Lo Slalom del 3 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

venerdì  3 gennaio 2024

#3 giorni alla finale di Supercoppa

 

   COSA STAI PER LEGGERE, COSA SAPERE, COSA VEDERE

 

QUELLO CHE STA SUCCEDENDO

   Salta al  LIVE BLOG  e guarda le immagini, i tweet, i reel, i post della giornata

 

AMERICHE

New Orleans e il ritorno del terrorismo

Ma sarebbe un errore disertare il Super Bowl

 

Quando arrivai a New Orleans mi assicurai di non alloggiare in un casino

anche se tutta la città ci assomigliava

Charles Bukowski

 

L’inverno non si sente mai veramente a casa a New Orleans. È solo un ospite sgradito che serve a ricordarci quello che ci manca. E se ne va giusto in tempo per farcelo dimenticare di nuovo. Dicono così in Una canzone per Bobby Long, quel vecchio film con John Travolta e Scarlett Johansson, perché New Orleans ha fama d’essere dimora di pirati, ubriaconi e prostitute, il posto di volgari, costosi negozi di souvenir. Puzzolente, marcia, vomitevole, abietta. Putrida, salmastra, bacata, cattiva. Molliccia, rancida, schifosa, indecente – questo è New Orleans con lo sguardo dei Simpson. 

Ora New Orleans è scossa, ha gli occhi dell’America e del mondo sulla sua Bourbon Street sfregiata, sui morti e i feriti fatti da quel pick-up lanciato sulla folla nella notte di Capodanno. Aspettava di essere al centro dell’attenzione tra un mese, per quella partita di football che non è mai solo una partita di football, nei nostri titoli imparabili il Super Bowl è l’evento che fa fermare l’America. Con le cicatrici della morte sulla pelle, con la paura dell’Isis che torna a farsi viva dentro il corpaccione indecifrabile degli USA d’oggi, l’opinione pubblica si va chiedendo come possa la polizia rendere sicura la città quel giorno, quella sera, come si possa ancora avere fede nei sistemi e nelle istituzioni che proteggono, che dovrebbero proteggere i cittadini. 

Sally Jenkins, editorialista di punta del Washington Post se ne occupa scrivendo che la semplice verità è che è impossibile difendersi da un urlatore di rancore omicida che brandisce rozzamente un’arma da assalto in una zona piena di gaudenti. Ma saremmo dannati se rinunciassimo a Bourbon Street. Il Superdome, come la maggior parte dei grandi stadi di football in contesti urbani, non è un luogo isolato e isolabile; è dotato di quella che gli esperti di terrorismo chiamano “la catena di fornitura del grande evento sportivo”, un’espressione elaborata per indicare i viali di bar, centri commerciali e zone per i tifosi, appiccicose per tutto il whisky e la senape che vi scorrono dentro. Un’altra espressione potrebbe essere: americani in libertà sui loro viali. Questo è stato preso di mira dall’aggressore Shamsud-Din Jabbar, questo ha cercato di disperdere con il parafango del suo pick up.

Leggi tutto >

 

IL CALCIO ITALIANO

L’azzardo di Gasperini punito da Inzaghi

 

  L’Inter giocherà la finale di una Supercoppa per la 13esima volta, la seconda da quando la formula è diventata XL. Il torneo ha avuto otto nomi diversi nelle 36 edizioni dell’albo d’oro, l’Atalanta era la sola squadra che potesse portare una nuova riga mai letta finora. È la settima partita di fila che Gasperini perde contro l’Inter. 

Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport ha scritto che può cambiare l’anno o il continente, ma l’Inter tira dritta con le vecchie abitudini: vince.  Il sentimento d’inferiorità lavorerà ancora di più, come un tarlo, nella testa della Dea. Schierare un’Atalanta senza Ederson, Lookman e De Ketelaere è come fare il tiramisù senza mascarpone e savoiardi. Fuori all’inizio anche Bellanova, Pasalic e Djimsiti. Una formazione inimmaginabile, ma il Gasp non è impazzito. C’era una logica. Se, finora, non aveva mai battuto l’interista Inzaghi, ci stava cambiare, anche oltre l’azzardo. L’idea: bloccare l’Inter, stancarla, nel primo tempo con una formazione fisica e compatta, per poi colpirla nella ripresa con la freschezza dei primi violini. La prima parte del piano è riuscita: 0-0 all’intervallo. Fosse riuscita anche la seconda, Riad sarebbe diventata Austerlitz nell’epopea del Gasp, Napoleone dei braccetti, la vittoria di un genio, invece Dumfries la pensava diversamente e Riad si è fatta Waterloo.

