
“Oggi il mare tempestoso / ci sollevò come un bacio, / così in alto che tremammo / alla luce di un lampo / e, uniti, discendemmo / a immergerci senza scioglierci”.
È il mare di Neruda e Matilde, il mare dei loro scambi segreti e della loro unione, il mare dinanzi al quale vivono per la prima volta insieme. L’insurrezione della folla alla stazione Termini di Roma contro l’espulsione firmata dal ministro Scelba, ha consentito al poeta del popolo di strappare altri tre mesi di permanenza in Italia. È andata via solo sua moglie Delia. Lui, in quelle “ore intricate, piene di serpenti”, sta sussurrando alla sua donna “pulisci quel fucile, compagna” e sta gridando al mondo il loro amore, oppure sta gridando a lei e sussurrando al mondo, perché don Pablo I versi del Capitano li pubblica solo in 44 esemplari e in forma anonima, per non dare un pubblico dispiacere a Delia. Sono rime clandestine, come il bambino che Matilde alla fine perderà.
È il mare di Capri, negli stessi anni in cui due appassionati con una media di trenta bracciate al minuto nuotano in 12 ore fino a Napoli. Si chiamano Aldo Fioravanti e Cesare Alfieri. Stanno inventando la più celebre maratona di nuoto al mondo e non lo sanno. Neruda è da poco rientrato in Cile. Il partito socialista ha candidato alla presidenza Salvador Allende e vuole in patria il suo poeta illustre per sostenerlo. Sta per diventare il letterato più esposto e più schierato, contro gli USA e contro la CIA, per la crisi dei missili a Cuba e per l’intervento in Vietnam.
Cinque anni dopo l’impresa dimostrativa di Fioravanti e Alfieri, dal lido Le Ondine di Marina Grande, si tuffano in acqua in dieci, tutti uomini, per la prima traversata internazionale sulla distanza di 36 km. Si arriva alla Rotonda Armando Diaz, sul lungomare napoletano. “Augusto Cesareo – racconta Mimmo Carratelli su Repubblica Napoli – aveva composto Luna caprese appena un anno prima. Peppino di Capri si dimenava con i suoi Rockers”. Vince Marei Hassan Hammed, egiziano, con un quarto d’ora di vantaggio sul connazionale Mustafa Hammed. Ha 37 anni, è un funzionario del ministero della difesa e ha passato la Manica nel 1951 in 12 ore e 12 minuti. Per premio il governo gli ha regalato – scrive la Stampa – una casa di quattro piani e 1000 sterline. In compenso Marei Hassen ha portato altra gloria al paese abbassando il record della traversata nella Senna. Sui giornali italiani nasce la leggenda dei nuotatori egiziani, ribattezzati “i coccodrilli del Nilo”.
È una leggenda alla quale si affianca quella antagonista dei caimani argentini, il primo dei quali è Alfredo Camarero, rosarino, iscritto da papà Luis e mamma Eufemia Guzmán all’associazione della gioventù cristiana quando è ancora un bimbo, e là si nuota, si nuota tanto. Nell’anno della prima edizione, il 1954, si piazza al terzo posto perché si è allenato in condizioni di fortuna per 20 giorni, in una piccola piscina a bordo della nave che lo sta portando in Europa, ma già la volta dopo abbassa il tempo fino a 8 ore 45 minuti e 40 secondi, ricevendo così la cittadinanza onoraria dell’isola. Scrive il Clarín quando morirà: “Come Ernest Hemingway e Charlie Chaplin”.
È questo alla fine il fascino della Capri-Napoli, questo andare e venire tra altri mondi e altre leggende. Come quando nel 1978 la partenza avviene per la prima volta dalla spiaggia di Marina Piccola. Dove Ulisse dovette resistere al canto delle sirene. Oppure come quando nel 2010 il via venne dato dalla Grotta Azzurra, dove almeno una volta nella vita ci dovete andare. I caimani argentini sono tuttora i detentori del maggior numero di vittorie, undici in tutto, le ultime nel 2010 e nel 2015 con Damian Blaum, ma tra il 1979 e il 1992 dominanti prima con Claudio Plit e poi con Diego Degano. Plit ha il record delle partecipazioni, quindici, ne ha vinte quattro, di cui tre di fila. Rosarino pure lui, aveva cominciato a nuotare nelle acque del fiume Paraná e in principio dovette rinunciare alle gare in Europa perché non aveva i soldi per il viaggio. In compenso si fece un nome in Canada, diventando una specialista delle acque fredde, meglio se proprio fredde fredde, in alternativa: ghiacciate. Era l’età in cui la gara veniva organizzata dal quotidiano Il Mattino e valeva come campionato mondiale della disciplina.
