Un venerdì napoletano: dei molti modi di aspettare uno scudetto

 

 

   

   

Era de maggio – io no, nun me ne scordo – ‘na canzone contàvemo a ddoie voce

Salvatore Di Giacomo

L’attesa è una faccenda seria. È quel periodo sospeso tra il passato e il futuro, tra il desiderio e la sua realizzazione. Quando Gustav Klimt volle darle una forma e un corpo, adoperò una foglia d’oro perché gli pareva di aggiungere un senso di eternità e di sacralità. Arthur Schopenhauer invece pensava che l’attesa fosse ovunque, che fosse ogni cosa. Vedeva la vita umana come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, e dentro quell’intervallo fugace, quell’intervallo sospeso e illusorio che abita l’andare e il venire, risiedono il piacere e la speranza della gioia. 

L’attesa è prima di tutto pazienza, non è immobilità, bisogna avere un fisico bestiale per ad tendere verso qualcosa, verso qualcuno. È audacia di speranza, una sfida all’impulsività. Milan Kundera ne faceva una questione di tempo e ritmo, si domandava come mai fosse scomparso il piacere delle lentezza, saper aspettare significa dar tempo al tempo e viverlo tutto, per intero, come insiste quella frase masticata quanto un chewing gum e attribuita a Lessing, ormai poco meno di un meme: l’attesa del piacere è essa stessa eccetera eccetera. 

Aspettare è quel che facciamo quando non stiamo facendo nulla. Ha una potenza filosofica e letteraria come poche altre azioni. È quella condizione in cui il tempo trattiene il fiato per ricordarci l’esistenza della morte. Questa era scritta tempo fa da qualche parte ma certi foglietti ogni tanto vanno perduti, e pure in questi casi si aspetta prima o poi di ritrovarli. Quante volte poi s’aspetta invano. Un amore, un’avventura, un destino, un nemico. L’attesa diventa una condizione, come sapevano Buzzati con Il soldato Drogo e Beckett con Godot. 

A Giorgio Caproni veniva bene attendere l’amore suo nei vapori di un bar all’alba [“che inverno lungo e che brivido attenderti”], a Montale la pioggia nella desolazione di un giorno di arsura, e solo l’attesa di un abbraccio ha senso d’esser vissuta – sostiene Roland Barthes – più dell’abbraccio. Tra i frammenti d’amore che ci toccano, solo in quell’istante sospeso si realizza “il sogno di unione totale con l’essere amato”. L’unione non è uguale al sogno. La realtà è scadente [Paolo Sorrentino] o come ha scritto una volta Jacinto Benavente “la cosa migliore del fare l’amore è quando saliamo le scale”.

Il vero amore aspetta in attici infestati, vive di lecca lecca e patatine. Eh sì, questo in True Love Waits ha cantato Thom Yorke, ma il vero leader dei Radiohead 170 anni prima di lui era stato allora Giacomo Leopardi, quando in endecasillabi e settenari durante le ore di studio matto e disperatissimo nella biblioteca di papà Monaldo pensava che “questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia”. Tutto il resto è noia – avrebbe aggiunto il Califfo a nome suo, tutto il resto è diman tristezza e noia.

Solo che al tempo di Leopardi e forse pure al tempo del Califfo, il più gradito giorno dei sette era ancora il sabato. Quando il villaggio s’è fatto globale, perduti dietro a John Travolta è venuta a tutti la febbre del sabato sera. L’attesa del di’ di festa è stata anticipata allora al venerdì. 

Che razza di giorno è questo per assegnare uno scudetto, uno dei due giorni della settimana nei quali  “non si sposa e non si parte”. Che razza di giorno tocca a Partenope per vivere una nuova attesa, irriconoscibile, sfigurata, si direbbe deforme, così diversa dalla prima che era durata 61 anni [dal 1926 al 1987] e dalla terza che ne aveva messi insieme 33 [dal 1990 al 2023]. Due anni questa volta sono passati, solo due anni prima di andare a dormire guardando al di là del mare e immaginando di potersi congiungere di nuovo con un’idea vicina alla felicità. 

