Dei mille e più modi di guardare questa Champions, la quindicesima per il Real Madrid. Oggi pare impossibile credere che fra la nona e la decima siano dovuti trascorrere 12 anni, un’attesa andata dal 2002 al 2014. L’Europa si consegnò in quel periodo a 8 squadre diverse, solo Barcellona e Milan sono riuscite a ripetersi, Guardiola e Ancelotti. Otto squadre diverse con la Coppa in mano e 13 in finale. Un periodo di distribuzione della gioia nel quale c’è il riflesso di nuovi equilibri che si andavano a sistemare. Dalla Decima in avanti, dal 2014 a ieri sera, ci sono stati solo 6 nomi nell’albo d’oro e 6 Coppe del Real.
| Tra i mille e più modi di guardare questa Champions, ce n’è uno che dall’Italia conduce al sopracciglio di Ancelotti, come fa notare Paolo Tomaselli sul Corriere della sera, “una leggenda nel calcio che ha il sopracciglio alzato e una Champions tra le braccia da coccolare. Se c’è un club dall’aura sempre più mistica e irraggiungibile, capace di vincere più del doppio delle Coppe del primo inseguitore (il Milan con 7) è il Real di Florentino Perez, lo spietato costruttore di mezza Spagna, di sogni proibiti come la Superlega e di sogni vincenti e quasi invincibili come questa squadra Gli altri giocano, il Real vince: il sole del calcio è sempre il Madrid”.
Alessandro Bocci, ancora sul Corriere della sera, parla di “un calcio fatto di buon senso, dentro c’è il fuoco ma fuori non si vede”.
| Paolo Brusorio su La Stampa dice che “passano i giocatori, cambiano le stelle, il mondo rischia di andare al contrario ma le mani sulla coppa dei campioni ce le mettono ancora i giocatori con la camiseta blanca. E con loro Ancelotti che da questa notte di Wembley lascia per strada il diminutivo: non più Carletto, è nato il regno di Carlo V”.
| Il suo mentore – se ancora si può dire così – il suo mentore Arrigo Sacchi stamattina sulla Gazzetta depone la penna: “Di Carletto ormai non so più che cosa dire. Mi stupisce ogni volta. Dimostra una calma invidiabile – ha scritto – anche se io so che, dentro, freme, che vorrebbe andare in campo e, prima delle partite, si agita. Sa sempre come aggiustare le cose, come sistemare sul campo un giocatore. Ed è umile nell’ascoltare i consigli dei collaboratori, in primis il figlio Davide che per lui sta diventando sempre più importante”
LE MANOVRE PER IL PRIMO GOL
Tra i mille e più modi di guardare questa Champions, ce n’è uno dai toni fatati, il racconto di una ineluttabilità che viene dal mondo iperuranio, una versione che vuole il Real Madrid superiore a ogni vicenda umana. Rafa Latorre su El Mundo ha scritto che Vinicius è il simbolo di un’intera generazione che ha licenziato Cristiano e Benzema, prima, ora Kroos e Modric, prendendosi il Real Madrid non solo con autorità, ma con una personalità così bella e genuina da farsi amare dalla gente”. El Mundo considera allora che questa Champions League è stata di Nacho e Lunin, di Rudiger, di Joselu, degli “eroi inaspettati che fanno già parte della storia dei tifosi del Real Madrid. La Champions League di Wembley è stata una cesura generazionale. A Madrid tutto passa e tutto resta. Il Real Madrid è qualcosa di così inspiegabile che ha vinto la sua quindicesima Champions League con un gol di testa di Carvajal. Capite? Carvajal. Un metro e 74”.
Non c’è nulla di casuale, spiega Dan Perez nella sua analisi per L’Équipe . Trenta secondi prima dell’uno a zero, Vinicius ha riso dei suoi giochini su Ryerson, una specie di abuso tecnico. Il Real stava soffrendo da più di un’ora, “ma il brasiliano non era frustrato né infastidito dalla situazione. Lui gioca. La trama dell’incontro non lo influenza” spiega il giornale francese. Così, quel che è accaduto dopo, tutto può dirsi fuorché una coincidenza. Il Real aveva individuato i punti deboli nell’organizzazione della difesa tedesca sui calci d’angolo e ha insistito su quelli. L’obiettivo era eliminare dall’azione i migliori avversari nel gioco aereo. Sui calci d’angolo, spiega Perez, il Borussia difende a uomo, aggiungendo due giocatori che si muovono a zona. Sono Füllkrug sul primo palo e Hummels tra il centro dell’area e il secondo. Sollevati dalla marcatura, devono sfruttare il loro tempismo e la loro qualità di saltatori per prendere la palla nella loro zona. Il terzo giocatore più bravo di testa è il capitano Emre Can. L’obiettivo del Real era impedire che intervenissero loro sulla palla. E tutti i calci d’angolo hanno avuto un meccanismo simile. Cosa ha fatto il Real?
