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MERCOLEDÌ 4 SETTEMBRE 2024
#GIORNO-7 DELLE PARALIMPIADI
«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»
[Niccolò Campriani, campione olimpico]
TENNIS

La ricostruzione del tennis americano
Un finalista USA in uno Slam dopo 15 anni
Bentornata, America. Ci hai messo tanto ma adesso ci sei, eccoti di nuovo con uno dei tuoi ragazzi in una finale dello Slam. O Frances Tiafoe o Taylor Fritz, questo lo vedremo, ma intanto goditi questo derby in semifinale a New York, non succedeva dal 2005 [Agassi vs Ginepri]. Non c’era una bandierina con le stelle e con le strisce all’ultima partita di uno Slam dal 2009, quando Andy Roddick l’avrebbe poi persa a Wimbledon.
Taylor Fritz c’è arrivato eliminando Sascha Zverev, il tennista dalla classifica più alta rimasto in tabellone dopo Sinner. Frances Tiafoe ha fatto fuori il numero #9 del mondo, il veterano bulgaro Grigor Dimitrov. Sono due bagliori che adesso illuminano una scena nella quale da tempo si stava muovendo qualcosa, nella faticosa ricerca di un dopo-Williams tra le donne e un dopo Sampras-Agassi tra gli uomini. È arrivata Cori Gauff a spezzare l’attesa un anno fa, e nel 2024 ci sono Emma Navarro già sicura della semifinale tra le donne, dall’altro lato del tabellone Jessica Pegula avversaria di Iga Swiatek nei quarti. Ben Shelton, Brandon Nakashima, Sebastian Korda e Danielle Collins si muovono nel retropalco. «Penso che abbiamo molti giocatori e giocatrici che continueranno a salire tra i primi 10-15 al mondo» sottolinea Ben Shelton, 21 anni, 13esimo al mondo. Nel tabellone principale degli US Open sono entrati in trentotto, certo con qualche wild card, come accade ovunque, ma diciassette fra uomini e donne messi insieme sono nella top-50 del ranking mondiale.
Il tennis americano offre una diversità di talento mai vista prima, Negli ultimi quattro anni i tesserati sono aumentati del 33%, tra ragazzi e le ragazze di origine latina del 105%, del 63% nelle comunità afroamericane. La federazione si è messa a lavorare con l’obiettivo di raggiungere 35 milioni di giocatori nel 2035, ovvero il 10% degli americani. Vogliono costruire altri 80.000 campi per portare il totale a 350.000.
GESTI
Il servizio di Karolina Muchova
Prendi una donna, trattala male. È quello che in genere fa Karolina Muchova quando le riesce di giocare bene a tennis. Travolge, spiana, devasta, è uno stile così aggressivo che ha creato qualche imbarazzo a Chris Evert. Quando l’ha vista vincere per 6-3, 7-6 su Naomi Osaka al secondo turno, ha detto: «Gioca come un uomo. Lei vuole giocare come un uomo. I ragazzi hanno servizi più forti delle donne, hanno per la maggior parte delle volèe migliori, si muovono meglio in campo». Un terreno sdrucciolevole, sdrucciolevolissimo, e Chris Evert non lo ha visto in tempo. Così le è arrivata la risposta di Ons Jabeur via social. «Muchova è una giocatrice straordinaria e talentuosa. Non deve essere un uomo per avere un ottimo servizio, una buona volèe o un bel movimento. Possiamo per favore farla finita con gli stereotipi basati sul genere?».
Di questa discussione tecnica con il suo bel risvolto sociale e culturale, si è occupato Craig O’Shannessy, il match analyst che ha lavorato anche con Djokovic e Berrettini. Ne ha scritto sul suo blog Brain Game Tennis secondo le proprie competenze. Guardando i numeri.
La potenza al servizio, tanto per cominciare. La battuta più veloce di Muchova agli US Open è stata di 112 mph [180 km/h] ed è stata la 30esima più veloce nel tabellone femminile. Ha però battuto più forte rispetto a un solo giocatore uomo, Albert Ramos-Vinolas, mai oltre i 111 mph [179 km/h]. Il servizio femminile più veloce è stato di 121 mph [195 km/h], lo ha firmato in effetti Paula Badosa, e sarebbe il 104esimo più veloce su 128 giocatori nel tabellone maschile.
“Il commento di Evert sulla velocità di servizio di Muchova – spiega O’Shannessy – si basa più su una sensazione che sui fatti. Sono certamente d’accordo con Evert sul fatto che sembra che Muchova sia più dominante della maggior parte delle altre giocatrici con il servizio, non è lontana dal servire più veloce di tutte le altre, ma molto probabilmente il suo punto di forza è un altro, sta nel possesso di una solida tecnica, nella sua capacità di avere il pieno controllo dei servizi, che sia piatto, in kick o in slice”. Nel momento in cui O’Shannessy ne scriveva, tra le giocatrici rimaste in tabellone, Muchova era solo settima nella percentuale di game vinti al servizio [87%].
