Lo Slalom del 12 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

giovedì 12 dicembre 2024

#2 giorni alla libera di Beaver Creek

 

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|   I primi diecimila scatti di un fotografo sono i peggiori

Henri Cartier-Bresson

 

CHE COSA CI PIACE STAMATTINA

Lo sport in bianco e nero fotografato da Salgado

  Sostiene Salgado che la fotografia è un privilegio. Permette alle persone di vedere quello che hai visto tu. Il tempo trascorso a fotografare è solo l’uno per cento di quello impiegato a riflettere, preparare, progettare. Questo è il punto. 

Sostiene Salgado, Sebastião Salgado, che le foto sportive più pure sono state scattate durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, perché erano in bianco e nero, e adesso si è persa quell’abitudine di «catturare un gesto senza che fosse edulcorato dagli orpelli del colore»

Ha detto proprio così in una lunga intervista rilasciata a L’Équipe Magazine, in occasione di un numero intero dedicato alla fotografia. «Dovreste discuterne tra di voi – ha detto – e dovreste ricominciare a fare dei reportage in bianco e nero. Non dico tutto. Ma Jacques Tati diceva che troppi colori distraggono lo spettatore».  

Per più di mezzo secolo, Salgado ha guardato il mondo in bianco e nero. Nel 1986 venne ingaggiato da Libération per seguire il Tour de France. Ha un laboratorio in Quai de Valmy, a Parigi, dove tiene catalogati i contenuti dei 67.000 rullini accumulati prima del passaggio al formato digitale. 

Un percorso iniziato verso la fine degli anni Sessanta, quando intendeva entrare alla Banca Mondiale di Washington. La conoscenza di Henri Cartier-Bresson e il contatto con una Pentax Spotmatic lo hanno portato da un’altra parte. Ha 80 anni e non ha smesso di viaggiare. Un grande lettore de L’Équipe, dice a L’Équipe: «Da quando mi sono trasferito in Francia alla fine degli anni ’60, l’ho comprato quasi ogni giorno. Quando è arrivato il momento di Internet, mi sono iscritto al sito. Oggi ho la app. Guardo il canale. A casa c’è tutto quello che serve per vedere le partite. Ho uno schermo alto 3 metri con un proiettore 4K ad alta definizione. E ho steso un’amaca per godermi lo spettacolo» 

Salgado racconta che «con i miei genitori vivevamo in una fattoria a otto ore di cavallo dalla città più vicina. I giornali arrivavano con molto ritardo. Per seguire una partita di calcio in diretta c’era solo la radio. Ma non era facile. Funzionavano a batteria come le automobili, e mio padre le caricava quando andava in città. Con i bottoni scuciti dai vestiti, noi bambini potevamo ricreare le azioni di gioco delle nostre squadre del cuore. Flamengo e Vasco da Gama erano le preferite dai miei amici, io ero totalmente del Fluminense. I miei bottoni erano Castilho, il portiere, Pindaro e Pinheiro, i difensori centrali» 

Salgado racconta di essersi accordato una volta con Jorge Valdano ai tempi in cui era direttore sportivo del Real [fra 2000 e 2006] per un libro fotografico sulla squadra. «Amo così tanto il calcio – dice Salgado – che sarebbe come fotografare la mia stessa carne». Valdano gli propose di vivere accanto ai giocatori tutto il tempo necessario. Gli agenti dei calciatori non diedero il loro accordo. 

È un dettaglio che illumina all’improvviso molte cose del calcio. Pensiamola così: ci sono persone destinate a curare gli interessi dei giovani giocatori che hanno creduto non fosse bello/unico/storico/utile essere fotografati da Salgado. 

Salgado era arrivato in Francia per prepararsi alla Scuola Nazionale di Statistica e Amministrazione Economica (ENSAE). Lélia, sua moglie, studiava architettura e i suoi studi richiedevano una macchina fotografica. Così, durante le vacanze a Menthonnex-sous-Clermont, non lontano da Ginevra, consigliarono loro di prendere una Pentax Spotmatic II, con obiettivo da 50 mm. Il venditore gi consegnò una pellicola Kodachrome 25 e la prima foto della vita di Salgado fu a Lélia seduta alla finestra di una casetta in Alta Savoia.