I coccodrilli del Nilo invece sono diventate nel frattempo le coccodrille, da quando l’Egitto si è portato a nove vittorie complessive nell’edizione femminile, con le doppiette di Soheir Abdel Baki, Soheir Abdel Baki, Mona Hussein.
La storia di questa straordinaria avventura di uomini e donne è stata raccontata da Franco Esposito e Marco Lobasso nel volume I giganti del mare (editore Guida): ogni decennio celebra un campionissimo. “Io dormo ed essi nuotano, io mi rado ed essi nuotano, io mangio ed essi nuotano, io riposo ed essi nuotano” scrive nel suo elzeviro Carlo Nazzaro per il Mattino nel luglio del 1958. Quando esisteva la parola elzeviro.
Essi sono – nelle parole ancora di Mimmo Carratelli – “l’americano Paul Asmuth, contabile in una azienda californiana, 87 bracciate al minuto, soprannominato l’aliscafo”. Oppure “il biondone di Spalato Velijko Rogosic dagli enormi basettoni, l’universitario di Chicago John Kinsella con gli occhialini da miope. La suggestiva ungherese Magda Molnar, che fece innamorare un giornalista napoletano. Gaby Vegny, la principessa del Nilo, di professione hostess. L’egiziana Soheir Baki col suo fisico da miss. La stangona americana di origini danesi Greta Andersen. La finnica Karima Leskinen, seconda a Miss Mondo. Anna Mazzola, figlia di pescatori capresi”. Franco Esposito ha raccontato che tutto il carico di mitologia intorno alla Capri-Napoli arrivò a incuriosire Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre. Erano gli Anni Cinquanta, diamine, era Capri.
pagine Tra Napoli e Capri
“La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese – è vicina, vicinissima, a tiro – La Grande Occasione. L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare – sarà più di dieci chili, attento non si può sbagliare! – e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona”. – di raffaele la capria, Ferito a Morte
La più letteraria delle apparizioni in acqua è quella di Mohammed Zeytoun, siriano, siamo nel 1960. È un dilettante. Non lo conosce nessuno. Batte tutti. Ma non è questo. Non è soltanto questo. Le sue Capri-Napoli – saranno tre successi fino al 1964 – e la sua morte prematura in quello stesso anno per un incidente d’auto sono tra le pagine di uno dei libri di Dave Eggers, il bostoniano dall’esordio folgorante – vent’anni fa – con L’opera struggente di un formidabile genio.
Nel 2009 ha pubblicato sempre per Mondadori Zeitoun, saggio biografico romanzato sulla vita di Abdulrahman Zeitoun, pescatore, muratore, viaggiatore a bordo di una canoa di seconda mano nella New Orleans devastata dall’uragano Katrina per salvare i vicini e prendersi cura degli animali domestici abbandonati, arrestato con il sospetto di attività terroristiche. Senza avvocati, senza poter parlare con sua moglie che nel frattempo aveva lasciato la città dopo l’allarme meteo. In casa gli avevano trovato delle mappe della città, un disco di archiviazione dati e molti soldi. Quanto bastava per accusarlo di avere legami con Al Qaeda.
Abdulrahman è il fratello di quel Mohammed, entrambi figli di Mahmoud, che una volta scoperte le ambizioni sportive del figlio, temendo di vederselo portar via dal mare, ne inventa una e un’altra per fermarlo.
“Ma Mohammed – scrive Eggers – non poteva smettere. Per quanto trovasse difficile disubbidire al padre, aveva continuato ad allenarsi”.
