L’Oklahoma non può essere un posto di merda. E nel caso lo fosse, per cortesia non fatemelo mai sapere
Michele Serra
► JANNIK SINNER ha battuto Alexander Bublik in tre set e si è qualificato per le semifinali raggiungendo Lorenzo Musetti. Due italiani insieme c’erano stati nel 1960. Erano Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola
◇ L’Inter sta cercando di convincere Cesc Fabregas a lasciare il Como e il Como a lasciare Cesc Fabregas, per dargli così la panchina di Simone Inzaghi. Oppure Marotta si butta su uno tra Vieira e Chivu. Il Milan invece sta per annunciare Modric [no, non come allenatore, come giocatore].
◇ Oggi alle 14 scade il termine per presentare le candidature alle elezioni per la presidenza del CONI [26 giugno]. Il Corriere della sera dice che Franco Carraro si presenta, nonostante l’amarezza di ieri. Si è risollevato. A parte Carraro sono già in corsa in sette. Tutti uomini. Molti giovanotti.
◇ Brescia ha vinto anche la terza partita nella serie di semifinale con Trapani e si è qualificata per la prima finale scudetto di pallacanestro della sua storia. Ventitré punti di Della Valle, 11 di Bilan, cinque uomini in doppia cifra
◇ La Nazionale di Velasco ha esordito in Nations League battendo per 3-0 le USA, una specie di riedizione della finale olimpica dell’estate scorsa a Parigi. Una specie perché l’Italia aveva Egonu e Sylla, 17 e 13 punti, mentre le USA hanno giocato con una formazione sperimentale. Volley News analizza: “Per l’Italia, che nel corso di questa VNL sarà chiamata a confermarsi, ma anche a pescare un coniglio dal cilindro per risolvere un problema in posto 4 che al momento rappresenta il classico elefante nella stanza, non era di certo questa la partita che poteva mettere in luce… le ombre”.
◇ Dylan Groenewegen ha vinto la prima tappa del Giro della Slovenia, dove però non ci sono né Roglic né Pogacar. Il ciclista da corse a tappe con il miglior ranking è l’austriaco Felix Großschartner.
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#1 giorno a Norvegia vs Italia
Anche i canestri hanno cambiato l’immagine dell’Oklahoma
Quando il trailer di Ready Player One cominciò a girare nei cinema e su YouTube, a Oklahoma City se ne risentirono. In basso sullo schermo compariva il nome di Columbus, Ohio, e i post sui social media diventarono tossici. Dalla rivisitazione del romanzo di Ernest Cline a cura di Steven Spielberg, la loro città era sparita. Spielberg avrebbe spiegato che nonostante il budget alto, altissimo, il film veniva più comodo così, era stato più razionale portar via la storia dalle cataste di Oklahoma, The Stacks, il distretto colpito dalla povertà e costituito da container e case ammucchiate l’una sull’altra in cui vivevano Owen Watts e sua zia nel libro del 2011. Quando Cline descrive la zona e la riempie di roulotte e veicoli, di travi e fili di ferro, in quel mondo virtuale noto come The Oasis, gli abitanti di Oklahoma riconoscevano paro paro il loro skyline. Poi si presenta Spielberg e puff.
Ready Player One non è stato il primo film degli ultimi anni a rappresentare l’Oklahoma in termini distopici. James Mangold aveva ambientato parte del suo Wolverine [Logan] in una city che si trasforma in una squallida città festaiola con un casinò. L’anno prima Hell or High Water aveva fatto muovere i suoi personaggi principali in un casinò tribale dell’Oklahoma. In sintesi: la rappresentazione dell’Oklahoma è cambiata. L’Oklahoma non è più quel posto che ci hanno raccontato i western. È hip-hop. È fantascienza. È un mondo a corto di risorse e immerso dentro l’inquinamento, la povertà, l’isolamento.
In un’intervista con Tulsa World, Cline aveva detto che la scelta di Oklahoma come set del suo romanzo non era casuale, l’ispirazione gli era venuta durante un giro in auto attraverso le pianure piatte e aperte della regione. Ricordava di aver visto un mucchio di parchi eolici, con tutte quelle turbine in funzione e gli era venuto in mente un futuro post-petrolio, dove Oklahoma City sarebbe stata probabilmente uno di pochi luoghi con l’elettricità a sufficienza per sopravvivere.
Jeff Provine, professore di Storia dei fumetti all’Università dell’Oklahoma, ha detto che questa nuova rappresentazione in realtà può anche essere vista come un’alternativa coerente al tipico scenario rurale del West, una sua versione suburbana e digitale. In fondo, nella serie a fumetti di Thor, la Marvel ricostruisce la capitale divina norrena di Asgard ormai distrutta dai cattivi in un’area fuori Broxton. Due volte Oklahoma è stato il luogo per un episodio di X-Files e dunque ambientare una storia in Oklahoma negli ultimi anni sta diventando il primo mattone nella costruzione di un clima.