«A quel tempo non sapevo nemmeno come rimuovere la pellicola. Bisognava consultare il manuale per capire che sotto la macchina c’era un piccolissimo pulsante da premere per riavvolgerla. Completai la mia attrezzatura comprando un obiettivo da 28 mm e poi un 135. Tornato alla Città Universitaria, allestii un piccolo laboratorio. Non avevo i soldi per comprare le pellicole e i prodotti chimici, ma comprai un ingranditore, un Durst M301. Cominciai a mettere annunci nei ristoranti e miracolosamente trovai i miei primi clienti» 

Dopo il dottorato Salgado accettò un’offerta da un fondo di investimento con sede a Londra. Lo mandarono in Ruanda e in Burundi, due paesi produttori di caffè che volevano ottimizzare la loro produttività. Si portò dietro la Pentax e si rese conto che scattare foto gli faceva guadagnare dieci volte più piacere che scrivere resoconti finanziari. quando davvero gli offrirono il lavoro tanto desiderato presso la Banca Mondiale a Washington, rifiutò. 

Il suo capo da Londra gli disse: «Sebastiao, sei il più grande idiota che conosca». Un inaffidabile. Il capo gli disse che perfino sua moglie scattava foto, pure sua figlia scattava foto, tutti nel mondo scattano foto. Lui invece era così bravo in economia, «rimani negli Stati Uniti per cinque anni», gli propose, «così ritorni in Brasile e diventi il Ministro delle Finanze». Allora Sebastião rispose: «Grazie, ma no, torno a Parigi». 

Gli inizi furono difficili. Provò di tutto: sport, ritratti, nudi. Senza molto successo. La svolta arrivò presentandosi a La Vie Catholique, un giornale in Boulevard Malesherbes a Parigi. Gli risero in faccia. Gli risposero che non prendevano certo fotografi che andavano a proporsi. Però – per dire della potente azione del Caso – un caporedattore in servizio si fece attraversare da un pensiero, gli offrì vieni con me, ti faccio vedere il numero che stiamo preparando, se ci porti delle foto giuste per i servizi le prendiamo. Era un giornale per metà centrato sull’immigrazione. La settimana dopo Salgado si ripresentò con un servizio sulle baraccopoli di Nanterre. Le presero. Lo pagarono. 

A quel tempo, le riviste erano molto potenti. L’unico paese che avesse agenzie fotografiche di livello mondiale [Sigma, Sipa, Gamma, Magnum] era la Francia. Salgado diventò amico di Roger Thérond, caporedattore di Paris Match, il quale si definiva un fotografo che non aveva mai fotografato. Vide i suoi scatti, gli fece avere un contratto lunghissimo per reportage lunghi anche otto-dieci pagine. 

Libération gli avrebbe proposto di seguire il Tour nel 1986 insieme con i suoi cinque giornalisti: uno veniva dalla politica, un altro dall’economia. «Ho davvero conosciuto il paese. Ho fotografato i volti della Bretagna e dei Pirenei. Ho fatto alcune cose irragionevoli. Ho guidato la macchina con il finestrino aperto scattando foto sul Mont Ventoux. Françoise Berger di Le Monde mi urlava di smetterla. Aveva paura che uccidessi qualcuno perché c’era un mucchio di folla, io tenevo il volante con le gambe e scattavo con la mano fuori dal finestrino, in mezzo alla folla».

Una foto è qui | Un’altra foto è qui | Qui ci sono quelle esposte alla Polka Galerie. La preferita del papà di Slalom sta qui sotto

 

 

Sostiene Salgado che a una foto sportiva non bisogna chiedere nulla. «Le foto sono estetica, questa è la nostra unica lingua. Bisogna andare oltre il quadro delle informazioni, ammettere in ogni caso che è molto difficile fare una bella foto. Un’immagine naviga. Abbiamo una frazione di secondo per rompere tutto e fermarla. Più che la fortuna, la concentrazione fa tutto. Quante volte sono stato sicuro che l’azione sarebbe avvenuta quando me l’aspettavo. Ero preparato. Una frazione di secondo prima era troppo presto, una frazione di secondo dopo mi era sfuggita. Una foto è il momento in cui si incrociano una serie di variabili: luci, linee, composizione, azione. Deve stare tutto lì dentro. Non ho mai avuto l’opportunità di andare a un’Olimpiade. Ma se fosse accaduto, non sarei andato da solo. I Giochi sono lunghi. Vedi così tante cose che devi parlare, scambiare informazioni. Senza condivisione non è divertente. Così lavorava il mio amico David Burnett. Ha seguito tutte le Olimpiadi dal 1986. Sempre in gruppo».

