▻ Era diventato campione del mondo solo al 54esimo match della sua vita ma era stato Marvellous, Meraviglioso, molto tempo prima. Subito. Un giorno si era presentato all’anagrafe e aveva detto: questo è il mio nome, per favore, cambiatelo. L’unico dubbio che ebbe: se chiederlo per favore o no. Se i pesi massimi sono la forza, nella boxe i pesi medi sono la danza. Marvin Hagler portò la forza nella danza, dopo che Muhammad Ali aveva portato la danza nella forza. È stata sua moglie Caterina, italiana, a dare l’annuncio della morte sulla pagina del fan club di Hagler su facebook. «Oggi purtroppo il mio amato marito Marvelous Marvin è morto nella sua casa nel New Hampshire. La nostra famiglia vi chiede di rispettare la nostra privacy in questo momento difficile. Con amore».
Era nato a Newark, ma dopo i disordini del 1967, quando ci furono incendi e scontri tra la polizia e gli abitanti afro-americani con 26 persone uccise, la famiglia se ne andò nel Massachusetts, a Brockton, dove era nato Rocky Marciano e dove adesso il sindaco Robert Sullivan dice a Nick Stoico del Boston Globe che Hagler «è stato un’ispirazione per i residenti della città».
La vita di Marvin aveva deviato verso la meravigliosità per caso, quando si era presentato quindicenne a lavorare in un cantiere. Era dei fratelli Petronelli, Pat e Goody Petronelli, nati vicino Foggia, a Casalvecchio, come Guerrino e Pasquale, ma poi emigrati assieme al papà in America, dove avevano messo in piedi un’azienda edilizia. Guerrino, sì, insomma Goody, era stato per vent’anni in Marina, nel servizio sanitario. Pat aveva avviato l’attività facendo il muratore. Gestivano anche una piccola palestra dove Goody faceva da maestro, perché sul ring si era lanciato in una carriera arrivata fino a 26 match, dignitosi, una sola sconfitta e la solita mano rotta e curata male che sta infilata nelle biografie di questi tutte le parabole spezzate. Si divertiva a insegnare ai ragazzi, e uno dei ragazzi diventò il Meraviglioso. I Petronelli, di Hagler, sarebbero stati manager, amici e coach. Furono i primi a dargli una chance e furono quelli che all’angolo gli suturavano le ferite.
«Aveva sempre bisogno di soldi – ha detto Pat Petronelli al New York Times nel 1987 – mangiava solo quello che poteva. Prendeva in prestito 50 centesimi per un panino, 25 centesimi per una soda e se li faceva sottrarre dalla paga del venerdì. Non spendeva niente a meno che non pensasse che fosse necessario».
A 18 anni chiuse la sua carriera da dilettante vincendo il torneo nazionale e una settimana dopo era professionista. Per anni, ricorda Michael Levenson sul New York Times, si è allenato a Cape Cod, godendosi l’isolamento e correndo tra le dune di sabbia. «Bisogna isolarsi – disse al giornale americano nel 1981 dalla sua stanza al Provincetown Inn – tutti i grandi campioni hanno fatto lo stesso. Rocky Marciano, Muhammad Ali a Deer Lake. Mettersi in prigione. Io mi sono messo in una prigione».
