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#6 giorni a Wimbledon
► GLI OKLAHOMA CITY Thunder sono campioni della NBA per la prima volta nella storia. È la settima squadra diversa in sette anni che vince l’anello. Una partita segnata dal drammatico infortunio a Tyrese Haliburton dopo 7 minuti [rottura del tendine d’Achille] e dalla doppia-doppia di Shai Gilgeous-Alexander, 29 punti e 12 assist, MVP delle finali dopo esserlo stato anche della stagione regolare
◇ La Juventus ha vinto anche la sua seconda partita ai Mondiali dei club: 4-1 ai marocchini del Wydad Casablanca. Aspetta il Manchester City [6-0 all’Al-Ain] per giocarsi il primo posto nel girone. Due gol di Yildiz e bene anche Thuram.
◇ La Nazionale Under-21 è stata eliminata ai quarti di finale dagli Europei, battuta ai supplementari per 3-2 dalla Germania, a tre minuti dai calci di rigore, giocando in nove contro undici. In nove l’Italia aveva raggiunto il 2-2 al 96’. “Gattuso promuove Casadei” dice La Stampa.
◇ Invece la Nazionale femminile di pallavolo non ha ancora trovato una squadra che l’abbia messa sotto. È arrivata l’ottava vittoria su otto in Nations League contro la Cina in Cina. I maschietti hanno battuto 3-2 il Canada in amichevole e da mercoledì giocano a Chicago la seconda finestra di Nations League.
◇ Quella di pallacanestro gioca domani il quarto di finale agli Europei contro la Turchia e stamattina Cecilia Zandalasini dice a Repubblica che solo in Italia le che comandano fanno ancora effetto.
◇ La Sampdoria resta in serie B. Si è salvata alla fine di una partita sospesa per lancio di petardi, fumogeni e seggiolini in campo quando era in vantaggio per 2-0 a Salerno.
◇ Marc Marquez ha chiuso un’altra settimana perfetta con uno show. Ha vinto al Mugello battendo suo fratello Alex e Di Giannantonio, dopo aver a lungo duellato nei giri iniziali con Bagnaia [alla fine 4°]. Il pubblico toscano lo ha fischiato e lui ha piantato una bandiera della Ducati sotto la tribuna. Repubblica ha scritto che “il Mugello non perdona il grande antipatico”
◇ Tornei verso Wimbledon: Bublik ha vinto Halle battendo in due set Medvedev, Alcaraz ha conquistato il Queen’s battendo Lehecka, Marketa Vondrousova ha vinto Berlino e McCartney Kessler sull’erba di Nottingham. Due sconfitte in due finali nel doppio per l’Italia con Errani/Paolini a Berlino, Bolelli/Vavassori ad Halle.
◇ Joao Almeida ha recuperato nella cronoscalata finale i 33 secondi di distacco che aveva dal francese Kévin Vauquelin, gli ha dato 1 minuto e 40 di scarto e gli ha sfilato all’ultimo giorno la maglia gialla del Giro della Svizzera. Il ciclismo francese non vince una gara a tappa di World Tour dal Delfinato del 2007 con Christophe Moreau, L’Équipe stamattina scrive che Vauquelin si è comunque “distinto con la sua personalità e il suo carattere atipici”. Il Giro d’Italia NextGen è stato vinto da Jakob Omrzel
Sul mio dito c’è un anello, me lo hai dato tu
Nada
Il primo anello per Oklahoma City
La settima squadra campione diversa in sette anni è quella che in Gara-7 ha avuto il suo campione fermo sulle gambe fino in fondo, Shai Gilgeous-Alexander, MVP della stagione regolare e adesso anche delle finali con una doppia-doppia nella notte dell’anello, come non succedeva dai tempi di Steph Curry 2015.
L’altra ha invece perso la propria stella dopo 4 minuti e 55 secondi di partita. Mentre cercava di andar via uno-contro-uno proprio a SGA, Tyrese Haliburton ha allungato la gamba sinistra per cercare un appoggio ma non ha più sentito forza nella caviglia, solo dolore, dolore e voglia di tornare indietro. Ha battuto quattro volte il pugno destro sul parquet perché aveva già capito tutto, gli sportivi sanno di essersi rotti anche quando non si sono mai rotti prima.
Haliburton aveva messo fino a quel momento tre triple, aveva segnato 9 punti in 7 minuti, Indiana era avanti di quattro [14-10] e nessuno saprà mai come sarebbe finita con lui in campo. LeBron ha twittato quella parola americana di quattro lettere che inizia con la F e finisce con la K, una lunga schiera di campioni ha postato l’emoticon delle mani giunte in preghiera molto prima di conoscere la diagnosi: Vince Carter, Josh Hart, Trae Young, Jalen Brunson, Donovan Mitchell, Isaiah Thomas, Karl-Anthony Towns, finanche il quarterback Patrick Mahomes. Rottura del tendine d’Achille. Era la sera di Ettore, evidentemente.