    EUROGOL

Il buondì di Motta

E dunque le cose stanno così. Il Liverpool è ancora a punteggio pieno, unica squadra con sei vittorie in sei partite: si era garantito la certezza di un posto alla seconda fase già alla quinta giornata. L’ultima finestra ha qualificato anche il Barcellona grazie alla vittoria sul campo del Dortmund. 

Nel ranking annuale UEFA l’Italia si è ripresa il secondo posto che assegna un’iscrizione in più alla prossima Champions. Il Portogallo è stato scavalcato dopo le vittorie di Milan e Juventus, insieme con il pareggio del Bologna nello scontro diretto con il Benfica. Ma adesso alle spalle della serie A si affaccia anche la Liga. Insomma: Inghilterra 12.517, Italia 10.750, Portogallo 10.675, Spagna 10.607, Germania 10.125

Stamattina c’è da celebrare soprattutto Thiago Motta e il successo della Juventus sul Manchester City di Guardiola. C’è chi si è convertito all’istante: e dunque Thiago è diventato un fenomeno alla stessa velocità con cui il Napoli ha smesso di crescere un quarto d’ora dopo essere il favoritissimo per lo scudetto; oppure c’è chi si conserva freddo per non dover arretrare dalle precedenti posizioni. Tuttosport dice che quando gli avversari sbattono contro la Juventus ne constatano la solidità. Questa è la Juventus che sta costruendo, fra mille difficoltà, Thiago Motta: operazione ancora lunga e che, certamente, non finisce qui e che, altrettanto certamente, affronterà altri momenti difficili; ma è un’operazione che ha un progetto chiaro e una direzione che il gruppo segue quasi ostinatamente.

Antonio Barillà su La Stampa si è distinto nei giorni scorsi per saggi inviti alla pazienza, così stamattina può credibilmente ribadire che ogni progetto richiede pazienza e che, a volte (bravo Thiago), semplicità e compattezza pagano più di fronzoli tattici e alchimie. Non sappiamo se è una svolta, proprio perché siamo all’inizio, ma sappiamo che battere il City, ancorché in difficoltà, non è banale. E non si riesce se non si è Squadra, ancora di più in un momento complicato.

Il povero Guardiola resta travolto dagli eventi, nei giorni prossimi ci torniamo. Nel frattempo gli inglesi [qui il Telegraph] sottolineano la peggiore serie del Manchester City dal 2006, una serie di prestazioni che mette a rischio la qualificazione alla fase successiva di Champions League. 

 

La questione dei Mondiali 2034 all’Arabia

Era già tutto previsto, di Cocciante-Luberti, dirige l’orchestra Gianni Infantino. I Mondiali del 2030 sono andati a Spagna, Portogallo e Marocco ma pure un pochino all’Argentina, all’Uruguay e al Paraguay, dove saranno giocate le partite iniziali in omaggio al Centenario. I Mondiali del 2034 sono nella cassaforte dell’arabia Saudita. Era il piano della FIFA e così sia. 

Un  piano venuto da lontano e rivelato un  anno fa da Tariq Panja sul New York Times. Scrisse che non poteva fallire. Non è fallito. Per poter pilotare l’edizione del 2034 nel ricco Medio Oriente a 12 anni di distanza da Qatar 2022, Infantino ha messo fuori gioco tre continenti dando a ciascuno un brandello della Coppa di quattro anni prima, così che nessuno avesse più nulla da rivendicare. L’Australia si è fatta fuori da sola ritirandosi dalla corsa. Dama. 

Stamattina L’Équipe dice che la FIFA ha scelto la politica e l’imprenditoria. Ha messo in tasca quanti più paesi e continenti possibili e ha portato un  bel po’ di soldi nelle sue casse. 

Dato che la suspense era pari a zero – ha scritto Étienne Moatti – la FIFA non ha nemmeno organizzato un congresso in presenza per accogliere con la consueta pompa magna i suoi 211 membri. Si è accontentata di un incontro virtuale, rapidamente concluso, per convalidare le scelte fatte con largo anticipo.

