E bomba o non bomba siamo arrivati a Parigi
Benvenuto Kaden Graves nel club della trilogia. Dicesi club della trilogia quello a cui appartengono i ciclisti che hanno vinto almeno una tappa in tutti i Grandi Giri di tre settimane. L’australiano ha aggiunto la corsa di ieri in Francia a Pontarlier ai 7 successi della Vuelta e i 2 in Italia. Sei giorni fa lo aveva fatto Tim Welles e a maggio il club aveva accettato l’iscrizione di Wout Van Paperin-Aert dal Giro. In tutto adesso sono 114 nella storia, ma è solo un dato statistico, nulla di irrilevante: ai 114 mancano Coppi e Saronni, invece c’è Moser. Il primo a riuscirci fu Fiorenzo Magni nel 1955, l’ultimo italiano è stato Elia Viviani nel 2019.
Il vero dato statistico impressionante arriva da Proccycling Stats su Tadej Pogacar. Chiuderà il Tour senza aver preso neppure 1 secondo di distacco in tre settimane da nessuno dei primi-cinque in classifica. Al Tour era successo solo un’altra volta: nel 1903 con Maurice Garin. Ma qualcosa si è rotto fra Tadej e l’immaginifico Alexandre Roos – che per il secondo giorno di fila punzecchia la Maglia Gialla dalle colonne de L’Équipe, sottolineando come sia “strano questo sabato sera, il giorno prima del ritorno a Parigi, un giorno nel quale non si scrivono i primi bilanci, dove la Maglia Gialla non viene in conferenza stampa per togliersi finalmente la maschera, per parlare della sua corsa, per svelare qualche retroscena delle sue tre settimane, le sue giornate no, i momenti bui, le strategie. Una serata di tappa quasi come tante altre”.
E ancora: “Tutti si chiedono se Tadej Pogacar infiammerà la salita del Sacro Cuore di Montmartre, ma il Pac-Man giallo è a dieta rigorosa dalla vittoria nella cronometro di Peyragudes, il 18 luglio, da allora non è stato avido, non sappiamo se non gli arde più nulla fisicamente o mentalmente, o se non riuscirà a resistere alla voglia di brillare con la maglia gialla sul viale più bello del mondo. Avremmo potuto aggiungere al tramonto, ma nella capitale piuttosto si preannuncia il grigiore”.
Cosa scriveva Jacques Sedenteur all’arrivo a Parigi
“Da tempo il Tour è chiamato la festa di luglio e l’ultima tappa è sempre stata una festa doppia. È una passerella in cui la fierezza di chi vince bacia quella di chi sta portando a casa una maglia speciale, oppure ha vinto una tappa, o semplicemente ce l’ha fatta a essere qui, Parigi, la Ville Lumière, la città-luce, la città-premio, che spalanca il suo viale più celebre a chi s’è fatto i sentieri della Bretagna, le discese a tomba aperta dei Pirenei, le salite sulle Alpi che squagliano le ginocchia. …
Ai Campi Elisi una volta si beveva champagne in orribili coppe di plastica, c’era chi dal gruppo faceva una telefonata a casa come i concorrenti che ai quiz chiedono un aiuto o una vocale. Tutti fantasmi, smagriti, pelle e ossa, irriconoscibili, tutti con il pensiero rivolto a quanto sarà bello addormentarsi finalmente con la propria donna al fianco, tornare a giocare con un figlio mai visto per tre settimane, sfilarsi l’auricolare dalle orecchie e vivere come ti pare e piace, uscire dai grani di un rosario fatto di speranze, imprese, stanchezza, gioia. Riprendersi il tempo, tornare a passeggiare sotto i platani”.
Il Tour del 2020 con Jacques Sedenteur
| Chi è Sedenteur e chi è la sua autista Geraldine
La maglia verde di Milan
Il Tour degli italiani finisce con Simone Velasco al 38esimo posto, a 2 ore e 41 minuti da Tadej Pogacar, e con Jonathan Milan in maglia verde a Parigi – com’era riuscito solo a Franco Bitossi nel 1968 e Alessandro Petacchi nel 2010. La maglia verde a Parigi non si vince con i punti negli sprint. Cioè. Non bastano. Si vince arrivando al traguardo dopo tutti i Pirenei e le Alpi che un velocista deve ingoiare. Non è mica finita. Oggi il passaggio per tre volte su Montmartre può essere indigesto a chi progetta la volata sugli Champs-Élysées ma tuttavia Milan ci proverà, ci proveranno lui e la squadra perché «vincere in una città così bella, svuotata per una volta dalle auto per fare posto alle bici, è un sogno senza pari per un velocista». A Cosimo Cito che lo intervista per Repubblica dice che sulla carta alcune vittorie valgono più di altre e risponde così a chi lo critica per certi sprint a testa troppo alta. «Sono alto 194 centimetri e contro quelli che sono 10-15 cm più bassi non è facile misurarsi. Io provo sempre a migliorarmi su tecnica, posizione, forza nello sprint. C’è un lavoro incredibile dietro». Peccato non ci sia un film con Tom Cruise per fare un titolo tipo Top Milan. Però se un giorno dovesse andare in fuga con un altro ciclista, si potrebbe intervistare l’altro e fargli dire “Milan Milan, solo con te”.