Si è raffreddata così la squadra che ha saputo essere calda al momento giusto, la squadra che poteva diventare la peggiore di sempre con l’anello. Ma peggiore solo per le statistiche. Gli Indiana Pacers sarebbero potuti diventare campioni con la quarta percentuale più bassa di sempre [50 su 82] e con il terzo peggiore differenziale di punti [+2,2].
L’anello invece ha preso la strada di Oklahoma City, la città che nell’immaginario americano era solo western e country, ma che nel tempo si è trasformata al cinema, nella musica e nella pallacanestro. Fino alla notte scorsa i Thunder possedevano il misterioso primato di essere i soli nella storia della NBA ad aver perso una finale avendo con la propria maglia Kevin Durant e Russell Westbrook a 24 anni, James Harden e Serge Ibaka a 23. Era il 2012 e gli altri – i Miami Heat – avevano LeBron. Poiché il caso si diverte a spargere segni fra i nostri piedi in cammino, l’anello è arrivato poche ore dopo la notizia che l’inquietudine di KD – tre squadre cambiate dopo quel 2012 – aveva trovato una quarta casa a Houston adesso che mancano tre anni per avere quaranta candeline sulla torta.
È stata una stagione epica per Shai, dicono alla NBC, segnalando una serie di voci statistiche su di lui. È il quinto giocatore con almeno 25 punti, almeno 5 rimbalzi e almeno 10 assist in una Gara-7 di finale NBA dopo Jerry West, Walt Frazier, James Worthy e LeBron James. È il primo capocannoniere della NBA che vince l’anello dopo lo Shaquille O’Neal stagione 2000. È il quarto giocatore ad aver vinto il titolo di miglior marcatore NBA, essere stato nominato MVP della stagione regolare e MVP delle finali dopo Kareem Abdul-Jabbar, Michael Jordan e Shaquille O’Neal. Ci sono compagnie peggiori al mondo.
Ma non è stata la vittoria di un uomo solo, annota ESPN, sebbene abbia totalizzato quindici prestazioni da almeno 30 punti nei play-off, restando dietro solo a Jordan e Olajuwon in questa voce. Jalen Williams ha aggiunto 20 punti e due palle rubate, l’unicorno Chet Holmgren ha contribuito con 18 punti, otto rimbalzi e cinque stoppate. Alex Caruso e Cason Wallace hanno messo a segno 10 punti e tre palle rubate ciascuno uscendo dalla panchina. I Thunder hanno avuto la miglior difesa della stagione regolare e “hanno soffocato i Pacers” spingendoli a perdere 23 palloni che hanno prodotto 32 punti. “Ma c’è un asterisco”, dice The Athletic. E quell’asterisco si chiama Haliburton.
È già tempo di immaginare la prossima stagione. The Athletic lo fa mettendo logicamente i Thunder in pole position, favoriti per il bis, sebbene un bis manchi dal 2017-2018 [Golden State]: alle spalle i Knicks, Cleveland e i Rockets di Durant.
IL SUPPLENTE
Anche stavolta T.J. McConnell si è alzato dalla panchina e ha fatto il pazzo, 16 punti, ma la supplenza non è stata sufficiente, lui che è stato “il giocatore più piccolo in campo e il più grande X-Factor delle finali” come ha scritto Robert O’Connell quasi omonimo sul Wall Street Journal.
“Per gli standard NBA, TJ McConnell non è un giocatore qualunque, è proprio un giocatore del tutto dimenticabile”. Haliburton lo sfotte chiamandolo come si era soliti chiamare nella boxe quei tizi grandi e grossi che ogni tanto pretendevano di sfidare un Foreman, un Frazier, un Muhammad Ali: “La grande speranza bianca”. TJ è solo bianco, non è grande e non è una speranza. Ha tappato buchi su buchi in questa serie diventando il giocatore preferito della folla: “Ogni volta che McConnell si presentava, l’arena di casa esplodeva in un boato, e quando una volta si è tuffato per recuperare una palla vagante, nientemeno che la leggenda dei Pacers Reggie Miller è saltato dal suo posto fino a bordo campo per dargli un cinque”.