Quanto al gioco di volo, Muchova ha fatto serve and volley per 23 volte nei suoi primi tre match del torneo, il 14% dei suoi punti in battuta. Dietro di lei la percentuale più alto è solo del 4%. Muchova ha vinto 19 punti a rete su 23 [83%] e dopo di lei veniva Ena Shibahara con cinque punti serve and volley giocati e solo due vinti. Insomma: un divario enorme. E qui O’Shannessy si fa prudente, sapete com’è, non si sa mai. Dice: “Chiariamo una cosa, Evert non farebbe bene il suo lavoro di commentatrice se non sottolineasse la bravura di Muchova nel servizio e nella volée rispetto alle altre giocatrici del tabellone femminile. Muchova adotta uno stile di gioco aggressivo che non ha paragoni nel tabellone femminile. Ecco perché Evert ricorre a un paragone con il tennis maschile. Solo Sara Errani va a rete più di lei. Muchova ha un’eccellente tecnica nella volée ed è bravissima nella parte anteriore del campo, molto più brava di qualsiasi altra giocatrice. È chiaro che Chris Evert debba farlo notare. Fare paragoni è il suo lavoro. Tra le donne non c’è nessuna a cui paragonare il gioco offensivo di Muchova, Jabeur è fuori per un infortunio. È in una categoria a sé stante con il suo serve and volley. Se non c’è praticamente nessuno con cui confrontarla, la gente non può arrabbiarsi con Chris Evert per averla paragonata a ciò che succede nel tabellone maschile”. E ce la siamo cavata così.
PAULA BADOSA E GLI SCHERZI CHE FA LA TESTA NEL TENNIS
Maledizione, che crollo. Maledizione, che storia. Paula Badosa si è presentata ieri sera nella sala delle interviste a New York “con occhi vitrei” e “come un libro aperto”, per spiegare cosa diamine fosse successo poco prima contro l’americana Emma Navarro, quando era in vantaggio per 5-1 nel secondo set, sul punto dunque di pareggiare il primo che aveva perso, e in un battibaleno è finita sotto 5-7. Un’ora e 12 di partita. Eliminata. La sua sintesi è purissimo drama: «Sono diventata piccolissima, mi sentivo una formica, volevo sparire, lasciare il campo. È stato un disastro completo». È stato uno di quegli scherzi che la mente si diverte a fare spesso in questo dannato e meraviglioso sport, uno scherzo che ogni tanto Paula Badosa subisce più di altre tenniste, “vittima della fretta e di troppi pensieri avanti di un passo, quando davanti a te c’è un’avversaria che pensa invece punto dopo punto e non permette il minimo errore” scrive Alejandro Ciriza su El Pais.
“Badosa – leggiamo – ha tratti da giocatrice magnifica e sta rimettendo insieme i pezzi del suo puzzle, ma l’evoluzione le sta giocando un brutto scherzo”. Lei dice: «Devo imparare a essere meno ossessiva. Ho iniziato a pensare oltre, oltre e oltre, e questo mi fa molto male. È un aspetto sul quale lavoro con il mio psicologo. Stare nel presente. Ma mi è sempre costato molto perché non è nella mia natura. Tra il rumore dello stadio e soprattutto il rumore dentro di me sono diventata molto piccola»
Una povera formichina da 10 colpi vincenti e 35 errori non forzati, sette doppi falli, alla fine di una straordinaria estate che aveva fatto credere in una svolta. Appena ieri mattina su El Mundo, Garbine Muguruza raccontava di come Badosa avesse messo a posto tutti i pezzi, usando proprio la stessa immagine del puzzle che stamattina ricompare invece, ma nel suo disordine. Stamattina c’è la postilla dell’ex numero 1: “Una brutta partita – scrive – ma un gran rientro sulla scena”
ITALIANISMI
Federer, a pensarci bene non eri poi questa gran cosa
La sinnerite non fa prigionieri. Da ieri sera anche Roger Federer è finito nella schiera dei nemici della nazione, un pagliaccio secondo alcuni assatanati che lasciano traccia di sé sui social con gli emoji. Il metodo della demonizzazione della persona per contrastarne le idee con lui funziona meno che con Kyrgios, ma si può sempre far ricorso al Metodo Binaghi e dargli del cretino. Solo un paese sventurato che ha bisogno di eroi può dismettere la ragione e rinunciare a vedere quel che il resto del mondo nota con nettezza, l’imbarazzante maniera con cui il tennis ha trattato il suo figlio prediletto, il dono venuto dal cielo per tirar fuori il mondo delle racchette dall’incubo di doversi consegnare all’anonimato dopo la fine dell’età dei Tre Re Maghi.
Marco Pantani e Lance Armstrong sbucarono uno dietro l’altro con tutta la loro luce per salvare il Tour de France dall’affaire Festina, ma quel ciclismo così svillaneggiato ha preso provvedimenti contro di loro uguali a quelli adottati contro l’ultimo dei gregari. Nel tennis invece – come dice Federer – «tutti noi crediamo che Jannik non abbia fatto nulla, ma il problema qui è l’incoerenza di non essere potenzialmente sanzionati mentre non erano sicuri al 100% di cosa stesse succedendo. Questa è la domanda a cui bisogna rispondere» e invece alla domanda posta da mezzo mondo non risponde nessuno. In Italia è diverso. L’Italia, la domanda, ha deciso proprio di non porsela. Lo hanno assolto, lo vedete, non è successo niente. La quasi totalità dei quotidiani italiani stamattina ignora l’intervista di Federer, come se la riflessione fosse venuta da Cicciobello85 su Twitter o da Andreas Kartak in un romanzo di Joseph Roth. [“Dai, ancora con questa storia? No, no, non la mettiamo”]. Il Messaggero ne dà conto, il Giornale ne scrive e titola così: “Sinner non si ferma. Nadal e Federer: «Macché doping…»”. Hallelujah, andiamo in pace.
