Qualche giorno fa il magazine Andscape sottolineava la contraddizione tra il Titolo IX degli emendamenti sull’Istruzione [“Nessuna persona negli Stati Uniti può, sulla base del sesso, essere esclusa dalla partecipazione, non ricevere i benefici o essere soggetta a discriminazione, nell’ambito di qualsiasi programma educativo o attività che riceve assistenza finanziaria federale”] e la messa al bando delle atlete transgender.
Dalla Casa Bianca arriva una ipotesi di soluzione. L’amministrazione di Joe Biden ha proposto una modifica alla regola che vieterebbe alle scuole di vietare categoricamente, ma che consentirebbe di porre limiti alla partecipazione. Una indicazione che si può leggere in modo bifronte.
Il New York Times dice che è la prima volta che l’amministrazione interviene in modo sostanziale nel dibattito. L’articolo di Sara Mervosh, Remy Tumino e Ava Sasani riferisce che la proposta del Dipartimento dell’Istruzione darebbe alle università e alle scuole secondarie la facoltà di porre una barriera alla partecipazione di studentesse transgender, dinanzi all’ipotesi che sia “minata l’equità competitiva o che potenzialmente possa portare a degli infortuni”.
La limitazione non dovrebbe invece riguardare le bambine delle scuole elementari, autorizzate a partecipare in base alla loro identità di genere.
Il Dipartimento dell’Istruzione consiglia di valutare l’età delle studentesse e il livello della competizione, nonché la natura dello sport, perché “l’impatto può essere diverso tra l’atletica e il badminton”. È il motivo per il quale il CIO ha lasciato a ogni federazione l’autonomia di legiferare sui livelli di nanomoli di testosterone, raccomandando inclusività, equità, salute e rispetto della privacy. Si è trovato invece di fronte alla messa al bando [atletica, nuoto, rugby], una scelta che va in senso opposto a tre raccomandazioni su quattro.
La proposta della Casa Bianca sarà prima sottoposta a un dibattito parlamentare. Una volta entrata in vigore, il governo federale indagherà per far rispettare la norma e sanzionare le violazioni, fino a trattenere i finanziamenti, se necessario.
| orizzonti LE REAZIONI ► Conner McLaren, giocatrice transgender di hockey su prato del suo liceo nell’Ohio centrale, era reduce da due compiti in classe quando ha saputo la notizia. Commento al Ny Times: «È estenuante che una regola del genere sia considerata come assolutamente necessaria. Penso che sia ridicolo che il presidente Biden debba intervenire per dire agli Stati che devono smettere di fare il prepotente con i bambini trans».
Il New York Times sottolinea che i sostenitori dei diritti transgender si preoccupano che la proposta possa aprire la porta a future discriminazioni, mentre la destra, “conservatori e critici hanno subito colto al volo la notizia, sostenendo che l’amministrazione Biden sta distruggendo gli sport femminili”.
Elizabeth Sharrow, docente di politica pubblica e storia presso l’Università del Massachusetts Amherst anticipa che bisogna disporsi a una serie di battaglie legali sull’interpretazione della norme, nonché a una nuova legislazione che potrebbe cercare di «aggirare lo spazio che il regolamento ritaglia per l’esclusione. La regola inoltre durerà fino a quando l’attuale amministrazione sarà in carica. Potremmo rimettere in discussione tutte queste questioni con un’amministrazione diversa, con un’agenda politica diversa».
Il New York Times fa notare che questa “mole di decisioni sulle atlete transgender incombe sempre più – nello sport e in politica – anche se il numero effettivo delle atlete rimane piccolo”. Si identifica come transgender circa l’1,4% tra i 13 e i 17 anni e l’1,3% tra i 18 e i 24.
Riley Gaines, una delle avversarie di Lia Thomas ai campionati NCAA di nuoto di un anno fa, è tra coloro che ritengono la proposta dell’amministrazione Biden ancora troppo permissiva. «Vogliamo proteggere la categoria femminile dello sport», dice a nome dell’Independent Women’s Forum, un’organizzazione che il giornale americano definisce vicina ai conservatori d’America.