McConnell è figlio di un allenatore di basket di un liceo in Pennsylvania. Ha avuto una discreta carriera universitaria in Arizona, ma sembravano esserci poche possibilità in NBA per i suoi 185 centimetri di statura, nonostante tutta la retorica sui 160 di Tyrone Muggsy Bogues e i Looney Tunes. “Poi McConnell ha avuto un colpo di fortuna – racconta il WSJ – in una delle peggiori squadre della storia del basket. Nel 2015 i Philadelphia 76ers erano nel bel mezzo del loro piano che prevedeva di perdere il più spesso possibile per conquistare posizioni al draft. McConnell non era stato scelto al draft, i Sixers lo presero volentieri. In una squadra che avrebbe vinto solo 10 delle 82 partite, McConnell ebbe la possibilità di dimostrare di possedere almeno un attributo da élite: nessuno avrebbe mai potuto fare più lavoro di lui. Ma la cosa straordinaria nel guardare McConnell oggi è che non si è lasciato imprigionare nello stereotipo del figlio di un allenatore che si dà da fare e si butta a terra alla prima occasione. Funziona benissimo, anche sul palcoscenico più importante del basket”. Finanche in una Gara-7 di finale. Ma per un anello era troppo.
COME SI SENTONO A SEATTLE
Qualche notaio che si incontra in giro è propenso a dire che non si tratta del primo anello perché un tempo questa franchigia si chiamava Sonics e ne vinse uno a Seattle. Solo che quella sera non fecero festa a Oklahoma City e ieri notte non hanno di certo fatto festa a Seattle. Anzi. “Il successo dei Thunder – ha scritto il Washington Post – riapre ferite mai del tutto rimarginate”. Sono passati 17 anni da quando i Sonics hanno lasciato la città e “i tifosi dicono di essere stati costretti a guardare in televisione il tuo ex che si sposa”. Parole e umorismo amaro sono di Mike Gastineau, autore e conduttore radiofonico sportivo in pensione. Jerry Brewer ha scritto: “Parlate dei Sonics con 10 abitanti di Seattle e riceverete 10 diverse affermazioni su come si sentono in questo momento. Il tempo ha attenuato alcune delle emozioni più forti, ma il dolore è cronico. Le riacutizzazioni sono frequenti. Le persone possono passare dalla rabbia alla tristezza, dalla meschinità alla depressione, fino all’ottimismo sulla possibilità di un ritorno di una franchigia grazie all’espansione NBA. Ma c’è un desiderio che appartiene a tutti: separare completamente la storia dei Sonics dal presente dei Thunder”.
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L’immagine dell’Oklahoma cambiata anche dal basket
In un panorama mutato rispetto ai giorni in cui l’Oklahoma era solo la terra di John Wayne e del Grinta, oppure di Clint Eastwood e di Impiccalo più in alto, quand’è arrivata la pallacanestro dei Thunder anche la musica è cambiata, passando dal country all’hip hop Segue qui
6 GIUGNO 2025
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Lo scudetto di Francia alla partita decisiva
Oh, per gli amanti del genere dentro-o-fuori, cuore-e-batticuore, o-la-va-o-la-spacca, altrimenti detto all-in nella lingua post-moderna e rimasticata, anche in Francia lo scudetto della pallacanestro si assegna in una partita secca. La serie di finale tra il Monaco e il Paris avrà bisogno di una Gara-5 decisiva domani nella capitale. Il Paris ha vinto in casa le prime due con uno scarto di +12 e di +25, il Monaco l’ha raggiunto sul 2-2 con un margine di +3 e di +6.
Tiago Splitter, allenatore di questa squadra parigina rivelazione, fresca fresca di ascesa al vertice, addirittura in testa all’Eurolega nelle prime giornate, consegna agli archivi una frase in cui fa il fichissimo come Jerry Calà con i fratelli Vanzina: «Da ora in poi non ci sarà più passato, né futuro. Solo una partita, una finale».
Si muove qualcosa a Parigi anche intorno alla squadra di pallavolo, dove l’ex capitano della Francia Stéphane Antiga e il due volte campione olimpico Antoine Brizard stanno cercando energie e risorse nel tessuto imprenditoriale per riportare il club in cima alla classifica. Brizard e Antiga sono gli azionisti di riferimento dal 2018, quando salvarono il club dalla bancarotta, con un deficit di 750 mila euro [ma come cavolo stiamo parlando: azionisti di riferimento, tessuto imprenditoriale: bah]. Dal loro ritorno in serie A non hanno mai fatto meglio del settimo posto, vanno avanti con un budget da 1 milione e 200 mila euro in un palazzetto da 1.480 posti e la proprietà comincia a essere insoddisfatta. Qui ne scrive L’Équipe
I segnali che manda la Juventus americana
Come un nuovo Federico Fellini, la visionarietà di Yildiz ha preso otto e mezzo in pagella dal Corriere della sera per la partita contro i marocchini del Wydad Casablanca. “Sulle spalle di Yildiz” titola il giornale e Massimiliano Nerozzi lo chiama “il Thomas Jefferson della Juve, da orgogliosa dichiarazione d’Indipendenza: un po’ centrocampista, un po’ attaccante, sempre al centro del gioco. Partita da trilogia: parte prima, s’infila in area e forza l’autogol; parte seconda, raddoppia con un colpo di coordinazione e invenzione; parte terza, finta, dribbling e gol di putt, con la tecnica dei prescelti”.
