Tsitsipas si sente un adulto con l’animo di un bambino

  Stefanos Tsitsipas veniva da una tournée americana un poco scartiloffia. Ottavi di finale a Indian Wells, sconfitta al debutto in tabellone a Miami, mmm, aveva un gran bisogno a Monte-Carlo di liberarsi dal cemento finito nei calzini, anche se il cemento nei calzini non ci finisce veramente. Comunque, casomai, nei calzini a lui piace sentire la terra. 

Ora L’Équipe riconosce che Stefanos Tsitsipas ha appena vissuto “una di quelle settimane che rimette testa e cuore a posto”. Ha vinto un torneo che più di una volta gli stava chiudendo la porta in faccia. Ha camminato sull’acqua in alcuni passaggi, per usare le parole del giornale francese. Per esempio quando ha messo in fila sette game contro Zverev, oppure quando miracolosamente è rientrato in partita al terzo set con Sinner. Ecco. Già si sente dal loggione lassù un grido: eh grazie, l’arbitra ha sbagliato. È stato l’evento sportivo più commentato in Italia nel week-end. C’è stato chi ardimentosamente ha porto il petto al vento urlando che Sinner era il vero vincitore morale del torneo, un po’ come gridare viva Verdi nel Risorgimento; qualcun altro invece ha gridato che la signora non deve arbitrare mai più, via, fuori dal tennis, ma come si permette. Grazie a Sinner ci divertiremo per molti anni. No, non nel tennis. Ci divertiremo a misurare i livelli sempre nuovi di questa febbre per niente misteriosa. Sinner è una specie di Marcell Jacobs di qualche mese fa. È come Luna Rossa. Ma a un livello più alto. Se oggi l’Università di Princeton rivelasse in uno studio che il tennis esisteva già prima di Sinner, molti non le crederebbero. Jannik, per gli amici Jan, fa perdere il senno pure a chi per mestiere lo sport dovrebbe raccontarlo, a chi dovrebbe mettere una distanza fra sé e la materia, finanche a un uomo di ironia come Panatta. Ha analizzato il caso Massimiliano Gallo sul Napolista

 

 

Comunque, Tsitsipas. In finale, con Casper Ruud dall’altra parte della rete, ha giocato un tennis “raffinato e ispirato, il tennis che sviluppa quando gli scivola la terra sotto i piedi”, scrive il giornale francese. All’età di 25 anni ha rimesso ordine nei pensieri. Ha cantato e ballato con i raccattapalle di Monte-Carlo, portando il suo trofeo in giro per il Centrale e in una lunga intervista con L’Équipe ha detto di considerarsi ancora «un adulto con l’animo di un bambino».

 

 ➣  Quanto aveva bisogno di una settimana come questa?

«Ne avevo davvero bisogno, soprattutto dopo i mesi difficili che ho attraversato dall’ultima metà del 2023 ad oggi. Qui non puntavo assolutamente al titolo ma è venuto naturale. Vincere questo torneo tre volte è qualcosa che non avrei mai immaginato di ottenere. È la Santa Trinità, così la chiamo. È qualcosa che custodirò per sempre».

 ➣  Durante la settimana ha espresso dubbi sulla sua stessa capacità di raggiungere un giorno il podio del ranking ATP o addirittura una finale del Grande Slam. Ci crede davvero così poco?

«È comunque un’epopea attraversare il tabellone del Grande Slam per arrivare fino all’ultima partita. Richiede sia un coinvolgimento costante sia un po’ di fortuna. Nel giro di due settimane possono succedere tante cose. Non dubito di avere la possibilità di riuscirci di nuovo, ma conosco tutto il lavoro necessario per farcela».  [NdSl: una risposta di una bellezza assoluta]

 ➣  Lei è arrivato a un set dalla vittoria del Roland-Garros nel 2021 contro Novak Djokovic e ha giocato la finale in Australia, ma sembra che pensi di non essere abbastanza all’altezza di un titolo dello Slam. È così?

«Le proprie capacità non sono tutto, anche altre cose devono giocare a tuo favore. È una concomitanza di più fattori. Ho bisogno di tornare più regolare. Chiudere la prima settimana, poi la seconda, passo dopo passo. È una lunga maratona. C’è un solo giocatore che va a casa con il trofeo. Non nascondo che faccio fatica a togliermi dalla testa che in Australia o a Parigi la mia fiducia è più grande. Non posso farci niente, è qualcosa di istintivo. Eppure la mia sconfitta al Roland-Garros, tre anni fa, mi ha ferito più di ogni altro fallimento. Quella finale ho avuto la sensazione di averla in tasca, mi sono visto mentre lasciavo Parigi con la Coppa. A volte la vita ti fa sentire vecchio quando ripensi a certi momenti chiave. Sa, quando avevo 18-19 anni e pensavo a dove sarei stato a 25, penso di essermi immaginato con un titolo del Grande Slam in tasca. Sto ancora cercando di mantenere vivo questo sogno. I 25 anni sono un’età molto delicata, perché sei un po’ a metà del guado. Non sei vecchio, certo, ma vedi arrivare giovani da ogni parte. Io sono un adulto con l’animo di un bambino»

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