Tutto era stato deciso il 4 ottobre 2023. Con i 55 voti europei e i 54 africani la questione 2030 era stata risolta in anticipo premiando la candidatura del Marocco sempre battuta in precedenza e convincendo il Sudamerica a ritirare la propria candidatura. Questo ha permesso all’astuto Infantino di offrire un compenso al suo elettorato sudamericano e soprattutto di preparare il terreno per la designazione dell’Arabia Saudita per l’edizione 2034

Per facilitare il loro compito, la FIFA ha provveduto a modificare i regolamenti permettendo a un Paese di avere solo quattro stadi pronti al momento della dichiarazione, prima era necessario averne almeno sette. L’Équipe sottolinea con chiarezza come la FIFA in definitiva non si preoccupi di considerazioni ecologiche o di diritti umani, una cosa che non sorprenderà molte persone. I Mondiali del Centenario coinvolgeranno sei paesi, un accordo inedito ma poco eco-friendly. Dopo tre partite in Uruguay, Argentina e Paraguay al fresco dell’inverno australe, le sei squadre interessate e i loro tifosi attraverseranno l’Atlantico per le altre 101 partite al caldo del Mediterraneo dal 13 giugno al 21 luglio. L’associazione Football Supporters Europe [FSE] sta deplorando i viaggi aerei non necessari, contrari agli impegni ambientali assunti dalla FIFA. 

Per l’Arabia Saudita, regime poco democratico ma estremamente ricco nella definizione del giornale francese, la FIFA ha messo un altro fazzoletto sui suoi principi. E fa rivivere, ancora una volta, lo psicodramma del calendario internazionale. Come in Qatar nel 2022, sembra impossibile organizzare un evento del genere in estate in questo paese desertico delimitato dal Mar Rosso e dal Golfo Persico. Nei mesi di giugno e luglio la temperatura media è di 37-38 gradi, con punte di 41 gradi

È lecito immaginare che avremo un altro Mondiale a metà stagione, spezzando i campionati nazionali e la Champions. Sempre che da qui al 2034 il calcio sarà ancora organizzato come oggi. Oh, poi ci sarebbe da far notare che i Mondiali del 2022 sono stati più belli di Europei e Coppa América 2024 messi insieme, dove i giocatori esausti hanno fatto quel che potevano. Ma non è un discorso popolare, non piace ai club, amen. 

Oliver Brown sul Telegraph l’ha definito un inchino della grottesca Fifa all’Arabia Saudita nella più vile svendita della storia dello sport.  

Come può – scrive – la Coppa del Mondo saudita ricevere un punteggio di 4,2 su 5, il più alto di sempre, quando 11 dei 15 stadi non sono ancora stati costruiti? In base a quali parametri un regime che ha approvato l’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi solo sei anni fa viene classificato come un rischio per i diritti umani semplicemente medio? Come può un rapporto compilato da AS&H Clifford Chance con sede a Riyadh, che non fa menzione delle severe restrizioni alla libertà di espressione o dell’incarcerazione di attiviste per i diritti delle donne o delle 200 esecuzioni effettuate nei primi nove mesi del 2024, soddisfare la definizione di indipendente da parte di chiunque? Infantino si rifiuta di fornire giustificazioni perché non ce ne sono. L’immoralità di questa storia parla da sola, con l’avvocato che ha rappresentato la fidanzata di Khashoggi che l’ha definita un tradimento finale della giustizia per Jamal

MAPPE

I diritti umani

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Nicoletta Labarile sul Sole di 24 Ore di qualche giorno fa ha fatto il punto sulle condizioni dei diritti umani in Arabia Saudita, un tema che viene affrontato in modo ricorrente quando la comunità sportiva internazionale porta in quel Paese uno dei suoi eventi di spicco: un match per il Mondiale dei pesi massimi, un GP di Formula Uno, il Masters femminile di tennis. 

Secondo i calcoli dell’agenzia di stampa Afp, l’Arabia Saudita ha superato la soglia delle 300 esecuzioni nel 2024. I famosi passi avanti nei diritti alle donne vanno a sbattere contro il Welayah, il sistema del guardiano per cui le donne sono dipendenti dal wali, un protettore: il padre, il marito, il fratello, in alcuni casi il figlio. 