Ehi, ma ci sono anche le finali dell’hockey
In tutto ciò l’America è presa pure dalle finali di Stanley Cup. Le partite che assegnano il titolo della NHL sono cominciate la notte scorsa, la prima è stata sufficientemente elettrica da finire ai supplementari. L’hanno vinta gli Edmonton Oilers per 4-3 sui Florida Panters. Esatto: la stessa finale dell’anno scorso. Esatto: la Florida che non viene in mente pensando al ghiaccio. Esatto: Edmonton, Canada, dove il titolo non finisce da oltre trent’anni e dove lo stanno aspettando per dire a Donald Trump che questo gioco gli appartiene e che eccetera eccetera eccetera.
Spagna e Francia: le teste coronate in Nations League
Ci sono i fumi della festa del PSG nella testa e forse nei muscoli di cinque giocatori di Deschamps. C’è nell’aria l’eco delle parole di Yannick Bru, campione europeo di rugby con il Bordeaux e battuto una settimana dopo dal Tolone: «Quando hai bevuto troppe birre e non dormi abbastanza, il cervello gira di meno». Così in Francia si domandano quale sarà l’effetto dell’euforia, quale la conseguenza del giro sul pullman scoperto.
Ne ha scritto su l’Équipe l’ex campione del mondo Bixente Lizarazu dicendo che “il calcio non è tanto fatto di eccessi nei terzi tempi, ma di un’ebbrezza generata dall’iper-sollecitazione. Ti prende, ti dà affaticamento fisico e mentale, sul momento non te ne rendi conto. Finché non torni alla realtà. È come se avessi trascorso due settimane di vacanza da sogno al sole e stessi tornando a casa nella penombra invernale. Lo shock termico ti paralizza”.
È la grossa insidia per la semifinale di stasera. La partita che mette in vetrina il meglio del calcio immanente. Mentre Ousmane Dembélé faceva il giro del Philippe-Chatrier al Roland-Garros con la Coppa dei Campioni in braccio, Lamine Yamal era in ritiro pensando al Pallone d’Oro. A questo punto della stagione sono i favoriti per il premio, probabilmente sono gli ultimi giorni utili per il voto: stavolta si fa tutto in anticipo con l’annuncio dei candidati il 6 agosto e la cerimonia a Parigi il 22 settembre. Sono le ultime partite che restano impresse nella retina dei giurati. Dembélé non può sentirsi tanto al sicuro, Désiré Doué può puntare a un piazzamento, la Francia confida che sia carburante sufficiente a nutrire il motore dell’ambizione e delle motivazioni, tutto sotto l’ombra del profilo del grande battuto della stagione, quel Kylian Mbappé – che salutiamo – andato a Madrid per vincere la Coppa e il Pallone d’oro, ma stamattina perfetto nel ruolo di uno dei suonatori di Brema. Stasera gioca centravanti con il prodigioso Olise alle spalle, sarà stimolato a esagerare, ma al fischio d’inizio l’occhio si poserà altrove.
Ronaldo fa sembrare vecchia la Germania
Joshua Kimmich, il mirabolante Joshua Kimmich, si è portato suo figlio allo stadio per festeggiare la 100esima partita in Nazionale: mano nella mano fino a centrocampo per sentire gli inni insieme. Julian Nagelsmann aveva ingannato la vigilia parlando alla ZDF di un lontano tema scolastico con cui aveva vinto un premio. Descrivi una parte del tuo corpo – era la traccia – e lui aveva raccontato di quanto gli facesse male il culo dopo l’attività sportiva. Ecco, di tutta questa leggerezza, di tutta questa esibita normalità, la Germania non se n’è fatta nulla. Ha vinto l’eccezionalità di Cristiano Ronaldo e dei suoi 40 anni, il suo gol numero 137 in Nazionale. Eppure, “la generazione di Joshua Kimmich desidera a tutti i costi un titolo, fosse pure questo Europeo in miniatura. Senza energie invece ha perso meritatamente dal Portogallo” ha scritto Die Zeit. “La difesa ha grossi problemi quando viene presa in velocità” spiegala Sueddeutsche Zeitung, mentre le pagelle prendono di mira Tah per essersi fatto sorprendere in occasione del secondo gol.
Come ha fatto Boisson a diventare Boisson dopo il crociato
Se fosse Obama: yes, she can. Se fosse Lucio Battisti: perché no. Invece è Mats Wilander. Allora dice: certo. Certo che Loïs Boisson può vincere il Roland-Garros. A questo punto sì. A questo punto può anche succedere che batta Cori Gauff in semifinale e poi nella partita per il titolo una fra Aryna Sabalenka e Iga Swiatek. È il giorno delle semifinali femminili e lo svedese che oggi il tennis lo racconta da Eurosport e dalle colonne de l’Équipe sostiene che la gran sorpresa del torneo “gioca in modo molto diverso da tutte le altre giocatrici. Con il suo topspin di dritto incredibilmente efficace, le altre hanno bisogno di molto tempo per adattarsi”.
