L’abbiamo scampata bella, dicono i giornali italiani la mattina seguente Italia-Haiti, tre gol trovati dopo lo svantaggio iniziale in principio di secondo tempo. L’ha segnato Sanon, un nome che resterà legato alla storia della nazionale perché spezza una imbattibilità di Zoff durata più di 1.000 minuti.
Di quell’esordio per alcuni giorni resterà la brace accesa da Chinaglia nell’uscire dal campo, il gesto con cui manda a quel paese il cittì Valcareggi.
Nel numero speciale di presentazione ai Mondiali, di lui aveva scritto così il Guerin Sportivo di Gianni Brera: “Giorgio Chinaglia è un emigrante alla rovescia. Nato in Italia, era andato a far fortuna nel Galles. Veramente a Cardiff aveva deciso di andarci suo padre Mario. Chinaglia junior aveva solo quattro anni e non poteva sapere che a Carrara la vita è dura per chi non se la sente di lavorare il marmo.
A Cardiff, Chinaglia padre aveva aperto un ristorante per far apprezzare ai gallesi le specialità della cucina toscana. Gli affari sono andati bene e tra qualche mese tutta la famiglia Chinaglia tornerà a Carrara con il gruzzolo. Pero papà Chinaglia è felice soprattutto per le prodezze del suo Giorgio. E quando Giorgio è stato definito I’eroe di Wembley dalla gioia ha offerto champagne a tutta la città.
Gli italiani in Gran Bretagna non sono mai stati visti con simpatia. Ricorda che il suo primo allenatore, Glyn Davis, nello Swansea, li chiamava tutti «bastardi». E per questo Chinaglia è stato lieto di tornare a Carrara, e quando ha giocato a Londra ha fatto esplodere tutta la rabbia che aveva in corpo.
A scoprirlo nel Galles era stato Mel Charles, fratello di quel John che si è fatto apprezzare anche in Italia. A 15 anni era già in prima squadra ma siccome era un boy per guadagnarsi le 15 sterline settimanali doveva pure lavare le tribune, tagliare l’erba e lucidare le scarpe ai professionisti.
A diciannove anni uno zio, Giorgio Garbati, lo chiamò in Italia per un provino. Essendo nato a Carrara, Chinaglia tentò di tesserarsi per la Carrarese. Ma i suoi concittadini lo snobbarono. L’allenatore Furiassi non lo degnò nemmeno di un’occhiata, lo dirottò alle minori. Giorgio si offese e passò ai rivali della Massese. L’allenatore Genta fu più accorto. E dopo il provino disse al presidente Tongiani di non lasciarsi sfuggire quel ragazzone che aveva la dinamite nel piede. Siccome Glyn Davis odiava gli italiani, gli diede il cartellino senza pretendere nemmeno un penny. Chinaglia firmò per la Massese e ricevette dieci milioni. In serie C disputò 31 partite e segnò 10 gol. Però proveniva da una federazione straniera e quindi poteva giocare solo tra i dilettanti o i semi professionisti. Lo acquistò l’Internapoli che sborsò una cifra record (86 milioni) perché il presidente Proto era certo che l’ostacolo burocratico sarebbe stato superato. Chinaglia era cittadino italiano, doveva essere trattato come gli altri. Gli fecero servire la patria e dopo il militare fu considerato italiano a tutti gli effetti. Due campionati all’Internapoli di Vinicio, poi il salto alla Lazio (1969) per 200 milioni. Vinicio lo consigliò invano al Napoli, si rivolse allora a Scopigno, suo maestro a Vicenza. Scopigno avrebbe voluto portare Chinaglia a Cagliari, per far tandem con Riva. Ma il presidente Arrica dopo aver interpellato un mediatore si rifiutò di firmare il contratto.
Oggi tutti ammirano Chinaglia e ne decantano le lodi. Ma quando giocava nell’Internapoli furono in molti a dire che aveva più difetti che pregi. Lo consideravano un «bisonte», dicevano che non sapeva trattare la palla. Invece col tempo, «Long John», come lo ribattezzò Mazzola II, per via della provenienza inglese, è migliorato anche nel palleggio. È un centravanti completo. Ma non si limita a star fermo ad aspettare la palla-gol. Arretra a prenderla, gioca a tutto campo. Non sarebbe un vero centravanti se non avesse anche una particolare carica nervosa. Così se il passaggio non è al millimetro, litiga anche con i compagni. Ma dice che questi bisticci in famiglia servono a cementare l’armonia. I tifosi avversari lo fischiano però non se ne preoccupa. Ha spiegato che i fischi gli servono da droga. Più lo contestano e più segna.
