Quando Tadej Pogačar è partito con la sua carica a 101 km dal traguardo, dietro i cappelli nessuno ha pensato che fosse impazzito o avesse bevuto. Se nessun ciclista lo aveva mai fatto prima in un Mondiale, non era un buon motivo perché non lo facesse lui. Pogačar ha istituito la sospensione della sorpresa. Ha una contradditoria capacità di meravigliare senza più stupire. In cent’anni e passa di ciclismo, sulle strade ne sono passati diversi come lui e forse nessuno uguale a lui. È come se Pogačar fosse Hinault a Sallanches ogni giorno, ogni giorno Pantani a Oropa, Merckx alle Tre Cime di Lavaredo. Quando Pogačar non vince, non c’è quasi mai qualcuno che lo batte. È solo un giorno in cui non era il caso arrivare primo, per motivi suoi, boh, chi lo sa, per qualche pensiero che gli attraversa la testa.
Quel giorno non era ieri, non era il Mondiale di Zurigo, Svizzera, dove in passato si sono infilati una maglia arcobaleno anche Coppi, Van Looy, Merckx, LeMond, Museeuw, Il 2024 di Tadej è fatto di 9.431 km corsi in 55 giorni. Ventitré volte è stato primo, sette volte fra i primi tre, sempre fra i primi-50 tranne a Roma, ultima tappa del Giro.
Eppure non siamo più negli 50-70, quando questo sport era confinato dentro un perimetro che si può individuare più o meno con i confini di Belgio, Francia, Italia, Olanda e Spagna. Il ciclismo è di tutti da un po’. La Slovenia è diventato ieri il 22esimo paese diverso a vincere i Mondiali, negli ultimi otto anni solo la Francia si è ripetuta con Alaphilippe, Dal 2008 nell’albo d’oro ci sono tredici bandiere differenti, sette non c’erano mai state prima.
Questo di Zurigo è l’ultimo capolavoro, così lo chiama L’Équipe che giustamente gli dedica l’intera prima pagina stamattina in edicola, “una delle più grandi stagioni della storia di un campione di cui ancora non conosciamo i limiti”.
È una considerazione che porta la firma di Alexandre Roos, l’immaginifica firma francese, il più grande raccontatore al mondo di ciclismo oggi, Dice che siamo stati tutti delle vittime volontarie della domenica, bambole di pezza indifese pronte a lasciarsi travolgere dal soffio di una corsa che sentivamo elettrica, ma che non eravamo pronti alle tre ore di assolo di Pogačar, “una lunga operazione a cuore aperto che ci avrebbe lasciato in uno stato vegetativo, completamente storditi. Il nostro cervello sembrava una stanza messa a soqquadro da un branco di cani. Dimentichiamo per un po’ la storia, i chilometri, le strategie e proviamo a tenere con noi un pezzo di questa pura follia, questa furia, un fermento che è raro assaggiare, qualcosa che si avvicina così tanto alla bellezza assoluta, all’essenza del ciclismo in generale e di un campionato del mondo in particolare”. Fine. Che vuoi dire più?
Invece no, c’è ancora qualcosa da dire, c’è sempre qualcosa che si può dire su questo ragazzetto sottile che in maglia verde-Hulk scende dalla bici e va ad abbracciare la sua fidanzata Urska Zigart, una campionessa pure lei, numero uno del paese a cronometro, lasciata fuori dalle convocazioni olimpiche per qualche motivo non precisato, e allora sai che c’è, Tadej alle Olimpiadi non ha voluto andarci. Scrive Roos che questa edizione è stata una corsa storica anche perché è stato “un capolavoro di imperfezioni, tutto è andato un po’ storto e così abbiamo assistito a uno spettacolo di funamboli che cercavano di restare in piedi sul filo del rasoio, di tenere viva la fiammella tremolante delle loro speranze. Pogačar ha corso il rischio di fare un salto nel vuoto, cosa che i suoi rivali non erano pronti a fare. Il responsabile del pasticcio più grande è il neo campione del mondo, lui che ha messo questo Mondiale sulla strada delle grandi sciocchezze, il moccioso che non aspetta la mezzanotte di Capodanno per accendere il primo petardo. Ha attaccato a 101 km dal traguardo – ripeto: a 101 km dal traguardo -, e in quel momento solo Quinn Simmons e Andrea Bagioli sono riusciti a provare ad afferrargli la ruota, ma svolazzavano come aquiloni nella sua scia e non è passato molto tempo prima che la corda si rompesse”.
