza, che lo segue al trotto: Meazza colpisce di prima e taglia il campo in diagonale arrivando a Colaussi: il triestino sferra il sinistro dopo aver saltato Polgar: la porta ungherese viene infilata di prepotenza.
Il magnifico Giorgio Sarosi, che è capitano e laureato in giurisprudenza, manda in rete Titkos per l’ 1-1. Gli azzurri prendono atto e ripartono all’assalto. Biavati sbaglia un gol fatto e Piola colpisce un palo. Insistono gli azzurri e impostano un’azione di altissima classe: Colaussi, Piola, Ferrari, Meazza, entrano in gioco: vi è un attimo di sospensione attonita: poi Meazza libera Piola al tiro squassante: è il 2-1. Reagiscono gli ungheresi, gente di gran razza, ma il loro calcio è un poco ruminato. Gli azzurri li controllano dall’alto: ogni poco gli spazi davanti a Szabo si fanno così larghi che non avventarsi parrebbe un delitto di leso calcio: si libera prima Colaussi ma s’inciampa sulla palla; si libera Ferrari, trottatore indefesso, e purtroppo colpisce il palo. Poi finalmente s’inquieta Meazza e il suo perentorio diagonale consente a Colaussi di segnare con eleganza il 3-1.
Szabo verrebbe battuto altre due volte se gli azzurri ci mettessero un po’ più di cattiveria. Alla ripresa tornano all’attacco i magiari e Biavati avrebbe la palla del 4-1 ma la sbatte sul palo. Gli azzurri pensano di poter agevolmente conservare il 3-1; si sbagliano. Come il fuoriclasse Giorgio Sarosi ottiene al volo il 3-2, la partita si riapre. Per fortuna, la nostra difesa tiene benissimo. Un rilancio di Rava, al 36′ , consente a Ferrari di aprire sul centro-destra per Piola: scatto e fuga dell’ ala lungo l’out: cross in corsa: arrivo furente di Piola e destro al volo, assolutamente imprendibile: 4-2. A questo punto gli ungheresi si arrendono. Gli azzurri inscenano lunghe ma non irridenti meline.
Gli applausi della gente sono sinceri. Il presidente della Repubblica francese, Lebrun, procede alle premiazioni. Stringe la mano a tutti, anche a Giorgio Sarosi, che si è confuso con gli azzurri per essere il primo a fargli i complimenti. Memorabile anno, quel 1938: gli italiani hanno vinto con Nearco il Grand Prix d’ Amérique, con i calciatori hanno rivinto il mondiale, con Gino Bartali vinceranno tra poco il Tour de France. “Ces italiens – constata Lebrun – ils gagnent tout!”.
Aver compiuto il proprio dovere fino in fondo
di vittorio pozzo, La Stampa, 20 giugno 1938
“È finita. La Coppa del Mondo, il più grande dei trofei calcistici che esistano sull’orbe terracqueo, il più ambito degli onori, rimane all’Italia. Quando, alle 19,52, l’arbitro ha emesso il segnale di chiusura della contesa, i giocatori sono rimasti un istante come interdetti. Poi, l’entusiasmo e il giubilo hanno avuto libero sfogo. Braccia in alto, grida che non trovano modo di uscire dalla gola, ricerca delle persone con cui si sono divise fatiche, privazioni, ansie, emozioni; baci, abbracci. E, attorno, gli italiani a migliaia che gridano, urlano, agitano bandierine, paiono impazziti.
… A metà tempo la squadra era nervosa. Negli spogliatoi essa fremeva. Bisogna conoscerla, per comprenderla. Era arrivata fin dove era arrivata grazie ad uno sforzo e della volontà e del fisico di un carattere tutto speciale. Era stata colta da una crisi che poteva prendere forma di grave malattia proprio al primo passo fatto nel torneo. Si era ripresa per cadere dalla padella nella brace, per piombare, cioè, nella situazione morale più difficile che la grande competizione potesse preparare ad uno qualunque dei suoi contendenti. Usciti trionfanti da questa complicata situazione, si era vista la via sbarrata dall’avversario tecnicamente più temuto di tutto il torneo, dal vero spauracchio del torneo stesso: il Brasile. In ambiente nettamente, biecamente ostile, questo avversario lo aveva battuto facendo assurgere il proprio gioco a un livello elevatissimo. È con questo po’ po’ di peso materiale e morale sulle spalle come passato si era presentata alla finale
… La fatica è finita. V’è nel cuore di ognuno di coloro che vi hanno partecipato una soddisfazione intima, una gioia così viva e intensa, che nessuna parola, nessuna espressione potrebbe rendere. Compenso di tutto, questa gioia, che getta dirigenti e giuocatori l’uno nelle braccia dell’altro, che stringe i cuori, fa gonfiare gli occhi e non lascia trovare parole acconce. Non vi è, come soddisfazione, nulla al mondo di più bello e di più grande del proprio dovere compiuto con successo”.
L’italianità nel mondo
editoriale non firmato su Il Littoriale, 20 giugno 1938
“Dinanzi alla fulgida vittoria conquistata dagli Azzurri in terra di Francia, le parole contano poco. Non possono essere le frasi a sottolineare il significato di questo secondo campionato del mondo che l’invitto undici italiano ha ancora una volta dominato nel nome del Duce. C’è soltanto la fierissima commozione di tutti gli sportivi, di tutti gli Italiani: commozione che ha unito ieri milioni di cuori in un cuore solo, proteso oltre confine per dire agli atleti di Mussolini la profonda gratitudine della Nazione. In un paese travagliato e immiserito dalle più tristi e infeconde lotte di partito, la compagine azzurra è apparsa come la personificazione stessa di quelle qualità civili, di quel patrimonio ideale che i popoli giovani e audaci hanno posto a base della loro vita nazionale. Essi hanno ancora una volta riaffermato che lo Sport – guidato da uomini che sappiano effettivamente essere fedeli interpreti degli ordini del Duce – è un meraviglioso ambasciatore di italianità nel mondo”.
La squadra ideale secondo la Gazzetta dello sport [3-2-5]
Olivieri [Italia] – Domingos [Brasile], Andreolo [Italia], Rava [Italia] – Serantoni [Italia], Locatelli [Italia] – Biavati [Italia], Meazza [Italia], Piola [Italia], Sarosi [Ungheria], Leonidas [Brasile]
LE CANZONI DEL 1938