| L’Équipe spiega che tagliare fuori Hummels era il lavoro più semplice, si trattava di tenere la palla sul primo palo, distante dalla zona presidiata da lui. Per eliminare Can, si è sacrificato Bellingham. Lo ha portato lontano dalla zona dove sarebbe passata la palla, sul secondo palo, costringendolo a seguirlo. Füllkrug era la questione più delicata, lui che ha il compito di difendere l’area sul primo palo, il palo preso di mira dal piede di Toni Kroos. Come fare? L’idea di Ancelotti è stata di non giocare troppo vicino a lui e neutralizzarlo accumulando giocatori davanti a lui. Così il tedesco non ha potuto attaccare il pallone, bloccato legalmente dalla presenza di avversari. L’ultimo passo era scegliere la testa su cui far planare il pallone, secondo gli accoppiamenti in area: Rüdiger vs Schlotterbeck, Camavinga vs Brandt, Carvajal vs Maatsen, Nacho vs Ryerson. Com’è finita lo sappiamo.
IL DNA E L’EFFETTO PAURA
È stata anche la mano di Dio. Ne è convinto in qualche modo Manuel Jabois, firma delle pagine di cultura di El Pais, cuore madridista, incursore seriale nella sezione sportiva. Ha scritto che “se Dio non era un tifoso del Real Madrid nei primi 45 minuti di Wembley, allora lo ha nascosto benissimo, come mai prima d’ora, e Dio non è uno di quelli che sanno nascondersi: c’è sempre un momento in cui si manifesta, non è facile essere Dio e non poterlo dire”.
Anche Jabois suona le campane e festa e sottolinea che “se ne va Cristiano, se ne va Ramos, se ne vanno tutti, ma nessuno toglie lo scudo dalla maglia. Finché continua così, il Real Madrid continuerà a esistere”.
Segue aneddoto. “Al matrimonio di Carvajal, un paio d’estati fa, diversi giocatori si sono ritrovati all’ombra di un albero per chiacchierare con alcuni allenatori. C’era anche Joselu, cognato di Carvajal e all’epoca non ancora al Real Madrid. Era la stagione delle rimonte impossibili. «Ma cosa sta succedendo, c’è qualcosa di unico nel Real Madrid, cosa succede in campo?» chiese un allenatore. Carvajal rispose: «Non so se ci sia qualcosa oppure no, ma i rivali pensano che esista, ed è questo che conta». Non doveva esser facile abitare lo spogliatoio del Borussia all’intervallo: tiravano in porta contro il Real e sbagliavano. Il Real li ha divorati. Non aveva bisogno di giocare. Ha mirato e ha colpito. Un tedesco ha riassunto così la situazione durante l’intervallo: «Ma come abbiamo lasciato in vita questi psicopatici?».
| Pedro Morata su Marca arriva a definirlo ingiusto verso gli avversari, ma è quello che è. “Il Real Madrid – dice – gioca in 12 e il dodicesimo non è l’arbitro. Si chiama paura. L’avversaria che affronta il Real Madrid sa che finirà per perdere. Non sa né quando né come, ma lo sa. E quella sensazione è l’attaccante migliore del Real Madrid”.
I SOLDI FANNO LA PAURA
Beh, le cose non stanno proprio così. Almeno. Non stanno solo così. Come ieri Jonathan WIlson, sullo stesso Guardian stamattina ci pensa Jonathan Liew a non farci perdere di vista un motivo piccolo piccolo di questa supremazia, questa superiorità a cui si è dovuto piegare anche il Dortmund, una delle tante squadre che “tentano di sfuggire alla realtà prima di dover sorseggiare nuovamente la loro tazza di tristezza. I battuti – dice Liew – scoprono che giocar bene spesso non è sufficiente contro il Real. È stato istruttivo vedere chi ha abbassato la testa quando Vinícius ha segnato l’inevitabile secondo gol per mettere il risultato al riparo. Sancho è crollato a terra. Reus guardava nel vuoto con sguardo assente. Mats Hummels malinconicamente fissava i giocatori del Real Madrid in festa. Solo Niclas Füllkrug stava nel cerchio centrale, battendo vigorosamente le mani, esortando i compagni di squadra a un ultimo sforzo”.
E però.
Liew ci fa notare che “probabilmente sentiremo parlare molto del DNA vincente del Real Madrid”, in effetti sta succedendo proprio questo, sentiremo “nei prossimi giorni dire della sicurezza, del know-how, della spavalderia, dell’unicità, come se questa fosse semplicemente una favola incantata di alchimia sportiva, un’essenza innata, e non la capacità di sfruttare e continuare a sfruttare una posizione dominante storica e finanziaria. È strano come più tempo trascorri ai vertici della Deloitte Money League e più DNA vincente acquisisci. E così, per squadre delle dimensioni del Dortmund – abbastanza ricche in generale, ma con la metà degli introiti e il 7% delle vittorie in Champions League del Real Madrid – queste finali hanno la tendenza a diventare una sorta di profezia che si autoavvera, nella quale una squadra migliore, con i giocatori migliori, con l’allenatore migliore, riesce sempre in qualche modo a farcela”.
