La mattina dell’Heysel l’ambasciatore d’Italia in Belgio era in apprensione. Giovanni Saragat, figlio dell’ex presidente della Repubblica, aveva visto giocare la Juventus solo una volta, l’aveva vista vincere a Tampere, in Finlandia, e dal suo ufficio in Rue Emile Claus raccontava a Manlio Fantini sulla Gazzetta di Cannavò che “per me non si tratta soltanto di una squadra italiana, ma anche della squadra di famiglia. Non sono un grande intenditore, la mia debolezza sportiva è il pugilato, ma quando si tratta della Juve, capite…”.
Saragat jr si affacciò alla finestra, guardò la città oltre il vetro e si disse certo che “i tifosi italiani daranno una grande prova di civiltà, come è sempre accaduto in circostanze del genere. Tanto colore, tanta vivacità, nessuna violenza”.
Al comando di Rue Toussaint, il maggiore Marchoul era l’incaricato del coordinamento delle misure di sicurezza intorno alla finale. Anche lui disse chiaro e tondo che non lo preoccupavano gli italiani ma gli inglesi, “seguiti passo passo da bateau a bateau, da traghetto a traghetto, Ostenda-Bruxelles-Ostenda, da quando cioè mettono piede sul suolo belga a quando lo tolgono”.
Il maggiore Marchoul aveva trascorso alcune vacanze in Italia, a Minori sulla costa amalfitana e sul lago d’Orta, così disse che “non siete certo gente pericolosa”. Le comitive italiane, raccontava la Gazzetta, saranno in pratica lasciate libere: i pullman non avranno alcun obbligo di posteggio prestabilito. L’Heysel è stato interamente circondato da due barriere metalliche alte più di due metri: tra l’una e l’altra ci sarà un cordone di agenti. Ogni spettatore all’ingresso sarà perquisito manualmente e con i metal-detector. Una curva per gli italiani e una per gli inglesi, separati con rigidità massima. Gendarmi a cavallo stazioneranno a tutti i varchi, pronti a lanciarsi. È una guerra?”, si domandava Manlio Fantini, “certamente no, ma la prudenza, ribadiscono i belgi, gente saggia, non è mai troppa”.
| La mattina dell’Heysel si diceva che fossero stati messi in vendita solo 54 mila biglietti dei 60 mila disponibili proprio per quello, “a titolo di prevenzione”, 40 mila per posti a sedere e 14mila in piedi. “I tifosi viaggianti, per così dire, sono in maggioranza inglesi ma bisogna mettere nel conto gli italiani residenti, che con i circa 13 mila juventini appena arrivati dovrebbero rovesciare la situazione. I contatti tra l’una e l’altra schiera sono per il momento molto tranquilli”.
Su La Stampa Angelo Conti raccontava che “i biglietti in mano ai bagarini, acquistati alle biglietterie di Bruxelles per 9600 lire, venivano ceduti in Galleria San Federico ad un prezzo oscillante fra le 40 e le 50.000 lire. Il mercato era, comunque, fiacco: «C’è troppa paura dei falsi — spiegava il napoletano, uno fra i più noti bagarini della città — e cosi molti tifosi preferiscono andare direttamente a cercare il biglietto a Bruxelles, dove le garanzie dovrebbero essere maggiori. Autentiche rarità i numerati, che vengono agevolmente collocati fra le 300 e le 400 mila lire (anche perché non risultano falsificati). A Torino è finito inoltre un buon quantitativo di tagliandi dei settori popolari X, Y e Z, che sarebbero riservati ai tifosi del Liverpool. Chi li ha acquistati dovrà cercare, stasera, di passare in incognito”.
In Rue de Tabora, presso il Boulevard d’Anspach di Bruxelles, il giovane Lucio Fantauzzi, emigrato da Frosinone, juventino da sempre, aveva intanto parcheggiato il suo pullmino trasformato in una gelateria ambulante. Nome: Sorrento. Aveva da una parte del parabrezza un adesivo bianconero con tutti gli scudetti e il sorriso di Platini, dall’altra parte il volto severo di padre Pio.
