Il dibattito sulla sentenza del tribunale CONI per Juventus-Napoli

Il dibattito sulla sentenza del tribunale CONI per Juventus-Napoli

  Che cosa è successo?  Mentre eravate a comprare gli ultimi regali di Natale, il Collegio di Garanzia del CONI, presieduto da un ex ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha accolto il ricorso del Napoli contro lo 0-3 a tavolino e il -1 in classifica subiti per non aver giocato la partita con la Juventus lo scorso 4 ottobre.

Il Napoli non l’aveva giocata in seguito a un provvedimento della ASL cittadina che gli vietava di lasciare il ritiro a causa di tre positività nel gruppo squadra – due calciatori (Elmas e Zielinski) – rilevate in seguito a contatti diretti con i giocatori del Genoa, avversari affrontati la domenica precedente. Dopo quella partita il Genoa aveva manifestato nello spogliatoio la presenza di un focolaio covid, vedendo salire il numero dei contagiati dai 2 del sabato fino a 22 nei giorni successivi, dei quali 17 calciatori.

La sentenza della Federcalcio è caduta sulla mancanza di un movente. Nessuno ha saputo spiegare bene bene perché il Napoli non volesse giocare a Torino.

«La Corte sportiva d’Appello ha fatto il passo più lungo della gamba, andando oltre i fatti a disposizione» ha spiegato Alessandra Flamminii Minuto, procuratrice nazionale dello sport, aggiungendo: «Il Napoli non aveva neanche una ragione su un milione per sottrarsi alla sfida».

Bisognerà cercare una data per la partita. Dai toni in giro sembra un dramma, un’urgenza per il Paese. La troveranno. Basta aspettare le eliminazioni dalle Coppe. A meno che non stiamo pensando che Juventus o Napoli vincano la Champions e l’Europa League. Non è una cosa che accade spesso. Non succede dal 1996 e dal 1989

 

  Le reazioni. Per Maurizio Crosetti su Repubblica, più che dare ragione al Napoli, questa sentenza dà torto alla Federcalcio, smonta il protocollo e conferma una frattura profonda istituzionale tra Coni e Figc. Il giudice d’appello federale aveva scritto un dispositivo clamoroso, che faceva addirittura supporre il dolo da parte del club di De Laurentiis per non andare a Torino. Invece il Collegio sostiene che si tratta solo di un problema tecnico e non etico. Due sentenze uguali e contrarie, che finiscono col rendere del tutto insignificante il codice di regole che il calcio mondiale, non solo italiano, ha scritto in estate per poter tornare in campo. Che fosse moralmente giusto giocare con tutti quei morti è un’altra questione. Ma se un protocollo si sottoscrive, tutti, poi almeno lo si rispetta. Cambiando le regole in corsa, casca tutto.

Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello sport-Stadio, trova invece che l’autonomia dello sport non è una zona franca dove valgono regole in contrasto con i principi che disciplinano la convivenza civile di una comunità. Il protocollo del calcio non può derogare a una legge dello Stato, senza che la stessa legge non lo preveda: e se la legge autorizza un’Azienda sanitaria locale a fermare la trasferta del Napoli in nome del diritto alla salute, quel divieto non è aggirabile.

Per la Gazzetta dello sport non commenta il direttore Stefano Barigelli, ma Alessandro Vocalelli, che scrive: “Chi ripagherà le società che sono andate a giocare partite in estrema emergenza soltanto perché in quel caso la Asl non si è mossa o non è stata interpellata? Qualcuno si rende conto di che cosa è successo? Non è una partita che da 2-0 finisce 2-4, ma un risultato che sconfessa clamorosamente i due organi giudicanti precedenti

Alessandro Bocci sul Corriere della sera commenta: Ora il calcio rischia di tornare in mano alle Asl e il campionato smarrisce le sue certezze: cosa succederà a gennaio se il virus continuasse a non darci tregua? De Laurentiis esce da vincitore, ma non cancella la sensazione che un po’ ci abbia marciato. Per fronteggiare l’emergenza e arrivare al traguardo sono necessari comportamenti virtuosi e al di sopra di ogni sospetto. Cosa succederà se un presidente troverà il modo di rinviare una partita perché la sua squadra, a causa del Covid, non è nelle condizioni ideali per giocarla? La vicenda, almeno per la Figc, non finisce qui: resta aperta l’indagine, affidata alla procura federale, sulla violazione del protocollo da parte del Napoli. Vedremo dove porterà

Antonio Barillà su la Stampa trova che “sportivamente è più giusto, nessuno lo discute, ma questa sentenza che sconfessa le precedenti rischia di avere riflessi ben più ampi sul campionato. Se il calcio si è dato delle regole autonome, sottoscrivendo un suo protocollo in pieno accordo con le massime autorità sanitarie, è stato proprio per scongiurare la giungla dei rinvii e garantire continuità a un torneo già fragile e compresso

 

[S] – Sapete come la penso. Peraltro sono napoletano e guardato con sospetto. Il punto, amici tutti, non sono le sentenze. Questa storia va osservata prima, riavvolgendo il nastro, prima di arrivare ai processi e tenendo il calcio con i piedi dentro la società. 

La sentenza del CONI fa solo una cosa davvero importante: restituisce dignità a dei dirigenti sanitari che avevano preso dei provvedimenti del tutto coerenti con la loro funzione durante una pandemia, dei dirigenti sanitari che un signore nominato giudice per cose che riguardano il campionato di calcio – in sostanza un estraneo per loro – si è preso la libertà di considerarli poco meno che truffaldini, con vergognose sfumature etniche tra le righe del provvedimento e di certo tra chi lo commentò. Anche stamattina Riccardo Signori sul Giornale parla per esempio di furbetti.