È un’attesa col profumo della seconda [dal 1987 al 1990], entrambe coltivate in un campionato di sorpassi e contro sorpassi [l’altra volta c’era il Milan], di gioco precario e qualche porompompero, di stanchezza e italianismi, un abbandono popolare che si percepisce riluttante, forse perché troppo breve è stata l’astinenza di una folla abituata a crescere nel digiuno. Ci sono napoletani che di fronte allo scudetto in queste ore raccontano di provare più fastidio all’idea di perderlo che gioia al pensiero di rivincerlo. 

I trentatré anni dì attesa chiusi da Spalletti portarono la solennità dell’impresa, gli appena due trascorsi prima di Conte sono il segno di un avvenimento che si traveste da ordinario, in una città dove vincere ordinario non è. Molti degli inviati e delle inviate di due anni fa stasera sono rimasti a casa, sono altrove. Non ci sono speciali de L’Équipe, non ci sono interviste a vecchie sdentate per la strada, nessuno è andato a vedere come se la passa il capello di Maradona nella teca a Spaccanapoli. 

Dovrebbe eccitare tutto questo, dovrebbe valere come la prova definitiva che le cose non avvengono solo perché c’è scappato ‘o miracolo. Ma il miracolo ha un ufficio stampa migliore della normalità. 

Per questo c’è chi lo sta chiamando “uno scudetto juventino”, non solo perché porta la faccia juventina mai rinnegata da Conte, ma perché juventino può dirsi lo spirito di chi vince e se lo fa bastare, andando oltre la mistica della magnifica derrota del calcio sexy [cfr. Vinicio ‘75, Sarri 2018], oltre l’idea che il pallone a Napoli sia anche entertainment. Lo spirito di una squadra senza un Sivori, un Maradona, uno Kvaratskhelia, senza nemmeno una sottomarca, senza «un giocatore d’amore» avrebbe detto Juric. 

La scuola giornalistica napoletana degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta è stata il bersaglio della derisione di Gianni Brera perché si opponeva ai suoi principii, all’idea che il calcio fosse prima di tutto un gioco di difesa. Maradona riempì di sé la prudenza e l’equilibrio con cui guidavano la macchina due saggi settentrionali come Ottavio Bianchi e Albertino Bigon. Spalletti ha portato a compimento l’Utopia di Barendson-Ghirelli-Palumbo di uno scudetto insieme col bel gioco. Conte è il primo allenatore del sud che si candida a vincere con il Napoli ma con il paradosso di essere pienamente dentro il calcio del nord di Brera: mai questa squadra con la maglia azzurra aveva vinto il campionato grazie alla difesa. 

Accade – sempre che accada – di venerdì. È stato a lungo il tempo della mestizia anche nel corpus letterario napoletano. “Io ogni venerdì – fa dire Eduardo a un personaggio nella commedia Non ti pago – vado al Camposanto, e ce vonno cinquecento lire ‘e taxi a gghi’, e cinquecento a veni’, e metteteci due o trecento lire di fiori…”. Il venerdì era il giorno in cui a teatro  si recitavano drammi, non si poteva ridere per eredità delle quaresime. 

È una commedia tutta sull’attesa quella che Eduardo scrisse sotto il titolo di tre giorni della settimana, Sabato domenica e lunedì. Il sabato del suo villaggio era quello del ragù messo a peppiare sul fuoco, dentro una pentola nella quale bollivano anche e soprattutto le tensioni familiari che si accumulano dentro ogni casa giorno per giorno, per esplodere a tavola la domenica e trovare una loro ricomposizione al lunedì. 

Il venerdì adesso è ‘o viernarì di Franco Ricciardi, gloria della discografia locale. Canta: “Ma ce sta coccos’ int’all’aria che me porta ogni vota addo’ staje tu. Si’ ‘nu paraviso cucente e je  me voglia abbrucia’. Mezzanotte me pare miezo juorno”. È pure il giorno che nel nuovo disco fa dire a  Liberato “vengo a Napule e me faccio viennarì, so’ turnato baby nun me fa suffrì”. 