IL QUARTO DI FINALE Stanotte con Medvedev è il 13esimo confronto diretto. I primi sei li ha vinti il russo, Sinner i successivi cinque e la serie è stata interrotta a Wimbledon. «Ogni volta che mia moglie Daria è in tribuna mi sento in pace con me stesso», dice Daniil, al quale L’Équipe si dedica con attenzione per via del suo coach francese, Gilles Cervara. Sarà un certame di tie-break, prevede il giornale, e che certame, con Jannik che ha vinto 14 degli ultimi 15 giocati e il russo arrivato a 18 su 25 nella stagione. Chi dovesse vincere la prossima notte, avrà come possibile avversario più qualificato lungo la strada verso il trofeo al massimo la testa di serie #10, l’australiano De Minaur. Per Sinner è una specie di campanello che suona in una foresta di segni. De Minaur è stato il suo avversario nella finale NextGen 2019 e l’avversario nella finale di Coppa Davis di un anno fa. Ma questo si vedrà.
ADDII
Da Borg a Federer, tutto il tennis attraversato da Lundgren
Mentre Mark Philippoussis affossava in rete l’ultima palla della finale di Wimbledon 2003, Roger Federer si inginocchiava e alzava le braccia al cielo in segno di trionfo, era il nuovo campione di uno Slam, e lanciò un’occhiata verso il suo box, verso il suo coach, verso quel signore corpulento e spettinato così importante per la sua crescita, per il suo passaggio da giovane inesperto a campione.
Peter Lundgren è morto qualche giorno fa per cause non rivelate. Si era fatto una reputazione come coach aiutando il focoso cileno Marcelo Ríos a raggiungere la top-10 mondiale. Nel 1997 aveva accettato un lavoro come allenatore degli jr in una accademia tennistica vicino a Berna. Lo aveva accettato con una certa riluttanza, perché significava lasciare la compagna in Svezia e due bambini piccoli. Ma si era convinto alla fine perché dopo un primo sguardo, un primissimo sguardo, aveva visto un 16enne brillare, aveva una luce attorno e pensò cavolo, questo diventa una superstar, al 100 per cento. Quando Lundgren ne parlò un giorno con il giornalista americano Christopher Clarey, gli disse che a distanza di tempo gli pareva di aver preso una decisione ovvia. Così come fu ovvio cacciare Federer dal campo alla loro prima sessione di allenamento, perché faceva confusione, era pigro, non metteva le gambe nel rovescio, ma aveva un dritto incredibile.
Quel Roger si distraeva, si distraeva facilmente. Per combattere la sua soglia di concentrazione e placare il suo temperamento, negli allenamenti Lundgren introdusse squash, badminton, calcetto, tennis tavolo. Lo mandarono da uno psicologo sportivo a parlare dei suoi attacchi di rabbia. Lundgren diventò una specie di fratello maggiore, gli insegnò le parolacce in svedese, lo incoraggiò a derogare da una dieta vegana per mangiare ogni tanto carne, lo accompagnava ai tornei con la sua Peugeot 306 blu. Una volta Federer lo telefonò durante la notte per farsi aiutare a risolvere un enigma in un gioco di James Bond sulla Nintendo.
Giocavano spesso insieme ai videogiochi, e nelle rare occasioni in cui Lundgren lo batteva, Federer lanciava la console dall’altra parte della stanza. «Che fa – risolveva – tanto ne compro un’altra». In una vecchia intervista con la rivista New Yorker, Lundgren disse che Roger iniziò a crescere davvero quando dovette iniziare a pagarsi tutto da solo.
Si lasciarono alla fine di quel 2003 glorioso, l’anno migliore della carriera di Federer fino a quel momento, i primi 4 milioni di dollari guadagnati in una sola stagione, il titolo di Wimbledon, il Masters battendo Andre Agassi in finale, 22 anni e tanto tennis davanti a sé. Ma Roger chiuse “in modo spietato” dice il Times “un rapporto che stava diventando stantio, aveva bisogno di più indipendenza e di una nuova voce”. Nel 2005 sarebbe arrivato Tony Roche.
Stanco di viaggiare per 40 settimane all’anno e di sentire la mancanza della sua famiglia, Lundgren si mostrò tutt’altro che sconvolto. Iniziò a lavorare con un altra bella testa calda, Marat Safin, lo portò a vincere l’Australian Open nel 2005 e portò a tre il numero di giocatori passati dalle sue mani prima di salire al numero 1 della classifica mondiale, lui che da giocatore era stato al massimo 25esimo, nel dicembre 1985. Lundgren era stato solo il sesto miglior svedese in classifica, ma nell’età dell’eccellenza, l’età di Stefan Edberg e Mats Wilander, poco dopo Bjorn Borg.
Hans Peter Lundgren era nato nel comune di Kramfors, Svezia settentrionale, anno 1965. Quando aveva dieci anni la sua famiglia si era trasferita nella città di Sundsvall, dove c’era un campo da tennis vicino casa. Giocava a hockey su ghiaccio in inverno e prendeva una racchetta in mano d’estate, imitando il dritto di Borg e facendosi crescere i capelli come lui, rigorosamente arruffati e con la fascia sulla fronte. Si trasferì a Stoccolma per migliorare e fece in tempo ad allenarsi con il suo idolo. Borg era nove anni più grande di lui e di solito vinceva. «Ero completamente esausto dopo una sessione. A volte dovevo solo tornare a casa, sdraiarmi e riposare» ha raccontato Lundgren ai giornali svedese. Quando ha iniziato a batterlo regolarmente, Lundgren ha capito di essere pronto per il debutto tra i professionisti. Borg gli prestò 25.000 dollari per pagarsi un allenatore. Lundgren era arrivato a conoscerlo così da imitarne la voce al telefono e fingersi lui, con altri giocatori svedesi.