Leggi tutto >

 

La morte di Aldo Agroppi, il Turone del Torino: la questione del minuto di silenzio in Arabia Saudita

  Aveva vinto da calciatore due volte la Coppa Italia con il Torino, cinque volte era stato in Nazionale, e da toscano era stato seduto sulla panchina della Fiorentina. Ma la sua più grossa fetta di popolarità l’aveva mangiata da opinionista e polemista televisivo, ai tempi della Domenica Sportiva. Maurizio Crosetti su Repubblica lo ricorda così: Granata era il volto, viola le occhiaie. Aldo Agroppi aveva dipinti in faccia due colori della sua vita, il Toro e la Fiorentina, ed erano tinte forti. Aveva lineamenti intagliati, e più il tempo passava più lo scalpello sembrava darci dentro. Il resto lo facevano i tormenti dell’anima, che era aggrovigliata come un nodo di fil di ferro. Da giocatore era insonne, pensando ai numeri 10 che avrebbe marcato il giorno dopo, lui mediano di pialla e cacciavite; da allenatore, allo stesso modo non dormiva perché l’ansia lo visitava a ora incerta e lo abitava senza pietà.

Leggi tutto >

 

  Francia

▔▔▔▔▔▔▔▔

  Antoine Kombouaré , allenatore del Nantes, ha iniziato l’anno con quella che L’Équipe definisce una sconcertante diatriba con la stampa alla vigilia della partita a Lille di domani.  Non contento della copertura mediatica su un presunto esonero a dicembre, ha boicottato la conferenza stampa e ha criticato i giornali. «Sarò sgradevole, sarò cattivo: io non vorrei proprio essere seduto qui», ha detto. Kombouaré è quel signore che ha cominciato la carriera di allenatore nelle giovanili del PSG, nel 2009 gli diedero la prima squadra, lui vinse due Coppe di Francia e quando arrivò la proprietà qatarina con lo squadra prima in classifica lo esonerarono per dare il posto a Carlo Ancelotti. Non fu una mossa scaltra: il PSG venne raggiunto e superato dal Montpellier per uno storico scudetto in Occitania. Kombouaré non si è mai più ripreso. Tre volte è stato esonerato, un’altra ancora il contratto è stato risolto consensualmente, la sola luce è venuta dalla promozione del Lens in serie A nel 2014. Yves Leroy, responsabile della sezione Calcio de L’Équipe stamattina scrive un commento nel quale sottolinea come la pressione dei risultati o la gestione di una crisi possono spazzare via lo spirito natalizio e più probabilmente ogni buona fede. Invece di accettare l’essenza della sua professione, come Carlo Ancelotti che questa settimana ha ricordato di essere stato licenziato 1000 volte, a sostegno di Paulo Fonseca, Kombouaré si è lanciato in un’improbabile battaglia contro un nemico che nemico non è. Ci sono dei precedenti tra lui e L’Équipe. L’anno scorso si è lamentato perché il giornale non aveva riportato certi suoi commenti sulla perdita di centralità degli arbitri a favore del VAR e aveva dichiarato persona non gradita uno dei giornalisti durante il precedente mandato. Poiché respingiamo la teoria della cecità in un contesto che lui conosce perfettamente, un club che ha cambiato una ventina di allenatori dal 2007, propendiamo per la tesi della demagogia e della tentazione di sentirsi solo contro tutti. L’Équipe, come altri media, a volte può sbagliarsi. Succede anche che i dirigenti studino dei piani e poi riconsiderino le loro intenzioni iniziali. È successo questo per dare a Kombouaré l’opportunità di dimostrare che può correggere la situazione. Sul campo, così come nei rapporti con l’ambiente che continuerà a svolgere il suo lavoro.

▥   Fresco fresco di arrivo dal calciomercato che non apre mai perché non è vero che si chiude, Seko Fofana va a fare la sua prima apparizione stasera con la maglia del Rennes di Sampaoli sul campo del Nizza. È il simbolo di un mercato di riparazione per risalire dal 12esimo posto e che potrebbe accogliere Brice Samba dal Lens dice L’Équipe. Il giornale francese dedica una paginata ad Arnaud Pouille, il nuovo presidente esecutivo del Rennes dall’inizio del mese di ottobre, dopo 17 anni trascorsi nel rugby prima di darsi al calcio nel 2017, proprio a Lens. La sua missione: rendere stabili le performance del club bretone

 

   IL TELECO-SLALOM

La guida allo sport in tv

Chi e cosa c’è da vedere in giornata. Con qualche anteprima

 

  Vuoi vedere che il 2025 è l’anno di Mbappé?, si domanda L’Équipe stamattina dedicando la prima pagina al Real Madrid che va a Valencia. La risposta è sempre la stessa: e noi che ne sappiamo. Dopo aver attraversato quasi tutte le tempeste possibili nel 2024, quasi imparabile è la tentazione che strappato un foglio del calendario inizi un’altra vita. Il naso rotto durante gli ultimi Europei, un’interminabile battaglia legale-mediatica con il PSG, certi insoliti infortuni autunnali, un’accusa di stupro in Svezia chiusa due mesi dopo, una mancata convocazione in Nazionale, una serie di due rigori sbagliati in un momento nel quale era sotto stress. Questo è successo, e dice il giornale francese: “chiedete a Kylian Mbappė quale sia stato il suo momento preferito nel 2024”. 