Trapattoni stava ripetendo da giorni che la Juventus non avrebbe ripetuto gli errori di Atene, la finale persa l’altra volta con l’Amburgo. Aveva quattro soluzioni per marcare Dalglish: Favero, Tardelli, Cabrini e Bonini, ma aveva altre preoccupazioni Wilfried Martens, capo del governo belga dal 1979. La Gazzetta di Cannavò andò a sentire anche lui alla vigilia della partita, un tipo che veniva da una famiglia assai sportiva, «noi Martens – disse – pratichiamo molto il nuoto, mia figlia adora l’equitazione e tutti insieme facciamo lunghe passeggiate. Vado molto in bicicletta, Percorro in inverno dai 30 ai 50 chilometri sul lungomare. D’estate cambio tragitto: là c’è troppa gente e allora scelgo le strade lungo il canale di Gand».
E poi la sera accadde quel che accadde.
I commenti
| Candido Cannavò sulla Gazzetta scrisse che si trattava di una “grande tragedia della follia. Tremano le mani a scrivere queste parole che sono il macabro mosaico di quella che avrebbe dovuto essere la finalissima della coppa dei Campioni. Bruxelles, dinanzi agli occhi di tutta Europa, è diventata una specie di Beirut, assurda, fanatica. barbara. Una macchia incancellabile. Ci sono, sullo sfondo di questa tragedia, immense responsabilità da parte di chi non ha saputo minimamente gestire, neanche con le misure più normali, un avvenimento che andava rigorosamente disciplinato nel suo contorno, perché aveva tutte le caratteristiche per risultare esplosivo. Bruxelles e gli organizzatori dell’UEFA non hanno nessuna giustificazione, né meritano alcuna solidarietà. La gente ha visto con i propri occhi quei pochi e poveri poliziotti, travolti sin dall’inizio dalla guerra scatenata dalla teppaglia britannica. Facevano pena. Non c’era nulla da scoprire, non esiste l’attenuante del «fattore-sorpresa». Da almeno un decennio, i commandos delinquenziali del Liverpool o del Manchester terrorizzano l’Europa. Abbiamo anche noi le nostre frange di tifosi-delinquenti (e molti magari erano a Bruxelles), ma non c’è nessuna violenza organizzata nel mondo che possa reggere il confronto con quella inglese”.
| Due giorni dopo furono più chiari i contorni della tragedia, il bilancio delle vittime, il peso delle responsabilità. Candido Cannavò pubblicò allora in prima pagina un commento che rimane ancora oggi un caso di scuola, un’ispirazione, un insuperabile manifesto dell’indipendenza del giornalismo rispetto alle ragioni e dagli interessi del proprio editore. Da un anno il primo azionista della Gazzetta con il 46% era diventata Gemina, holding posseduta dalla famiglia Agnelli. Cannavò scrisse un fondo dal titolo: “Juve, nascondi la tua coppa”.