Repubblica lo chiama “ragazzo magico”, Emanuele Gamba scrive che “si sta prendendo il mondo a vent’anni, il ragazzo, e chissà se si prenderà anche il Mondiale: ci sono momenti senza più limiti, Kenan Yildiz ne sta attraversando uno con la sua sfacciata creatività e la timida riservatezza che gli consente di godersi una quasi tripletta senza le esagerazioni di chi gioca per farsi vedere, prima che per giocare”.
Certo: finora ci sono stati cinque gol all’Al-Ain e tre gol al Wydad, ma “dietro la facilità apparente” si intravede “una promessa di rinascita” titola La Stampa sul commento di Antonio Barillà.
Dovrebbero intervenire i ministri della Salute
Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio ritorna stamattina sull’aspetto politico del torneo in un’analisi titolata “Per potere e per soldi” nella quale il Mondiale dei club viene definito un baraccone messo su dimenticandosi di cosa è il calcio: solo l’ultima di una lunga serie di storture, un’accelerazione brutale. Scrive Polverosi: “Dovrebbero intervenire i Ministeri della Salute per dire che non si può giocare negli States a giugno e luglio con temperature oltre 35 gradi, dopo le note stagioni massacranti. Ne va non solo dello spettacolo (e di quello, ormai non frega niente), ma anche della salute dei giocatori. Lo diceva, anzi lo gridava, Maradona nel ‘94 e Diego andò anche allo scontro con Blatter e Havelange, allora i capi della Fifa. Per il Mondiale in Qatar, organizzati in inverno per evidenti ragioni, la Fifa ha spaccato senza preoccuparsene troppo i campionati in Europa. Motivo? Soldi. E potere. Nel 2022 le nazionali che hanno partecipato al Mondiale erano 32, il prossimo anno negli States, in Canada e in Messico saranno 48, sedici squadre in più. Ma dove sono 48 nazionali in grado di assicurare un decente livello di spettacolo? Nemmeno questo è un problema della Fifa, ovvio. Si gioca solo per soldi e per allargare l’elettorato: più federazioni, più voti”.
Dieci ragazzi per me posson bastare. “Dieci giocatori sono una folla, sono una moltitudine”, se quei dieci sono del Real Madrid. Così Diario AS celebra la vittoria in inferiorità numerica dal 6° minuto per l’espulsione di Asencio. La squadra di Xabi Alonso ha “travolto il Pachuca con una prestazione collettiva ed efficace” ma anche con “una partita fantastica di Courtois”.
Stasera
Seattle vs PSG
New York, Los Angeles, Miami, Chicago, Charlotte, Columbus, Orlando, Eugene e ora Seattle. Dal 2012 a oggi, nelle sue cinque trasferte in terra americana, il PSG ha attraversato gli Stati Uniti da est a ovest e da nord a sud. Nei panni dei campioni d’Europa in carica, stasera chiude la fase a gironi ai Mondiali dei club nello Stato di Washington, nell’estremo nord-ovest del Paese, a pochi chilometri dal Canada. Solo che i suoi Mondiali si sono un po’ complicati.
Quella che doveva essere una formalità, una partita senza niente in palio, adesso non si può sbagliare per aver perso quella contro i campioni sudamericani del Botafogo, stessa proprietà del Lione, cioè John Textor, tra i più fieri avversari di Nasser Al-Khelaifi nella politica calcistica di Francia. Uscire prima del previsto, dice L’Équipe, “sarebbe certamente una battuta d’arresto tanto inaspettata quanto dannosa in termini di immagine, ma non basterebbe a oscurare una stagione storica per il club, scandita dalla sua prima Champions League”. Nella migliore delle ipotesi invece il viaggio prosegue verso la costa orientale, “dove la squadra potrebbe contare su un Ousmane Dembélé di nuovo pienamente operativo”.
I chili di Pogba
“Quanto tempo ci vorrà prima che Paul Pogba torni in piena forma?” domandava L’Équipe ieri mattina seminando il panico con interrogativi a cui i lettori non sanno mai dare una risposta.
Tutta la domenica se n’è andata con questo tarlo nella testa, famiglie preoccupate a tavola, ma che è, ma papà a che sta pensando, dice che sta preoccupato per Pogbà – chi? Pogbà, te lo ricordi Pogbà, c’ha fatto Pogbà, ssshh non alzare la voce che lo fai dispiacere, scusa, niente: ha letto su Lekìpp che Pogbà non gioca una partita da tre anni e non si sa quando torna in forma, passami il sale va’.