Si iscrive alle gare di nascosto e dopo una delle molte vittorie che raccoglie in giro, un amico di famiglia si presenta sulla porta di casa per congratularsi, solo allora Mahmoud scopre tutto, scopre che suo figlio è il miglior nuotatore della Siria. Mahmoud ha fede. Pensa che se Dio vuole così, lui non può opporsi. Gli compra un biglietto d’autobus per Damasco e lo manda in città perché possa allenarsi in condizioni migliori. Abdulrahman è molto piccolo quando Mohammed va a Capri, dove quell’Alfredo Camarero da cinque anni si piazzava o primo o secondo.
“Quando alle sei del mattino la gara era cominciata – scrive Eggers – Mohammed era un perfetto sconosciuto, e otto ore dopo, avvicinandosi alla riva, non sapeva di essere in testa. Solo quand’era uscito dal mare, sentendo la gente gridare stupita e acclamare il suo nome, si era reso conto di aver vinto. Ha vinto Zeitoun l’arabo! – urlavano. Nessuno poteva crederci. Un siriano che vinceva la più importante maratona di nuoto del mondo? Camarero aveva dichiarato a tutti che Mohammed era il nuotatore più forte che avesse mai visto. Mohammed aveva dedicato la vittoria al presidente Nasir. In cambio, Nasir aveva nominato il ventenne Mohammed tenente di marina onorario”.
L’anno dopo, meglio allenato, Mohammed avrebbe battuto di quindici minuti il record di Camarero. Eggers scrive che Abdulrahman era incantato da Mohammed, ne andava fiero, lui e tutta la famiglia.
“I successi di Mohammed – leggiamo – lasciavano intendere, anzi dimostravano, che gli Zeitoun erano gente straordinaria. Era quindi inevitabile che tutti i figli dovessero dimostrarsi all’altezza di quel retaggio”.
E siamo al 2005. Quando sono trascorsi quarantun anni dalla morte di Mohammed. “La sua incredibile ascesa e la sua prematura scomparsa avevano plasmato la traiettoria della famiglia Zeitoun, in particolare quella di Abdulrahman, anche se lui non amava vivere nel passato. C’erano momenti in cui era convinto che il fratello gli fosse stato rubato, che l’ingiustizia di stroncare una vita così bella e giovane sollevasse dubbi su molte cose. Ma sapeva che era sbagliato pensarla così, e in ogni caso non serviva a nulla. Tutto ciò che poteva fare era onorare il ricordo di suo fratello. Essere forte, coraggioso, autentico. Resistere. Essere all’altezza di Mohammed”.
connessioni al cinema | C’è anche un film ambientato alla Capri-Napoli, si intitola Sarahsarà e inizia a Cape town, dove vive una bambina di 12 anni con una lesione a un nervo sciatico per una iniezione fatta male. È la vittima di una doppia discriminazione, perché è nera e perchè è disabile. Ma nuota in modo eccezionale. È imbattibile. Il suo grande desiderio è la Capri-Napoli, incoraggiata com’è da un orfano napoletano, dodicenne pure lui, alla fine suo amico. Parteciperà e si piazzerà seconda. Uscì nel 1994 senza particolari recensioni positive.
Il record di vittorie individuali appartiene ancora a un italiano Giulio Travaglio, napoletano di Baia di Bacoli, uno dei punti sulla mappa geografica dell’Odissea, dove hanno sepolto il nocchiero di Ulisse. Nel ritratto di Marco Lobasso per il Mattino, Travaglio era “alto, bruno, bello e imbattibile. Era il perfetto “sarracino” della canzone di Renato Carosone, sicuramente il “pirata” napoletano, soprannome che Travaglio prese dopo aver vinto una Capri-Napoli con in testa una cuffietta nera e il tradizionale disegno del teschio e delle due ossa, in polemica con la Federazione italiana nuoto”.
