La Coppa che risarcisce i dolori della Roma

Sognavo questa Roma, e Roma c’è

Antonello Venditti

  Dopo la vecchia Coppa delle Fiere del ‘61, la Roma non aveva più vinto un torneo internazionale. La finale della prima Conference League è stata decisa da un gol di Zaniolo nel primo tempo. L’Italia non entrava nell’albo d’oro di una competizione UEFA dal 2010. Anche allora c’era José Mourinho in panchina, quando l’Inter batté il Bayern al Bernabéu. Era la Champions. 

 

Quella sera aveva il numero 22 dietro la maglia, Diego Milito. Segnò i due gol. Lo stesso 22 portato da Nicolò Zaniolo sul prato di Tirana, dove il calcio s’è presentato come fa ogni tanto, nei panni di chi passa a restituire ciò che in altre occasioni ha tolto. Il legamento saltato nel settembre 2020 aveva privato il più forte e il più moderno Under 23 italiano dell’occasione di vincere gli Europei con la Nazionale. È un risarcimento per Leonardo Spinazzola, al suo quarto spezzone dopo 10 mesi di rieducazione per la rottura del tendine d’Achille. È un risarcimento di José Mourinho alla Roma gialla e rossa, a cui sfilò lo scudetto alla quartultima giornata, con un sorpasso nato in una di quelle circostanze così tipiche per chi è meno abituato a vincere: la Roma cadde in casa contro la Sampdoria, schiacciata dal peso di dover replicare al successo di 24 ore prima dell’Inter sull’Atalanta.

È un risarcimento per Mourinho stesso, compresso dentro un personaggio, costretto a recitarlo, soprattutto quando sceglie un palcoscenico nuovo come stavolta. Aveva appena chiuso con una sua squadra la quarta stagione di fila al di sotto del quinto posto. Questa Coppa lo rilancia nel teatro dell’attualità. Spesso viene sottolineato che cosa abbia dato a Roma, stamattina bisogna chiedersi cosa Roma abbia dato a lui

È un risarcimento per chi ha trascorso un quindicennio in attesa di qualcosa, riempiendolo di 4 finali perse, 11 cambi d’allenatore e 5 presidenti diversi. Con lo sfregio ulteriore di otto derby andati, di cui tre consecutivi fra 2011 e 2012, come non succedeva dal 73-74, e gli ultimi tre campionati chiusi dietro la Lazio, e non capitava dal 95-96-97. 

Tutto lava ora Tirana, per chi è partito e per chi è rimasto, i cinquantamila radunati all’Olimpico per guardare tutti insieme una partita che si giocava a 700 km di distanza. 

 

Alessandro Catapano sul Messaggero sottolinea che la gente romanista ieri aveva un appuntamento con la storia, la propria, per farci i conti, una volta per tutte. Ci è arrivata con una strana inusuale fiducia, più forte della caratteristica scaramanzia, fiduciosa – appunto – che nella notte di Tirana i sogni, per una volta, si realizzassero nella forma tanto agognata di una Coppa, e non si perdessero nella solita dolorosissima struggente valle di lacrime

Oppure, come scrive Fabrizio Roncone sul Corriere della sera, Tirana tutto lava per tutti quei romanisti che sono cresciuti con la struggente filastrocca di Conti Peccenini Rocca, per quelli che in terza elementare fecero festa il giorno che fu acquistato Sperotto, per le cupe domeniche di pioggia in cui all’Olimpico si aspettava l’ingresso di Scarnecchia, e poi per gli adolescenti che persero l’innocenza quando fu annullato quel gol a Turone, e naturalmente per tutti quelli che continuavano ostinati a cantare l’inno dopo i 7-1, per quelli che al Circo Massimo da Antonello Venditti ci andarono lo stesso dopo i rigori persi contro il Liverpool, in quella tremenda notte di sogni, di coppe e di campioni, notte di lacrime e preghiere. La vita (apparentemente) agra del tifoso romanista viene saldata da serate come questa. Negli incantesimi accade tutto in fretta. Qui è tutto così eccessivo, eccitante, psichedelico. Bisognerebbe essere tifosi della Roma, per capire. Lasciate stare.

