TOUR DE FRANCE | COL DE LA LOZE
Elogio della fuga
di JACQUES SEDENTEUR
Mi domando se in tempi come questi non rimanga che la fuga. L’unica maniera per restare vivi, per sognare. Neilson Powless non se lo domanda. In fuga ci va e basta. Anche ieri di nuovo. È il corridore che in questo Tour ha passato più tempo lontano dal gruppo. Hanno calcolato: 15 ore, 42 minuti e 24 secondi. Gli uomini andati in fuga finora almeno una volta, almeno per un chilometro, sono stati 128. Penso agli altri 46, quelli che non si sono mossi mai, ragazzi che si fanno star bene tutto, senza alcuna tentazione di una navigazione solitaria, senza nessun bisogno di un mondo che non sia questo mondo. Non so se invidiarli per la loro serenità o scuotere la testa perché non avvertono il bisogno di andare a vedere fuori cosa c’è. Nel dubbio mi astengo.
Neilson non ha di questi problemi. Mi sono un po’ informato in giro. È il primo indiano nativo americano a partecipare a un Tour, appartiene alla tribù Oneida, che significa qualcosa tipo: il popolo della pietra eretta. La nonna Ann è di discendenza Cherokee. La prima volta che me lo ricordo in fuga eravamo ancora sul Col d’Eze. Suo padre Jack è un ex triatleta. Lui è cresciuto a Roseville, in California. Metteva la sveglia alle cinque del mattino e guardava il Tour in televisione con l’odore del caffè in tutta la casa. Da bimbo andava in bici e faceva anche la boxe. Sua madre Jen ha corso la maratona olimpica del 1992 per Guam. Appena i figlioletti hanno cominciato a camminare li ha iscritti ad atletica. Subdola. Ha vinto la bici. Raccontano che Neilson, quand’era piccino, durante le gare scendeva a metà percorso, prendeva una spada di plastica e fingeva di combattere. Poi risaliva in bici e andava a vincere. Chissà se è vero. Per comprarsi una bicicletta nuova, una volta Neilson ha raccolto fondi vendendo torte. Ce lo vedete uno così che resta in gruppo?
Nelle ultime due settimane, i suoi genitori in California si sono svegliati alle 4 del mattino per guardare l’inizio della gara. Il minimo che tu possa fare è mostrarti, uscire da quella macchia multicolore all’interno della quale saresti irriconoscibile. È ironico che sia stato Neilson Powless a guidare ieri la fuga del plotone nel territorio dei verdi pascoli e delle mucche rosse, lui ogni tanto dice frasi bellissime come questa: «Ho una storia speciale. Per me andare in fuga è come chiudere un cerchio». O forse si sono inventati pure questa, come la storia delle spade. Il nonno Matthew è morto a 80 anni. Neilson è andato in visita nel Wisconsin alla riserva, a rendere omaggio a quel che resta del popolo delle sue radici. Trecento persone, ha raccontato. Durante la Guerra d’Indipendenza, la tribù sostenne George Washington, l’unica tribù ad averlo fatto apertamente. «Mio nonno mi ha insegnato quanto sia prezioso il tempo, anche se trascorso da soli». Diglielo a quelli che in fuga non ci vanno mai.