Lundgren avrebbe vinto così tre tornei ATP, avrebbe raggiunto il quarto turno a Wimbledon nel 1989 [fuori contro Lendl] e la finale del doppio maschile all’Australian Open 1988 in coppia con il britannico Jeremy Bates, battuti dagli americani Jim Pugh e Rick Leach. Ci sono state vittorie memorabili e occasionali contro Lendl, Wilander, Pat Cash, ma di Lundgren si dice che perse la motivazione dopo una serie di sconfitte contro Boris Becker e Stefan Edberg. Quando capì che oltre una certa soglia non sarebbe andato. Si ritirò all’età di 30 anni.
Non si è mai sposato. La relazione con la madre dei suoi figli, Lukas e Julia, che vivono in Svezia, non ha retto al suo trasferimento in Svizzera. Nel 2006 è stato assunto dalla federazione britannica per allenare la squadra di Coppa Davis, ma è stato cacciato un anno dopo, il Times è propenso a credere che fosse per “aver biascicato delle parole durante una conferenza stampa”. Ha continuato a guidare altri giocatori e giocatrici da top-10: Marcos Baghdatis, Stan Wawrinka, Grigor Dimitrov, Daniela Hantuchova.
Dopo quasi un decennio a Houston, dove allenava in una struttura in un centro commerciale, Lundgren si era stancato dei genitori invadenti – scrive ancora il Times nel suo meraviglioso servizio di Obituary – genitori che si preoccupavano solo di vedere i ragazzini far soldi. Se ne tornò a Sundsvall, era l’anno del lockdown, per vivere con sua madre Ulla. Soffriva di diabete di tipo 2, dovettero amputargli il piede sinistro l’anno scorso, una caviglia rotta aveva fatto infezione e non riusciva a guarire. Il momento più difficile della sua carriera, scrive il Times, era arrivato nel 2002, quando gli toccò dare a un Federer sconvolto la notizia che il suo primo coach Peter Carter era morto in un incidente stradale durante il viaggio di nozze al Kruger National Park. La madre di Federer è sudafricana, era stata lei a suggerirgli la meta. «Roger aveva lavorato con Peter fin da quando era bambino, quindi si è sentito molto solo quando è morto. Aveva solo bisogno di qualcuno con cui parlare. Allenare una persona non riguarda solo il tennis, riguarda la vita».
ARCHIVI
POPOLI
Dietro il dominio della Cina alle Paralimpiadi
Gli hanno scolastici passano, gli alunni cambiano ma sappiamo sempre chi sarà il migliore della classe: quello che si siede al primo banco. È l’immagine scelta da L’Équipe per raccontare stamattina il primato della Cina nel medagliere delle Paralimpiadi, tutt’altro che una novità negli ultimi vent’anni. A cinque giorni dalla fine degli eventi, la delegazione cinese è arrivata a 115 medaglie, di cui 53 d’oro, molto più avanti della Gran Bretagna seconda [61 medaglie]. La Cina è a Parigi con la più grande delegazione, 284 atleti, rispetto per esempio ai 239 della Francia. È anche iscritta a 20 sport su 22, primeggia ovunque. Atletica, nuoto e badminton sono a oggi gli sport della sua eccellenza, ma anche il tennis tavolo si piegherà quando verrà il momento delle finali dei singolari. Nel doppio hanno già vinto l’oro in sette categorie su dieci.
Alla base di questo dominio, scrive L’Équipe, esiste una volontà politica. La Cina è alle Paralimpiadi dal 1984 e le domina dall’edizione di Atene, vent’anni più tardi. Tre anni prima, nel 2001, il Paese aveva ottenuto l’organizzazione dei Giochi 2008 e si era messo al lavoro. Hu Jintao, il presidente fra il 2003 e il 2013, avrebbe firmato piani per lo sviluppo delle infrastrutture e per la formazione delle persone. Nel 2001 la Cina voleva staccarsi dal grande fratello russo e dimostrare di essere una potenza economica autonoma. E quindi? «E quindi bisognava battere gli americani», analizza Arnaud Waquet, professore e ricercatore all’Università di Lille, specializzato in scienze sociali e sport. Nel 2007 è stato creato un enorme centro di preparazione per atleti con disabilità. È il più grande del mondo. Sono stati ingaggiati formatori stranieri e sono state create 200 filiali sparse nelle regioni del Paese. «Abbiamo invitato a farsi avanti le persone che aspiravano a partecipare e le abbiamo individuate, prima selezionando un gruppo di 1.000 persone, poi riducendole a 300, a 50, infine a 10. La versione di Le Monde è più problematica. È un centro che di fatto alimenta “un sistema di segregazione persistente” ed è “un ostacolo al successo accademico e all’occupazione”. In sostanza una barriera all’inclusione della società.
Una selezione piramidale, riassume Waquet che lavora con la Cina dal 2000. Nelle scuole, le persone con disabilità vengono emarginate. Non hanno un accesso privilegiato all’istruzione né al mondo del lavoro. Restano nascoste, spiega. In un Paese di 1,4 miliardi di abitanti, le persone portatrici di una disabilità sono 85 milioni. «Una parte della popolazione – spiega Waquet – è completamente ignorata. Non rientra affatto in un meccanismo di inclusione. Ma se la Cina vuole mostrarsi come un grande Paese sviluppato, deve tenerne conto. Hanno cominciato così, per dimostrare che ci fosse per loro un posto nella società. L’Équipe scrive che esiste una timida copertura giornalistica dell’evento in Cina, perché sul posto ci sono solo quindici inviati.