Il punto non sono le sentenze ma è il protocollo. È questo protocollo così ciecamente difeso dalla Federcalcio in modo improprio, questo protocollo scritto a giugno – quando l’Italia usciva da un lockdown e riaccendeva la sua vita sociale – ma difeso a ottobre quando la seconda ondata era molto più che alle porte. Cambiavano i dpcm del governo, il protocollo della federcalcio pretendeva di restare quello di prima. Come lo pretende tuttora.

Se la Federcalcio avesse colto quella settimana la nuova straordinarietà, se avesse capito come capiva il resto del Paese che dopo l’estate stava cambiando tutto, se ci fossero uomini dei Palazzi che ogni tanto dai Palazzi escono e fanno due passi tra la gente, se i dirigenti del calcio fossero in sintonia con la realtà e non spettatori del proprio ombelico – ecco, la federcalcio sarebbe allora intervenuta dopo il focolaio-Genoa (mai indagato) non per introdurre il comico jolly, ma per cambiare il protocollo, per adeguarlo al momento. Introducendo un principio di flessibilità. Perché altrimenti i governi aggiornano le fasce? Davvero la federcalcio pensava di poter amministrare una situazione sanitaria così drammaticamente dinamica dentro il suo circolo immobile, con le regole di giugno? 

Erano regole ispirate al clima che ci portava al mare, ora siamo con i cinema e i teatri chiusi, i ristoranti dimezzati, il Natale in casa. Le nostre vite non sono certo quelle di giugno, il calcio non vuole accettarlo. 

Valerio Piccioni sulla Gazzetta dello sport ricorda che il calcio italiano ancora respinge la bolla di sette giorni e la centrale unica per i test dei tamponi, respinte al mittente dice. 

Basta questo per condannare una gestione, prima ancora di andare a sedersi dinanzi al tribunale del CONI, dove un ex ministro degli Esteri ha un quadro – come dire – un filo più globale del mondo. 

Respinta al mittente, scrive Piccioni, la richiesta di un isolamento fiduciario serio, come lo stiamo facendo noi cittadini. Il mittente non è una ASL, che osa in pandemia occuparsi di sanità. È la federazione medici sportivi. Quei medici che i club hanno in casa loro. Laureati in Medicina, eh, non dei passanti. Scrive Piccioni che ora si spera che i club accettino almeno le regole proposte per il ritorno dei calciatori a casa dopo le vacanze, un contesto fortemente a rischio di nuove positività visto quello che accadde già alla fine dell’estate. Perché poi finisce che si trovano con 10-12-18 casi e vogliono giocare. Pensano pure che sia giusto, se ne sono convinti, pensano che sia leale, che sia equo. Che sia sport. Invece è calcio. Anche in nove contro 11 casomai, come a Caserta, anche con due febbricitanti poi risultati positivi, uno scandalo gigantesco, al quale il solo Tony Damascelli sul Giornale ha dedicato un commento. 

Alcuni dicono: ma gli altri hanno giocato. Non è un paragone del tutto proprio, a mio modo di vedere. Non solo gli altri non avevano una ASL che li fermasse, ma tutti i club – perfino i danneggiati – difendevano il principio dell’extraterritorialità del calcio. Dinanzi a una ASL che fermava suoi nazionali in ritiro, per esempio, la Fiorentina ha lasciato che prevalesse una comunicazione della FIFA

Il solo paragone possibile con il Napoli è nelle vicende del povero Parma, che venne fermato prima della partenza per Udine dalla ASL. Su quella ASL esercitò una pressione l’ad della Lega De Siervo, con una telefonata che i giornali raccontarono lunga 4 ore. Quella ASL cedette all’arroganza del calcio, e fece male, si convinse a far pericolosamente partire per il Friuli un potenziale focolaio viaggiante (prima ancora di una squadra decimata), e il Parma perse a Udine. Da cosa nasce quella sconfitta? Dalla sentenza di ieri o dalla telefonata di De Siervo?

 

Il tema è: le ASL possono fermare una partita? Certo che possono. Indigna parecchie persone, vedo, questa cosa. Per Slalom le ASL devono. Dirò di più. Era previsto già dalla circolare del ministero della Salute del 18 giugno. Le deroghe al calcio le concedono le ASL. Questo lo abbiamo rimosso. I termini degli isolamenti fiduciari li stabiliscono le ASL. Il calcio non è una repubblica a parte. Un conto è provare a tenere in piedi il campionato nonostante tutto – bene, proviamoci – un altro è calpestare tutto il resto pur di riuscirci.

Le ASL possono intervenire su una partita? Assolutamente sì. Come del resto fa il Viminale quando decide che un gruppo di persone provenienti da una regione o da un Comune quella partita non possono andare a vederla. Si chiamano motivi di ordine pubblico perché riguardano tutti noi, uno Stato, che si è dato delle regole di convivenza molto prima che il calcio se ne desse di condominiali per portare a termine un campionato, che è un interesse privato, e in quanto tale viene dunque dopo, viene molto dopo l’interesse della collettività.

L’interesse pubblico che uno Stato difende, almeno fino a prova contraria, e figurarsi sulla salute pubblica, ha una priorità. Almeno all’interno di quei nuclei sociali che non sono blindati, che non si sono dati dei codici loro e un loro intoccabile potere, quelle società delle quali in genere si occupano o le questure o i film di Martin Scorsese.

 

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