Se mi aprissero la mia testa calva
dentro troverebbero un enorme guantone da boxe
Marvin Hagler
Dario Torromeo, che sulla vita di Hagler nel contesto della boxe anni Ottanta ha pubblicato un libro, scrive che “Marvin Hagler era un fenomeno. È difficile affrontare un mancino, quando poi ha talento e potenza come lui, è ancora più difficile. Ma attenzione, il destro del Meraviglioso non era solo un colpo d’approccio. Aveva peso, faceva male. Portato in gancio era un fantastico colpo d’attacco, Thomas Hearns se lo ricorderà bene. Contro Mugabi il jab destro ha aperto la strada alla vittoria. Il sinistro serviva più che altro a chiudere la combinazione. Era quello che dava concretezza all’attacco. La soluzione finale. Il montante era la specialità della casa. Marvin era un pugile che si trovava a suo agio nella boxe a corta distanza. Era lì che poteva mettere a segno quel colpo difficile, pericoloso per chi lo riceve ma anche per chi lo porta. Sapeva tirarlo con entrambe le mani ed era sempre efficace. Aveva ritmo Hagler. Picchiava con la stessa intensità dall’inizio alla fine del match. Sorretto in questo da una preparazione atletica eccezionale e da un fisico perfetto. Non conosceva problemi di resistenza. Era pressoché indistruttibile. Se si eccettua l’infortunio contro Roldan, più una scivolata che un knock down, Hagler non è mai andato al tappeto negli ultimi venti anni della carriera. Non ci sono riusciti picchiatori come Hart, Hearns, Mugabi, Minter. È questa la testimonianza di una resistenza fisica eccezionale. Non ha mai evitato un rivale. È andato lui stesso a cercarli quando questo serviva per fare capire al mondo il suo valore (Briscoe, Monroe, Watts, Hart), ha accettato di misurarsi con i migliori quando era campione (Hamsho, Hearns, Mugabi, Duran). Ha sempre combattuto, come lui stesso ha più volte ricordato, da sfidante. Anche quando era campione. Sempre con la stessa rabbia, sempre con la stessa intensità”.
«Ho amato Dundee nel match contro Hagler, io che ero stato operato alla retina, ne vedevo tre di Hagler sul ring, lui mi suggerì: colpisci quello in mezzo».
Ray Sugar Leonard
Fausto Narducci sulla Gazzetta dello sport lo ricorda come “uno dei grandi combattenti del ring, sicuramente uno dei più amati della storia recente. Uno dei pochi pugili ad aver annunciato il ritiro senza tornare sulla decisione. Solo Ray Sugar Robinson e Carlos Monzon gli possono stare alla pari fra quelli che si sono concentrati sulla categoria più prestigiosa del ring. Era un uomo di cultura anche se aveva studiato poco e aveva avuto una vita tribolata. Milano e l’Italia erano diventate grazie alla moglie, ex insegnante di educazione fisica, la sua seconda patria. Hagler era tecnico e potente, un mancino praticamente imbattibile che solo la classe di Leonard era riuscito a fermare con un verdetto finale che ancora fa discutere”.
Quando ci apparve nel match per il titolo contro Vito Antuofermo finito in parità, Gianni Pignata su la Stampa scrisse che stava arrivando un fuoriclasse, “dinoccolato ma tutto muscoli, calvo e baffuto, normalmente anche barbuto ma i regolamenti europei lo hanno costretto a sacrificare la barba prima del match. Ha destato grossissima impressione. Hagler, che ha 27 anni, è un mancino privo del consueti difetti stilistici di ogni guardia destra: il suo jab destro è una staffilata. Marvin conosce tutti i colpi del repertorio e li spara tutti con naturalezza, ha velocità, potenza e intelligenza tattica, con qualche lieve lacuna in fase difensiva, del resto annullata da prodigiose doti di recupero”.
Ricorda Levenson sul New York Times che “Hagler si è sempre considerato una specie di emarginato nel pugilato, perennemente mancato di rispetto, e si è fatto strada gradualmente”.
Il 54esimo match fu quello buono per il titolo mondiale, sabato 27 settembre 1980 alla Wembley Arena, davanti ai militanti del Fronte Nazionale, il gruppo xenofobo di destra, che stravedeva per Minter (morto nel settembre scorso), il quale due anni prima aveva mandato in coma il povero Angelo Jacopucci, dichiarato morto in ospedale nel giro di tre giorni.