Alla fine non è andata neppure così male. Ha vinto una Coppa Intercontinentale a dicembre, ha segnato 10 gol nella Liga, 2 in Champions League, 1 in Supercoppa Europea, ha avuto al suo fianco l’ottimismo incrollabile di Carlo Ancelotti, convinto che «il periodo di adattamento di Kylian Mbappe è finito». 

Si riparte da Valencia, nel recupero della partita saltata per l’alluvione, contro un club che si sta ricostruendo e che “offre pochi motivi di speranza” a una città che deve rialzarsi dopo le devastazioni di Dana. Alfredo Relaño su Diario AS ricorda che sono già passati due mesi dalla devastazione e ci sono ancora “tre salme e centinaia di auto da recuperare, tonnellate di fango da rimuovere, chilometri di fogne da sturare, decine di attività commerciali da riaprire e infiniti risarcimenti da distribuire. Come temuto, ci vorrà molto tempo prima che la regione ritorni alla normalità”. Il Valencia nel frattempo ha un nuovo allenatore, “il giovane ma già navigato Corberán, che da quando è arrivato alloggia in un albergo vicino alla Città dello Sport di Paterna perché non vuole perdere nemmeno un minuto. Corberán farà quello che può. Negli ultimi cinque anni, il club ha venduto giocatori per 205 milioni e ne ha acquistati per 40”. 

Oltre all’impoverimento di questi anni, il Valencia deve fare a meno degli infortunati Mamardashvili, Gayá e Correia, oltre allo squalificato Pepelu. Corberán ha davanti a sé un compito titanico, scrive AS.

  Leggi tutto

 

VITE OLIMPICHE

Il boom delle maratone nel mondo

  Il 2024 è stato l’anno della maratona. Anzi. Non della maratona. Dei maratoneti. A Nel mese di aprile a Parigi è stato battuto il record di partecipazione che apparteneva dal 2019 a New York: 54.175 contro 53.627. Solo che da allora è stato battuto altre due volte: prima a Berlino [54.280] e poi di nuovo a New York [55.646]. Che sta succedendo? La risposta è facile. Le scarpe. La corsa non è più un dominio esclusivo dei super-snelli di tipo A, scrive il Wall Street Journal per analizzare il boom. La distanza di 26,2 miglia [i 42 km] ha attirato runner di tutte le taglie e tutte le velocità, in particolare della GenZ. La quota di maratoneti tra i 20 e i 24 anni è cresciuta da circa il 5% del totale all’8% negli ultimi tre anni, secondo le statistiche tenute dalla federazione americana. Del resto, scrive il WSJ, la corsa si basa sui boom. Negli anni ’70 la prima esplosione portò le persone a fare qualcosa che chiamammo jogging. Nel 1994 Oprah Winfrey ha corso la Marine Corps Marathon, spingendo milioni di donne a provarci, a inondare le mezze maratone e altre gare. Adesso il nuovo design delle scarpe, il tacco, la schiuma, le suole ammortizzate con la morbidezza di un marshmallow hanno ampliato la pratica. L’altro evento decisivo, secondo il WSJ, è stata la pandemia che ha spinto i lavoratori impazziti dentro casa a cercarsi esercizi che potessero fare da soli e all’aperto. Molti hanno iniziato a correre. Il giornale americano fornisce anche alcune cifre sulla penetrazione dei diversi marchi sul mercato. 

Qualche tempo fa Valerio Piccioni su Domani ricavò alcuni dati dall’ultima maratona di New York, dove gli arrivi femminili al traguardo hanno superato quelli maschili. Un analogo sorpasso era registrato alla mezza maratona di Roma per le iscritte da Svezia, Gran Bretagna, Danimarca, Polonia, Germania, Repubblica Ceca. Le donne all’arrivo – scrisse – sono state il 40,93 per cento. Ma se scomponiamo questa cifra, viene fuori che fra gli italiani la percentuale scende al 22,32, mentre in quella straniera sale al 52,94. Insomma, all’estero, la donna sta superando l’uomo in diversi pezzi di mondo, in Italia siamo inchiodati a un ritmo di poco più di un quinto della torta. I motivi di questa percentuale più bassa: una questione culturale, i pregiudizi, il maschilismo e meno tempo libero.

 

La morte di Rosita Missoni

Per sapere come fu che si incontrarono Ottavio Missoni e Rosita Jelmini, ultima erede di una famiglia di artigiani tessili, la pagina giusta in archivio è quella di Repubblica dell’11 giugno 2012, quando Emanuela Audisio scrive che si incontrano per caso. Anzi si sfiorano

«Lui – questa è la voce della signora Rosita – vinse la sua batteria nei 400 ostacoli, io con le mie amiche ero seduta proprio sopra il tunnel dove passavano gli atleti, era bello, con gambe lunghissime. M’impressionò, anche perché all’arrivo sputava in maniera esagerata». 