Faceva così: “Mentre ancora si contavano i morti, la Juve è tornata a casa con la sua coppa sospirata e maledetta. Qualcuno l’ha sollevata al cielo. Scirea, il capitano, la reggeva invece come fosse un bidone, scendendo dall’aereo. Era decisamente questo l’atteggiamento giusto, anzi sarebbe stato molto meglio se quel trofeo fosse rimasto là, nella tragica Bruxelles, dimenticato, seppellito nelle scorie della follia. Cara Juve, non vogliamo togliere nulla ai tuoi meriti, sei da parecchi anni una delle squadre più forti di Europa, avresti meritato prima di diventare la regina del continente. Ma questa coppa nascondila, non ce la mostrare mai, non metterla nelle tue ricche vetrine. Essa non ha il minimo fascino, è il più triste trofeo della storia del calcio. Noi, attaccati alla Tv a seguire quella tragedia in diretta, abbiamo considerato un insulto l’ordine di far scendere in campo le due squadre. Ma cerchiamo di capire: è stata una resa, senz’altro stomachevole ma forse giustificata, all’emergenza, al panico che ormai aveva preso le forze dell’ordine. Bisognava trattenere la gente allo stadio per aver tempo di organizzare un autentico stato d’assedio a Bruxelles. Ma, pur subendo la presunta necessità di quella macabra recitazione a pochi metri dai gemiti della carneficina, non potremo mai capirne, ne giustificarne, certi risvolti di squallida passionalità, certi grotteschi momenti di gioia, certe esultanze che facevano soltanto rabbrividire. Abbiamo molto apprezzato il coraggio di alcuni giocatori juventini che hanno cercato, prima della partita, di far sbollire le rabbie di quella tribuna che era stata falciata dalle orde dei teppisti inglesi. Abbiamo apprezzato anche la disciplina – forse anche il sacrificio – con la quale hanno accettato di giocare una partita ormai vuota di tutto. Ma in campo, no: là non avremmo voluto vedere ne braccia sollevate al cielo, né gesti di trionfo, né passerelle. Quella partita, quella vittoria andavano interpretate soltanto come un doloroso dovere, estraneo a ogni partecipazione emotiva. E non parliamo poi di quei miserabili cortei – non molti per fortuna – che hanno fatto da assurdo e crudele controcanto alla notte della tragedia”.
Gianni Rocca su Repubblica scrisse che la Coppa era da restituire, “quel dramma ci ha cambiati. Non potremo più essere quelli di prima”. Gianni Brera parlò di “nostalgia di uno sport nobile” e di “caro ma obsoleto Heysel, come gravato da una cappa di angoscia. È inevitabile pensare a quello che incombe su tutti buoni e malvagi, che si erano illusi di celebrare una festa”.
L’Arancia meccanica del calcio
| Il Corriere della sera chiese un commento ad Anthony Burgess, scrittore britannico, autore vent’anni prima del libro Arancia meccanica da cui Kubrick aveva tratto il film.
“Perche questo? Uomini più intelligenti di me – scrisse Burgess – non sono riusciti a spiegare che cosa è andato storto nella razza conosciuta un tempo per la sua gentilezza, il suo buon senso, lo humour e la tolleranza. Ci dicono che i britannici «non pensanti» non sopportano di appartenere all’Europa e dimostrano il loro risentimento tirando fuori coltelli e manganelli improvvisati contro gli innocui europei. Ma ciò non spiega l’aggressione che è un aspetto normale della reazione degli spettatori sul suolo britannico. Il gioco stesso, ovunque abbia luogo, è diventato una scusa per spaccare crani. I sociologi della sinistra potrebbero interpretare la violenza negli stadi come un’espressione di risentimento verso il governo Thatcher e l’acquiescenza dei conservatori alla crescente disoccupazione. I giovani, essi dicono, sono frustrati e devono sfogare in qualche modo la loro rabbia. La rabbia si sfoga meglio diventando parte di una folla: così si sfugge alla responsabilità personale e si ha la deliziosa sensazione di spogliarsi delle inibizioni e della moralità non completamente assorbita, appresa dalla mam- ma. La rabbia diventa al tempo stesso astratta e personalmente soddisfacente. Non credo che si debba farci entrare la sociologia. La violenza delle folle ha sempre fatto parte della cultura mondiale. La sua repressione fu un successo britannico. Una volta, c’erano le risse nelle strade. Poi, c’e stato il calcio. Ora, il calcio serve a favorire le risse. Ci accorgiamo che è il calcio che fa emergere la bestia nei giovani spettatori. Né il cricket né il rugby hanno questo effetto. Gli antropologi ci dicono che la palla rotonda è in realtà una testa umana che viene presa a calci: ancora nel 1660, la testa di Cromwell fu dissotterrata e presa a calci finché non venne ridotta a una massa informe di ossa e carne. Ma io non credo che nel gioco in sé vi sia qualcosa che predispone alla violenza di parte. Ciò che abbiamo visto è stato una lugubre stupidità. E contro di essa, come sapevano gli antichi, non possono lottare nemmeno gli dei”.