Minter aveva tolto la corona proprio ad Antuofermo sei mesi prima. Con Hagler metteva in scena uno strano match tra due mancini, con lo sguardo di chi si sentiva feroce, calato nel personaggio del killer del ring.
Dario Torromeo ha raccontato che “la superiorità di Minter era durata appena un round. Ancora più velocemente era maturata la disfatta. Un destro di Hagler gli aveva lacerato lo zigomo, un altro gli aveva devastato l’occhio sinistro. In tre round era già tutto finito. Alan aveva ancora dentro ferocia, rabbia, voglia di distruggere. Ma non aveva più i mezzi tecnici e fisici per portare avanti il suo piano. Aveva la faccia devastata, lo teneva in piedi solo l’orgoglio. La gente inferocita, aveva aumentato secondo dopo secondo la brutalità del loro comportamento. Ogni colpo di Minter era accompagnato da un’ovazione, ogni attacco era seguito dagli applausi. E adesso che neppure il mago delle ferite venuto dagli States riusciva a tamponare il sangue, ora che l’arbitro panamense Berrocal d’accordo con il medico diceva che poteva bastare, la gente travolta dall’ira lasciava da parte ogni briciolo di umanità e si trasformava in mandria impazzita. Il sangue che usciva dal lato sinistro del volto di Alan Minter, la furia di Marvin Hagler che sentiva il titolo mondiale vicino come non lo era mai stato. L’arbitro Carlos Berrocal che sanciva la fine, l’americano che si inginocchiava per ringraziare il cielo che l’aveva aiutato. Ecco, quello era stato il momento in cui un’arena di pugilato si era trasformata in un inferno popolato da belve. Violenza, delirio, follia. Bottiglie ancora piene di birra volavano sul ring, si schiantavano al suolo, una pioggia di vetri invadeva l’intera zona. Per tornare a sorridere, Marvin Hagler aveva dovuto aspettare che una pattuglia di poliziotti lo scortasse sino al Bailey’s, l’albergo dove alloggiava. Con lui Ida Mae, la mamma; Wilbur, il patrigno”.
Rimase imbattuto per sette anni, dal 1980 al 1987, con 12 difese del titolo. In quindici stagioni sul ring solo tre sconfitte, di cui avrebbe portato per sempre le cicatrici sulle sopracciglia. Del match più famoso, quello contro Hearns, davanti a 16 mila spettatori, scrive Sean Crose su Boxing Insider che “è stato il punto più alto della carriera di Hagler e dell’età dell’oro della boxe”. Secondo ESPN il primo round di quel match rimane uno dei più grandi nella storia della boxe.
Tim Dahlberg sul Washington Post aggiunge che “ogni dubbio sul fatto che Hagler non fosse davvero Marvelous, fu cancellato in una notte di primavera nel 1985, quando lui e Hearns si incontrarono in uno dei grandi match all’aperto dell’epoca, al Caesars Palace di Las Vegas. Dopo il suono della campana di apertura, si sono scambiati pugni per tre minuti in un round che molti considerano i migliori nella storia della boxe. Hagler batté Hearns in un combattimento che è durato meno di otto minuti, ma che è stato così epico da vivere ancora nella tradizione della boxe”.
Quando Joe Frazier lo aveva visto per la prima volta, gli aveva detto: «Hai tre cose che ti remano contro: sei nero, sei mancino e sei bravo».
Sette anni fa aveva dato un’intervista a Emanuela Audisio per Repubblica. Non era stato indulgente con la boxe. «È scomparsa. Se andiamo avanti così resterò disoccupato: cosa commento, il vuoto? Io per vincere il titolo dei pesi medi ci ho messo sette anni. Oggi diventi campione in fretta, affrontando sconosciuti, selezionando i tuoi avversari, dicendo questo sì, questo no, e altrettanto in fretta te ne vai senza lasciare traccia. Io i grandi li ho sfidati tutti: Duran, Hearns, Mugabi, Leonard. Hamsho mi ha lasciato il ricordo di cinque punti di sutura, ma lui ne ha avuto bisogno di 55 all’ospedale».