Ottavio Missoni aveva 27 anni, era reduce da quattro anni di prigionia in Egitto, era stato catturato ad El Alamein. Disse a Emanuela Audisio quel giorno: «Ero alto, magro da far spavento, la guerra ci aveva rubato due Olimpiadi, ma in quel momento l’unica cosa che importava era esistere ancora. Quando ho ripreso a correre, da ottobre a marzo andavo in letargo, non c’era preparazione invernale, né diete, né pesi. Al villaggio c’era un’atmosfera piacevole, ma l’ufficio informazioni olimpico parlava solo inglese, in piena austerity ogni Paese aveva portato scorte di cibo. Noi avevamo pasta e arance, gli argentini la carne, ottimo motivo per fare amicizia». 

Ottavio in finale si piazzò sesto, cioè ultimo, oro all’americano Cochran. «Mio padre – raccontava – mi rimproverò, ma io ero stanco, poco preparato, avevo fatto 11 gare. E la prigionia non era stata una vacanza. Però lì capii cosa sarebbe stata la mia vita: affrontare con uno stile fluido e leggero tutto quello che incontravo». Rosita Jelmini non aveva ancora compiuto 17 anni e raccontò a Repubblica: «Ero a Londra dalle suore, a Hampstead, perché il liceo linguistico svizzero dove studiavo prevedeva uno stage all’estero. E le suore ci portarono allo stadio. La domenica dopo ci fu una gita di famiglia a Brighton e sulla strada un appuntamento a Piccadilly Circus. E chi c’era ad aspettarci? Missoni e Tosi, il corazziere romano, argento nel disco dietro a Consolini. Ottavio, in pantaloni di flanella, era elegantissimo nella sua divisa olimpica. Però aveva dieci anni più di me, accidenti mi era sembrato molto giovane, ero preoccupata». 

Torna a Milano, festeggia il compleanno e chiede alla sua amica se può invitare quel giovanotto alto e magro. Missoni allora si presenta, firma il quaderno degli invitati con dei disegni e la signora Rosita ricordava: «Ce l’ho ancora quello schizzo. Ottavio si fece alto con la tuba, immaginò il nostro matrimonio, figli e nipoti, mise date, l’ultima è del 2048. Poi ci siamo rivisti con la complicità del Ticino, e sposati nel ’53, la nostra avventura e complicità dura da 59 anni». Undici anni e pochi mesi dopo la morte di lui, se n’è andata anche lei. Brunella Giovara stamattina su Repubblica la definisce imprenditrice, di quelle che conoscono il rumore del telaio, moglie di (Ottavio, detto Tai), ma soprattutto grandonna lombarda, che guardava con riconoscenza il Monte Rosa, che dal suo paese si vede così bene, così nitido e talvolta splendente.

E allo stesso modo amava andare in fabbrica, finché ne ha avuta la necessaria forza fisica. Fabbrichetta, poi fabbrica, poi azienda

Natalia Aspesi racconta la casa di Sumirago, “in un angolo infinito di pace, la grande casa lontana da tutto, i Missoni vivevano la loro vita fatta di colori squillanti, i gialli, i rossi, i blu, di cose antiche o di pezzi strani comprati ovunque. Tutto era semplice, tutto era squisito, tutto brillava di una ricerca infinita nei luoghi dove solo lei, la Missoni, trovava le curiose stravaganze che la sua casa doveva contenere”. E racconta certi anni della vita della coppia. “Si mangiava benissimo a casa Missoni, e se mai bisognava difendersi dagli eccessi dell’ottimo vino. Ottavio era un uomo bellissimo, con l’aria furba di chi è nato in un luogo sbagliato, a Ragusa, mai dimenticata, e senza volerlo, faceva soffrire la Rosita, che era giustamente gelosissima. … Rosita faceva le vacanze, stordita dalle signore che al telefono lo volevano. Me lo ricordo anche io: sul bel mare ancora molto rustico della Jugoslavia dove correvano torme di nudisti, chiedeva agli amici, piangendo: «Ma io lo devo lasciare?»”.  

 

La morte di Agnes Keleti

Era rimasta la più anziana campionessa olimpica in vita, 10 medaglie e cinque d’oro nella ginnastica. È morta a Budapest per una polmonite, alle soglie dei 104 anni. Alessandra Retico su Repubblica ricostruisce: Caschetto di capelli grigi, la tuta addosso fino all’ultimo, violoncellista professionista, alla soglia dei 100 raccontava con insofferenza di dover obbedire al medico che le ordinava di non fare spaccate a tutta gamba. Una preoccupazione futile per una ragazzina ebrea scampata all’Olocausto: con documenti falsi, si rifugia in un villaggio a sud dell’Ungheria per fare la domestica e lavorare in una fabbrica di munizioni. Per evitare i campi di lavoro, sposa frettolosamente Istvan Sarkany, ginnasta alle Olimpiadi di Berlino del 1936 (il divorzio nel 1950). Nel 1944 raccoglie i corpi dei caduti per deporli nelle fosse comuni. Una sopravvissuta, insieme alla madre Rosza e alla sorella Vera. Ma suo padre, Ferenc Klein, proprietario di una fabbrica, muore con altri familiari deportati ad Auschwitz.