 

 

Questo trofeo vale più di una vecchia Coppa delle Coppe

 

DI ROBERTO LIBERALE

 

Il tentativo di sminuire la vittoria della Roma in Conference League è molto capzioso. Quando l’UEFA aveva già tre Coppe, fino al 1999, erano salutati con grande gloria anche i successi nei tornei considerati minori. La Coppa delle Coppe, spesso la minore fra le tre per nobiltà delle partecipanti, veniva invece considerata la seconda per importanza. Dava un posto nella finale della Supercoppa. 

Nelle sette Coppe delle Coppe vinte dalle squadre italiane, il quadro delle avversarie battute non è certo superiore a quello delle rivali affrontate dalla Roma. La Fiorentina nel ’61 superò solo tre avversarie, una era il Lucerna, l’ottava della Svizzera. Il Milan nel ’68 batté in finale l’Amburgo, che è una squadra tedesca, ma 13esima in campionato in quella stagione. Così come nel ’73 in semifinale trovò lo Sparta Praga, undicesimo in Cecoslovacchia, e lo Spartak Mosca, stessa posizione in URSS. La Juventus eliminò una finlandese nei quarti (Haka), il Parma del ’93 ebbe come ultima avversaria la quinta del campionato belga (Anversa) e la Lazio nel ’99 scavalcò i greci del Panionios, 15esimi in campionato, prima di battere Lokomotiv Mosca e Maiorca. 

Nel suo cast, la Conference League potrebbe essere giudicata addirittura un po’ superiore alla Coppa delle Coppe di allora. 

La Roma ha affrontato i campioni di Turchia (Trabzonspor), una squadra di Premier (il Leicester), la terza in classifica d’Olanda (Feyenoord). 

 La Conference League è molto più che una Coppa di consolazione per chi deve essere consolato. Un’altra recensione positiva è arrivata dalla rivista So Foot. A volte derisa, spesso incompresa – ha scritto Julien Duiz – la Conference League ha chiuso la sua prima edizione con una finale che sa di calcio d’altri tempi. Quando le due squadre protagoniste non si conoscevano con mesi di anticipo. E se questo profumo di nostalgia finisse per diventare una norma in futuro?

 

 

La partita e dintorni

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   CORIANDOLI Che cosa si dice in giro

1-0 | Mario Sconcerti sul Corriere della sera giudica che “non è stata una bella partita, ma è stata una grande vittoria. Alla Mourinho, niente concesso al palleggio, molto tattici anche gli uomini di talento come Pellegrini e Abraham, ma una forza di gruppo intensa e una chiave di gioco molto precisa. Una Roma umile, anche affannata, spesso con l’ombra della stanchezza addosso, ma sempre dentro la vittoria

Uno di quei passaggi che hanno il potere di aprire porta e costruire ponti verso qualcosa, Sconcerti lo definisce un grande passo avanti di questa squadra dai tifosi oceanici e una confusione di fondo che ne smorza sempre il rumore. Questo è un successo su cui cominciare un futuro. C’è una maturità complessiva che comincia a farsi progetto. Le basi sono la serietà della proprietà e la forza indomita, a volte eccessiva, di Mourinho, il carisma terribile che mette insieme da solo gli scalini di una squadra che non gioca meglio di un anno fa, ma è molto più un complesso, un collettivo

La frase con cui Sconcerti salta ogni discussione sulla Coppa e su tutto, è questa: Il calcio non vive solo di realtà, serve a immaginare. Inoltre aggiunge che “c’entra poco il calcio italiano, non è una resurrezione, è una storia quasi privata, personale. Di una città, di giocatori, di un grande tecnico. Ma è una storia che comincia, non è finita a Tirana.

Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello sport-stadio, sottolinea invece: La Roma scrive la pagina più importante della sua storia sportiva e s’intesta la rappresentanza del calcio italiano. Non solo perché è la prima squadra a vincere un titolo europeo dal lontano 2010, ma perché conquista la Conference League con un carattere straordinario che il calcio di club sembra aver dimenticato.  La Roma che trionfa a Tirana è un esempio di quanto il calcio sia, allo stesso tempo, un manufatto artigianale e un prodotto di altissima raffinatezza. Dove i piedi e la testa contano allo stesso modo e, soprattutto, sono obbligati a connettersi con il cuore. La superba solitudine di Mourinho, nella notte di Tirana, è la prova che c’è nella finitezza di ciascuno qualcosa di sacro

  ◇  Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello sport sottolinea che nei primi 10 minuti della ripresa, la Roma è stata a un passo dal cedere, e se l’avesse fatto, chissà come sarebbe finita. Non ha mollato, però, anche perché nei dieci minuti più bui la Roma è stata tenuta viva da Smalling, monumentale nel suo difendere uno contro tanti; da Rui Patricio, decisivo con due interventi strepitosi; e da una discreta dose di fortuna, visto che per due volte il portiere si è salvato con l’aiuto dei legni. La vittoria è giusta, 10 minuti di furia non consentono al Feyenoord di rivendicare nulla, serviva di più.