Era un venerdì quando il napoletano De Nicola fu eletto primo presidente della Repubblica, di venerdì è stato sepolto Masaniello, un venerdì è stato l’ultimo giorno in vita di Pino Daniele, di Totò, di Massimo Troisi. Quando di Napoli si raccontano le attese, in genere viene davanti a tutte la famosa nuttata che ha da passà. 

Almeno una, almeno questa, s’ha da vedé, s’ha da vedé. 

 

memorie

La prima volta

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Francesco De Luca sul Mattino dedica un racconto alle altre attese, a cominciare dalla prima, ormai lontanissima, una vita fa pure per quei ventenni che non sapevano quale piega avrebbe preso la loro. “A Forcella – ricorda – il sabato sera, due giovani cronisti incrociarono Carmine Giuliano detto O Lione, boss del clan legato a Maradona. Aveva una coccarda tricolore sul giubbino di jeans e chiese ai due cronisti: «Ve piace ‘a festa?». Mino Jouakim, grande cronista del Mattino, scoprì che a Forcella si sarebbe festeggiato il secondo scudetto ma qualche giorno dopo, perché prima si doveva partecipare al matrimonio di una ragazza della famiglia Giuliano”.

De Luca dice che stasera Ciro Ferrara potrebbe diventare l’unico ad aver vinto 4 scudetti col Napoli: due in campo e due da opinionista accanto alla panchina. “Conte stasera aspetterà, prima delle domande, un abbraccio dal vecchio compagno che gli regalò un libro dei proverbi napoletani. Non vi fu bisogno di tradurre questo: «Dicette ‘o pappice a noce: damme o tiempo ca te spertose». Conte e il Napoli hanno avuto una pazienza da campioni”.

 

mappe

Piazza del Plebiscito

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Gennaro Di Biase ancora sul Mattino racconta la piazza dove stasera si radunerà la porzione più visibile del tumulto cittadino. “C’è chi recrimina – scrive – perché il Plebiscito è un posto alla De Chirico. È il centro vuoto di una città piena di cose, che non butta via niente, che ama accatastare cantieri e palazzi, monumenti e discariche, santi sacri e santi profani. Ma, del resto, quello che è non è vuoto non può riempirsi. E se il Plebiscito non fosse com’è, così vuoto, così diverso dalla città di cui è il simbolo, non potrebbe accogliere niente e nessuno, oggi né mai. Il tutto o il niente, il dramma o il paradiso: nell’attesa di scoprire cosa ci aspetta, il palco allestito dal Comune al centro della piazza è enorme. Il Carciofo si è tutelato, e i nastri arancioni proteggono (per ora) la fontana da eventuali assalti (stesso destino del Nettuno al Municipio). Come Napoli, però, piazza del Plebiscito non si trucca: la sua bellezza non è ipocrita e non usa phard. Anzi. Al limite è un po’ tatuata: c’è un nuovo scarabocchio azzurro su uno dei Cavalli di Bronzo, che si aggiunge alle centinaia di scritte del colonnato della basilica di San Francesco di Paola. C’è anche un angolino maradoniano sotto il portico: un D10s con l’aureola, che – a essere onesti – somiglia un po’ ad Antognoni. La città che vive tra due vulcani, del resto, non teme niente. Neppure la scaramanzia: in Largo Maradona il tricolore col 4 non è più tabù.  Sono saltati tutti gli schemi teologici. Cattolicesimo e tifo sono ormai una sola dottrina: è il cristianesimo azzurro. È la pulsione inarrestabilmente napoletana verso l’indifferenza”.