Che peccato non conoscere il francese, non poter cogliere chissà quante e quali sfumature ci sono nelle cose che scrive Roos. Era diventato uno dei preferiti di Gianni Mura. Al traguardo di Parigi 2019, l’ultimo Tour, disse che Roos “ha rotto col passato, i suoi pezzi danno il succo della corsa ma sono pieni di rimandi, giochi di parole, incastri, con frequente ricorso all’argot e ricordano un po’ il Quéneau di Zazie e il Dard di Sanantonio. Aspettandolo a un romanzo, 9”.
Roos allora parla di delirio, così dice, delirio, per l’azione di Pogačar, anzi “una stupidità commessa e che avrebbe riconosciuto dopo l’arrivo, ma ormai non poteva tornare indietro” e nel finale “abbiamo visto le sue riserve svuotarsi”, meno male abbiamo pensato, allora lo vedi che pure lui si stanca, “e lui raggomitolato sul suo telaio, rigido come un pezzo di legno, attraversato dal dolore”. Le due boccate d’ossigeno sono arrivate dal compagno di squadra Jan Tratnik e da Pavel Sivakov, il francese che fu russo e che corre come suo gregario tutto l’anno con la UAE. Lo hanno forse risollevato anche gli errori degli avversari, “ma come potevano Remco Evenepoel e Mathieu Van der Poel – si domanda Roos – pensare di potergli dare un metro di libertà? Il belga ha ammesso dopo l’arrivo di aver pensato che lo sloveno si stesse suicidando”. Vai, vai, hanno pensato, che dopo veniamo a raccogliere i tuoi pezzettini con le nostre forchette. Invece erano forchette per il brodo.
Ha vinto un Mondiale senza correre alla perfezione, il che la dice lunga sul margine che ha sul resto del mondo
La sostanza è che Pogačar ha vinto un Mondiale senza essere perfetto, “il che la dice lunga sul margine che ha sul resto del mondo, ma anche su che corridore sia, sullo spirito che lo guida, su questo misto di determinazione e incoscienza, un campione assoluto rimasto ragazzino, pronto a rischiare tutto senza perdere la leggerezza, due sfaccettature che sono alla base della sua onnipotenza e che lo rendono intoccabile”
Aveva cominciato il 2024 facendosi 80 km di fuga da solo alle Strade Bianche. Sette mesi dopo ha raggiunto Eddy Merckx e Stephen Roche, gli unici prima di lui ad aver vinto la maglia rosa al Giro, la maglia gialla al Tour e la maglia iridata ai Mondiali nella stessa stagione, ma Roos ne è certo, “presto non ci saranno più riferimenti all’andare a pescare qualche nome nel passato, presto non ci sarà più nessun paragone. La storia adesso è lui”.
Senza invidia e senza nostalgia, Eddy Merckx ha detto al giornale francese: «È evidente che Pogačar è sopra di me, Un po’ lo avevo già pensato quando ho visto cosa ha fatto nell’ultimo Tour de France, ma stasera non ci sono più dubbi».
Nella vignetta di Martin Vidberg che ogni giorno arriva all’ultima pagina de L’Équipe, stamattina c’è un podio con un cubo vuoto per il primo posto, e il tipo che s’ è piazzato terzo in maglia arancione spiega che Tadej non ha potuto trattenersi. È in fuga. Ha lanciato l’attacco per il prossimo Giro delle Fiandre.