È morto qualche anno fa a Padova, dove si era trasferito con la moglie ma ha voluto che le sue ceneri restassero per sempre a Baia, nel suo mare. Nella sua vita fuori dall’acqua lontano aveva volato trent’anni con Alitalia come capo-cabina, vivendo tra l’Argentina e l’Italia, “sei mesi a Paranà – dice Lobasso – dove aveva acquistato terreno e casa nel suo buen retiro dove era famoso quanto un giocatore di calcio, sei mesi a Padova. Da giovane era più bello di Riccardo Scamarcio, che oggi gli assomiglia tanto. Qualche volta ci abbiamo scherzato su. Quando era campione aveva mille donne ai suoi piedi. Ma è stato soprattutto un atleta serio, innamorato del nuoto e del mare. Si allenava sei ore al giorno, altro che distrazioni”.
Sulle pagine di Repubblica Napoli, nei giorni delle regate eliminatorie per la Coppa America, Carlo Franco spiegò che le sue cinque vittorie nella maratona del golfo avevano il segreto della cosiddetta brezza termica, che Travaglio aveva imparato a sfruttare meglio di tutti. Come avrebbero dovuto fare le barche.
“Viene prodotta da un cocktail di venti (grecale, scirocco, libeccio, ponente, mezzogiorno e maestrale) che sono spesso arrabbiati l’uno con l’altro. Per domarli e sfruttarli in regata i velisti devono saperci fare ma se imbroccano la scia giusta possono essere portati con il vento in poppa al traguardo. La brezza termica è, dunque, un miracolo della natura e ha contribuito a far nascere la leggenda dello stadio del vento più competitivo del mondo. Alimentato da questo soffio corroborante che si fa sentire solo a ridosso della costa, quattro-cinque miglia non di più, e già al largo di Capri tende a spegnersi. A Bagnoli, quando c’è, è debolissimo. Intendersi con questo alleato è complicato”.
Deve averci fatto i conti nel settembre scorso Arianna Bridi, capace di sconvolgere la storia della Capri-Napoli appena usciti dal lockdown. Ha portato le ragazze italiane sul 9-9 con l’Egitto e ha battuto gli uomini, quelli di oggi e quelli di ieri, arrivando prima e stabilendo il nuovo primato, 6 ore, 4 minuti e 26 secondi. Il mare tempestoso si sollevò di nuovo come un bacio.
parole Arianna Bridi
➣ Come è nata questa passione? «Queste gare mi hanno dato gusto fin da subito anche perché quasi nessuno ci provava. Quindi mi sono detta di partecipare alla 4 km del Lago di Caldonazzo. Era una delle poche competizioni in Italia in cui c’era un buon premio in denaro, avevo 10-11 anni. Arrivai nelle ultime posizioni tra gli agonisti, mi persi anche, ma vinsi il premio come la più giovane ad aver finito quella gara. Quando sono entrata nella categoria ragazzi poi ho fatta la prima 10 km. Da lì è iniziato un amore».
➣ Lei non si è limitata a vincere la competizione, ma anche a battere gli uomini. Come è stato possibile? «In acqua mi ero concentrata sulla mia avversaria Ana Marcela Cunha e non mi sono preoccupata più di tanto di dove fossero i ragazzi. Poi, capire che fossero tutti dietro è stata una cosa incredibile, una soddisfazione immensa. Sono perfettamente consapevole che gli uomini siano più forti di me. Hanno fatto una scelta sbagliata e sono arrivati dietro una donna. Io sono certa che se ci riprovassimo altre 50 volte, sicuramente un riscontro del genere non riuscirei a farlo. È stata un’impresa dal punto di vista mentale. Ho avuto la capacità di rimanere calma e tranquilla, continuando a pensare alla mia gara al 100%».
➣ Con la forza mentale lei è un riferimento per chi affronta le acque libere e non riesce a intravedere il fondo, anche perché nel suo percorso di «demoni» ne ha sconfitti tanti. Ce ne può parlare? «A gennaio 2016 è morto mio padre. Tutti i miei dubbi mi stavano divorando e riuscire ad esternare tutte queste cose mi ha portato a essere me stessa al 100%, a sentirmi vera e la persona che sono ora. Il lockdown in primavera mi ha insegnato moltissimo a guardarmi dentro. Ho compreso i motivi delle mie sconfitte e in fondo la mia voglia di vincere è aumentata».
intervista di giandomenico tiseo, il Giornale, 18 novembre 2020
[prima pubblicazione il 5 settembre 2021]