  Corriere della sera: Abusi ginnastica, il procuratore federale rischia la rimozione” – Si farà un altro processo sulla base delle accuse delle ex farfalle Basta e Corradini: possibili nuovi testimoni

 

RUOTE

Cosa volete che sia una Dakar

La lotta quotidiana di Nani Roma accanto a suo figlio in carrozzina

 

Dalla Dakar che parte oggi in Arabia Saudita arriva la storia di Nani Roma e della sua lotta quotidiana accanto a Marc, il suo figlio sedicenne, paraplegico dopo una caduta a maggio durante una corsa di motocross. Lo spagnolo ha vinto la Dakar due volte, con le moto nel 2004 e con le macchine nel 2014. Roma dice a L’Équipe che il 2024 non poteva essere peggiore. La vita di Roma non è stata risparmiata dal destino scrive il giornale francese. Ha visto il suo copilota Henri Magne morire in gara al suo fianco, in un incidente durante il Rally del Marocco del 2006. Tre anni fa, quando ne ha compiuti cinquanta, gli hanno diagnosticato un cancro alla vescica, ormai quasi sconfitto. Ha perso il fratello per una malattia simile, a maggio l’incidente di suo figlio Marc. 

Quel giorno con lui c’era solo mamma Rosa, alla tappa spagnola del campionato europeo di motocross. Nani era stato trattenuto a casa dai test con la Ford, tra una sessione e l’altra al volante della Raptor, nella bellissima villa di famiglia nell’hinterland di Barcellona, seguì la gara da uno schermo. I primi due settori cronometrati erano visualizzati in verde, segno del miglior tempo del figlio. Poi niente più. «Ho sentito un buco nello stomaco» racconta toccandosi la pancia. «Quando sono riuscito a contattare il meccanico, mi ha detto che Marc era caduto e non poteva più muovere le gambe. Ho camminato in tondo attorno alla piscina, preso da un vortice di emozioni». Ora c’è Marc che gira in torno alla piscina di casa, seduto sulla sua carrozzina, una handbike elettrica. Fa le acrobazie e suo padre alza gli occhi al cielo, tra il divertito e il preoccupato: «Facendo così l’idiota, un giorno finirà per cadere in acqua. Ma Marc non è una testa calda. Su quello stesso circuito in Galizia c’è un salto con poca visibilità. Gli dissi che se lo avessi visto decollare, saremmo subito tornatI a casa, e lui mollò il gas, perdeva un secondo al giro, ma a noi non importava». Marc – scrive L’Équipe – non è stato cresciuto per diventare un campione come papà. La scuola è sempre stata la priorità della famiglia, per scelta comune. Lo è ancora oggi, per necessità. Dopo tre mesi in un centro di riabilitazione di Barcellona, ​​è tornato a vivere con la sua famiglia in una struttura riadattata. È stato installato un ascensore per andare dal soggiorno alle camere da letto al piano superiore. Una parte del garage è stata trasformata in una palestra, dove Marc pratica quasi quotidianamente la sua nuova routine doposcuola. Anziché passare le giornate a piangere, inveire contro gli organizzatori di quella corsa maledetta o contro il destino, i Roma hanno deciso di lottare di fronte all’inevitabile

«I miei amici – dice papà Nani – hanno cercato di mettere tutto in prospettiva dicendomi che Marc è scampato per un pelo alla quadriplegia». Marc aggiunge: «Voglio dire a chi si trova nella mia condizione che non tutto è perduto. Forse un giorno si troverà una soluzione mi permetterà di camminare di nuovo, ma se così non fosse ci sono altre mille cose da fare e mille modi per essere felici. Dobbiamo andare avanti. Sempre avanti». 

 

L’EDICOLA

Che cosa stanno leggendo in Europa

La galleria delle prime pagine del giorno. La Supercoppa italiana e il calciomercato – Il caso Barcellona in Spagna – I Mondiali di freccette sulle pagine inglesi e in Olanda

  Guarda qui

 

L’addio al ciclismo di Rigoberto Urán

«Lascio serenamente il ciclismo, perché ho ottenuto tutto ciò che volevo». È l’intervista di congedo dal suo sport per Rigoberto Urán, da tre giorni un ex. Ha parlato con L’Équipe a conclusione di una carriera che lo ha visto mescolarsi ai migliori, fiero ed esuberante, dopo un’infanzia in Colombia durante la quale i narcotrafficanti gli hanno rubato il padre

