Il tratto dell’Africa sulla Champions League

       Quando nel gennaio scorso l’Under 18 dell’Algeria giocò una partita amichevole contro la Francia, quindici dei suoi diciotto giocatori potevano essere anche dall’altra parte. Hanno la doppia nazionalità, la federazione li marca da vicino. Ai Mondiali di Russia del 2018 erano 52 quelli nati e formati in Francia ma sparsi tra le varie nazionali. La strategia è contattare le famiglie di origini maghrebine, prima che arrivi il momento di fare una scelta. I bacini principali sono Parigi, Marsiglia e Lione. L’Algeria non va solo a rastrellare pepite in giro. Ha creato un centro federale e ha una task force di  tre persone, tutte franco-algerine, incaricate di allestire un database con quante più informazioni possibili sui giovanissimi giocatori con due passaporti. Dentro ci sono 200 nomi. 

Chissà come sarebbe andata, se quel database fosse esistito ai tempi dell’adolescenza di Karim Benzema. Alla fine degli Anni Cinquanta, nonno Da Lakehal lasciò il villaggio di Tighzert per stabilirsi con la sua famiglia a Lione. Anche suo padre Hafid è nato a Tighzert, sua madre, Wahida Djebba, invece a Lione, in una famiglia originaria di Orano. Karim ha tre fratelli e cinque sorelle, con i quali è cresciuto a Bron, periferia di Lione. Ha studiato al college Saint-Louis-Saint-Bruno. Nella primavera del 2004, Philippe Bergeroo che allenava la Francia Under 17, s’accorse di lui che aveva la maglia del Lione al torneo di Montaigu. Lo chiamò per gli Europei e la storia di Benzema ha preso quel corso. 

 

Fausto Fiorin su Rivista Undici ha raccontato che nella cultura dei cabili, il popolo berbero dell’Algeria settentrionale, sono molto diffuse le avventure di M’Hend lo sciacallo: solitario, famelico e dotato di grande astuzia, è spesso ritratto nel tentativo di sopraffare gli altri animali, con esiti alterni. In uno di questi racconti, il giovane sciacallo viene trovato, disperso e affamato, da un vecchio pastore. Questi lo cresce e lo alleva come un animale domestico fino a che, un giorno, lo sciacallo si ritrova da solo a sorvegliare la casa: l’assenza del padrone risveglia in lui i vecchi istinti selvaggi e lo porta a sbranare tutte le galline del pollaio, per poi disperdersi e ritornare allo stato brado. È una favola cruenta – dice Rivista Undici – ma dalla morale molto chiara: è impossibile per un uomo sfuggire alla propria natura, che prima o poi prenderà il sopravvento, proprio come per uno sciacallo diventare un guardiano di galline.

È il meridiano su cui si è mosso per molto tempo Benzema. Una volta disse che lui, la Marsigliese, non la avrebbe cantata. «Se analizzate attentamente il testo, c’è un chiaro riferimento alla guerra e io non ho intenzione di cantarlo. Io ho vestito la maglia della Nazionale francese per questioni sportive, ma il mio Paese è l’Algeria». Quando Deschamps non lo aveva ancora riabilitato dopo il caso del ricatto sexy a Valbuena richiamato, Karim chiese di essere lasciato almeno libero di giocare per l’Algeria. Il Ct Belmadi gli rispose: «Sono a posto così». Era il novembre del 2019. Non un secolo fa. 

Il tratto dell’Africa sulle semifinali di Champions League non passa solo dalle origini del centravanti del Real Madrid. Un altro algerino è al Manchester City, Riyad Mahrez. il Villarreal ha l’ivoriano Serge Aurier, il nigeriano Samuel Chukwueze, il senegalese Boulaye Dia. Quanto al Liverpool, i due satanassi dell’attacco sono Mo Salah e Sadio Mané, egiziano e senegalese, avversari sia in finale di Coppa d’Africa sia per un posto ai prossimi Mondiali. Più Joel Matip del Camerun in difesa, Naby Keita della Guinea a metà campo. 

Gianluigi Sottile su Rivista Contrasti ha scritto che per tanti che hanno sfondato, venire dalla povertà diventa presto un motivo per ostentare il proprio successo, come fosse una rivincita sulla vita. Mané è invece estraneo, impermeabile a questo modo di pensare: le proprie origini, le radici, non appartengono a una fase passata dell’esistenza bensì al presente. Ecco perché le difficili condizioni di partenza non sono il triste inizio prima del lieto fine, bensì l’essenza stessa del percorso. Il vero pregiudizio sta nella nostra intima pretesa che gli altri debbano diventare come “noi”, e quasi ci sembra più integrato un calciatore africano che posa per la Nike con il cappellino rigirato, atteggiandosi da rapper, piuttosto che uno come il numero 10 del Liverpool. La vera integrazione sta invece nel dialogo, nello scontro e nell’incontro tra culture, non nel rinnegare la propria. prima di essere un top player è un uomo del Senegal, perché pur avendo coronato il “sogno occidentale” di successo e gloria non ha rinnegato il suo retroterra e il suo stesso modo di essere. Il tipico low profile che lo contraddistingue non condanna la celebrità e le luci dei riflettori, semplicemente non le riconosce, se ne disinteressa.

Dopo un gol al Leicester nel settembre 2018, Mané venne ripreso mentre stava pulendo i bagni in un moschea. «Ho incontrato un mio grande amico. L’ho invitato per un tè a casa mia dopo la preghiera – ha raccontato – e mi ha detto di no, perché doveva pulire i bagni della moschea per lavoro. Gli ho risposto che l’avremmo fatto insieme. In quel momento qualcuno ci ha ripreso e gli ho chiesto di non mettere il video su internet. Ha giurato che non l’avrebbe fatto, ma il giorno dopo era tutto online. Non è stato molto serio».

   Perché dovrei volere dieci Ferrari, venti orologi di diamanti e due aerei? A cosa servono queste cose per il bene del mondo?” Ho sofferto la fame, sono sopravvissuto a tempi difficili, ho giocato scalzo e non sono andato a scuola. E oggi, con quello che guadagno, posso aiutare gli altri. Come? In tutte le maniere possibili. Ho costruito scuole, uno stadio, abbiamo dato vestiti, scarpe e alimenti a persone in stato di estrema povertà. E poi dono 70 euro al mese a tutti gli abitanti di una zona molto povera del Senegal, per contribuire all’economia familiare | Sadio Mané a Nsemwoha

Salah è perfino di più. È un buono del tesoro dello Stato. Un ambasciatore d’Egitto. Un responsabile delle relazioni esterne. Omar Sobhy, giornalista egiziano, ha detto a L’Equipe: «Salah ci ha messo una corona d’oro in testa. Ha fatto di tutto per il Paese, lo amano i bambini, le donne, gli uomini. È un esempio è porta addosso la pressione di 100 milioni di egiziani».

 

 

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