È ancora giovane ma pensa già all’avvenire. Ha una boutique per uomo alla Balduina e un campo sportivo all’Eur con dodici campi da tennis e due piscine. Il complesso si allargherà perché sono previste le palazzine per il ristorante, il bar, la palestra, e altri impianti. Ha una casa a Roma e una a Napoli, si è fatto la villa a Castelvolturno e quindi ha un bisogno continuo di soldi. Dalla Lazio riceve più di ottanta milioni, altri milioni gli arrivano dalle attività artistiche. Hanno scoperto in lui anche doti di cantante. Ha inciso la colonna sonora del film «L’arbitro», ha presentato alla radio il «Disco per l’estate» assieme a Paolo Villaggio. Sergio Bernardini gli ha offerto un milione a sera perché canti alla «Bussola» di Focette, il regno di Mina.
A Napoli conobbe Connie Eruzione, un’italo-americana, figlia di un alto funzionario della Nato. L’ha sposata ed è felice anche se ogni tanto la costringe ad essere gelosa perché è sempre circondato da belle ragazze (gli è stato attribuito anche un flirt con Barbara Bouchet). Giorgio la chiama «Miss Perfettini» perché vuole un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto. La casa è rallegrata da due bei bambini: Cinzia e Giorgio junior. Alla sera papà Chinaglia si mette in pigiama e gioca con
loro davanti alla TV. Esce con Connie solo una volta alla settimana. Vive per il calcio. Perché deve tutto al calcio. Se non fosse diventato un centravanti da Nazionale (a proposito: Valcareggi lo chiamò in Nazionale quando la Lazio era ancora in serie B) forse sarebbe ancora a Cardiff. A servire i clienti nel ristorante di suo padre”.
È un ritratto perfetto, un ritratto che anticipa e spiega la furia di Chinaglia dopo la sostituzione con Anastasi – che per giunta entra e segna.
Gianni De Felice sul Corriere della sera gli ha dato 4 in pagella. “Un’autentica delusione. Lento, fermo, ha sprecato due occasioni da gol nel primo tempo e non è riuscito mai a controllare agevolmente la palla in area. È bastato un certo Nazaire per bloccarlo. Crediamo che contro gli haitiani sarebbe stato più opportuno schierare fin dall’inizio Anastasi, mentre il robusto Chinaglia potrebbe invece rappresentare un punto di forza contro gli atletici polacchi”.
La brace del vaffanculo spinge la federazione di Franco Carraro a introdurre una barriera fra la stampa e i calciatori. Le domande devono essere presentate per iscritto. La Gazzetta scrive con Mario Pennacchia dei pezzi molto critici verso la decisione della federazione.
LA MALINCONIA DI UN PADRE
Gian Paolo Ormezzano su Tuttosport scrive invece alle sue bambine. Oltre che in analisi e cronache, tiene sul suo giornale una rubrica, un diario quotidiano, uno zibaldone dalla Germania. In questo giorno si rivolge a Olivia e Maria, delicato e dolcissimo. È un papà lontano. Dice: “Sono tornato al mio piccolo hotel di Denckendorf ed è stato come tornare a casa. In tre giorni ho fatto, da Stoccarda, Francoforte per Brasile-Jugoslavia, Berlino per Germania Ovest-Cile, Monaco per Italia-Haiti. Ieri sera ho voluto a tutti i costi rientrare da Monaco a Stoccarda, anzi a Denckendorf, e ho trovato l’auto giusta. Un senso già di casa, capite? Il letto è eguale a tutti gli altri letti tedeschi, con quel gigantesco piumino che ti schiaccia di caldo, o se buttato via è subito il freddo. Però è già un senso di casa mia, di cosa mia. Guardo la data, ci sono ancora tanti giorni. Da spendere qui, cercando di ricostruire un po’ di casa in un letto d’albergo, furiosamente rincorso perché già un po’ lo si conosce. È peccato mortale se vi dico che ieri, quando Sanon ha segnato il primo e ultimo gol di Haiti, ho pensato che se l’Italia perdeva magari andava tutto in mucca e si tornava tutti a casa subito, e per un poco ho tifato per Haiti, un poco, pochissimo? Siete voi colpevoli di questo, sapete? C’è gente che per la nazionale lascia la famiglia, io per la famiglia lascerei la nazionale. Sanon correva, correva, Spinosi cercava invano di fermarlo, e io pensavo: adesso segna e si torna tutti a casa, e se voi mi chiedete dov’e Haiti, io dico che e vicino alla Corea, per telefono quelli del giornale mi narrano di un tempo dolcissimo. In Italia, e di scuole finite con tanti bimbi per le vie. Io ieri assistevo colleghi che stilavano la pagella dei ventidue anzi ventiquattro per via delle sostituzioni, e non so ancora com’è la vostra pagella, siete state più brave o no di Mazzola?”.