  ◇  Matteo Pinci su Repubblica sottolinea: La Roma che vince, chi la ricordava più.  Ci teneva Lorenzo Pellegrini, che quando Totti sollevò l’ultimo trofeo, la Coppa Italia, doveva ancora finire le scuole medie: faceva il raccattapalle, a volte, e magari sognava di emularlo. Ora l’immagine come in un gioco di specchi, in un romanzo popolare, s’ è rovesciata, con Totti in tribuna ad applaudire Lorenzo. Ma questa emozione, un trofeo europeo sollevato al cielo no: nemmeno Francesco l’aveva provata mai. Roma negli anni ha fatto papi allenatori che l’avevano inebriata con l’idea di un calcio propositivo, ma poi per vincere ha pensato prima di tutto a trasformare l’Arena Kombetare in un ring: il terreno migliore per le squadre di José, che nel corpo a corpo studiato, strategico, ha costruito una fortuna inesauribile. E forse è anche questo che ha riavvicinato la gente a questa squadra, riempiendo stadi per una stagione intera anche contro le ultime in classifica: la sensazione che sia disposta a combattere per i propri obiettivi. Quasi un contrappasso, rispetto alle isterie, alle fragilità, a quel vorrei ma non posso che per anni è stato la lettera scarlatta sulla squadra.

  ◇  Ancora Catapano sul Messaggero sottolinea: Che l’Italia abbia dovuto attendere il ritorno di Mourinho (ieri in lacrime dopo il trionfo) per rivincere una coppa europea, dodici anni dopo la Champions interista, dice molto dell’integrità professionale del tecnico portoghese ma, anche, della dimensione del nostro calcio, ormai più a suo agio nelle ristrettezze dello stadio di Tirana che nelle larghezze del Bernabeu, dove i nerazzurri sconfissero il Bayern nel 2010. Che la storia della Roma da oggi possa diventare un racconto di successi, è auspicabile per la Capitale e per il Paese.

 

TRAME La mossa chiave | Andrea Giachi per Sportellate considera che contro un Feyenoord bravissimo nel pressing e nella riaggressione alta, il piano gara del tecnico portoghese è semplice e basato sulla minimizzazione del rischio. La Roma si chiude a 5 quando gli avversari hanno il pallone, e in fase di possesso va quasi sempre direttamente sui due attaccanti, nel tentativo di saltare la densità avversaria e nel contempo di evitare la perdita del pallone in zone sanguinose.

  ◇  Giovanni Battistuzzi, firma del Foglio, su Twitter ha scritto: La cosa che ho sempre apprezzato di Mou è che gli frega niente di essere coerente con se stesso. Anni a dire che chi giocava a tre dietro in realtà giocava a cinque (ed era spregevole, “libera” interpretazione) e poi gioca a cinque dietro con grande nonchalance

 

ARTEFICI Nicolò Zaniolo | L’ha decisa con un tocco il ragazzo lasciato in tribuna nel derby e nella partita con la Macedonia del Nord. Quello che ha esordito prima in Nazionale e poi in campionato. Quello che ci vuole un anno per riprendersi. Quello che tra un anno chissà dove sta. Quello che sta troppo sui social. Quello che vedi se non fa la fine di Balotelli. L’ha risolta uno che sa come si gioca a pallone nell’anno 2022. Per Tony Damascelli sul Giornale, quando è in salute, può cambiare partita e risultato, il futuro di Nicolò è il futuro della Roma”. 

Roberto Maida sul Corriere dello sport-stadio gli ha dato 9 in pagella e scrive: Ridi Nico. Ridi. O piangi, fai tu. Ora non vendetelo, semmai clonatelo. La storia della Roma e del calcio italiano è ai suoi piedi. Doma il primo pallone che si possa addestrare e zac: stop perfetto, anticipo fulmineo, e tutti sotto alla curva. Dal 1997, cioè dai tempi di Alessandro Del Piero, un giocatore italiano così giovane non segnava in contesti del genere. Questo gol può cambiargli la carriera. Anzi. L’ha già cambiata.  

