La Nigeria della diaspora

La nazionale nigeriana è diventata negli ultimi anni un posto dove si incrociano appartenenza, opportunità e necessità. Unna squadra di calcio nella quale si incarna il riflesso di un paese che cerca sé stesso attraverso i figli di una diaspora vastissima, ragazzi cresciuti altrove, formati in altri sistemi e richiamati a casa per i grandi eventi internazionali.  Jay Harris su The Athletic ha ricostruito come questa relazione sia stata costruita in modo frammentario, spesso casuale, e perché oggi rappresenti insieme una risorsa e un limite strutturale.

Nel marzo 2017, la Federazione nigeriana tentò uno dei primi approcci, invitando alcuni giovani con doppia cittadinanza a un ritiro a Barnet, nel nord-ovest di Londra. Tra i presenti c’erano Ola Aina e Chuba Akpom, allora in Championship in prestito da Chelsea e Arsenal. Entrambi avevano rappresentato l’Inghilterra a livello giovanile ma non avevano mai esordito in nazionale maggiore. Quell’incontro segnò l’inizio di una strategia ancora informale, fatta di tentativi e relazioni personali.
Eberechi Eze rientra in quest’ultima categoria. La sua carriera decollò poco dopo, ma in una direzione diversa. All’epoca – ricorda The Athletic – giocava nelle giovanili del Queens Park Rangers e solo il prestito al Wycombe Wanderers diede slancio alla sua carriera. Nell’ottobre 2018 arrivò la prima convocazione con una selezione giovanile inglese e da lì non si voltò più indietro: debutto in nazionale maggiore nel giugno 2023, tre presenze da subentrato all’Europeo dell’anno successivo e una finale europea raggiunta con l’Inghilterra. Pur lusingato dall’interesse della Nigeria, la sua preferenza era sempre stata rappresentare l’Inghilterra. La Nigeria, in quel caso, arrivò troppo presto o troppo tardi, senza un progetto definito. 

Diversa è stata la traiettoria di William Troost-Ekong, che racconta bene come l’approdo in nazionale sia la costruzione di contatti diretti e intuizioni. “Quando iniziò a giocare, il reclutamento dei giocatori della diaspora non era un percorso codificato. Nato nei Paesi Bassi e cresciuto a Londra, non era nei radar della Nigeria finché non parlò pubblicamente della possibilità di rappresentarla. Dopo un’intervista, l’allora ct Stephen Keshi andò a vederlo giocare e lo convocò. Troost-Ekong sarebbe poi diventato capitano della nazionale e uno dei simboli di questa nuova Nigeria globale, costruita senza un piano ma attraverso occasioni colte al momento giusto”.
Ma questa apertura verso l’esterno nasconde un problema più profondo. “Nessun giocatore dell’attuale rosa della Coppa d’Africa gioca nel campionato nigeriano. La federazione è costretta a rivolgersi all’estero perché la lega locale non produce abbastanza talento competitivo. A differenza di altri paesi africani, il campionato nigeriano soffre di mancanza di investimenti e le migliori accademie sono private, vendono rapidamente i talenti all’estero e reinvestono come possono. Questo modello ha funzionato, ma diventa un problema quando la nazionale dipende quasi esclusivamente da giocatori formati altrove”. 


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