La legge sullo status personale richiede alle donne – scrive Labarile sul Sole 24 Ore – di ottenere il permesso di un tutore maschio per sposarsi, codificando la prassi consolidata nel Paese. Le donne sposate sono tenute a obbedire ai loro mariti in «maniera ragionevole». Il sostegno finanziario di un marito è subordinato all’obbedienza di una moglie che può perdere il diritto a tale sostegno se rifiuta senza una «giustificazione legittima» di fare sesso con lui, trasferirsi o vivere nella casa coniugale o viaggiare con lui. La legge stabilisce inoltre che nessuno dei coniugi può astenersi da relazioni sessuali o convivenze senza il consenso dell’altro coniuge, implicando un diritto coniugale al rapporto sessuale. Inoltre, mentre un marito può divorziare unilateralmente dalla moglie, una donna può presentare istanza a un tribunale per sciogliere il contratto di matrimonio solo per motivi limitati e deve «dimostrare il danno» che rende la continuazione del matrimonio «impossibile» entro tali motivi. La legge non specifica cosa costituisca danno o quali prove possano essere presentate a sostegno di un caso, lasciando ai giudici ampia discrezionalità.

Qualche settimana fa, Deutsche Welle in Germania ha segnalato un nuovo rapporto di Human Rights Watch, secondo il quale il Fondo di investimento pubblico dell’Arabia Saudita utilizza lo sport per mascherare i le violazioni dei diritti umani.  Un rapporto di 95 pagine che indica nello sport il fattore con cui vengono insabbiati i danni reputazionali. Le finali della WTA si sono tenute a Riyadh a novembre, prima tappa di un accordo triennale. Il montepremi è stato di 5,15 milioni di dollari, per la prima volta pari a quello delle finali ATP. È bastato per sorvolare sul resto. Chris Evert e Billie Jean King,, veterane delle battaglie di genere nel tennis, hanno scritto una lettera aperta per chiedere di non cadere nella rete. Portare le finali in Arabia Saudita – hanno detto – rappresenta un significativo passo indietro, una cosa totalmente incompatibile con lo spirito e lo scopo del tennis femminile e della WTA stessa

Non sono state ascoltate. Prima di vincere il torneo, Coco Gauff ha ammesso di avere delle riserve su un torneo in Arabia Saudita, citando il trattamento riservato alle donne e alla comunità LGBTQ+. Gauff ha detto di sperare che la presenza della WTA in Arabia per i prossimi tre anni avrebbe aiutato ad avvicinare le donne al tennis e a promuovere l’uguaglianza.

 

Mbappé è stato scagionato

Una notifica arrivata sul telefono poco fa. L’indagine su Kylian Mbappé con l’accusa di stupro è stata chiusa dalla Procura di Stoccolma per mancanza di prove sufficienti. Lo ha annunciato la pm incaricata del caso Marina Chirakova. 

 

ACQUE

Come fa la Vendée Globe a evitare gli iceberg

Dopo aver lasciato le coste francesi, navigando verso sud per attraversare l’equatore e cambiare emisfero, gli skipper della Vendée Globe hanno superato il Capo di Buona Speranza e hanno tirato dritto verso l’arcipelago delle Kerguelen, a metà strada tra il Sud Africa e l’Australia. Costeggiano il continente antartico, in acque fredde, per circumnavigare il mondo lungo la via più breve. Sono attesi alla prima grande tempesta. I capricci del tempo sono inevitabili, mentre da qualche anno un altro tipo di pericolo è quasi scomparso dalla regata in solitaria, il pericolo di trovarsi faccia a faccia con un iceberg.

Lo racconta il giornale francese Libération rendendo conto dei recenti progressi tecnologici, in particolare il monitoraggio satellitare che permette all’organizzazione regata di definire quella che si chiama una Zona di esclusione antartica [ZEA nel suo acronimo]. Una zona che circonda il lastrone di ghiaccio e che i marinai non possono attraversare. 

Nessuna nave da ricognizione precede più gli skipper con un cannocchiale per individuare le montagne galleggianti di ghiaccio. Oggi tutte le rilevazioni vengono effettuate dallo spazio, prendendo in prestito alcuni satelliti: il franco-americano Jason, i Sentinel dell’ESA [l’Agenzia spaziale europea], l’altro franco-americano Swot, l’ultimo arrivato. Yannice Faugère, responsabile di oceanografia per il Cnes, l’agenzia spaziale francese, ha spiegato a Libération che viene utilizzata la tecnica dell’altimetria: il satellite invia un segnale al suolo, che rimbalza e ritorna a esso, consentendo di misurare con precisione la distanza percorsa. I dati permettono così di identificare tutte le piccole variazioni di altezza degli oceani, stimare il livello del mare, monitorare le onde, rilevare barche e anche pezzi di ghiaccio. 

