La costruzione di un discesista. Da dove è sbucato Cyprien Sarrazin

Cyprien Sarrazin ha trovato una meravigliosa formula per parlare di sé e di quanto gli sta capitando. La chiama la sindrome dell’impostore. Così si sente all’età di 29 anni, all’improvviso al centro del mondo – il suo mondo – allo stesso tempo vecchio e nuovo, perché è vero che bazzica la Coppa del mondo di sci dal 2016, ma si è scoperto implacabile solo quando si è dato alla velocità pura, alla follia, alla sovrumana tentazione di gettarsi giù da un cancelletto a 150 km all’ora. La sindrome dell’impostore, dice, gli ha impedito a lungo di andare a prendersi il suo posto, innanzitutto scoprirlo, nonostante una vittoria in Alta Badia, un gigante parallelo dieci mesi dopo il suo esordio.

La casa d’infanzia di Sarrazin è a Montmaur, poco più di 500 abitanti ai piedi del Dévoluy, il massiccio incastonato tra Écrins, Diois e Vercors. L’Équipe è andato là per raccontare lo sciatore rivelazione del 2024, al quale stamattina dedica la prima pagina, dopo la vittoria sulla leggendaria Streif di Kitzbuehel, prima ancora che facesse il bis. Ai 900 metri sul livello del mare di Montamaur nevica raramente, e a mezz’ora di distanza, le località di La Joue-du-Loup e Super-Dévoluy non assomigliano per niente alle stazioni che sono fabbriche di campioni

Sarrazin ha iniziato a sciare nel minuscolo club Veynes. Quando alla fine di dicembre è tornato nel suo piccolo borgo per festeggiare la vittoria nella discesa libera di Bormio – la prima di un francese dai tempi di Adrien Théaux nel 2015 – uno degli istruttori gli ha chiesto come diavolo avesse sviluppato l’amore per la velocità partendo da Dévoluy. Lo racconta al giornale francese Anasie, la sorella minore, 25 anni, studentessa di infermieristica a Clermont-Ferrand. Dice che quando erano bambini partivano dai due pendii più alti, il Sommarel e la Pierra, mettevano i bastoncini degli sci sotto al braccio e chi arrivava per ultimo pagava il sacchetto dei dolci.

Cyprien è quello che chiamano uno spirito libero. La mitografia che in Francia si va componendo intorno a queste sue vittorie improvvise comprende certe passeggiate fatte attraverso i boschi all’età di 5 anni, trainando un carretto con gli sci costruiti da suo padre, in salita, fino alla vetta dell’osservatorio del Pic-de-Bure. D’estate andava in mountain bike e ancora la usa, meglio la bici dello sci di fondo, ne è convinto papà Laurent, amante della natura e delle scalate su due ruote, esiste un certo gusto familiare per le pendenze. Laurent racconta a L’Équipe che una volta da bambino, sarà stato in quarta elementare, a Orcières-Merlette Cyprien si fece male, le piste non erano ancora aperte al pubblico, su un dosso la tibia e il perone se andarono per conto loro, quasi a formare un angolo retto. È stato il momento in cui Laurent ha capito che doveva affidare Cyprien a un maestro vero, alla scuola di Champsaur. Era discontinuo, irregolare nei risultati, irruento, una volta andò a sbattere contro un fotografo durante un super-G a Pra-Loup. Un giorno un allenatore credette di aver capito tutto. Non ha ambizioni, disse, e lo mise fuori.

Un fallimento diventato una benedizione sotto mentite spoglie scrive L’Équipe. Sarrazin venne ammesso a Embrun, al secondo anno del liceo sportivo Honoré-Romane, dove conobbe due nuovi allenatori, Benjamin Melquiond e Kevin Page, decisamente più consapevoli del suo potenziale. Al coordinatore del liceo, Éric Briand, insegnante di educazione fisica e preparatore fisico, si spalancò il sorriso nel vedere come andava sugli sci, come andava in bici e come andava di corsa, nel mezzofondo soprattutto, tanto da meritarsi il soprannome di kenyano bianco [se nessuno si offende]. Un giorno partecipa a uno slalom gigante a Sainte-Foy e chiude con un tempo vicino a quello del vincitore, un certo Alexis Pinturault. Benjamin Melquiond insiste con i dirigenti della federazione: «Dovete prenderlo, questo ha il fuoco sotto gli sci». 