VITE OLIMPICHE
Il sitting volley di Solange Nyiraneza dal Rwanda
Solange Nyiraneza viene dal Rwanda. È rimasta orfana all’età di cinque anni e le è stata amputata la gamba sinistra a causa di un cancro. Ora fa parte di una storica squadra di sitting volley, qualificata per le Paralimpiadi, oggi impegnata contro la Francia nella finale per il settimo posto. I genitori di Solange Nyiraneza sono stati uccisi durante una rapina in casa, di lei si è presa cura la sorella maggiore, aveva 12 anni. C’era lei in casa quando Solange cadde e si ruppe la rotula sinistra, si ruppe la rotula e non lo disse a nessuno, lo nascose pure alla sorella per paura di una reazione. Quando cominciò a far male, più male di prima, molto più male di prima, un medico in ospedale disse che c’era un’infezione, la ferita era cancerosa. Era passata una settimana e non poterono fare altro che amputare.
«C’erano alcune famiglie nei paraggi che non erano felici di vedermi da amputata. Avevo una disabilità e le persone con una disabilità secondo loro non sono importanti. Dicevano a mia sorella di non prendersi cura di me, avrebbe perso tempo, le dicevano di badare a mio fratello, ché lui è uomo, lui sì sarebbe cresciuto e avrebbe qualcosa di meglio. Ma mia sorella non mi ha mai abbandonato».
Nyiraneza ha 28 anni e attribuisce al sitting volley il merito di averle cambiato la vita. Il Rwanda con lei è diventata la prima nazionale femminile africana a qualificarsi per una Paralimpiade, «Senza la pallavolo, non so dove sarebbe la mia vita. Se giochi, ti pagano, viaggi. Vivo ancora con mia sorella e così posso aiutarla a pagare le rette scolastiche dei suoi tre figli. Ora le cose vanno meglio, non ce la passiamo male come prima» [storia letta su Inside the Games]
OGGETTI DI SCENA
La prolunga per la racchetta
Lui si chiama Ian Seidenfeld, americano, iscritto al torneo di para-tennis tavolo categoria C6, riservata a portatori di disabilità degli arti superiori e inferiori, a cerebrolesi o mielolesi. La particolarità di Ian seidenfeld è che utilizza un’estensione della racchetta. Un oggetto omologato da soli tre anni. Seidenfeld è affetto da nanismo e prima che il suo avversario servisse, il britannico Martin Perry, oro nel 2021, ha posizionato sotto il tavolo una specie di righello di legno, con diversi fori. La racchetta è agganciata all’estremità del manico, a seconda degli scambi. Gli consente di recuperare le palline che cadono nei pressi delle rete, quelle che di solito sono al di fuori della sua portata.
Seidenfeld ha 23 anni e spiega a L’Équipe che l’idea è stata sviluppata da suo padre, anche lui nato con una forma di microsomia. Oggi è anche il suo allenatore ed è stato anche campione paralimpico di tennis nel 1992. Il ping pong americano autorizza l’uso della prolunga da cinque anni, ma in gare internazionali è stata ammessa solo dai Giochi di Tokyo. Prima di allora, la sua invenzione aveva suscitato grande dibattito nelle autorità. È stata convalidata dal collegio arbitrale sulla base del fatto che altri giocatori di tennis tavolo utilizzano un’ortesi o una fascia per fissare la racchetta alla mano.
Seidenfeld ha giocato gli ottavi di finale contro Martin Perry e ha vinto in tre set [11-5, 11-5, 11-9]. Non è stata una partita come le altre per l’americano, arrivato al numero 7 del mondo. Ha spiegato: «Perry è stato il primo avversario a usare in modo fisso il servizio corto contro di me, era importante per me giocare a Parigi con la prolunga proprio contro dl lui». Nella sua applicazione più letterale: una dimostrazione di cazzimma e contro-cazzimma.
EUROGOL
La Francia si gioca la carta Barcola
Forse-ma-forse è arrivato il momento di Bradley Barcola in Nazionale. Il dibattito in Francia è più che aperto. Oggi L’Équipe ha una sua fotona in prima pagina e un’altra che domina il servizio a lui dedicato all’interno. I suoi ultimi mesi con il Paris Saint-Germain e le sue prestazioni agli Europei lo hanno reso un possibile titolare. Tre mesi fa la domanda era se sarebbe stato convocato o meno per il torneo in Germania. Ieri a Clairefontaine è stato uno dei giocatori più richiesti per firmare autografi prima dell’allenamento. “Non è ancora al livello di Kylian Mbappe o Antoine Griezmann, ma la notorietà di Barcola sta crescendo”. Ha pesato per 12 gol in Ligue 1 nel 2024 [7 segnati personalmente e 5 assist decisivi], si sta manifestando come l’arma offensiva più minacciosa del PSG. “In pubblico o in privato – scrive Loic Tanzi – il cittì è sempre stato molto attento alla schiusa di Barcola, chiedendo tempo e pazienza. Ripete a chi lo ascolta che giudica il suo rendimento su una scala di più mesi e non semplicemente sugli highlights di una stagione”.
Come spiega Vincent Duluc nella sua analisi, “ogni volta che Kylian Mbappe sarà usato da centravanti, Bradley Barcola avrà una reale possibilità di giocare sulla sinistra. Un anno fa immaginavamo le due ali della Francia occupate da due giocatori del PSG. Forse è ancora così, ma non con le stesse figure: mentre Kylian Mbappe è in fase di ridefinizione del proprio ruolo al Real Madrid, l’apparizione ai massimi livelli di Bradley Barcola sta gradualmente cambiando il panorama, mentre per Ousmane Dembélé, sull’ala opposta, si prospetta la concorrenza di Michael Olise, all’esordio internazionale”.
Dopo un fantastico inizio di stagione con il PSG [4 gol in 154 minuti], potrebbe essere lanciato da titolare contro l’Italia perché “ama gli spazi aperti e quando il suo difensore si ritrova in una situazione di uno contro uno, è spesso troppo tardi. Ha velocità, dribbling, sa ritardare i cross lungo la linea, nelle zone in cui i terzini hanno difficoltà a intervenire”. Un paragone che in giro torna e ritorna è quello con Franck Ribéry, “da cui tuttavia Barcola è ancora lontano”.
