Quello che le donne adesso dicono 

Nella stessa settimana in cui Vanity Fair ha dedicato la sua copertina a Vanessa Incontrada, a lungo giudicata per le sue forme – ha scritto il settimanale – e simbolo di una battaglia culturale che ci riguarda tutti contro il body shaming, Martina Trevisan ha raccontato con franchezza la sua battaglia contro l’anoressia.

Un anno fa Federica Pellegrini affrontava in pubblico il tabù del ciclo mestruale. Guai a parlarne – disse – non si fa, è ineducato, sta male. Non si studia nemmeno il ciclo femminile a livello sportivo. Effetti collaterali e conseguenze. Io prendo la pillola. Ma se parlo di queste cose rientro nel genere piccola donna alle prese con problemi suoi, poco interessanti. Il ciclo non va d’accordo con il mito. Ruppe un silenzio quando disse che a Rio aveva perso per quello. Sbriciolò un muro, come sabato scorso ha fatto Équipe Magazine dedicando la copertina e il servizio principale del settimanale al rapporto conflittuale che esiste tra le sportive e il proprio seno. Nel suo editoriale, Géraldine Catalano ricorda i molti articoli che Serena Williams ha dovuto sopportare sul suo corpo, paragonato – scrive – addirittura nel 2009  da un editorialista di Fox Sports a una zucca piangente e sottolinea l’assenza di attenzione verso quello che definisce un argomento eccellente

I seni delle sportive – tutti i seni, piccoli, grandissimi, veri o finti, martoriati quotidianamente dagli shock o sconvolti dall’esperienza della maternità – meritano di essere osservati. Perché rappresentano un ostacolo alla prestazione, perché interferiscono molto, a prescindere dalla disciplina, perché la loro protezione è stata troppo a lungo trascurata dai costruttori di materiali e attrezzature, perché testimoniano del modo spesso conflittuale in cui l’atleta e la donna convivono, e che mettono in discussione la nostra visione della femminilità. Una zona pericolosa che dovrebbe essere affrontata moltiplicando le testimonianze

Ce ne sono effettivamente tante nel servizio a cura di Chrystelle Bonnet, che ha l’intenzione di sollevare il velo su una dimensione sconosciuta nello sport di alto livello. Quasi venti pagine di inchiesta. Un tema in passato solo sfiorato, non senza morbosità, quando Simona Halep si sottopose a un intervento per la riduzione del seno. 

In copertina c’è la judoka Clarisse Agbegnenou, 4 volte campionessa del mondo nella categoria 63 kg. Nell’intervista racconta di non indossare più il reggiseno perché non riesce a sopportarne il ferretto. «All’inizio dici a te stessa: Oh mio Dio, non ho più il reggiseno! Ci si fa prendere dal panico, ma poco a poco ci si abitua. D’altra parte, devi gestire cose come: “ah, ma, se non hai il reggiseno possiamo vedere il tuo capezzolo”. Io dico: sì? E allora? A chi dà fastidio? Io, mi trovo bene, se non ti va bene non guardare. C’è ancora molto da fare, su come le persone ci guardano, su come guardano i corpi delle donne. In gara noi ragazze dobbiamo indossare una maglietta sotto il kimono, i ragazzi non indossano nulla. Il fatto che i ragazzi siano a torso nudo, non disturba nessuno».

Agbegnenou racconta che qualche anno fa c’era chi teneva lo sguardo sui suoi seni grandi. «OK, avevo i seni grandi ma non è un motivo, allora chiedevo: puoi guardare un po’ più in alto. E se qualcuno rispondeva: Non lo sto facendo apposta, insistevo: forse, ma alziamo lo sguardo. Anche se ne ho molto di meno di prima, attira ancora oggi l’attenzione. Ho anche un piercing tra i seni – perché mi piace – quindi cattura ancora di più lo sguardo. Ma finché mi sento bene con me stessa, non mi preoccupa. Che tu guardi o no, non cambierà ciò che voglio fare o chi voglio essere».

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