Guglielmo Buccheri, La Stampa: Il ragazzo che il nostro calcio aveva battezzato, e può ancora battezzare, come il gioiello tra i più luccicanti di una generazione. Sembra scherzare con il pallone, lo fa suo, lo custodisce e lo spinge in rete con un tocco d’esterno

Matteo Pinci su Repubblica: Mourinho aveva scelto di farlo giocare prima ancora di sapere se Mkhitaryan avrebbe retto un minuto o novanta. Perché nonostante i silenzi tra loro, un rapporto faticoso nel corso della stagione, uno come José sa che al talento non si rinuncia. Perché in notti così è l’arma a cui aggrapparsi. Inutile chiedersi adesso cosa sarà domani.  Nella peggiore delle ipotesi, Nicolò e la Roma si sono regalati il miglior saluto possibile

Stefano Boldrini sul Messaggero ripercorre il lungo cammino fatto da Zaniolo e dice: Quando trascorri la giornata a lavorare sul tuo corpo e i muscoli della gamba offesa non recuperano centimetri, si fa dura. La lotta quotidiana con le macchine della riabilitazione, con la noia degli esercizi ripetuti mille volte, con le misurazioni per vedere se hai guadagnato qualche millimetro e sbattere la testa di fronte ai responsi negativi: ecco, c’è da sprofondare nella disperazione. Il lungo cammino verso la rinascita sportiva, accompagnato dalla paternità e dalla maturità che avere un figlio impone, ha reso più forti non solo i muscoli, ma anche la mente. Nicolò ha rivisto la luce non in modo folgorante, ma giorno dopo giorno, senza accecarsi, ma ritrovando i contorni giusti, la percezione delle cose, la visuale nitida. Arrivare sulla vetta non è mai facile, ma quando hai sofferto per riuscire nell’impresa, il cuore batte forte. Magari, lassù in cima, la maglia che indossi ha i colori più caldi. Se poi alzi lo sguardo e vedi Roma, come immaginare qualcosa di più bello?

 

L’immortalità guadagnata da Mourinho

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  Oggi sono romanista al 100 per cento, da Trigoria non mi muovo

Josè Mourinho

 

Franco Vanni per Repubblica dice che bisogna partire dalla fine, dalle cinque dita mostrate con orgoglio a ricordare la sua bacheca europea, e poi alle lacrime, che hanno ricordato la scena di Madrid quando Mou, appena regalata la Champions all’Inter, aveva già deciso di andarsene. Ecco perché, nella gioia della Coppa, il pianto Special ha già agitato i tifosi romanisti, preoccupati che dietro quelle lacrime possa esserci un addio

Nonostante abbia quasi sessant’anni, e da tempo tutti i capelli bianchi, è ancora il ragazzo dell’Europa cantato da Gianna Nannini, che non perde mai la strada e porta in giro la fortuna. Ora tocca a Roma non lasciarlo scappare”.

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio suona proprio questo tasto quando dice che questa Conference, questa coppa, questo titulo atteso per più di cinquemila giorni, impone ora ai Friedkin di investire in qualità per sviluppare secondo logica il discorso iniziatosi il 4 maggio 2021 con una scelta forte, anzi fortissima e spiazzante. Mourinho vuole e deve restare. Con l’entusiasmo di chi sa di poter lavorare per qualcosa di serio. Di più alto. Qualcosa da Mourinho. Questa coppa si chiama José. Non Conference League, ma José. José l’allenatore che costringe i suoi a dare tutto, anche l’oltre. José, o Mou, che ti fa sentire squadra, giocare da squadra, soffrire da squadra. Vincere da squadra. José che conosce la tensione, ma non la paura; José al quale non puoi dire di no e che prepara il prima, il durante, il dopo. .

Per Alessandro Catapano sul Messaggero, l’intuizione vincente di Mourinho è stata comprendere al volo come ravvivare un amore via via immalinconito dai distacchi di Totti e De Rossi. Serviva una guida, un totem, un nuovo capostipite che riaccendesse l’antico fuoco: chi meglio di lui?