Jérôme Bouffard, mission manager dell’ESA, ricorda che «i satelliti Sentinel fanno parte di un programma europeo molto più ampio», il programma di osservazione della Terra che si chiama Copernicus. Copernicus mira a fornire dati di osservazione multisensoriale, per applicazioni diverse che vanno dall’agricoltura alla gestione delle risorse naturali, compreso il monitoraggio dei cambiamenti climatici e la sicurezza marittima. Il satellite Sentinel-1A in particolare è prezioso sui ghiacci, perché è un radar ad apertura sintetica, qualsiasi cosa significhi. Ha la particolarità di penetrare il buio e di guardare pure attraverso le nuvole, una caratteristica particolarmente interessante nelle aree in cui il tempo è imprevedibile, come l’Oceano Antartico.

Originariamente, Sentinel-1A avrebbe dovuto operare con il gemello 1B, andato perduto nel 2021 per danni a bordo. È stato sostituito proprio questa settimana, e con un certo slancio di fantasia lo hanno chiamato Sentinel-1C. 

Oh, se volete sapere come si scovano gli iceberg, Yannice Faugère dice a Libération che il segnale ricevuto dai satelliti forma delle curve su un grafico. Quando spunta il colore rosso, ecco, quello è ghiaccio galleggiante. I dati sono gratuiti e open source, accessibili all’intera comunità scientifica e pure alle aziende interessate alla sicurezza in mare. Una delle società che se ne giova si chiama CLS [sta per Collection Localization Satellites], un’azienda francese consorziata con Cnes e una società di investimento belga, la CNP. Ecco, la CLS ha un progetto di rilevamento e monitoraggio degli iceberg per la Vendée Globe. 

Per l’edizione in corso il monitoraggio è iniziato a luglio, ancor prima che la banchisa attorno all’Antartide iniziasse a sciogliersi e a rilasciare i numerosi iceberg che imprigiona. Prima si comincia, meglio si conoscono le dinamiche del movimento. All’inizio di settembre CLS aveva già una visione abbastanza globale e relativamente precisa, così è stato possibile disegnare una prima mappa ZEA. Da allora le osservazioni e le analisi sono state raffinate con i radar satellitari programmati davanti alla rotta degli skipper con circa dieci giorni di anticipo. I velisti partono con una prima versione della ZEA sul loro computer di bordo e aggiornano il software durante tutta la regata [Oh, poi ci sarebbe da discutere se questa cosa è compatibile con lo slogan della Vendée Globe dalle tre S: in solitaria, senza scalo e senza assistenza – ma oggi è la giornata internazionale contro le digressioni]. 

Il sistema non è sempre stato così avanzato. Le osservazioni di Sentinel-1 fanno parte del patrimonio della Vendée Globe dal 2016. Che succedeva prima? Il navigatore Jean Luc Van den Heede ricorda di aver scattato una foto a un iceberg che emergeva dalla nebbia proprio davanti alla sua barca nel 1989. Dal 2000 esistono dei waypoint, dei punti di passaggio per incanalare la corsa fuori dalle rotte più pericolose, come ricorda a Libération Hubert Lemonnier, direttore di gara. Era una primitiva versione della sicurezza anti-iceberg. Chiamiamola analogica. Entro il 2032-2035 circa, arriverà il Next Generation Sentinel. Avrà capacità superiori, con sensori ottici e radar di migliore qualità. In particolare il Sentinel-3 Next Generation sarà basato su una tecnologia molto vicina a Swot e promette di consegnare quella che viene definita una foto del mare. Per scoprire il vero volto degli oceani. Quest’ultima frase va letta pensando alla voce di Angela, non Angela dei Ricchi e Poveri, ma Alberto, Alberto Angela. 

 

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RUOTE

Il ciclismo senza Patrick Lefévère dopo vent’anni

Ha inventato Johan Museeuw. Ha scoperto Frank Vandenbroucke. È stato un secondo padre per Tom Boonen. Ha dato una seconda chance a Richard Virenque. Ha fatto diventare professionista Julian Alaphilippe. Ha coccolato Remco Evenepoel quando era ancora un bimbo. Nella traiettoria di Patrick Lefévère da direttore sportivo del ciclismo c’è stata tanta di quella vita che sembrano due. 