Secondo Doriane Lambelet Coleman, docente alla Duke Law School, «avere una soluzione unica per tutti non avrebbe senso. La nuova proposta attribuisce un peso maggiore alle singole scuole. Ognuna di queste istituzioni potrà pesare l’equità e l’inclusione in modo diverso, adottando un approccio su misura».
| scenari LE BATTAGLIE LEGALI ► Nella giornata di giovedì, come segnala il Washington Post, la Corte Suprema ha negato il ripristino della legge del West Virginia che vieta alle atlete transgender di giocare in squadre femminili dalla scuola media al college. La legge del 2021 è stata impugnata dalla dodicenne Becky Pepper-Jackson, che vuole rimanere nella squadra di atletica della sua scuola media. La legge è stata sospesa dal momento della sua approvazione e una corte d’appello ne sta rivedendo la costituzionalità. Uno dei suoi articoli definisce l’idoneità alla partecipazione “esclusivamente in base alla biologia riproduttiva e alla genetica dell’individuo alla nascita”.
Il caso di Pepper-Jackson è il primo di cui si occupa la Corte Suprema, ed è arrivato su richiesta d’urgenza da parte dello stato. Non è una decisione nel merito del caso, ma dispone il principio secondo cui un tribunale di grado inferiore che sospende una legge, lascia in vigore le norme precedenti, mentre le battaglie legali proseguono.
| mappe LA FOBIA DELLA SOCIETA ► In Francia, L’Équipe Magazine dedica stamattina la sua copertina al tema, parlando di “inclusività frantumata in nome dell’equità”. Nicholas Herbelot riepiloga tutte le decisioni prese dalle singole federazioni in questi mesi e traccia la scena. “L’organizzazione binaria dello sport vacilla in una società in cui generi e sessi non sono più fissi”. Ricorda il panico per la partecipazione di Laurel Hubbard nel sollevamento pesi ai Giochi di Tokyo, finito con l’eliminazione immediata [tre nulli], e la medaglia d’oro vinta con la Nazionale femminile di calcio canadese da Quinn, “una persona transgender non binaria che non ha più un nome”. È lo stesso caso di Nikki Hiltz, che ha vinto i 1.500 metri femminili ai campionati indoor statunitensi quest’inverno. All’ultima maratona di New York, 45 partecipanti su 50.000 si sono dichiarati non binari. “Quale futuro c’è per questa categoria, al di fuori della sfera del tempo libero?”, si domanda L’Équipe Magazine.
Sandra Forgues, oro olimpico 1996 nella canoa, parla di riflesso nello sport della transfobia prevalente della società.
«Tutte queste norme sono state poste per agitare paure e per un consenso sociale, non su un consenso scientifico né in modo analitico. Dov’è l’ondata di persone trans nello sport di cui ci parlano?». Forgues ha aiutato la Federazione francese di rugby a non seguire le raccomandazioni di World Rugby, consentendo così ad Alexia Cerenys di continuare a giocare nell’élite nazionale senza che la cosa crei problemi a nessuno.
| figurine LIA THOMAS E HALBA DIOUF ► Forgues centra un punto decisivo, ben documentato e argomentato, quando dice che ogni caso è diverso da un altro, ogni sport da un altro, ma che «tutto questo accade perché Lia Thomas ha vinto una gara in NCAA. Dietro di lei, ci sono persone che soffrono. Immaginare che una persona affronti una transizione di genere solo per vincere delle gare è delirante. L’unica domanda da considerare sempre sarebbe: – Questa ragazza è oltre tutte le altre ragazze?».
L’Équipe Magazine si è convinto, come qui su Slalom da un anno, che “in effetti la risposta è no. La transizione di Lia Thomas l’ha portata dal 4’18”72 del 2019 in campo maschile al 4’33”24 del 2022 in campo femminile, sulle 500 yard, un tempo che le avrebbe permesso di vincere solo due volte nei dieci anni precedenti. Prima della transizione, Thomas era a 11 secondi dal record maschile. Oggi è a 10 secondi dal record femminile di Katie Ledecky. Fino a oggi nessuna persona transgender ha mai dominato lo sport mondiale. Eppure è la paura di questa eventualità che adesso prevale”.