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| testimoni La versione del portiere Grobbelaar
➣ Il vostro spogliatoio era il più vicino al settore Z. Sentiste un tonfo. E poi?
«Mancavano cinque minuti al riscaldamento, capimmo che era successo qualcosa: arrivava gente nella nostra zona. Quattro o cinque di noi s’affannarono a dare una mano. Passammo dall’interno dei secchi d’acqua, prendemmo degli asciugamani dalle docce e li lanciammo fuori. Riuscimmo a fare solo questo, ma ormai sapevamo abbastanza per non voler giocare»
➣ L’Uefa lo impose. Com’era il clima in campo?
«Uscimmo, e nella mia area di rigore c’erano tre coltelli a terra. Li avevano lanciati dal settore alle spalle. Questo era il clima. Eravamo là ma con la testa altrove. Sia noi sia loro. Dall’inizio alla fine per me è stato un istante. Un flash. Fino al silenzio totale in hotel, dopo la partita»
➣ Si è chiesto cosa sarebbe accaduto se avesse vinto il Liverpool?
«Eravamo andati in Belgio per alzare il trofeo, credo che lo avremmo fatto. Alla Juve è stato rimproverato di non aver restituito la Coppa. Perché avrebbe dovuto? L’errore quella sera fu giocare, la Juve fece un gol, la Coppa è sua»
➣ Cosa è stato dopo l’Heysel per lei?
«Ho cercato la verità. Non furono autentici tifosi del Liverpool a causare la tragedia. Molti avevano trascorso la mattina con quelli della Juve, giocando a calcio per le strade, andando a bere una birra insieme. Non posso credere che l’atmosfera sia cambiata allo stadio. Io credo a un’altra cosa»
➣ A cosa?
«C’era gente di Londra all’Heysel. Venuta apposta per fare quel che fece. Scatenarono l’assalto e andarono subito via. Perciò non li hanno mai trovati»
➣ È la tesi dei suoi dirigenti dell’epoca. Il motivo?
«Liverpool era odiata, c’era invidia per i suoi successi nel calcio. Mia suocera era venuta alla partita, si era imbarcata con un traghetto. Anche mia madre era lì, per la prima volta si muoveva dal Sudafrica per la finale: la chiami, confermerà tutto. Mia suocera mi raccontò che all’imbarco c’erano dei tipi che distribuivano volantini su cui era scritto che sarebbe stata l’ultima partita in Europa del Liverpool. Avevano le braccia tatuate con gli stemmi di alcune squadre di Londra. Erano del National Front, l’estrema destra. Ho provato a indagare»
➣ In che modo?
«Sono stato diverse volte a Londra, nei locali del National Front, cercando di agganciare qualcuno che sapesse qualcosa. Ho provato a prendere informazioni, avevo un amico poliziotto. Ma non sono riuscito ad arrivare alle prove. Né io né altri»
➣ Bruce, è mai tornato all’Heysel?
«Ogni uomo dovrebbe tornare nei luoghi dei suoi orrori, fare i conti con i demoni, liberarsene. Sono tornato nei posti in cui ho fatto la guerra, in Mozambico, in Zimbabwe, in Sudafrica. E sono tornato all’Heysel. C’è una targa, una data, i nomi delle vittime. Non mi pare abbastanza, forse il Belgio potrebbe fare qualcosa in più per le famiglie degli italiani. Così come sarebbe splendido se Juve e Liverpool giocassero una partita ogni anno, per sempre. Per sentirsi uniti da quella tragedia. Sono passati trent’anni, all’epoca la nascita di mia figlia mi aiutò, ora ho questo bel lavoro in Canada. Gli incubi sono finiti. Adesso sono in pace» [intervista a Repubblica, 29 maggio 2015]
| parole Lo scrittore Mario Desiati era bambino
«Fu quello il momento in cui mi ritrovai a fare i conti con la realtà. Fino ad allora avevo subìto un solo lutto in famiglia, fu quella la prima volta che feci una riflessione sulla morte. Davanti alla tv. Mi sentivo vicino alle persone che pensavano di andare solo allo stadio e che invece non sarebbero più tornate a casa».