Ma negli ultimi anni – scrive stamattina L’Équipe, nel giorno del ritiro dall’attività – la sua gestione somigliava sempre più a quella di una vera e propria azienda con più di 150, con scelte strategiche ed economiche che lo avevano spesso costretto a soprassedere sui sentimenti, come quando dovette separarsi da corridori amatissimi: Philippe Gilbert, Mark Cavendish, Sylvain Chavanel. Ha saputo far evolvere l’identità fiamminga della sua squadra verso un’idea più cosmopolita del gruppo per ragioni sportive ma anche politiche. Senza averlo desiderato, rimarrà un pioniere nel suo sport.

A quasi 70 anni e dopo più di 50 nel ciclismo, il direttore generale della Soudal Quick-Step cede il posto al suo braccio destro Jürgen Foré: Lascerà un segno indelebile. La formula scelta da L’Équipe per accennare alle sue controversie più recenti è che il fiammingo non ha mai lasciato nessuno indifferente. Ha litigato con il papà di Evenepoel. Ha reso un tormento gli ultimi anni di Alaphilippe, fino a spingerlo a cercarsi un contratto altrove. Cinque anni fa disse che era stanco, voleva andarsene. Lefévère è anche titolare di una colonna da opinionista sul giornale belga Het Nieuwsblad

Avevamo immaginato un bluff da parte sua, difficilmente si può immaginare il mondo del ciclismo senza questo personaggio colorato, che ha visto andare e venire capi squadra anche con personalità forti come Manolo Saiz, Johan Bruyneel o Bjarne Riis. Per quasi 30 anni è stato il vero boss del ciclismo, alla guida di una squadra da 950 vittorie, presidente dell’AIGCP, la potente associazione di gruppi sportivi che lo ha messo in conflitto con gli organizzatori, compresi quelli del Tour de France

Ancora sotto cure mediche dopo un intervento chirurgico di una ventina d’anni fa, Lefévère ha spiegato che anche la sua salute è un motivo della decisione presa. È stato dopo aver riportato Philippe Gilbert in squadra nel 2017 che ha iniziato a pensare davvero al suo ritiro. Ha sempre visto in lui un degno successore, gli piaceva la sua personalità, ma questo trasferimento di potere è rimasto solo allo stadio di un suo progetto personale. Gilbert aveva e ha piani diversi. Lefévère rimase amareggiato dal suo no, convinto di avere una eredità da tramandare con il marchio Quick-Step, un produttore di parquet che dall’inizio degli anni Duemila frequenta il ciclismo, spesso affiancando altri sponsor principali. Un partner storico, racconta Philippe Le Gars su l’Équipe, che simboleggia ancora oggi una forma di lealtà incrollabile in questo mondo del ciclismo nel quale i legami si creano e si interrompono da un giorno all’altro, a seconda dell’influenza degli agenti

Lefévère aveva fatto della regione di Courtrai la sua roccaforte. Nel raggio di una quindicina di km aveva i suoi dipendenti del reparto corse, i dirigenti della Quick-Step e gran parte dei corridori belgi, residenti tra le Fiandre orientali e occidentali.

Negli anni Settanta, quando la sua famiglia vendeva auto usate a Roeselare, a pochi chilometri da Tourcoing, al confine con la Francia, lui scelse la bicicletta. Ha vinto una tappa della Tre Giorni di La Panne nel 1976, una Kuurne-Bruxelles-Kuurne nel 1978 davanti a casa sua, poche settimane dopo una tappa del Giro di Spagna. Ma i lunghi viaggi lontano dalla casa paterna e le difficoltà a trovare il suo posto in questo ambiente che considerava troppo selvaggio, lo convinsero a farsi da parte, a smettere e riprendere il suo lavoro di contabile. Quando Walter Godefroot, ex grande rivale di Eddy Merckx, gli aprì le porte della squadra Weinmann alla fine degli anni Ottanta, nessuno immaginava che sarebbe diventato chi è diventato

Fu l’incontro con Squinzi, patron della Mapei, a portarlo in un’altra dimensione, padrone con i suoi corridori di Giri delle Fiandre e di Parigi-Roubaix. Nel 1996 si sarebbe trovato di fronte al dilemma di tre uomini suoi in fuga sulle pietre, lanciati insieme verso il velodromo: Museeuw, Bortolami e Tafi. Lefévère ha sempre negato di aver ricevuto istruzioni da Squinzi: «Sono stato solo io a decidere che Johan vincesse e sono stato solo io a dettare loro l’ordine d’arrivo della tripletta», ripete da sempre senza aver mai messo davvero fine alla controversia.

Ha suscitato tanto ammirazione quanto esasperazione dice il giornale francese.

 

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