Storie di sporcaccioni
LA LOTTA NELLA FEDERAZIONE SPAGNOLA
Un altro terremoto e un’altra paralisi scuotono la Reale Federcalcio spagnola (RFEF) dopo che i tribunali di contenzioso amministrativo hanno negato la misura cautelare che paralizzava la squalifica di due anni inflitta dal Tribunale amministrativo dello sport (TAD) a Pedro Rocha. Per una serie di garbugli legale che ogni tanto e in ogni paese si azzeccano sempre, in un modo o nell’altro [El Pais li spiega qui], pare che in Spagna debbano esserci due elezioni, la prima per eleggere un presidente con l’attuale assemblea fino alla fine di dicembre 2024, quando terminerà l’attuale ciclo olimpico, la seconda per scegliere una nuova assemblea e poi la sua presidenza. Così nella federazione che deve ospitare i Mondiali di calcio del 2030 insieme a Marocco e Portogallo, tutto resta fermo, come le macchine in garage durante il giorno, quando chi doveva andare al lavoro è uscito, e il guardiano aspetta la sera.
Ladislao J. Moñino scrive che Pedro Rocha è “un ulteriore anello di quel sistema difettoso che nessun governo è riuscito a rigenerare, nel quale 19 presidenti territoriali hanno grande voce in capitolo in virtù del controllo che esercitano sulla presidenza della federazione. Rocha è stato uno dei baroni – si legge – che hanno firmato una lettera di sostegno a Villar alle elezioni del 2017 e poi lo hanno tradito quando il dirigente basco è stato arrestato. Sotto il mandato di Rubiales, Rocha è stato uno dei suoi uomini di fiducia, lo ha aiutato a diventare presidente nel maggio 2018. Quando Rubiales si è dimesso il 10 settembre 2023 perché la FIFA lo aveva sospeso a causa del bacio non consensuale a Jenni Hermoso, Rocha ha preso le distanze dal suo mentore. Solo 15 giorni prima, Rubiales lo aveva nominato suo successore in una controversa assemblea durante la quale aveva rifiutato di dimettersi. Con l’approvazione della maggioranza dei presidenti territoriali – spiega ancora El Pais – Rocha ha avviato una politica di riavvicinamento alla Liga che gli ha permesso di restare in carica dopo aver annunciato che non aveva intenzione di rimanervi”.
Rocha si è messo a giocare un po’ di tiki taka diplomatico. Si è fatto carico di conservare lo stipendio a Rubiales [1.700.000 euro all’anno] e ha fatto tutto il possibile, dice El Pais, per indire le elezioni il più tardi possibile, nonostante Salvador Gomar, presidente della giunta territoriale valenciana, avesse dichiarato “in un incontro con tutti i baroni presenti” che era legale andare subito alle elezioni. Nel maggio scorso si è andati alle urne ma non c’è stato bisogno di votare, perché non è stato presentato alcun candidato e Rocha ha assunto la presidenza per esaurire il mandato di Rubiales. La sua intenzione era quella di aprire il processo elettorale il 10 settembre, la TAD lo ha squalificato e ora ci sono dubbi su quando e come si andrà avanti, “all’interno di un sistema – spiega Moñino – che nessun governo, nonostante i suoi proclami, ha rigenerato dopo quanto accaduto con Villar, Rubiales e Rocha”.
IL C.T. Parentesi,. A proposito di Spagna. C’è una bellissima intervista sulla Gazzetta al cittì della Spagna, Luis De la Fuente. Gli ha parlato Filippo Maria Ricci, scrivendo: “Abbracciamo il suo elogio della normalità”.
«Nel mondo attuale – dice De la Fuente – sembra che l’unico modo per farti ascoltare e seguire, il cosiddetto carisma, ce l’hai solo se sei antipatico, maleducato, irrispettoso, superbo. Beh, io quel carisma non lo voglio. Abbiamo dimostrato che se sei normale, penso a comportamenti e relazioni, anche con la stampa, puoi vincere lo stesso. Che le cose funzionano anche con la normalità. I giocatori, per veterani che siano, hanno bisogno di appoggio. Devi essere preparato anche perché l’intervento in un momento di debolezza è differente per ogni calciatore, se ha 35 anni sei più un compagno, se ne ha 16 fai quasi da padre. Con i minorenni bisogna rispettare un protocollo preciso e rigido. Le racconto un aneddoto: nel giorno libero i giocatori sono usciti a mangiare, e Lamine non poteva in quanto minorenne. È rimasto in albergo con qualcuno che si occupava di lui. C’è una responsabilità istituzionale inalienabile e lui ha vissuto la cosa con normalità assoluta».
LA LOTTA AL VERTICE DELLA LIGUE 1
Alla fine di un’estate piena di tormenti e di panico per l’esito della vendita dei diritti tv, la Ligue 1 è chiamata a votare per la presidenza dell’associazione che tiene insieme i club. Tra i sostenitori di Vincent Labrune, il gran capo uscente, circola una battuta sullo sfidante, Cyril Linette, soprannominato “il candidato del ministro”. Lui risponde: «Non la conosco, abbiamo preso un caffè insieme diversi mesi fa, tutto qui. Quando l’ho chiamata, ha fatto il suo lavoro», si difende l’ex telecronista di Eurosport, ex direttore generale della PMU [scommesse ippiche], l’ex direttore generale del gruppo L’Équipe, ex direttore del gruppo Canal+. Questo è il curriculum.
