
Qualche canestro, qualche palombella e molte schiacciate. È la Champions che ci resta dopo lo sgretolamento del calcio, dopo il capitombolo di Inter e Juventus ai play-off di fronte a Norvegia e Turchia, dopo lo sgretolamento dell’Atalanta sotto l’opulenza del Bayern.
Il Recco è tornata la squadra da battere nella pallanuoto [7 vittorie su 7] alle soglie dei quarti di finale, un turno che è alla portata pure del Brescia. La Reyer Venezia è ai quarti dell’Eurolega femminile di pallacanestro dopo aver eliminato Schio in uno spareggio tutto italiano. Ma il sospetto è che sia una corsa a termine pure questa, in una Coppa dove manca una finale dal 1999 e un titolo dal 1995 – con la Comense. Nel torneo maschile, Milano ha sette partite di tempo per infilarsi fra le prime-10 e giocare almeno i play-in, la Virtus Bologna è troppo lontana. C’è stata una sola qualificata per le final four dal 2012. L’ultima finalista è la Fortitudo del 2004, l’ultimo titolo è quello della Virtus nel 2001.
Nelle celebrazioni di questi giorni per la nuova meglio gioventù italiana fiorita intorno al deserto del calcio, non si tiene conto del filo grigio che unisce il passo dei nostri club negli sport di squadra. Dove la sola eccezione di sistema resta la pallavolo. Già il Recco è un’anomalia dentro il quadro della pallanuoto italiana, l’unica realtà in grado di spendere fra i 3 e i 5 milioni di euro per stare al passo con Ferencvaros o Novi Belgrado. Il Real Madrid dell’Eurolega maschile di basket ha un budget stimato intorno ai 45 milioni, Monaco e Olympiakos ne spendono 38, il Panathinaikos uno in meno e ne paga 27 di ingaggi. L’Olimpia è nella fascia media degli investimenti, la Virtus non tocca più nemmeno i 25 delle stagioni scorse gli stipendi sono scesi a 8 mln [qui sotto c’è la sconfitta di ieri sera].
Questo è il tema. Siamo competitivi dove le spese sono ancora accessibili in un Paese nel quale il salario medio è diminuito del 3% negli ultimi trent’anni: nel resto della UE sono a +22%. Tra i Paesi del G8, l’Italia è quello che ha subito la più forte perdita di potere d’acquisto, con un crollo dell’8.7%. Nei due sport più alto-spendenti – il calcio e il basket – siamo dietro, perché siamo dietro nei dati macroeconomici che ci riguardano. Il calcio e il basket d’élite si reggono sui consumi interni: biglietti, merchandising, diritti TV. Tra il 2008 e il 2024, il PIL pro capite reale in Italia è rimasto sostanzialmente piatto (0%), mentre in Germania è cresciuto del 17% e in Spagna del 10%. Se i club italiani alzano i prezzi dei biglietti o dei servizi allo stadio, all’arena, fanno i conti con un tifoso medio più povero, con un reddito inferiore rispetto a 15-20 anni fa.
L’Italia ha un rapporto Debito/PIL che sfiora il 138%. Questo genera tassi di interesse più alti per le banche italiane. Quando un club italiano chiede un prestito – tipo: per costruire uno stadio o rifinanziare un debito – paga interessi molto più alti rispetto a un club inglese o tedesco. Il Decreto Crescita non era stato pensato per il calcio, ma il calcio lo ha sfruttato per i suoi bisogni nel recente passato – casualmente a cavallo delle due finali dell’Inter, la semifinale del Milan, il quarto del Napoli. L’abolizione dello sgravio ha aumentato i costi del lavoro per i club di circa il 30-40% per ogni nuovo acquisto eccellente. Per pagare uno stipendio netto di 10 milioni a un giocatore, un club italiano deve spenderne di nuovo 20 lordi anziché 13. L’età media degli stadi in serie A è di 68 anni. Le arene di basket sono spesso strutture polifunzionali degli anni ‘70/’80. In Inghilterra o Germania, i club ricavano il 25-30% del budget dallo stadio [settori VIP, ristoranti, eventi 365 giorni l’anno]. In Italia, la dipendenza dei club è per buona parte legata ai proventi delle televisioni.
I club operano in un’economia che non cresce, con infrastrutture vecchie, dentro federazioni gestite da uomini legati a vecchie logiche, idee superate, scarsa capacità di intervenire con delle riforme, intraprendenza zero. Se Mattia Furlani avesse scelto di giocare a calcio, non lo conosceremmo – e se Larissa Iapichino fosse nata cestista giocherebbe all’estero.
La pallavolo
Resiste Santa Pallavolo. Dove bastano dai 5 agli 8 milioni di euro per avere la squadra più forte del mondo.
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