Oggi Melquiond gestisce un ristorante a Serre-Chevalier e al giornale francese aggiunge: «Era come un cane rabbioso, di un’agilità pazzesca». A ripensarci papà Sarrazin considera che aver preferito inizialmente le discipline tecniche alla velocità pura, forse ha salvato la vita al suo Cyprien. Era svagato, distratto, la testa fra le nuvole, nervoso, irritabile quando gli facevano notare un dettaglio da correggere, un atteggiamento da cambiare, una testa dura che «nascondeva la sua polvere sotto il tappeto». Che sarebbe stato di quel ragazzino, se si fosse subito lanciato verso valle, senza pali e paletti da dribblare?

 

Lo scorso inverno, con un inizio di gastroenterite sottovalutata, accettò di aprire lo slalom di Chamonix. Si sbloccò la schiena, dovette rinunciare ai Mondiali. Seduto sul divano davanti alla tv, giurò a sé stesso che non sarebbe mai più successo. È cominciato tutto là, quasi sempre le cose cominciano su un divano, anche se non ce ne accorgiamo mai. Sarrazin iniziò a lavorare con uno psicologo, contattò un terapista energetico e con un fisioterapista si diede a sperimentare esercizi per migliorare la visione periferica. «Un approccio personale – spiega adesso il padre – a volte contrario alle raccomandazioni della federazione». Cyprien aveva deciso di cominciare a valorizzare il suo lato anticonformista e selvaggio, anziché continuare a reprimerlo.

Risultato? Niente ferma Cyprien Sarrazin. Colui che in discesa fino a tre settimane fa non aveva mai vinto scrive Anthony Hernandez su Le Monde

Ora che è diventato un discesista fatto e benedetto dalla Streif, due successi consecutivi in due giorni, nel suo editoriale per L’Équipe Jean-Denis Coquard scrive che non esiste un posto migliore per battezzare un adulto. Kitz è il mito per eccellenza. La sfida che i più anziani offrono ai più giovani per integrarli nella confraternita dei temerari.

Sarrazin è il quinto francese ad aver vinto in Austria, dopo Adrien Duvillard padre nel 1960, Guy Périllat nel 1961, Jean-Claude Killy nel 1967, Luc Alphand tre volte. 

Il suo incredibile senso dell’accelerazione è una benedizione.

La Francia aveva celebrato il ritiro di Tessa Worley, ha visto Alexis Pinturault rompersi un ginocchio nella discesa di Wengen, nel pieno del suo tentativo di esplorare nuove terre, e si stava rassegnando a contare sul solo Clément Noël nello slalom. 

Stéphane Kohler su L’Équipe racconta che le immagini di Sarrazin resteranno a lungo nella memoria degli appassionati di sci, forse dello sport in generale. Un’impresa rara, inaudita, lascerà un segno indelebile nella storia dello sci francese. A differenza del giorno prima, sabato non ha commesso alcun errore, lasciando di stucco le decine di migliaia di spettatori radunati a fondo pista davanti al maxischermo. Leggero, incisivo, pieno di maestria nelle linee sotto un cielo azzurro e terso, su una neve un po’ più ghiacciata rispetto al giorno prima per le bassissime temperature (-18°) della notte, Cyp forse ha prodotto una delle più belle discese nella storia della pista.  Prima di lui avevano vinto qui per due giorni di fila Stephan Eberharter nel 2004 e Beat Feuz nel 2021. E se osassimo parlare di capolavoro?, si domanda il giornale francese. Lui dice: «Forse sono un artista! Taglio le curve, questo amo fare ed è quello per cui vivo». The Artist è proprio il titolo del giornale francese nelle pagine interne.

Sarrazin  è un dono, una lama di luce inattesa, un genio che esce da una lampada. Forse troppo tardi per i Giochi invernali in casa del 2030, ma i vincitori in discesa delle ultime due edizioni – Beat Feuz e Aksel Lund Svindal – avevano 35 anni. Johan Clarey, argento nel 2022 in Cina, addirittura 41. C’è ancora spazio e tempo per le follie dell’Impostore. 

 

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