Insomma dice che il Polpo firmerà un contratto biennale con il Monaco, ma poi chi lo sa come si presenta in campo. “Una cosa è certa – dice L’Équipe [oh meno male] – il nazionale francese con 91 presenze non è sovrappeso. A torso nudo o in maglietta, pubblica ogni giorno sui social media foto di sé mentre si allena a Miami, e venerdì ha postato il suo incontro con Tyreek Hill, stella dei Dolphins e della NFL. Pogba si mantiene in forma. Si allena da solo o con degli sparring in attesa che la sua situazione si risolva”.
Un pasticcio finito peggio
Forse in preda a un sentimento di privazione di cattive figure, il calcio italiano si è regalato un play-out della serie B finito senza finire. In un mondo che sta prendendo la piega cara ai vecchi Mastiffs della Curva A [“Noi / facciamo / il c. che vogliamo”], dove ognuno tira quello che gli piace in un posto che non gli piace, a Salerno hanno pensato bene di tirare un paio di petardi in campo e di far sospendere la partita che la loro squadra stava perdendo contro la Sampdoria dopo aver perso anche la prima. Così un mesetto dopo essere stata retrocessa, la Sampdoria si è salvata. Tutte le analisi scritte e lette possono rientrare nelle penne, sia gloria a Chicco Evani che ha tenuto in B il cerchio blu grazie alle disavventure finanziarie di Massimo Cellino: il Brescia è affondato in C per guai maturati fuori dal campo e la gloriosa Samp scudettata nel ‘91 è stata ripescata allo spareggio. Andrea Sereni su Repubblica lo ha definito “un epilogo indecente dopo un pasticcio durato più di un mese”.
Carlos Cuesta è una rivoluzione da tener d’occhio
Il motto di Carlos Cuesta pare che sia niente scuse, solo soluzioni. A 18 anni intuì che non sarebbe mai diventato un grande calciatore ma che aveva tutto il tempo davanti per diventare un grande allenatore. Ha studiato Scienze Motorie a Madrid. Ha fatto lo stalker sui social a chiunque avesse una connessione con una squadra di calcio della città per farsi notare. È riuscito a farsi prendere all’Atlético come assistente dei Pulcini. Fece arrivare delle analisi tattiche a Mikel Arteta che gli valsero l’invito al centro sportivo del Manchester City, dove Arteta lavorava all’epoca da assistente di Pep Guardiola.
Tutto è cominciato così. Forse Cuesta sarà davvero un grande allenatore, forse lo è già oppure si trova a buon punto, fatto sta che senza scusa, solo soluzioni, ha trovato quelle giuste per farsi scegliere all’età di 29 anni come allenatore del Parma in serie A.
Nell’ultimo campionato c’erano 150 calciatori più anziani di lui, il più giovane in panchina nei prossimi cinque tornei d’élite europei, il secondo più giovane nella storia del campionato italiano. Per battere la precocità di Cuesta bisogna tornare a un tempo nel quale in Italia non si era ancora giovani a quarant’anni, in qualche caso lo sei anche a cinquanta. Bisogna tornare al tempo di Elio Loschi, 29 anni, 9 mesi e 20 giorni quando la Triestina gli chiese di sedere in panchina e inventarsi qualcosa per salvare la squadra. Era il terzo allenatore della stagione dopo János Nehadoma e Jenő Konrad. Siamo nel 1938 e in serie A abbondano i maestri di calcio danubiani, austriaci e ungheresi sono il meglio del pensiero umano applicato al pallone in quel periodo, e oggi sono la migliore testimonianza possibile del declino di una civiltà.
Comunque la Triestina alla fine si salvò. Di un soffio ma si salvò. Cuesta è diverso. Comincia la stagione e darà un indirizzo al percorso, darà un garbo suo al Parma e rappresenta una delle curiosità maggiori per Slalom. Dal Duemila in avanti il più giovane in panchina è stato Maurizio D’Angelo. Cuesta parte con cinque anni di vantaggio su di lui, ne avrà 30 e 26 giorni quando debutterà contro la Juventus, ops, stessa squadra che si trovò di fronte al primo giorno di lavoro pure Loschi.
Cuesta è una puntata perfino più grossa di quella fatta dall’Inter su Chivu. I suoi pochi anni sono motivo di simpatia sulle pagine di inizio estate e saranno motivo di pregiudizio al primo pareggio in casa seguito da una sconfitta in trasferta. Il cammino di Cuesta avrà la forza di incidere sulle occasioni offerte o negate a un’intera generazione. Perché funziona così. Se Cuesta va bene, tutti vorranno il loro Cuesta: come tutti a un certo punto hanno provato a costruirsi il loro Guardiola dentro casa. Se Cuesta va male, vi potete scordare di andare in panchina prima di avere – boh – cinquant’anni, l’età nella quale non si è più acerbi per nulla, ma spesso – inconsapevolmente – si è già oltre la soglia della giusta maturità.