Eurosport ieri ha mostrato una grafica in effetti sconcertante. I giri che Boisson dà alla rotazione della sua palla sono di gran lunga superiori al numero raggiunto in media dalle altre giocatrici, così superiore che tocca dimensioni maschili.
“Le sue avversarie – spiega Wilander sul giornale francese – non l’hanno mai affrontata, quindi non sanno cosa aspettarsi, mentre lei conosce il loro gioco. Si muove in modo incredibile. Sa usare il rovescio in slice con saggezza, ci sono sempre molte varianti. Questo colpo, basso rispetto al dritto di Coco Gauff, dovrebbe funzionare bene in semifinale e darle il tempo di rientrare nello scambio. La combinazione del suo topspin di dritto e del suo slice di rovescio è l’ideale. Può anche accelerare sul lato del rovescio quando vuole, perché ha tecnica. Sembra ancora un po’ contenuta. È l’unico aspetto del suo gioco in cui non vedo la stessa sicurezza delle altre giocatrici. Ma ha un’altra dote incredibile, la sua capacità di giocare molto lungo, molto profondo. Di solito quando si dispone di un topspin del genere, si tende a giocare un po’ corto perché può bastare. Ma è sempre meglio tirare lungo perché diventa un colpo aggressivo, non una semplice risposta di sicurezza. Con uno spin del genere, sulla racchetta dell’avversaria non arriva mai una palla pulita”.
▥ E sono ancora qua: canta Novak Djokovic
Mentre la Nazionale di calcio perdeva contro il Portogallo, la Germania del tennis perdeva anche Sascha Zverev dal torneo del Roland-Garros. In semifinale si presenta – attenzione, reggetevi – quel Novak Djokovic che un paio di settimane fa era sull’orlo del disarmo e accennava alla pensione. È il primo giocatore ad aver ottenuto almeno 10 vittorie contro uno dei primi-5 in classifica in più tornei dello Slam da quando le classifiche si fanno al computer. All’età di 38 anni e tre giorni è il secondo giocatore più anziano nell’era Open ad aver raggiunto una semifinale, più giovane solo di Richard Gonzales che ne aveva 40 e 18 giorni nel 1968. Ora le sue semifinali Slam sono salite a 51, seguono Federer con 46, Nadal con 38, Connors con 31, Lendl con 28, Agassi con 26, Sampras con 23, Murray con 21, Edberg e McEnroe con 19.
Le immagini della giornata di ieri
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L’eredità di Giorgio Lo Giudice
Fausto Narducci è stato un suo compagno di lavoro per decenni alla Gazzetta dello sport. Sul sito della federazione atletica leggera saluta Giorgio Lo Giudice, “un fenomeno, segnatamente nell’atletica ma praticamente in tutti gli sport senza distinzione di importanza perché li amava tutti e li seguiva tutti. Sempre disponibile sia a scrivere su qualunque argomento (ma sempre con informazioni di prima mano e interviste fatte personalmente) sia a darti un passaggio perché era “di strada” con la sua utilitaria, Giorgio era più di una istituzione nelle sue molte funzioni: giornalista, professore di educazione fisica, istruttore, organizzatore. Eppure quelle in cui riusciva meglio erano le mansioni più umane: marito, padre e amico di tutti. Possiamo aggiungere che la sua famiglia eravamo anche noi, i colleghi in generale, quelli della Gazzetta (“quelli buoni” aggiungeva) con cui aveva diviso una esistenza. Negli anni Ottanta quando entrai in Gazzetta, Giorgio ovviamente era già lì dopo essersi barcamenato, chissà come, nella doppia attività di professore e giornalista, entrambi a tempo pieno. Inutile dire che l’atletica, che insegnava anche sul campo lasciando una scia di allievi che lo veneravano come un guru, era il suo sport preferito ma rugby, pugilato e lo stesso calcio erano quasi alla pari”.
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera dice che “lascia in eredità un capolavoro: i 200 mila ragazzi delle scuole di tutta Italia che negli ultimi vent’anni hanno gareggiato e si sono innamorati dello sport e dell’atletica correndo quel Mille di Miguel che ora verrà portato avanti dal suo Club Atletico Centrale”.
Domani un minuto di silenzio per lui dal Golden Gala, e soprattutto molti altri minuti di chiasso, di rumore, di confusione, di gioia: perché nella gioia e nel rumore della scuola e delle redazioni di una volta Giorgio Lo Giudice si è fatto voler bene.
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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