“Sebbene non sia vicino ad Amélie Oudea-Castera – dice il suo ex quotidiano – ha potuto comunque contare sul suo appoggio attivo. Secondo le nostre informazioni, durante il week-end, la ministra dello Sport ha aumentato il numero di telefonate e di messaggi di testo verso diverse personalità del calcio, in particolare Philippe Diallo, presidente della federazione, e Laurent Nicollin, il boss del Foot Unis, il sindacato dei club. Ma i principali destinatari degli appelli ministeriali sono stati Philippe Piat, presidente dell’UNFP e Alain Belsoeur, capo dell’Unione dei Calciatori (UAF), uno dei due sindacati a sponsorizzare candidati indipendenti per la Lega”. L’UAF per esempio si era inizialmente rifiutato di concedere il proprio sostegno a Linette, prima di cambiare idea sotto la pressione politica.”Una ministra coinvolta” titola allora il giornale, mettendo tra parentesi un [troppo?].
DIAMINE, SIAMO GIA’ AL PALLONE D’ORO: MA ALLORA E’ NATALE
Tutto si moltiplica, adesso pure i Palloni d’oro. Quest’anno ne saranno assegnati otto. Si sono aggiunti pure i trofei per il migliore allenatore o allenatrice di una squadra maschile e di una squadra femminile. La cerimonia si terrà lunedì 28 ottobre al Théâtre du Chatelet di Parigi, con un mese buono d’anticipo sulla data classica di fine novembre-inizio dicembre in voga fino alla pandemia. I candidati saranno comunicati oggi a partire dalle 18.20, sussurra L’Équipe da un riquadro in basso a pagina 20. La Gazzetta invece non resiste, Milàn l’è un gran Milàn, e pure l’Inter: così c’è un bel Lautarone in prima pagina, un Pallone d’oro più grande della sua testa e il titolone “Lautaro Top Gol”, pazienza se con la maglia nerazzurra da marzo in avanti ne ha segnato solo uno, contro il Frosinone. “Lautaro sfida i giganti”, scrive dell’attaccante milanese il giornale milanese, aggiungendo che può ambire alla top-5, nonostante Bellingham, nonostante Rodri, nonostante Vinicius, nonostante Kroos, nonostante Haaland, nonostante Foden, nonostante Yamal, nonostante l’eliminazione agli ottavi di finale dalla Champions. In fondo Lautaro ha vinto la Coppa América con l’Argentina da capocannoniere. Non era titolare, ma l’ha vinta. Speriamo, dai.
LA PAROLA CHE NON VI HO DETTO
Cooling break
Ogni tanto le cose vanno così. Si impongono. Stanno là per giorni e giorni, mesi, anni, stanno là sotto i nostri occhi e non le guardiamo. Un giorno gli occhi si aprono e quelle stesse cose stanno ovunque. Il cooling break, per esempio. Riusciremo mai più a viverne uno senza pensare a Leao e Theo Hernandez che se lo sono organizzato in coppia, in privato, lontani dal capannello dei compagni? Un’iniziativa certamente gradita a ogni Antitrust e alla Corte di giustizia della UE. Nessun monopolio. Perché mai l’UEFA e le sue federazioni devono decidere dove e come tenere le pause per il ristoro? Libero cooling break in libero stato. Theo aveva pure la spiegazione giusta, come il famoso asso nella manica di cui sono piene le fosse dei cliché: «Eravamo entrati da appena due minuti, non avevamo bisogno di bere». Solo che come ogni tanto succede, gli assi nelle maniche si vedono, e lui si è fatto scoprire con una bottiglietta d’acqua in mano, insomma sì che beveva.
Il Caso si diverte e il cooling break è un caso pure in Spagna, dove non piace a tutti il fatto che il microfono si incuriosisca a ciò che dicono allenatori e calciatori durante le pause per idratarsi. “È uno dei temi di discussione dell’estate”, dice Marca, ci sta, del resto l’allarme per l’epidemia di Dengue lanciato da qualche esperto che tiene sempre il telefono acceso si è spento in un battibaleno e il vaiolo delle scimmie non buca più lo schermo né l’immaginario da quando ci costringono a chiamarlo Mpox.
Dai, il cooling break allora. Scrive Marca che ci sono allenatori che “non si sentono a proprio agio al cospetto del microfono”. Ernesto Valverde ha spiegato che non sei più lo stesso quando ti ascoltano, non sei te stesso. Altri allenatori, chiarisce il giornale spagnolo, si sono voltati per non farsi sentire, non vogliono che le loro istruzioni vengano ascoltate. Ma le tv pagano, tengono in piedi il calcio quasi da sole e chiedono qualcosa in cambio. Come se ne esce? Marca ha trovato una soluzione. Una grande soluzione. Anzi. Una geniale soluzione. Oh, dice, aspettiamo l’inverno. Arriverà il freddo e le pause per l’idratazione spariranno. In effetti. Sempre che questo non sia negazionismo sul cambiamento climatico.
RUOTE
Cinque secondi per una maglia rossa
CInquemila, cinquemila, cinquemila, cinquemila, cinquemila. Una volta negli Anni Settanta, qualcuno in tv – forse una cantante, un’attrice, uno scrittore, un regista, chi lo sa – disse in qualche trasmissione che la parola cinquemila dura esattamente un secondo, e per misurare il tempo che passa senza un orologio a portata di mano è utile far proprio così: cinquemila, cinquemila, cinquemila. È un ricordo lontano. Forse risale alla Domenica In di Corrado, vai a sapere. Nel frattempo, anche se non hai un orologio a portata di mano, i cronometri sono sul telefono e cinquemila, cinquemila, cinquemila non serve a niente. Quasi più a niente. Ogni tanto nelle gare di ciclismo, quando manca un riferimento in sovrimpressione, il vecchio metodo torna buono. Si prende un punto di riferimento e cinquemila, cinquemila, cinquemila.