Urán ha vinto due tappe al Giro d’Italia concluso due volte sul podio, una al Tour de France [2° nel 2017 dietro Froome], una alla Vuelta. Ha vinto la maglia bianca di miglior giovane al Giro 2012 e la medaglia d’argento nella corsa in linea Giochi di Londra. Tre volte terzo al Lombardia e una volta quinto alla Liegi. «Non ho la minima idea di come sarebbe stata la mia vita senza il ciclismo», dice, e si vanta di non essersi mai lamentato. «Finisci un Tour de France, beh ce ne sarà un altro tra un anno, non puoi continuare a lamentarti dei tuoi fallimenti, devi prepararti per il prossimo. Ho avuto una giovinezza così difficile che ogni momento successivo è stato facile. Ogni volta in cui pensavo di essere fregato, mi dicevo: – Non sarà così male, hai passato di molto peggio. Nei primi anni a Urrao vendevo biglietti della lotteria per sopravvivere, tutti li compravano e mi davano da mangiare. Per aiutarmi. Poi il sindaco della città ci ha aiutato a trovare un alloggio. Mi hanno aiutato perché avevo un buon atteggiamento. Non ho mai piagnucolato, sono sempre rimasto positivo, con la voglia di farcela, di entrare in una squadra di ciclismo. Se sei triste, se ti lamenti delle tue difficoltà, nessuno ti aiuta. Sono stato fortunato, ho conosciuto tantissime persone decisive, ancora oggi mi aiutano senza aspettarsi nulla in cambio».

 

TENNIS

Promessa o illusione: i 16 anni di Ksenia Efremova

L’ultimo prodigio annunciato si chiama Ksenia Efremova, francese, origine russa, 15 anni, definita da L’Équipe Magazine una guerriera segnata dalla vita, a cominciare dalla morte di suo padre. Quentin Moynet è andato a Cannes per incontrarla, il suo racconto comincia dalla telefonata ricevuta da casa con la brutta notizia mentre si trovava a un torneo in Svezia. Aveva 12 anni, rispose: «Non è possibile, sveglialo, per favore». Sua madre Julia, ex professionista, numero 283 al mondo nel 2006, l’ha avviata al tennis a 4 anni e mezzo, come peraltro pure suo fratello maggiore Alexey. L’Équipe parla di “delirante precocità” che anima discussioni tra gli specialisti nell’individuazione dei giovani prodigi. «È semplice: a 10-11 anni era la migliore di tutti i tempi, migliore di Sharapova o Gauff. Non avevamo mai visto una cosa del genere» ripetevano a Loïc Martin, agente della IMG che la segue da cinque anni. Ha pure già superato una frattura al polso che avrebbe potuto toglierle definitivamente la voglia di tennis, invece Ksenia è fatta di un legno che non brucia scrive Moynet. Il giorno dopo la morte del padre andò in campo con la febbre a 39 e mezzo. Iniziò ad allenarsi otto ore al giorno. Vinse il torneo. È stata naturalizzata dalla Francia un anno fa e ci sono state tensioni con Mosca. I conti bancari sono stati congelati, la guerra in Ucraina ha creato una divisione permanente tra le autorità del paese e la famiglia Efremova. Papà è sepolto in Russia. «Non siamo mai potuti andare sulla sua tomba» racconta la madre. Non è ancora tutto. All’inizio del 2024 ha fatto una risonanza magnetica al gomito destro e la cartilagine era molto danneggiata. La cartilagine è la chiave di volta del diritto. Se si rompe è la fine della carriera. Risposta di Ksenia: «Nel peggiore dei casi diventerò mancina». Ma i suoi passi non sono così rapidi come immaginavano qualche anno fa. Intorno a lei immaginavano di vederla fra le prime-100 da sedicenne. Ora che i 16 anni sono in arrivo [aprile], in classifica è oltre il 700esimo posto. Ci sono carenze tecniche non ancora sanate, tipo un disgustoso schiaffo al volo a due mani. L’età ossea del suo corpo è quella di una 14enne. È alta 1 metro e 72 e continuerà a crescere. E poi c’è l’insondabile – scrive il magazine del giornale francese – il peso delle aspettative, di un’innocenza troppo presto portata via.

Da due mesi si allena all’Elite Tennis Center di Cannes con i nuovi coach Jean-René Lisnard e Baptiste Ranoldi, dopo una turbolenta esperienza all’Academy di Patrick Mouratoglou. Cannes è il posto dove sono cresciuti Daniil Medvedev, Alexandre Müller, Varvara Gracheva, Mirra Andreeva. Mamma Julia dice che «ci siamo sbarazzati di certe energie cattive, dei serpenti e dei bugiardi». Lei ha fatto un passo di lato affidando la ragazzina agli allenatori. È la migliore notizia di questa storia.  

 

  Il numero di partite giocate da Novak Djokovic contro Gael Monfils e il numero di vittorie di Novak Djokovic contro Gael Monfils. 

