Tra baronesse e principi, finalmente un Conte a Napoli

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In effetti un conte che a Napoli non fosse solo di passaggio ci mancava. Questa è da sempre una città sensibile ai titoli, all’onomastica e ai nobili, anche se nobili non sono per advvero e anzi gli piace piluccare nel gelato degli altri [Eduardo Scarpetta, Miseria e Nobiltà]. 

Questa è la città dove chiamano solo col nome, senza cognome, sia i re [Diego] sia i parrucchieri [Coiffeur da Enzo]: lo diceva De Filippo, per tutti Eduardo. Totò vestì i panni del duca nel film in cui si presentava da Mike Bongiorno a Lascia o Raddoppia, ma era il principe della risata, si diceva principe come quel Raimondo di Sangro legato alla cappella Sansevero, il mausoleo di famiglia che abbellì con statue barocche e dove oggi fanno la fila per vedere il Cristo velato. Paolo Sorrentino ci ha regalato una memorabile baronessa [È stata la mano di Dio], quel personaggio che consegna la memorabile lezione sul fatto che non sappiamo mai cosa succede nelle case degli altri. In Miseria e Nobiltà memorabile è stata pure la marchesa [“funiculare senza corrente”], mentre Elena Ferrante ne L’Amica Geniale rammenta che il marchese a Napoli sono le mestruazioni. In ogni caso un Conte radicato nella cultura popolare ci mancava. 

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L’ACCORDO

Eccolo qua. Il classico tweet di De Laurentiis è arrivato alle dieci della sera. Cosa è cambiato? Dice il Corriere della sera che il Napoli lo ha trattenuto dandogli carta bianca sul mercato e la promessa di strutturarsi meglio come società [“campi sportivi, centro di allenamento adeguati, condizioni di comfort per i giocatori che seguono il metodo Conte di due sedute di allenamento quotidiane”].

De Laurentiis avrebbe promesso pure un mercato da 150-200 milioni con i soldi non ancora spesi della cessione di Kvara, quelli della prossima di Osimhen e gli introiti della Champions. Conte è stato convinto da un ritocchino allo stipendio: a dimostrazione che il Sultano [ehm] ha imparato dai suoi errori. Due anni fa con Spalletti fece scattare il rinnovo automatico via Pec, senza farsi venire in mente che un premietto avrebbe forse spinto il cittì a passar sopra a certe intemperanze. Forse.

Nel frattempo con Conte sono sparite pure le intemperanze, e comunque Conte un libro l’ha già scritto [con Mauro Berruto], l’ha fatto uscire nei giorni scorsi e non c’è pericolo di trovarsi con un altro soprannome.

Il Corriere dice che “De Bruyne è un affare in via di conclusione, David del Lille è una trattativa aperta ed è partita la caccia a Gyokeres, la punta dello Sporting Lisbona. Piace Kean, e tra i profili preferiti c’è Frattesi”. 

Tre giorni fa, in un momento insospettabile, sul suo Bloooog Fabrizio Bocca aveva intuito come sarebbe andata a finire, o meglio: aveva suggerito quale fosse la soluzione più razionale nell’irrazionalità del calcio. Aveva immaginato un finale “forse fasullo, ma lieto ovviamente. Antonio che si commuove, resta a Napoli e vissero tutti e felici e contenti. A me questa tesi molto precostituita e assai dottrinale del Conte che vince lo scudetto col Napoli , lo saluta e gli mette le corna con la Juventus non va giù. Non perché mi faccia rabbia – francamente chissenefrega e anzi egoisticamente frutta molto più adesso un Conte alla Juventus che un Conte che fa il bravo figliolo e resta – ma perché non me lo spiego e perché quelli del calcio – non offendetevi dai – ragionano più con i piedi che con il cuore o con la testa. Fossi Conte resterei al Napoli, inghiottendo magari qualche rospo per l’avere a che fare con De Laurentiis. Detto per inciso, sarebbe curioso anche sapere quanti rospi bisogna ingoiare quando si ha a che fare con Conte. Perché Conte al Napoli starebbe meglio che alla Juventus, perché c’è più entusiasmo e intraprendenza, perché l’operazione ricostruzione non è detto che funzioni sempre, perché la Champions League fatta dal Napoli offre più garanzie della Champions League fatta dalla Juventus. E soprattutto perché lavorare con De Laurentiis necessita sì di un rosario recitato ogni sera prima di andare a dormire, è vero, ma è pur sempre un bel campare. E se qualche giocatore ogni tanto l’Aurelio se lo vende – non vedo cosa ci sia di così sorprendente, per caso Conte rimane vita naturale durante sempre nella stessa squadra? – beh è anche vero che altrettanti, se non di più, ne compra. A Napoli si fa grande calcio, ma tanti ragionano sempre con gli antichi schemi. Meglio la Juve, l’Inter, il Milan e via così.  Posso capire che uno come Conte magari creda che lo stereotipo del calcio sia ancora quello dell’epoca di quando lui giocava in bianconero, per cui alla Juventus non si può dire di no più di una volta. L’aspetto  singolare però è che lui stesso, Antonio Conte, questa fotografia stereotipata del calcio ha stracciato. Ma non lo ha capito e pensa ancora di essere a dieci anni fa”

Conte deve averci ragionato su, alla vista del bonus, di De Bruyne e David [forse, pare, con i contratti di ADL non si sa mai]. Bocca dice che “Conte è inciampato nei suoi stessi piedi, commosso e intenerito dal mare e dal sole di via Caracciolo , confuso dai baci ei ti amo dei napoletani, accecato dal fumo azzurro, intontito dal serpente tentatore Aurelio De Laurentiis che gli ha sibilato i nomi di Gloria Swanson e Wanda Osiris , e messo in soggezione da Papa Leone che lo ha richiamato allo spirito della missione e non soltanto alla vanagloria, al denaro e al culto di se stesso”. 

È una vittoria politica di De Laurentiis. Forse la sua vittoria politica più grande in vent’anni di calcio. Ci dice che questo è il Napoli. Non è tanto, non è tutto. Eppure non è poco. Eppure non è male.

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