Conte e Sarri, due modi diversi di essere un capopopolo

 

 

Conte e Sarri, due modi di essere un capopopolo

 

    In genere due tipi così quasi sempre rischiano di essere chiamati dei Masaniello. Se allenano il Napoli è quasi sicuro. Eppure non c’è un modo solo di interpretare il ruolo. Il ruolo di capopopolo. Maurizio Sarri e Antonio Conte, anzi, sono come Anthony Hopkins e Robert De Niro. Hanno due modi opposti di stare davanti a un gruppo, due diverse idee di cosa significhi guidare o rappresentare. 

Sarri guida per condivisione intellettuale. Il suo carisma nasce dall’idea. Il suo popolo è fatto di fedeli che si riconoscono in un sistema, in un modo di occupare il campo o anche un modo di pensare. Quando Sarri conquista una piazza, lo fa lentamente, per osmosi. La gente si accorge di lui perché vede la squadra giocare in un certo modo e decide di seguirlo. È un leader che si mette accanto, non sopra.

Conte è tribunizio. Il suo carisma è fisico, immediato, teatrale. Conte non spiega, Conte proclama. Usa il corpo, la voce e il conflitto come strumenti di governo. Il suo popolo non deve capire proprio tutto, deve solo credergli. Conte costruisce identità attraverso la battaglia: ci siamo noi e ci sono gli altri, noi che lavoriamo più degli altri, noi che soffriamo più degli altri, noi che abbiamo meno degli altri. È un capo che occupa il centro della scena e chiede un’adesione totale.

Anche bel rapporto con il sistema ci sono delle differenza. Sarri diceva di voler fare la rivoluzione con undici uomini e prendere il palazzo. Poi il palazzo se lo è preso per conto suo. È stato un migliorista. Un riformista. Cerca di cambiare le cose a costo di sembrare pedante, fuori tempo. Per questo spesso resta solo. Conte è più rivoluzionario, ma a tempo determinato. Arriva, rompe gli equilibri, chiede investimenti. Se il patto si incrina, se ne va. 

Anche nel linguaggio, la distanza è netta. Sarri parla come uno che non ha mai smesso di essere sé stesso. Ironico, ruvido, spesso laterale. La sua autenticità è disarmante. Conte parla come chi sa di essere ascoltato e scrutato, ogni frase è un messaggio, ogni pausa è strategica. Sarri guida un popolo che si riconosce nel gioco, Conte guida un popolo che si riconosce nella lotta. Da una parte c’è la bandiera della bellezza e della coerenza, dall’altra la bandiera del sacrificio e dell’intensità. Entrambi arrivano al risultato, ma consegnano eredità diverse. Sarri lascia quasi sempre un’idea che può sopravvivere a lui, Conte lascia un’impronta emotiva che spesso si esaurisce quando se ne va. Uno prova a parlare alla testa, l’altro si rivolge alla pancia. Il calcio, ciclicamente, ha bisogno di entrambi.

 

Che cosa voleva dire Conte la settimana scorsa

Di Conte capopopolo si è parlato nei giorni scorsi per la sua uscita sulla distanza fra Inter-Juventus-Milan e il Napoli. Spalletti lo ha sfotticchiato un po’ con la storia delle barriere fisse o mobili. Marotta gli ha risposto più seriamente perché il gioco è soprattutto fra loro due. Si stanno dicendo io so che tu sai che io so. Io so che tu sai che io so quanto contano questi giochetti, li abbiamo fatti insieme molte volte, non lascerò che li usci contro di me. 

Senza entrare nel merito del gioco – chi è favorito su chi – quel che ha detto Conte la settimana scorsa è un’ovvietà certificata dai fatti. Il Napoli non ha uno stadio suo come la Juve né lo ha comprato come Inter e Milan. Ne ha uno del Comune ed è in condizioni indecenti. Il Napoli non ha la Continassa, non ha Appiano Gentile, non ha Milanello. Il Napoli si è ricavato quattro-cinque campi dentro i terreni di un albergo. Le giovanili cercano casa di volta in volta per la Campania, non esiste una squadra femminile, non esiste una struttura. Esiste una capacità liquida di inventarsi delle cose, come fa Valentina De Laurentiis con le maglie. Esiste la capacità di interpretare nel modo migliore possibile il trading. È stata fatale la coincidenza dell’ascesa del Napoli con il fair-play finanziario dell’UEFA e gli storici rossi in bilancio di Inter e Juventus. Finché la Juventus non è precipitata nella bolla di Ronaldo, non c’è stata partita per dieci anni. Il Napoli ha colto un’occasione. Poteva toccare alla Lazio di Inzaghi, poi è arrivato il Covid. Ma non c’è alcun dubbio che Inter, Juventus e Milan restino diverse [diverse ha detto Conte – senza neppure malizie]. Se non fossero state diverse, non ci sarebbe stato bisogno di portare una-due di loro a Riad per vendere ai sauditi la Supercoppa italiana. Se non fossero state diverse, non avremmo mai sentito un presidente federale [Carlo Tavecchio] augurarsi il ritorno delle milanesi in Champions per il bene del calcio italiano. Come se Atalanta, Lazio e Napoli e Roma volessero invece il male. O era vero o era inopportuno. Non glielo fece notare nessuno. Nel pacchetto chiuso delle iscrizioni alla Superlega c’erano i loro tre nomi, non quelli di Napoli e Bologna, non Lazio e Roma, non Atalanta e Fiorentina. 

Il Napoli non è un miracolo, non è una sorpresa, non è una favola. Il Napoli è un calcolo renale nel sistema. I calcoli renali si formano per disidratazione o cattiva alimentazione del corpo. Se Inter, Juventus e Milan fossero state a dieta, il calcolo non si sarebbe formato. Il calcolo provoca dolori e può mandare l’organismo in subbuglio. Ma non è mai al potere. È un contro-potere. 

1 commento su “Conte e Sarri, due modi diversi di essere un capopopolo

  1. Vito Rispondi

    Complimenti! Un Articolo di qualità che racconta i fatti. Uno stile di scrittura che possiedono in pochi..
    …e la metafora, o similitudine, del calcolo renale è una “chicca” spettacolare!!!

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