Liew dice che possiamo divertirci a trovare un mucchio di colpevoli. Quello che si è mangiato i gol, quello che ha sbagliato sul primo palo, quello che non ha seguito Caravajal. “Ma farlo significa non cogliere il punto che l’essenza stessa della grandezza sportiva è la capacità di fare ciò che è richiesto, quando è richiesto. Probabilmente se il Dortmund non avesse commesso quegli errori, non sarebbe il Borussia campione una volta sola; sarebbe il Real Madrid con 15 Coppe. Mentre Klopp assisteva cupo dal suo palco privato, era difficile sfuggire all’idea che il mondo da lui costruito a Dortmund appartenga già alla memoria. Al giorno d’oggi i club più grandi hanno anche le reti di scouting più efficienti, l’ufficio stampa meglio organizzato, il dipartimento medico più imponente”.
GIUDIZI UNIVERSALI
El Pais riepiloga la stagione e dice che siamo passati “dall’autunno di Bellingham alla primavera di Lunin”, il portierino più e più volte decisivo prima della finale lasciata a Courtois. Ecco, in questo Real, ha scritto Alfredo Relano, decano del giornalismo calcistico, giurato spagnolo per il Pallone d’oro, viene prima Courtois e poi Vinicius. Il Real, considera su As ha vinto “con le solite virtù: impegno, convinzione, solidarietà. E con la scienza rara di uscire dalle situazioni difficili. Nel primo tempo il Dortmund è stato nettamente superiore e non meritava assolutamente di arrivare all’intervallo senza segnare. Courtois si è spinto al limite e ha risposto per quello che è: il miglior portiere del momento”.
L’Équipe dice che Courtois è stato “‘ospite a sorpresa come in un sogno per la quindicesima corona europea del Real. Forse non avrebbe giocato se Andreï Lunin non avesse avuto l’influenza, ma ha spento le illusioni del Borussia e ha dimostrato di essere ancora uno dei più grandi portieri del mondo” secondo Damien Degorre.
Lorenzo Calonge, ancora su El Pais, tesse l’elogio di Carvajal, “il gigante di Wembley, l’esterno che ha risolleva una squadra pallida e ha eguagliato le sei Coppe dei Campioni di Paco Gento, proprio come Modric, Nacho e Kroos”
Seguendo il filo tirato negli studi di Sky ieri sera da Paolo Condò, il giurato italiano del Pallone d’oro, ora in pole poistion per il premio – prima di giocare Europei e Copa América – ci sono Toni Kroos e Vincius. Forse il brasiliano più del tedesco, appariscente com’è. “Un’annata da Pallone d’oro”titola infatti il Corriere dello sport-stadio, dove Alberto Polverosi celebra la scuola tecnica italiana ma pure tutta la tecnica del brasiliano: “La partita si è letteralmente ribaltata per merito di quel fenomeno di brasiliano. Mancava un quarto d’ora alla fine quando a Vinicius è saltato in mente qualcosa che solo lui può pensare in un nano secondo. Recupero di Camavinga a metà campo, scatto del 7 del Real a sinistra, ha saltato Hummels come un fuscello, ha aspettato Ryerson a centimetri dalla linea di fondo e l’ha ubriacato con un numero assurdo, palla sotto la suola del piede destro, tocco di mezzo tacco di sinistro e tunnel, roba da manicomio”.
Proprio così. Arrigo Sacchi sulla Gazzetta ha scritto che “aveva il motorino nelle gambe : scatti, controscatti, dribbling, grande freddezza davanti alla porta. Questo ragazzo, che è cresciuto tantissimo negli ultimi anni, è la dimostrazione della bontà del lavoro di Carletto: il brasiliano ha talento da vendere, ma Ancelotti ha saputo coltivarlo quel talento, lo ha aiutato a maturare, gli ha dato quelle conoscenze che sono necessarie per diventare un campione”.
A Vinicius e a Bellingham, il Real Madrid sta per aggiungere Mbappé e il nuovo baby prodigio Endrick. Ma se il calcio è un business come dicono ormai pure all’asilo, se è un’attività imprenditoriale che va soggetta alle regole economiche – come ha fatto notare l’UE con la sua sentenza sulla Superlega così cara a Florentino Pérez – non dovrebbe esserci una Authority che si preoccupa di tutelare la concorrenza? È facile chiedere la Superlega senza avere un Antitrust fra i piedi.