Fabio Licari per la Gazzetta dello sport sostiene allora che Mou s’è tatuato addosso la sua nuova squadra come soltanto lui sa fare e riepiloga: Soltanto i santoni Giovanni Trapattoni e Udo Lattek avevano conquistato il tris Campioni, Coppe ed Uefa. Ma la Coppa Coppe non c’è più. Gli mancano la Supercoppa europea, persa tre volte con Porto, Chelsea e United, un torneo “respingente”, e il Mondiale per club, al quale è sfuggito perché lascia sempre il suo club ogni volta dopo la Champions. C’è sempre tempo, vedi mai

Marco Evangelisti, sul Corriere dello sport-stadio, parla allora di José Mourinho moto eterno, argento vivo e cervello fresco. Se lui è bollito, noi siamo la regina Elisabetta e Steven Spielberg. Contemporaneamente.  E Guglielmo Buccheri su La Stampa conclude che Mou torna a Roma da imperatore perché, a Roma, o si è tutto o niente

Maurizio Crippa sul Foglio si era portato avanti col lavoro, scrivendo un’ode  preventiva: Si scriveva ieri di un’antica passionaccia per José Mourinho, il Filosofo. O il Demiurgo, fate voi. Siccome non siamo gente da aspettare il fischio finale per sapere chi è stato il migliore, sia messo nero su bianco, prima del fischio iniziale a Tirana, l’elogio a Mourinho per come ha vinto la trasferta più difficile della sua vita: cioè planare su Roma, prenderla in braccio e in un abbraccio, farla innamorare persino quando ha perso e ha perso male. E farle ritrovare la voglia di vincere, sepolta da tempo come manco sotto i Mercati di Traiano

Stefano Carina sul Messaggero scrive che ora con questa coppa in bacheca, pensare al futuro sarà più semplice. E non perché sposti molto a livello di entrate economiche. Ma semplicemente perché regala alle parole progetto’ e programmazione’ una conferma sul campo. Friedkin ha lanciato la sfida. Mou l’ha raccolta e ha già lasciato il segno. Non scontato

 

      titoli | il mondo e Mou

Independent: José Mourinho mette a tacere le indiscrezioni dopo aver fatto la storia

Le Figaro: Mourinho è felice di aver scritto la storia della Roma

Daily Mail: José Mourinho in lacrime festeggia il suo QUINTO trofeo europeo

Stern: Perfect One e Only One: Mourinho stabilisce un record

Clarín: Mourinho lo ha fatto ancora

A Bola: L’incredibile record di Mourinho nelle finali europee (e quello che hanno in comune)

Marca: Mourinho è già eterno” – Tutte le strade portano a Roma e José Mourinho ha ritrovato la sua strada della vittoria nella capitale italiana

BBC: Un serial winner che ha riportato la vita alla Roma

 

   la partweet | Ci voleva Mourinho per far capire all’Italia l’importanza di un trofeo europeo. Dopo anni di turnover in Europa League per arrivare terzi o quarti, Jose riporta la coppa al centro del villaggio. Che si segua il suo esempio, in attesa di tornare competitivi anche in Champions | @ Filippo Maria Ricci (giornalista la Gazzetta dello sport)

La festa della città e i cinquantamila all’Olimpico

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Valerio Piccioni per la Gazzetta dello sport racconta: La notte di Roma e della Roma è lunghissima. Un grande passaparola della felicità che investe piazze, pub e balconi della città giallorossa. La Conference League diventa un Mondiale. La gente che andava allo stadio restava imbottigliata sui lungotevere in tilt ma non era mancata la battuta fulminante di un ragazzo già imbandierato verso un pullman scoperto, di quelli che fanno il giro della città: «Turisti, ammazzateve!». Come dire: ma che cavolo ci fate lassù in un giorno come questo? Ma è stato sull’Appia, oltre Villa Lazzaroni, a qualche centinaio di metri da dove cominciò tutto, il luogo dove sorgeva la prima casa della Roma, il Motovelodromo Appio, che il gol di Zaniolo ha scatenato tutti e tutto: le finestre hanno cominciato ad aprirsi, i clacson a suonare e un vociare eccitato è diventato percepibile per tutto il tragitto di ritorno verso il centro.

Alessandro Catapano sul Messaggero ha scritto che la Roma ha vinto ben prima di ieri sera. È accaduto tutte le volte che in questa straordinaria stagione l’Olimpico ha registrato il tutto esaurito, l’ultima ieri sera, in cinquantamila per vedere un prato verde e un maxischermo, per condividere un sentimento, un senso di appartenenza, prima che una gioia. Non è il risultato del campo che può modificare questo moto dell’anima. Non è la vittoria che rinnova l’amore. Ma è bello, finalmente, sentire che il mondo stia dalla tua parte

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