Sentiva di essere stato diverso da tutti, quelli che c’erano quando c’era lui, quelli venuti prima, figurarsi quelli venuti dopo perché lui aveva avuto «la strada in salita, le ingiustizie, i patimenti, i torti subiti. Eravamo sei figli cresciuti da una madre sola. Il primo avversario è stato un tipo, Don Wigfall, che mi aveva fatto un occhio nero in una lite in discoteca e il sangue mi aveva sporcato la nuovissima giacca di pelle. A questo serviva la boxe: a riparare i conti della vita. I ragazzi vanno ai talent show, ai reality. Vogliono diventare famosi in tv, si divertono a stare lì a parlare e a pettinarsi. Soffrire e piangere perché sei stato eliminato? Ma dai, ridicolo. Io mi allenavo nei motel chiusi per l’inverno, nebbia e tramontana, e correvo con gli stivali da guerra, altro che scarpette. I pesi massimi di oggi sono bestioni lenti, scarsi, incapaci. Non hanno tecnica, sono solo grossi, non lavorano in palestra».
Aveva stabilito con nettezza chi fosse stato l’avversario più duro mai affrontato. «Mamma. Non potevo mandarla ko. Dio solo sa se a volte non avrei voluto anch’io darle pugni. Ma non puoi picchiare tua madre».
Perse il titolo contro Leonard ai punti, verdetto non unanime e ancora discusso. Al New York Times disse che Leonard era «un falso, protetto per tutta la vita. Se non fosse diventato un pugile, avrebbe potuto fare altre cose. Ma io? Io non avrei avuto un altro posto dove andare». Il Meraviglioso annunciò il ritiro nel 1988, dicendo che non voleva aspettare una rivincita. «Sento nel mio cuore di essere ancora il campione. Odio davvero il fatto che mi abbiano preso la corona e l’abbiano data, fra tutte le persone, proprio a Sugar Ray Leonard».
Se ne andò e non tornò più.
Ora Lee Groves su The Ring sottolinea che “Hagler, Leonard, Hearns e Duran, soprannominati collettivamente The Four Kings, con i loro nove combattimenti incrociati hanno gettato le basi per le rispettive leggende individuali e ancora di più come una generazione. Non importa cosa si pensi del verdetto del match con Leonard. Un fatto è fuori discussione: anche prima che il regno di Hagler raggiungesse il suo culmine, era ritenuto degno di stare spalla a spalla con Ketchel, Greb, Zale, Robinson e Monzon, perché era tagliato della stessa loro stoffa, la vecchia scuola. Hagler credeva nei combattimenti di 15 round contro i migliori sfidanti disponibili. Credeva che si dovesse entrare sul ring nella migliore forma possibile. Credeva che il compito di un grande pugile fosse quello di fare pulizia nella categoria che governava e di farlo nel modo più dominante. Poiché ha trasformato le sue convinzioni in realtà – e poiché ha costruito la sua leggenda mattone dopo mattone, alla maniera operaia che rispecchiava la sua base di tifosi – è diventato tra i campioni più amati e venerati. L’immagine intimidatoria che proiettava con il suo cranio rasato, il suo fisico scolpito, il suo sguardo letale e il suo pizzetto. Il modo in cui sbatteva entrambi i guantoni contro la parete addominale mentre aspettava la campana. Senza fronzoli. Nessun extra. Se mai un uomo ha definito il volto ideale di un pugile, quell’uomo è stato Marvin Hagler. Molte parole possono essere usate per descriverlo. Versatile. Robusto. Abile. Orgoglioso. Ma una parola definisce meglio chi fosse dentro la palestra e sul ring, per tutti quelli che lo conoscevano e lo amavano. Meraviglioso”.
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A cura di Angelo Carotenuto.
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