➣ Ci può raccontare quei momenti?
«Ricordo la voce di Bruno Pizzul, sommessa e commossa. E pure quella dello speaker dello stadio. La sintesi di una tragedia vissuta in mondovisione, l’attesa e l’allegria venivano sostituite da momenti più drammaticamente umani. Ma ricordo anche il modo in cui i miei genitori mi protessero da un qualcosa che forse non sarei riuscito a capire a otto anni».
➣ Fu giusto giocarla?
«Ecco, studiando la cronaca di quegli anni, sono rimasto stupito dal dibattito successivo. Ci si è interrogati troppo secondo me sul fatto che si dovesse o meno celebrare la Coppa dei Campioni vinta, quando il cuore della vicenda era che fosse stata organizzata una partita in uno stadio fatiscente con quell’alone di inattaccabilità sempre concesso alla Uefa. Ai giocatori fu imposto di giocare, una farsa per evitare ulteriori scontri con la premiazione necessaria per consentire un regolare deflusso del pubblico. E invece sembrava quasi che i responsabili fossero i calciatori. C’è una dichiarazione di Platini emblematica di quegli anni».
➣ Quale?
«In un’intervista a Marguerite Duras, un paio d’anni dopo, lui cercò di far capire che in campo c’erano sostanzialmente dei ragazzini che solo nel rettangolo verde possono sentirsi o essere identificati come eroi. Fuori, invece, hanno paura anche di andare al cinema. Questo paradosso è emblematico, in campo si è solo calciatori, fuori è necessario essere persona e allora cambia tutto». – intervista di nicola balice, La Stampa
L’Heysel oggi
▥ Repubblica: “Heysel, 40 anni dopo: cercavo mio figlio tra i corpi schiacciati” ➔ Maurizio Crosetti intervista Carlo Ricci, 82 anni, medico pediatra in pensione. «I biglietti li avevamo trovati mediante un’agenzia di viaggi romana: non sapevamo che il settore Z fosse misto, e non la curva bianconera che stava invece dall’altra parte dello stadio. Prima del riscaldamento, un calciatore del Liverpool venne sotto la gradinata a incitare la folla, aveva gli occhi spiritati e feroci, e i capelli rossi». «Ci fu una partitella di ragazzini, e verso le sette di sera gli hooligans cominciarono a lanciare lattine vuote verso di noi. Poi, anche pezzi di cemento. Ci spostammo verso destra, in massa, la curva ondeggiò e gli inglesi ci assaltarono. Ero ancora vicino a Fabio. Corremmo, per quel poco che si poteva. Poi, ogni cosa si rovesciò». «Mi ritrovai come sospeso per aria, ma schiacciato dagli altri corpi. Mi spostai, centimetro dopo centimetro, respirando con enorme fatica. Avevo il gomito di un’altra persona contro la trachea, ed ero sicuro di morire: sono un medico, so come funziona. Poi, non riesco a dire come, mi ritrovai a strisciare sugli altri corpi, passando sui vivi e sui morti, però non capivo chi lo fosse e chi no. Scavalcai quasi per forza d’inerzia la massa umana, e mi ritrovai sul prato. Mi spostai verso il centro del campo, e mi dissi: dov’è Fabio? Lo avevo perso, e con lui tutti gli altri».