 

  The Athletic: La canadese che ha vinto una medaglia olimpica e le finali WTA dopo le cure per il cancro al seno” – Il magazine racconta la storia di Gabriela Dabrowski dopo la sua rivelazione su Instagram. Per tutto il 2024 ha giocato con una diagnosi di tumore. Un cancro al seno. Nel 2023 un medico le aveva trovato un nodulo e le aveva detto di non preoccuparsi. La biopsia nel 2024 ha dato un altro responso. Si è operata due volte e si è sottoposta a trattamento di recupero, tutto senza smettere di giocare, Wimbledon e Olimpiadi comprese. Ha vinto il Masters di Riad con la sua abituale compagna Erin Routliffe, lanciando palline rosa al pubblico per sensibilizzare sui controlli contro il cancro al seno, quando non aveva ancora reso pubblica la malattia.  [QUI]

▥   Quando mancano un paio di settimane agli Australian Open, Elena Rybakina vorrebbe riavere nel suo staff l’ex allenatore Stefano Vukov, nel frattempo sospeso in via cautelare dalla WTA mentre è sotto indagine riservata per violazione al Codice di condotta. A Vukov è vietato frequentare il circuito WTA, Tennis Australia non gli rilascerà l’accredito per il primo Grande Slam della stagione. Lui nega di aver violato il codice WTA e Rybakina afferma che nei suoi confronti non c’è mai stata alcuna condotta offensiva. The Athletic dice che la WTA ha avviato l’indagine l’anno scorso, dopo una serie di lamentele sui comportamenti di Vukov. Pam Shriver, allenatrice di Donna Vekic e analista per ESPN, lo ha criticato pubblicamente. 

 

IL CAROSELLO DEL BASKET

Le migliori réclame dai Mondiali di basket

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

ULLALLÀ, È UNA CUCCAGNA  La prima di Calathes a Monaco

Le cose in Eurolega stanno così. La Francia brilla, la Spagna ansima, l’Italia non si sa. Il Monaco è primo, Paris terzo, Real Madrid e Barcellona arrivano stasera al loro turno di Coppa fuori dalla zona play-in. In testa insieme con l’Olympiakos, il Monaco ha battuto ieri sera l’Alba Berlino ultima in classifica potendo finalmente mandare in campo Nick Calathes, il miglior passatore nella storia del torneo. Il re del caviale – dice L’Équipe – ha distillato alcune pepite di cui ha il segreto dopo un’assenza di tre mesi a causa di un infortunio al ginocchio. È un signore da 2.085 assist in carriera e Vassilis Spanoulis, suo ex compagno di squadra e oggi allenatore, lo conosce meglio di chiunque altro. È uscito da una lista di infortunati lunghissima [Petr Cornelie, Terry Tarpey, Mouhammadou Jaiteh, Alpha Diallo], per giocare la sua seconda partita stagionale dopo la sconfitta a settembre contro il Saint-Quentin in campionato, 27 minuti di gioco, 5 punti, 7 rimbalzi e 4 assist. L’intesa con il cannoniere Mike James, miglior realizzatore di sempre in Eurolega, è stata subito brillante: i due sono stati compagni già al Panathinaikos. La sintesi: il Monaco europeo è tutt’altro che una sorpresa. 

MA COSA MI DICI MAI  Pare che Heurtel torni a Barcellona

Lo ha scritto Mundo Deportivo annunciando il ritorno del francese nella squadra per cui ha giocato dal 2017 al 2021. All’età di 35 anni Heurtel tornerebbe così in Eurolega, in un club allo sbando [9 vittorie e 9 sconfitte in Europa, 8° posto nel campionato spagnolo]. Heurtel dovrebbe sottoporsi oggi alle visite mediche [unico contesto semantico in cui si usa il verbo sottoporsi] e firmerebbe immediatamente per sostituire Raulzinho Neto fino alla fine della stagione.

La storia del suo addio al Barcellona nel gennaio 2021 fu un romanzo e si trova per intero qui. In sintesi per chi l’ha visto e per chi non c’era. Heurtel era ai margini della squadra, chiese ai suoi dirigenti di poter prendere parte parte alla trasferta della squadra a Istanbul per la partita contro l’Efes, disse che aveva un abboccamento in corso con il Fenerbahce. Quelli gli diedero un passaggio in aereo ben felici di liberarsene ma una volta in Turchia scoprirono che di lui al Fenerbahce non gliene fregava niente e che la trattativa in corso era invece con il Real, Madrid. Lo abbandonarono in un parcheggio alle 4 del mattino e senza taxi. 

Le disavventure di Heurtel sono proseguite quando si è trasferito allo Zénith San Pietroburgo in Russia, nel pieno dell’invasione all’Ucraina. Seguendo le indicazioni del ministero dello Sport, la federazione lo ha escluso dalla Nazionale. Tornando in Europa – dice stamattina L’Équipe – Heurtel potrebbe ritrovare anche la maglia azzurra. In un’intervista di fine agosto, aveva detto a Eurohoops di sperare in una chiamata per Euro 2025. Il cittì Frédéric Fauthoux non lo esclude. 

 

PALAZZETTI E DINTORNI

LA PALLAVOLO

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

  SCUSATE IL RITARDO

Gli adulti e i teenager visti da Julio Velasco

Dalla monumentale intervista di ieri a Valentina Desalvo su Repubblica

 ➣  Nel discorso di fine anno il presidente Mattarella ha chiesto di ascoltare il disagio dei giovani, tema a lei caro. Sono molto cambiati? 

