Il 12 marzo nel 1966 è un sabato, e tutte le buone intenzioni messe in piedi fra PSI e PSDI per la riunificazione vanno a sbattere sulla compilazione delle liste elettorali per le amministrative. Niente, non riescono proprio a trovare un accordo. Corre voce addirittura che le Comunali del 19 giugno possano essere spostate.
Il Sessantotto soffia prima del tempo in Olanda, dove Amsterdam viene messa sottosopra da manifestazioni di protesta durante le nozze di Beatrice d’Olanda. Alberto Cavallari riferisce le cronache per il Corriere della sera come il segnale di qualcosa di molto più profondo. Ha chiara la consapevolezza che non si è trattato di una contestazione folkloristica contro le nozze di una principessa. Il punto è che una monarchia moderna, rispettabile, occidentale, può diventare il bersaglio di una rabbia nuova, soprattutto giovanile, che non riconosce più l’autorità come un fatto naturale.
“A questo punto – scrive – è chiaro che le cose non funzionano più. Non si può pretendere di essere democratici e non tenere conto, nello stesso tempo, dell’opinione pubblica. Non si può pretendere di essere simboli e poi reclamare i diritti del cuore”.
La monarchia olandese aveva provato a presentarsi come un’istituzione razionale, sobria, quasi democratica, ma gli incidenti e i manifestanti hanno mostrato che sotto la superficie restano tutte le contraddizioni di un potere antico, simbolico, verticale. La corona vuole sembrare vicina al popolo, ma appena viene sfidata ricorre alla polizia, alla difesa del prestigio. E lì si rompe l’incanto.
La cosa più forte, letta oggi, è che Cavallari non parla solo dell’Olanda. Usa l’Olanda come esempio di una crisi più larga: le vecchie istituzioni europee — non soltanto le monarchie, ma in fondo tutte le autorità tradizionali — stanno perdendo il loro linguaggio, mentre i giovani stanno imparando un altro modo di stare nello spazio pubblico. Contestano i simboli, le cerimonie, i rituali stessi del potere.
C’è un contrasto molto netto, quasi programmatico. Da una parte i vecchi sudditi, cioè chi continua a credere nell’obbedienza e nella deferenza, nella continuità; dall’altra i giovani ribelli, che non vogliono più essere sudditi di niente, nemmeno in senso psicologico. A Cavallari non interessa la cronaca minuta degli scontri. Cavallari racconta che un conflitto sta arrivando in Europa, non solo politico o sociale, ma anche simbolico. Riguarda il modo in cui una generazione guarda i padri, i riti pubblici e la rispettabilità. “Resta da spiegare ora perché studenti, teen-agers, capelloni, abbiano reagito all’avvenimento con tanta decisione: Anche in questo si può ravvisare una logica. È infatti naturale che a una generazione di principesse che sposano impiegati d’ambasciata, tranquillamente ignorando le tradizioni che vogliono far rispettare, corrisponda la protesta d’altri giovani che la stessa tradizione rinnegano fino a pettinarsi da donna. Gli antagonisti si somigliano. Dopo tutto, si tratta d’uno scontro tra coetanei che hanno qualcosa in comune: la ribellione contro le regole del gioco. A parte questo, poi, c’è l’aspetto politico della questione. I giovani di Amsterdam si sono inseriti nei contrasti parlamentari, nel movimento di opinione pubblica olandese, e l’hanno esasperato. Non è solo fumo ciò che hanno sollevato”.
Mentre in terza pagina Indro Montanelli non resiste alla apocalittica tentazione di scrivere un pezzo su un paese che va in rovina [“Proust aveva ragione, gli italiani non amano l’arte”], le cronache sportive raccontano delle proposte innovative di Helenio Herrera per la Coppa Italia. Allena l’Inter per il sesto anno, ha vinto scudetti, Coppe dei Campioni e Intercontinentali, ma mai quel trofeo. Alla Gazzetta dello sport dice che l’Inter non si è mai concentrata per conquistarlo, non ha appeal. Suggerisce di far giocare la finale nella stessa stagione dei turni precedenti, non nella successiva con i nuovi acquisti, e per darle più prestigio considera che sia il caso avere in tribuna il presidente della Repubblica, a quel tempo Saragat. Sessant’anni prima, aveva ragione lui.