▥ Il Giornale: “Il calcio ricorda l’Heysel per lavarsi la coscienza” ➔ Tony Damascelli: “Lo stadio Heysel non esiste più come era ma quella terra, quella zona si porta appresso l’odore acre di una sera spaventosa di quella curva nera di morti, Z il settore, ultima lettera dell’alfabeto, ultimo respiro di trentanove vittime nel nome del calcio a tutti i costi. L’Uefa se la cavò scaricando addosso ai calciatori ogni responsabilità ma nello spogliatoio entrarono dieci, venti, troppe persone a spiegare, a suggerire, a spingere i calciatori a giocare comunque la partita e Jacques George fu proprio lui a consegnare la coppa al compatriota Michel Platini, la cui colpa fu quella di non fermarsi, cosa che nessun altro seppe o volle fare, nel caos generale. Il capitano di quella Juventus non ama tornare a quella sera, la ferita è rimasta aperta, mai cicatrizzata non soltanto per la strage di chi ama il calcio ed era partito con il sogno di vivere una festa ma per tutto quello che si disse e si scrisse sulla pelle dei calciatori, come complici di quella tragedia, ipocriti e codardi, mentre in tribuna nessuno osò alzarsi per imporre il silenzio”
▥ La Gazzetta dello sport: “Errori e orrori a catena. La tragedia dell’Heysel non si deve dimenticare” ➔ Franco Arturi: “Un miserevole spettacolo di sottovalutazione dei rischi connessi alla partita. I club inglesi furono esclusi dalle coppe per cinque anni, al termine dei quali si cominciò a capire che gli impianti fatiscenti o comunque inadatti ai grandi flussi di spettatori erano all’origine degli incidenti, in aggiunta alla furia dei cosiddetti “hooligans”. Ma sono le storie umane delle vittime e dei loro parenti ad averci riempito di dolore dopo l’Heysel. Continuano a farlo dopo decenni”
▥ La Stampa “Gli orchi di Liverpool e il sorriso del piccolo Andrea”. ➔ Antonio Barillà: “Quando Andrea perse la mano del papà Giovanni, morto pure lui nella calca assassina, cadde e perse il respiro, calpestato dalla gente impazzita. Roberto, giovane medico, era già in salvo però lo vide e tornò indietro: l’onda violenta era passata e lui, chino, lottava per rianimarlo, quando arrivò la seconda e rimase travolto, anche la sua vita si fermò quella notte, non ha più rivisto i figlioletti”.
▥ Corriere dello sport-stadio: “Heysel, nel nome del ricordo”. ➔ Cristiano Gatti scrive. “Nelle case e nelle redazioni era come stare davanti a una specie di Vermicino, quell’atroce calvario per salvare il piccolo in fondo al pozzo, tremenda altalena tra speranza e rassegnazione. In questo caso, il macabro show era tutto a c ielo aperto. Si assisteva in diretta attonita al tentativo di strappare – letteralmente – qualcuno alla spaventosa compressione, nell’angolo della curva”.
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Il documentario definitivo sull’Heysel
Un lavoro di cronaca asciutta, senza voce narrante, senza aggettivi, con la potenza delle immagini d’archivio, la folla, la calca, la massa, su cui appaiono ogni tanto dei cerchietti colorati intorno al capo dei testimoni che nel frattempo parlano, e così li seguiamo, li vediamo travolti, soffocati, impegnati a soccorrere oppure a gridare. Il primo episodio racconta l’attesa, la preparazione, i presagi. Il secondo è sul crollo del muro del settore Z di uno stadio inadeguato. Gli altri quattro, anticipa Leclaire alla fine della proiezione fermandosi a scambiare due chiacchiere con i presenti, sono sulla partita, sulla tragedia gemella di Hillsborough, sul processo e sul ritorno degli hooligans oggi in Europa. Dice di aver visto qualche anno fa il lavoro fatto da Emanuela Audisio per Repubblica e di essere rimasto colpito dal passaggio in cui la giornalista Licia Granello racconta del ritorno in aereo, quando Platini s’accosta per chiederle: «Licia, secondo te il rigore c’era?».«Vaffanculo, Platini» | Segue qui
Dopo tre anni senza una distribuzione in Italia, Sky Sport ha acquistato i diritti per la trasmissione della docu-serie, 6 puntate da 60 minuti, in programmazione da oggi sui canali Calcio e Documentaries, ma anche on demand.
| parole L’autore del documentario Leclaire
➣ Cosa ricorda di quella sera?