«No, assolutamente. Ma è cambiato il mondo, è cambiata la velocità di cambiamento del mondo». 

 ➣  Colpa del web? Colpa dei social? 

«Faccio parte della generazione di rottura, quella degli anni Sessanta, quando contestavamo il sistema. Anche allora gli adulti criticavano tante cose che, secondo loro, ci avrebbero reso peggiori. Ora non so se il web aumenta la stupidità, ma so che aumenta la possibilità di accedere a certe cose, di imparare a farle, di esprimerti se vuoi cantare o suonare. Trovo ingeneroso dire che i giovani hanno poca voglia di fare: il problema è che fanno troppe cose, il corso di inglese, l’allenamento sportivo, lo studio, e hanno poco tempo davvero libero, per la noia e l’ozio creativo. Ma soprattutto penso che ad essere cambiati siano i genitori». 

 ➣  Perché? 

«Non so, forse per il senso di colpa di non poter stare tanto a casa. Oggi i genitori hanno paura della frustrazione dei figli, pensano che i traumi danneggino la loro anima per sempre. La storia dimostra che non è così: altrimenti dopo la guerra, con una generazione cresciuta tra bombe e miseria, cosa sarebbe dovuto succedere?». 

 ➣  I genitori vogliono evitare che i figli soffrano. 

«E per questo intervengono troppo. Parlano con l’allenatore, parlano con l’insegnante. Per aiutarli, ovviamente, ma non capiscono che ciò che ti rende forte è un buon sistema immunitario. Per costruirlo, però, devi anche ammalarti e superare il virus. E lo devi superare tu, da solo. C’è un paradigma sottinteso: se non intervieni non ti prendi abbastanza cura. Ma non è così: mia madre quando ci diceva che dovevamo arrangiarci lo usava come metodo. Perché quando la mano del genitore ti molla come fai? Poi c’è un altro punto». 

 ➣  Quale? 

«A volte i genitori usano i figli come specchio narcisistico. Per avere conferme su di loro. I figli ti devono piacere perché sono tuoi, non perché sono i migliori. Non c’è un ranking: tuo figlio non vale solo se arriva in alto, altrimenti è un fallito. Quando un genitore dice “mio figlio è bravo ma non lo capiscono”, sta tranquillizzando se stesso. “Non è colpa sua” vuol dire “non è colpa mia”».

 ➣  Magari in questo lo sport ha qualche responsabilità.

«Se viene trasformato in una lente per guardare alla vita, non fa bene. La vita non è un campionato. Se la musica o l’arte diventano una classifica, come nei talent, può anche essere divertente, ma applicando lo schema in modo rigido diventa un po’ mostruoso. Van Gogh sarebbe retrocesso e solo da morto avrebbe vinto la Champions». 

 ➣  Da genitore come si è comportato?

«Una volta mia figlia mi ha detto: so che non vuoi sentire queste cose, ma quel professore ce l’ha con me. Io le ho risposto: ti credo, ma si tratta proprio di questo. Tu devi riuscire a essere promossa da chi ce l’ha con te, devi imparare a gestirlo. Lei voleva solo essere capita e infatti l’ha risolta. Spesso quando allenavo le giovanili incontravo i padri e le madri perché va anche detto che non c’è una università per genitori. Si riflette poco su che tipo di genitori siamo. Più che parlare del disagio dei figli, parlerei del disagio dei genitori».

 ➣  Che non si affronta?

«Più che altro sembra non esserci spazio per questo. L’opinione pubblica vive in modo frenetico, c’è sempre un fatto che va commentato, un’altra urgenza che merita attenzione. Non c’è un luogo o un tempo di riflessione sull’aiuto che serve. I giovani nella maggior parte dei casi sanno risolvere le cose, hanno meno paura di cambiare perché non hanno molto da perdere, c’è chi attraversa momenti difficili, ma spesso questi momenti fanno parte dei problemi comuni a tanti ragazzi. Non tutto è patologico. Poi se qualcuno ti bullizza il figlio, l’istinto sarebbe menarlo, ma non è la soluzione».

 

Stamattina Concita De Gregorio, ancora su Repubblica, ritorna sull’intervista prendendo spunto dalle ripetute foto di Elon Musk con il figlio sulle spalle. Il problema è il padre, chiaramente. Il bambino sta dove quello lo mette e lo vuole. Il problema sono sempre i padri, i genitori. La loro smania di mostrarsi esemplari, di essere “condiscendenti ma giusti”: di crescere piccoli cloni di cui vantarsi. Lo diceva ieri Julio Velasco in una bellissima intervista a Valentina Desalvo, diceva assai meglio di come io tenti da anni di farlo: la questione è lo specchio narcisistico. Quasi quasi d’ora in avanti copio il link.

 

  IL CANALE WHATSAPP

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 


SUI SOCIAL SIAMO QUI MA CON MODERAZIONE

           

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.