 

la vigilia

Sì ma chi gioca

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Il Napoli è dunque padrone del suo destino, così si dice, sebbene l’attore Giovanni Ludeno dalla sua pagina facebook avverta che in fondo nessuno davvero mai lo è, siamo tutti nelle mani del caso e dell’imponderabile. Antonio Conte sarebbe d’accordo, imponderabile per esempio dice che fu uno dei gol del Genoa [2-2] che ha riaperto il finale di campionato fino a portarlo dove siamo arrivati oggi, un difensore che si sgancia e crea una carambola quando non c’era nessun motivo per sganciarsi. Anche prima di Napoli-Verona 2021 [1-1] c’era una squadra padrona del suo destino contro un’altra che non aveva niente da chiedere, l’obiettivo era un posto in Champions e lasciar fuori la Juventus, il prodotto fu la paralisi. Qualche reduce di quella sera stasera sale le scalette del San Paolo e può raccontare com’è che ci si sente agli altri. 

| Paolo Condò sul Corriere della sera ha scritto che si tratta di “un’attesa asimmetrica quella che si conclude stasera, perché se il Napoli infine conoscerà il suo destino — la stagione sarà in ogni caso positiva, ma è ovvio che lo scudetto ne decuplicherebbe il valore — l’Inter tirerà una riga soltanto sul suo cruccio, e le resterà una settimana per coltivare il suo sfizio. Il cruccio è un campionato che avrebbe dovuto vincere perché non ci sono dubbi sul fatto che la squadra di Inzaghi sia la migliore del lotto. Ma è proprio questa certezza ad averla tormentata lungo l’intera stagione, perché niente rovina l’umore e la concentrazione come il sentirti ripetere che «non puoi non vincere»”.

È la frase che gira stasera dentro le teste di quelli con la maglia azzurra, l’insidia più grande, scrive Condò aggiungendo che “il Napoli sta arrivando esausto al traguardo, viene da due pareggi, pare uno di quei maratoneti che un metro dopo il traguardo si accasciano a terra stremati. Ma se passerà per primo, come ormai è nelle cose, Conte siglerà un’impresa da tramandare: non sono frequenti i campionati vinti dal più bravo sul più forte”. 

| Tony Damascelli sul Giornale ricorda che di fronte stanno “Simone e Antonio, per dirla in breve, ex calciatori e non professori di teorie ma figli del campo, del sudore e della sofferenza, uniti, guarda un po’ gli scherzi della sorte, da quella domenica di maggio del duemila e due, quando il quarto gol di Inzaghi segnò per l’Inter la sconfitta definitiva e la perdita dello scudetto mentre Conte gioiva a Udine delle rosicate altrui”. 

| Il Mattino racconta l’organizzazione del cerimoniale. I capi della Lega saranno al San Paolo per la consegna della coppa e delle medaglie. “Molti non vorrebbero sentire ancora parlare di coppe, fuochi d’artificio, palchi: ma tutto è già stato provato sul campo del Maradona perché non c’è mai spazio per l’improvvisazione. La vera festa organizzata è quella. Poi c’è la festa B, che pure la Lega ha dovuto organizzare a Como: anche lì, la Iaco Group – che da decenni ha in esclusiva la produzione dei trofei di tutti gli eventi della Lega Calcio e dell’Uefa – ha inviato un secondo trofeo dello scudetto, con la scritta “Inter”. E 40 medaglia da consegnare ai nerazzurri. A consegnare la coppa, nel caso, il capo delle competizioni della Lega, Andrea Butti. Insomma, un cerimoniale davvero improvvisato che è stato l’Inter a volere, perché la Lega era pronta a “festeggiare” (nel caso del sorpasso clamoroso) domenica a San Siro”.

 

orizzonti

L’arte della fuga

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E poi verrà il momento di sentirsi dire a chiare lettere da Antonio Conte quel che Antonio Conte sta lasciando intendere da un bel po’ – che ci sono pochi margini per proseguire, forse già nessuno. Conte cercherà una spiegazione presentabile per aprire la maniglia della porta e andare fuori. Prima di lui gli allenatori sono andati via dicendo che di più non si poteva fare, sono stati smentiti uno a uno: Mazzarri Benitez e Sarri dopo il secondo posto, alla lunga perfino Spalletti dopo il suo scudetto. È solo da lontano, col tempo, che riescono a spiegare come il punto siano i rapporti con De Laurentiis. Marco Ciriello su Domani racconta di queste fughe a cui Napoli assiste dopo le vittorie. 