Avevo diciotto anni e ricordo tutto. Volevo vedere la finale tra Juventus e Liverpool perché giocava Michel Platini. Era stato al Saint-Étienne per tre stagioni, mia nonna era di Villafranca, vicino Verona, quindi si era creata una connessione speciale, tanto che ero stato a vedere la Juve a Torino con mio padre e mio fratello. Ma apprezzavo anche il Liverpool, la sua storia, la sua tradizione, i canti dei suoi tifosi. Una squadra contro la quale il Saint-Étienne aveva perso uno storico quarto di finale di Coppa dei Campioni nel 1977, dopo essere stato battuto in finale l’anno prima dal Bayern. Mi piacevano il calcio inglese e quello italiano, ricordo bene il commento della televisione francese. Quella tragedia è stato un grande trauma per me, come se i miei amici avessero ucciso i miei cugini.
➣ Michel Platini era il suo giocatore preferito, lo è ancora?
Il mio preferito era Dominique Rocheteau, bandiera del Saint-Étienne. Platini per me era come Johan Cruijff, e ancora oggi quel calcio lo preferisco all’età di Messi e Cristiano Ronaldo. Ho scritto due biografie su Michel, e l’Heysel ha cambiato il mio punto di vista su di lui, non tanto per quello che ha fatto la sera della partita, con tutte le criticità di quelle ore concitate, quanto per tutto ciò che non ha fatto dopo: non ha mai voluto incontrare e parlare con i familiari delle vittime francesi, per esempio, e nemmeno con quelle italiane, persone arrivate fino a Bruxelles per vederlo giocare e vederlo vincere. Ripeto, non lo giudico per quello che è accaduto prima, durante e dopo la partita, ma per ciò che poteva fare dal giorno dopo.
➣ Cosa resta dell’Heysel quarant’anni dopo?
«Per le giovani generazioni l’Heysel equivale alla battaglia di Waterloo, difficile da spiegare e da raccontare – intervista di francesco caremani, Domani
I giornali inglesi
▥ BBC: “Il disastro dell’Heysel è una macchia indelebile, dice il sindaco di Liverpool” [QUI]
▥ Guardian: “Il Liverpool svela i piani per un nuovo memoriale in occasione del quarantesimo anniversario della tragedia dell’Heysel. L’attuale posizione viene considerata inadatta” [QUI]
▥ Daily Mail: “Questo piccolo, insignificante memoriale è una vergogna, un insulto ai tifosi che hanno perso la vita all’Heysel” – Ian Herbert racconta: “La guardia di sicurezza all’ingresso di quello che un tempo era lo stadio Heysel si rifiuta di lasciarmi accedere al luogo in cui si commemora la morte di 39 tifosi di calcio. È dopo aver trovato un cancello aperto altrove che raggiungo la pietra commemorativa, una vergogna e un insulto alla loro memoria. Basta un battito di ciglia e ci si perde la piccola e insignificante targa di granito affissa su uno dei grandi muri esterni in mattoni rossi dello stadio, dove vengono cancellati dal tempo i nomi di coloro che furono schiacciati a morte durante il disastro dell’Heysel” [QUI].
▥ Telegraph: “La tragedia dimenticata dal calcio” – Trent’anni dopo la morte di 39 tifosi nella finale della Coppa dei Campioni a Bruxelles, il dolore è impossibile da cancellare, in parte per colpa di una risposta silenziosa e goffa [QUI – Pubblicato dieci anni fa]
▥ Guardian: “Ho visto file di cadaveri ammucchiati”. Ed Vulliamy, presente sugli spalti, racconta 30 anni di sofferenza [QUI – Pubblicato dieci anni fa]
▥ Guardian: “Le vite perdute dell’Heysel hanno salvato uno sport” – Andrew Hussey spiega perché la strage dell’Heysel fu l’inevitabile risultato di un’epoca di brutalità e racconta come uno sport si è ricostruito dalle sue macerie [QUI – Pubblicato vent’anni fa]