DIAMINE, I COLORI
La novità tecnologica del Mondiale di Germania sono le immagini a colori per i telespettatori tedeschi. Da noi arriverà per i Giochi di Montréal in via sperimentale, con il Mundial d’Argentina in maniera sistematica. Inoltre le partite si giocano spalmate su più orari.
Tra i pochi pezzi che non si chiedono dove andremo a finire, signora mia, Giorgio Mottana sulla Gazzetta spiega: “Se la Germania Ovest gioca alle 16 (locali) la Germania Est gioca più tardi di tre ore e mezza, quanto basta per raccogliere dinanzi al video il maggior numero di telespettatori. Qui la televisione fa le cose in grande. E a colori, ben s’intende, che è una maniera del tutto diversa di porgere lo spettacolo calcistico. I colori delle maglie, i primi piani, i campi lunghi, insomma tutt’altra cosa. Visto in primo piano persino un pacioccone come Ciakowski, il tecnico del Colonia in tuta azzurra, viso largo rubicondo e colorito, un tipo che stazzerà intorno ai novanta chili, diventa interessante: non foss’altro, il colore gli dona, gli dà l’aria dell’uomo in salute, buon appetito e molta birra. Schnellinger, al quale il conduttore della trasmissione porge domande scontate, per ottenere risposte tutt’altro che originali, veste un maglione rosso, e le ciglia bionde persino quelle si piegano sulla fessura degli occhi come un esilissimo siparietto.
“Schnellinger – continua Mottana – recita anche lui la sua parte. Dico che ci avrà fatto un affare a ottenere quel posto di commentarista, mi rispondono che non è un affare, è solo una grossa vetrina. in effetti vedersi davanti, ogni giorno che si gioca, la faccia sana e simpatica di Karl Heinz è meglio che vederselo in campo che arrischia la spaccata. Schnellinger è un cliente fisso delle trasmissioni sportive della televisione tedesca, prima e dopo le partite. Il conduttore, un giovane, di bell’ aspetto, sfoggia una camicia gialla: è il trionfo del colore. Rossi erano i cileni, sul video, gialli come se fossero il Brasile gli australiani, nerissimo di pelle e di divisa, tranne i risvolti bianco dei calzettoni l’arbitro senegalese che ha diretto la partita tra Germania Est e Australia”.
E SU TUTTI SPICCA L’ARANCIONE
Il 16 giugno abbiamo ormai già visto un po’ di squadre, così Gualtiero Zanetti sulla Gazzetta spende alcune riflessioni sull’Olanda, il paese che con Feyenoord e Ajax si è aggiudicato le ultime Coppe dei Campioni.
Zanetti di lì a qualche anno sarà anche la presenza fissa televisiva alla Domenica Sportiva. Scrive: “È squadra di un paese che sopporta la Nazionale, non ne sente la necessità. Il pubblico. i clubs, i giocatori la considerano una formalità fastidiosa, oggi, per giunta, inevitabile. In questa circostanza, i poco autorevoli dirigenti federali hanno tentato di superare siffatti imbarazzi caratteristici di un paese che non conosce le suggestioni del nazionalismo puntando sul denaro: due nazionali però hanno preferito rimanere a casa (per andare in vacanza, hanno detto), altri due sono infortunati ed i rimanenti, capeggiati da Cruijff, hanno intravisto la possibilità di un largo guadagno extra, anche perché hanno trovato il modo di aggirare il fisco (sarebbero denari intascati all’estero, in Germania, cioè) che in Olanda. a certi livelli è implacabile.
“Ma il denaro è droga a doppio taglio. Alla prima esibizione, questa Olanda conosciuta oltre confine soltanto attraverso i suoi grandi clubs, ha giocato appunto – e per la prima volta – proprio come una squadra di club. Sulla carta è la più dotata di gioco, mentre la personalità di Cruijff è uno stimolo quando le cose vanno bene, un grave ostacolo ai primi contrattempi perché l’asso olandese mostra una insolente insofferenza di fronte agli errori dei compagni meno dotati. Vuole entrare in ogni azione, non consente divagazioni altrui. In più gioca in un modo che attira le scorrettezze avversarie e se non cambia, sveltendo la sua manovra personale, rischia di ritrovarsi anzitempo in tribuna come è toccato in passato, e più di una volta, a Pelé. Ad un settimo di questi Mondiali, in conclusione, è l’Olanda (che però sbaglia troppi gol già fatti) la meno esaminata rappresentativa nazionale, a pretendere la più parte delle attenzioni”.