| “Le ultime parole che Eduardo De Filippo disse nel suo teatro napoletano – scrive – il San Ferdinando, prima di pensionarsi come attore e tornarsene a Roma, vengono dalla commedia Sik Sik l’artefice magico: «Il culombo che si trovava in quella gabia l’ho fatto sparire, l’ho fatto trovare nel cappello del signore…E l’ho fatto diventare pollastro!». Era il 1979, Eduardo sarebbe morto nel 1984, l’anno in cui arrivò a Napoli il calciatore Diego Maradona. Dopo niente è stato come prima. E tanti sono stati i colombi diventati pollastri nei cappelli a cilindro. È probabile che li trasformi l’oppressione della città, che fa apparire l’apprensiva mamma ebrea del romanzo Portnoy di Philip Roth una donna per niente invadente. Napoli si azzecca addosso a quelli che possono darle la possibilità di vincere – che agli occhi di chi guarda dal nord diventa riscatto – figurarsi a quelli che vincono”.

Ma poi Ciriello fa notare che “se uno scorre, scopre che quasi tutti quelli che oggi sono al centro del racconto napoletano, i santini con murale, alla fine se ne sono andati. Via Pino Daniele, via Massimo Troisi, via Luciano De Crescenzo, via Eduardo, via Totò, e via cantando tutti gli altri santi minori. Una città che accerchia È Napoli che è troppo e accerchia, o per voler bene e capire Napoli bisogna starle lontano? L’impressione, leggendo tra le righe dell’introverso Antonio Conte, prossimo candidato alla fuga con titulo, è che squadra e città siano un continuo concerto dei Metallica, e anche uno elettrico come Conte – stando a quello che mette in scena a bordo campo – alla fine sia stato piegato. Alla combinazione De Laurentiis-Napoli è difficile resistere. Viene da chiedersi quanto avrebbe resistito Maradona oggi”.

| Andrea D’Amico su La Stampa riporta le indiscrezioni di mercato che danno Conte “per futuro sposo – in terze nozze – con la Vecchia Signora e c’è chi pensa che a Napoli, come nel 2014, si proceda con la stessa staffetta con Allegri. Però stavolta senza passare dal ristorante. Semmai, dal Lungomare Caracciolo”.

| Ci sono margini? E chi lo sa. Antonio Corbo su Repubblica Napoli  racconta che Conte “vuol sembrare di ghiaccio, lascia il dubbio ai fragili, l’emozione agli uomini che sanno anche perdere, quando si vanta che le sconfitte gli hanno lasciato una scorza dura, «fino a farmi diventare cattivo». Toni da western, perché? Non gli credete, è teso come le corde di una chitarra appena riparata dai liutai di via San Sebastiano, la strada della musica, vicino al Conservatorio nella Napoli antica che gli piace esplorare”.

Ieri ha detto che «dobbiamo finire il lavoro» e che la passione per il calcio a Napoli resisterà oltre tutti i presidenti, tutti gli allenatori, tutti i calciatori. Secondo Corbo “Conte dice ma non pensa questo. Lui che fino all’altro giorno, portato dalla retorica in fuorigioco, diceva di sentirsi ai confini della storia. Da un eccesso all’altro il più emotivo dei duri. No, non è un lavoro, portare in cima all’Italia del calcio una città in amore, nell’aristocrazia di uno sport una compagnia senza leader, miti né divi, onesti professionisti aggrappati tutti insieme ad un sogno.   Questo scudetto così vicino pone Antonio Conte davanti ad una scelta difficile. Entro o esco. Non si capisce neanche perché i tifosi siano rammaricati dal possibile trasbordo di Conte alla Juve. Il Napoli sta per vincere il secondo scudetto in tre anni, la Juve è in lenta rifondazione, due titoli ravvicinati all’inizio degli anni 2000 li ha dovuti restituire. Ci penserà anche Conte, che cosa il Napoli ha meno di altri?”. 

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