A Cuesta oggi si interessa anche L’Équipe descrivendolo come curioso, estroverso, laborioso e ossessivo nel suo approccio al calcio. Il giornale francese riferisce che “Cuesta ha sempre affascinato chi lo circondava, aiutato dalla sua fluidità in sei lingue (inglese, francese, italiano, portoghese, spagnolo, catalano)”.
Granit Xhaka l’anno scorso ha detto a The Athletic che Cuesta sa di cosa ha bisogno un giocatore e sa come parlargli. Nuno Tavares nel documentario Amazon All or Nothing: Arsenal dice che Carlos comprende le esigenze di una squadra perché – attenzione, colpo di scena – «perché ha la nostra età».
Non ci pensa mai nessuno a questa cosa. Far parlare un ventenne-trentenne a dei ventenni-trentenni. È come il triangolo di Renato Zero: non l’avevo considerato. Sta’ a vedere che alla fine funziona.
Che altro ha combinato Acerbi
Paolo Tomaselli raccontava ieri mattina sul Corriere della sera dell’ultimo casino combinato da Francesco Acerbi, professione: difensore, in arte Franz Acerbauer. Ha battibeccato con un tifoso sul campo di UCLA che “per uno come lui diventa come il campetto di Vizzolo Predabissi, piena campagna milanese verso Pavia”. Il tipo lo ha preso in giro oer i cinque gol presi dal PSG e lui gli ha risposto: «Non prendermi per il c., perché io mato (io uccido), ti gonfio di botte». Ecco.
Tomaselli scrive che però Acerbi è il primo a sfottere gli avversari quando vince e ricorda che in fondo per Acerbi quelle sono sempre «cose di campo», come i presunti insulti razzisti a Juan Jesus del marzo 2024. Una bufera da cui l’interista è uscito indenne, senza capire che gli è andata di lusso: rischiava dieci giornate di squalifica e quindi saltare anche l’Europeo, che poi non ha giocato ugualmente, decidendo di operarsi per la pubalgia che lo tormentava.
Un’assenza che ha scombinato tutti i piani di Spalletti in Germania.
Tomaselli sottolinea che il gran rifiuto a Spalletti per la trasferta di Oslo potrebbe essere nato dalla “mancata convocazione per le amichevoli in Usa proprio quando il giudizio sul caso Juan Jesus era in sospeso e il difensore fu lasciato a casa per ragioni di opportunità.
Evidenti a tutti, ma non al diretto interessato, che vive secondo i suoi codici e non ascolta ragioni. Con la forza del sopravvissuto, che non ha sprecato la seconda occasione che la vita gli ha dato. E se ne frega di tutto il resto”.
Aprire
L’ultimo è stato Theo. Apre all’Al-Hilal. C’è stato un tempo in cui i calciatori al massimo aprivano sulle fasce. Partiva un lancio e facevi viaggiare un compagno sulla destra. Questo era. Ma i bimbi crescono, le mamme invecchiano, le lingue mutano e non passa giorno al calciomercato senza che qualcuno apra a qualcosa.
In qualche caso non si capisce se chi apre lo fa perché ha sentito bussare alla porta, al citofono, o se apre solo per ricordare in giro della sua esistenza. Cinque giorni fa Darwin Nunez ha aperto al Napoli, poi hanno aperto pure Lucca, Chiesa, Lang e Sancho, e con qualcuno prima o poi bisognerà chiudere, se non altro perché apri di qua-apri di là tira corrente, e in mezzo alla corrente le nonne dicevano che non si deve stare.
Che poi ci sarebbe modo e modo per aprire, servirebbe meno vaghezza. In che modo sta aprendo Theo? Si possono disgiungere due parti unite, si può abbattere una parete o un muro, si può scostare o allontanare un ostacolo. Si apre un muro, una siepe, una finestra, si apre una porta, e spesso una porta si apre quando si è visto chiudere un portone. Quando Theo nella cultura popolare non aveva l’acca, quando Teo era un fumetto d’infanzia, nelle strisce apriva a tutte le ragazze tranne che a Marina.
Si apre anche una strada e in qualche caso più minimalista ci si apre un varco. Non sempre aprire è luce. Qualche volta è squarcio di dolore, per esempio quando si apre una ferita, sebbene – questo va detto con chiarezza – la ferita quasi sempre si ri-apre.
Si aprono le orecchie e gli occhi, certe volte si aprono anche le cateratte – ma sono quelle del cielo. Si aprono le mani e si aprono le gambe, anche la fronte si apre ogni tanto tuttavia non è un bene, meglio evitare. Pure al maschile, pure quando si apre un nuovo fronte la faccenda si fa seria, non è neppure il caso di ricordarlo. Lo stesso vale per il cuore: meglio aprirlo solo per metafora. Quando si apre la bocca, invece, in molti meme si raccomanda di tenere acceso il cervello. Quando si apre la mente, viceversa, non fa mai male.