Il giornale francese ha parlato con Halba Diouf, una delle atlete transgender esclusa dalle competizioni dalla federazione francese. Ha 21 anni. È una velocista. Vorrebbe poter gareggiare per il Senegal, dove ha vissuto fino all’età di 4 anni. Non ha smesso di pensare alle Olimpiadi. A Romain Donneux dice: «Sono una donna, bisogna fare i conti con questa mia condizione. Ho scoperto la mia identità trans all’età di 7 anni. Eravamo nel parco giochi di Oissel e stavamo parlando dei nostri sogni. Ho detto che volevo diventare mamma. Una delle mie amiche ha risposto che non era possibile perché ero un ragazzo. È stato allora che ho capito che c’era qualcosa. Sono stata subito attratta dagli uomini. Mi sentivo una donna, mi sembrava logico che mi piacessero gli uomini. Crescendo che ho capito che le cose sarebbero state complicate. Mi sono nascosta per molto tempo dicendomi gay, ma non era abbastanza, era una storia più profonda. Dall’età di 7 anni mi guardavo allo specchio e quello che vedevo mi disgustava, non ero io. Perché le mie sorelle erano così e io dovevo essere diversa? Quando sono uscita di casa dopo il diploma e sono andata al Sud per studiare giurisprudenza [Diouf ha due lauree: una anche in Socio-geopolitica, ndSl] ho potuto iniziare il mio percorso di transizione. Ero sola, tranquilla, nessuno poteva crearmi problemi. Ho iniziato a stare bene, ad avere fiducia in me stessa, a sbocciare».
«Non mi sono mai sentita a mio agio nel mio corpo. Lo sapevano i miei genitori, lo sapevano tutti. Vengo da una famiglia musulmana. Mio padre è un insegnante di storia e un imam. È stata una situazione molto difficile da gestire. Non avevo il loro sostegno. Ecco perché sono andata a sud. Volevo allontanarmi dai miei genitori, anche se li amo molto. Non sono più in contatto con loro. Sono sempre stata più vicino ai miei fratelli e alle mie sorelle, che ai miei genitori. Se vogliono riavvicinarsi a me, non ho rabbia, non provo odio. Ho dimenticato tutti i momenti difficili che ho passato a causa loro. La religione mi ha aiutato moltissimo. Senza religione, non sarei più qui. Ho iniziato la scuola coranica molto giovane, parlo arabo. L’Islam esiste per portare pace e diritti. Ho smesso di portare il velo, quando ho messo da parte un pezzo della mia identità a causa delle altre persone. Un passo alla volta. Lo riporterò, un giorno. Non ci sono contraddizioni nell’essere transgender e musulmani. Puoi essere tutte queste identità e viverle bene. Ci sono molte persone in Francia e nel mondo che stanno attraversando la mia stessa situazione. Si sentono molto sole. Le cose devono cambiare. Quello che ci viene insegnato fin da piccoli è sconvolgente, è difficile decostruire tutto. Mio padre è sempre stato di larghe vedute, mi ha trasmesso un islam aperto. Ma nel momento in cui gli ho detto che ero transgender, ha chiuso la sua mente.
«Prendo farmaci da tre anni. Estrogeni, un bloccante del testosterone, prendo anche progesterone. Tutto questo significa che non ho più la forza di un uomo. Il corpo cambia, il seno cresce. Molte cose cambiano, sia fisiche che morali. Nel primo anno ci sono molti suicidi tra le donne transgender. Quando non sei circondato dall’affetto, è tutto super complicato. Sono stato davvero fortunata perché sono ancora in contatto con i cugini. Ho un ragazzo, ho il mio allenatore, non posso lamentarmi. Il primo anno è stato complicato fisicamente, ma non ero depressa. Potrò interrompere il trattamento nel momento in cui farò ricorso alla vaginoplastica. Un’operazione che ho intenzione di fare.
«Prima facevo dei tempi piuttosto buoni per gli uomini [22″95 sui 200 metri da juniores nel 2019, il 100esimo posto in Francia nella categoria] e ora vado molto bene per essere una donna [23″45, 4° tempo nazionale, seconda francese quest’inverno nei 200 indoor prima che la federazione la fermasse]. Ho interrotto lo sport per un anno per concentrarmi sulla mia transizione. Quando sono tornata, è stato difficile. Perdiamo molte capacità di recupero con il trattamento. Dopo l’allenamento, sono stordita, due volte più stanca di prima. Non ho più il corpo di un uomo. All’inizio mi spaventava il trattamento. Sono una persona abbastanza fiduciosa nella vita, ma quando si tratta di sport perdo un po’ il controllo. È un po’ contraddittorio e difficile da gestire. Bisogna trovare il giusto compromesso tra cura e sport, io lo faccio da qualche mese.