Cinque volte cinquemila, questo è il vantaggio che rimane all’australiano Ben O’Connor dopo la tappa di ieri alla Vuelta, l’arrivo in cima a Lagos di Covadonga dopo una giornata di riposo. La resistenza mostrata domenica sul Cuitu Negru si è trasformata in una prova di coraggio in direzione ostinata e contraria al vento che tira e spinge Primoz Roglic alle spalle, lo spinge verso la rimonta.Il coraggio non gli basta, scrive stamattina Manuel Martinez su L’Équipe, vedendo ormai l’australiano “non lontano dall’abdicare”. È in maglia rossa per l’undicesimo giorno consecutivo, “ma è sul punto di sciogliersi” a cinque giorni dall’arrivo a Madrid. Roglic sarebbe già leader se non avesse ricevuto venti secondi di penalità domenica, per essere rimasto in scia prolungata dietro la macchina del suo direttore sportivo. O’Connor dice: «Ho paura che venerdì sarà difficile». Venerdì: arrivo sull’Alto de Moncalvillo.
MEDUSE
Perché i rugbisti francesi arrestati in Argentina tornano a casa
Secondo documenti inediti in possesso a L’Équipe, la magistratura argentina ritiene che «emerga chiaramente» come l’accusa iniziale mossa contro Hugo Auradou e Oscar Jegou abbia «perso la sua forza». Lo scrive stamattina il giornale francese, all’indomani della notizia che i due rugbisti sono stati autorizzati a lasciare l’Argentina e ritornare a casa. “Il groviglio legale – si legge – forse sta per finire”. Alla fine della scorsa settimana, i magistrati argentini Orieta Daniela Chaler, capo dell’unità per i reati sessuali, e Dario Nora, pubblico ministero, si erano già pronunciati a favore del ritorno in Francia. Mancava solo la pronuncia di un ultimo magistrato. Ieri è stato esaminato e respinto poche ore dopo il ricorso della presunta vittima contro la decisione. «Nuovi elementi non hanno fatto altro che approfondire i dubbi» è la posizione della procura di Mendoza dopo il parere dei tre pm, “che sembrano mostrare un netto spostamento in favore della difesa”. Non solo non ci sono altre prove a sostegno della tesi dell’accusa, spiega L’Équipe, ma i nuovi elementi acquisiti stanno spingendo a riconsiderare gli elementi iniziali.
“Per giustificare ciò – si legge – il magistrato si avvale delle conversazioni tra la denunciante M., la sua confidente D, e un’amica, Cindy, la cui testimonianza è stata allegata alle indagini. Non è una testimone diretta dei fatti e non era presente alla serata. Ha discusso dell’accaduto con la denunciante solo una volta che la vicenda è stata pubblicizzata e l’8 luglio ha parlato con D., raccogliendo la sua incredulità per la versione di M. «È come se avesse preso coscienza della grandezza di quanto accaduto nella notte tra il 6 e il 7 luglio grazie a quello che io le raccontavo» dice D. a Cindy. Ha testimoniato anche una giovane donna, che aveva preso un taxi contemporaneamente a M., affermando di non aver visto la denunciante in un atteggiamento di costrizione nella macchina, che la coppia si stava baciando, ridendo e che era «chiaro che si recassero in albergo con l’intenzione di fare sesso» trascrive il magistrato. Infine, la testimonianza del padre di M. non ha contribuito all’accertamento della verità. La perizia psichiatrica della denunciante non è stata ultimata, secondo i suoi legali per un tentativo di suicidio.
“Le ultime prove presentate, in particolare i messaggi e gli audio forniti dalla testimone Cindy, non fanno altro che evidenziare le incongruenze e le contraddizioni riscontrate nel racconto della denunciante” dice il tribunale. Un terzo magistrato, Gonzalo Nazar, sostituto procuratore penale, ha confermato il ragionamento dei suoi colleghi nella giornata di lunedì, finché ieri un quarto giudice ha convalidato la decisione di consentire l’uscita dal paese. Natacha Romano, avvocata della presunta vittima dice di aver chiesto la ricusazione alla Procura. «L’autorizzazione a lasciar partire i giocatori è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Fin dall’inizio c’è stata una mancanza di obiettività. Non sono stati autorizzati alcuni testimoni, altre prove non sono state considerate. Non è stata tenuta in alcuna considerazione il fatto che la vittima era ricoverata da una settimana».
| IL TELECOSLALOM
LA GUIDA ALLA GIORNATA
VITE OLIMPICHE 8:30 Le Paralimpiadi – su Rai 2 e Rai Sport IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA-7LE FINALI DI OGGIIL PROGRAMMA DEGLI ITALIANI IN GARA
RUOTE 12.15 Tour of Britain, tappa-2: Darlington-Redcar – su Discovery+ 14.15 Vuelta di Spagna, tappa-17: Arnuero-Santander – su Eurosport 1 CONFINI 13.00 Snooker, Saudi Masters – su Discovery+ ACQUE 14.00 Louis Vuitton Cup, round robin – su Canale 20, Sky Sport, Italia 1 American Magic-INEOS Britannia Luna Rossa-Orient Express Alinghi-American Magic INEOS Britannia-Team New Zealand TENNIS 17.00 US Open, quarti di finale – su Sky Sport EUROGOL 18.00 Champions League femminile, qualificazioni: Broendby vs Fiorentina – streaming sul sito della Fiorentina CALCIOMONDO 18.00 Qualificazioni Coppa d’Africa: Isole Comore vs Gambia – su Sportitalia |
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