Oggetti che si aprono molto meno che in passato: il ventaglio e il compasso. Cose che si aprono in più rispetto al passato: un file e una app. Se la app non funziona, la soluzione quasi sempre è: spegni e riaccendi. Ma questa è un’altra storia.
Nella casa materna e paterna di codesto mezzadro, come in molte altre case di Partenope, oltre a porte e finestre si possono aprire la luce, la radio e la televisione. Aprire sta per accendere.
I nostri più grandi poeti hanno sempre pensato che si aprisse qualcosa qui, al centro del torace. Petrarca ci volle segnalare una volta “la bella romana che col ferro apre il suo casto e disdegnoso petto” mentre Leopardi alla donna sua avvolta dal sonno nelle chete stanze rammenta che non sa né pensa “quanta piaga m’apristi in mezzo al petto”. Dante fu più melodrammatico, lo sapete com’è fatto: “Ahi dura terra, perché non t’apristi?”.
Molte volte abbiamo cantato che l’immensità si apre intorno a noi, ma quando si apre al calciomercato l’immensità è solo un’ipotesi. Aprire è un po’ morire. Rabiot apriva al Milan tre settimane fa, Skriniar apriva alla Juve a gennaio, Fabregas aveva aperto una volta alla Roma e una volta all’Inter, vai a sapere che succede, ma non importa, domani è un altro giorno e si aprirà.
Non sempre c’è la garanzia del successo di un’operazione. Come dice l’amico geniale di Slalom che in chat ha aperto un thread, aprire viene dopo la prima fase [Theo piace] e dopo la seconda [contatto per Theo], ma può capitare che la quarta fase sia una retromarcia. Così quel club che contava di incassare dei soldini rimane con le tasche bucate.
In quel caso apriti cielo.
Le immagini della giornata di ieri
La vittoria di Alcaraz al Queen’s
C’è gente che ha già visto il film con Brad Pitt sulla F1
Pare di capire che per persone alla Mario Poltronieri sia bene tenersi alla larga dal film. Se invece la Formula Uno è entrata nella capoccia grazie a Netflix e al famoso Drive to Survive che ha aperto nuovi orizzonti, portato una nuova platea bla bla bla, allora il film prodotto da Lewis Hamilton e diretto dal regista di Top Gun: Maverick – sorpresa delle sorprese, meraviglia delle meraviglie, potrebbe finanche piacere.
Brad Pitt si è aggirato per 18 mesi tra i paddock di mezzo mondo con una tuta chiara addosso per recitare la parte nel set più reale e credibile. Ma senza la netflixizzazione dell’automobilismo made in Europe, oggi non ci sarebbe questo film, l’ultimo a prendere la scia di Rush e di Ford vs Ferrari. The Hollywood Reporter ha scritto che “ci sono scene che mettono gli spettatori dentro l’auto facendogli vivere la sensazione di vicinanza con la morte”.
F1 segue le esperienze di Sonny, un pilota sessantenne che cerca di ritrovare il suo equilibrio di un tempo in uno sport molto cambiato rispetto ai suoi tempi. “Pitt interpreta per la maggior parte del tempo la parte del protagonista indurito, come un rude cowboy nel selvaggio West”.
La sceneggiatura accenna ai temi che stanno a cuore a Lewis Hamilton, l’inclusione, la diversità, il rispetto, “ma avrei preferito – scrive Lovia Gyarkye su THR – che fossero stati più solidi, considerando quanto sarebbe gigantesco nella vita reale se ci fossero non uno, ma due piloti neri come nel film. Riconoscere e approfondire questo aspetto avrebbe offerto maggiori sfumature al rapporto tra Joshua e Sonny, che a un certo punto si affida ad archetipi convenzionali per alimentare la storia”.
Questo film è la macchina perfetta per Brad Pitt, ha scritto Time. Stephanie Zacharek, la critica cinematografica della rivista, dice che c’è una formula solida all’opera di Joseph Kosinki, una formula che “non ha nulla a che fare con gli intricati regolamenti della Formula 1. È l’idea cinematografica del ladro o del cowboy invecchiato a cui è rimasto un ultimo vuoto da riempire, vecchia almeno quanto il western di Sam Peckinpah del 1969, Il mucchio selvaggio, ma probabilmente anche più vecchia. Qui si potrebbe sostenere che ci sia un doppio standard in funzione: quando le attrici invecchiano, di solito ottengono ruoli molto meno glamour, quei ruolo che stanno scomparendo. Qui c’è invece un uomo anziano che fa un ultimo, disperato tentativo di rapinare la banca. Il suo ego è più grande che mai, ma il suo corpo lo sta abbandonando. Questi tipi di ruoli sono magnifici premi di consolazione per gli attori maschi quando gli anni avanzano e non hanno più spazio da protagonisti”. Perciò dice Time in F1 tutto “si riduce a Brad Pitt e alla sua bravura nel trasmettere le emozioni universali che si provano quando si invecchia, inclusa la consapevolezza che i successi più grandi potrebbero essere ormai alle spalle. All’età di 61 anni Pitt è finalmente riuscito a interpretare un ruolo come questo. Certe volte sono la cosa migliore che possa capitare a un uomo”.