«Nella vita c’è diversità tra le persone e di punti di vista. Bisogna essere aperti al mondo. Se le persone non sono gentili con me, non perdo tempo a litigare con loro. Il mio allenatore mi conosceva da qualche mese con la mia vecchia identità. Quando sono tornata, un anno dopo la mia transizione, sono stata ben accolta. So che nel mio club molte persone non erano d’accordo, dopo aver parlato con me hanno cambiato atteggiamento. Dobbiamo capire, non condannare. Le persone fanno domande, non è meschinità. Ci sono persone transgender da secoli, ma gli atleti transgender sono una novità. Non ho mai ricevuto insulti, pressioni, le persone sono solo incuriosite. Devi importi. Sono Halba, sono una donna, bisogna farci i conti, non do più scelta alle persone.
«Non mi aspettavo il bando di World Athletics. Ero scioccata e lo sono ancora. La considero una discriminazione. Pensavo che avrebbero inasprito le regole, ma così è implacabile. Sono arrabbiata, non capisco, non parlo solo per me. Penso soprattutto alle altre donne. Mi sento privilegiata rispetto a loro, perché ho un supporto quotidiano. È una lotta che non dovremmo essere costrette ad affrontare nel 2023. Non possiamo essere bandite in questo modo. Io sono in regola da più di due anni con il testosterono. Sono a 0,10 nanomoli per litro [ci mostra il suo esame del sangue del 3 febbraio. Quello del 27 marzo mostra un livello di 0,66, nota de l’Équipe]. Non si trovano livelli di testosterone molto più bassi del mio. Mi è stata negata la partecipazione.
«All’inizio non volevo partecipare a campionati importanti. Pratico atletica da quando ero piccola, è soprattutto una passione. Quando ho ricevuto dal tribunale il certificato di cambio di stato civile, nel settembre 2021, mi sono detta: perché non gareggiare come donna? Non potevo vedermi correre in una categoria che non fosse la mia. Ho ripreso le gare nel 2021, sono andata ai Regionali di Miramas, ho vinto i 60 e i 200. È stato allora che la Federazione francese mi ha bloccato. Senza darmi una spiegazione. L’ho vissuta come un’ingiustizia. Mi hanno contattata qualche giorno dopo per dirmi che non potevo correre fino a quando non avessero avuto accesso al mio tracciamento biologico e la mia carta d’identità non mostrasse il mio nuovo sesso, quando sapevano bene che ero in transizione da due anni. Le mie gare devono averli spaventati.
«Ho subito un trattamento che riduce la mia forza. Non posso più correre con gli uomini. Le donne trans non minacciano nessuno. Non abbiamo mai dominato lo sport femminile. Dopo dodici mesi di trattamento, non vi è più alcun beneficio. E ci sono molte conseguenze fisiche per noi. Ho perso molte delle mie capacità. È diventato difficile per me costruire muscoli. Non mi identifico come uomo, non vedo perché dovrei correre con loro. Prima di decidere di bandirci, avevano già inasprito le regole. Non ho più nemmeno il testosterone. È inesorabilità.
Prima ero molto timida, convenzionale, non volevo fare del male a nessuno. Adesso oso. Non mi interessa cosa pensa la gente. Se hai un problema con me, è un problema tuo. Sono molto più a mio agio con me stessa, con la mia immagine. Mi sento bene.
«Combatterò, voglio gareggiare. All’inizio ero puro piacere. Ma ora, mi piacerebbe poter correre per il Senegal e andare ai Giochi Olimpici. Sono una persona a cui piace la sua piccola vita tranquilla. Ma mi rendo conto che non posso tenermi le mie certezze, sarebbe egoista. Non sarò l’unica atleta transgender ad affrontare tutto questo. Riceverò qualche critica, ma non mi interessa. Mi presenterò alle gare. È una lotta. Siamo già escluse nella vita di tutti i giorni. Rappresentiamo poco. A un certo punto, non è più possibile».
Se siete arrivati fin qui, eravate interessati. Ma scusate ugualmente la lunghezza. Molti se ne lamentano. Non vi sentite in colpa di fare scroll e non leggere tutto. Anche i giornali non si leggono dalla prima all’ultima parola. Ma ci pareva una testimonianza forte.
Alla lettura de L’Équipe Magazine ci si abbona dal sito.