Il film che ha trattato meglio il giocattolino di Hamilton è stato il New York Post. Johnny Oleksinski: “È troppo lungo? Assolutamente sì, ma non ci si domanda mai: quando finisce”. Il giornale che lo ha stroncato con più ferocia è stato il Times in Inghilterra, un giornale europeo, non è un caso. “Il film ha una qualità promozionale sfacciatamente entusiasta, come uno spot pubblicitario sulla Formula 1 di due ore e mezza, ma non si sposa mai del tutto con la vecchia storia della Formula 1”.
Il duello non detto per portare la bandiera a Milano-Cortina
Se Federica Brignone non fosse alle prese con la lenta rieducazione che dovrà rimetterla prima di tutto in piedi e poi magari sugli sci, tutto accadrebbe alla luce del sole e sarebbe definitivamente chiaro che esiste un nuovo duello tra lei e Sofia Goggia. La bandiera. Chi porta la bandiera italiana alla cerimonia d’apertura dei Giochi sulla neve italiana.
La Coppa del mondo vinta da Brignone fa di lei la candidata più autorevole. Prima di farsi male, prima della frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone, aveva anche fatto in tempo a dirlo senza dirlo, con una formula vaga ma chiara, ah guà la bandiera, potrei portarla io, mmm, beh se lo dite voi. Adesso le sue parole pubbliche vanno in un altro verso, la sua salute è la nuova priorità e finché non toglie le stampelle nemmeno può essere in grado di capire quale carico è in grado di sopportare la sua gamba.
Sofia Goggia stampelle non ne ha, ma ne aveva alla vigilia di Pechino 2022 – quando era la candidata naturale al ruolo di portabandiera da campionessa uscente e invece dovette rinunciare. Sente di avere un credito aperto: con il CONI, con i Giochi, con la fortuna, non importa, ma c’è e ce lo vuole rammentare.
Così già da un mese non nasconde che le piacerebbe, le piacerebbe proprio tanto, e lo fa con la forza debordante della sua empatia col pubblico e della sua erre anomala. Tutto questo per dire che in una intervista con Daniele Sparisci per il Corriere della sera stamattina la butta là e senza nominare L’Altra dice: «Sarebbe un orgoglio che tutti gli atleti vorrebbero avere, avrei dovuto farlo nel 2022 ma mi sono dovuta concentrare sul recupero dall’infortunio. Ci sono diversi atleti meritevoli di questo titolo. Chi sarà scelto sfilerà a San Siro e si porterà dietro un ricordo bellissimo per tutta la vita». In più filosofeggia [«Per le cose belle è bello soffrire qualunque cosa ti tocchi, lo diceva Platone»] e fa la romantica [«Da sempre ho pensato che le Olimpiadi fossero la massima espressione sportiva da poter raggiungere per un atleta, il massimo traguardo. Mi ricordo i racconti del mio maestro di sci, lì forse è nato quel fascino irresistibile dei cinque cerchi»]. Chissà se Federica Brignone legge i giornali la mattina.
Il primo giorno di Enzo Bearzot da cittì della Nazionale
Quando il 22 giugno del 1975 i lettori italiani andarono in edicola, scoprirono che diavolo stava succedendo sulla panchina della Nazionale. Fulvio Bernardini non era più il commissario tecnico. Era stato chiamato dopo il fallimento ai Mondiali dell’estate precedente. Era detto il Dottore e aveva vinto a distanza di otto anni due scudetti storici, il primo della Fiorentina e l’ultimo del Bologna. La lingua rimasticata di oggi lo definirebbe un giochista. All’epoca si diceva il cittì dei piedi buoni.
Bernardini pensava questa cosa rivoluzionaria: per poter giocare a calcio bisogna saper giocare bene a calcio. Ogni tanto emergono dei tipi singolari.
Non ebbe fortuna. l lavoro di Bernardini è visibile solo a noi oggi e fu la base di una piramide su cui poté costruire Enzo Bearzot, questo signore mezzo sconosciuto che il 22 giugno del 1975 i giornali accoglievano come il nuovo cittì della Nazionale. Il giorno prima la Federcalcio aveva annunciato la svolta. Ma con una formula ambigua. Bernardini restava con il ruolo di direttore tecnico.
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