Desiderare le imprese e poi non crederci. I record sono una faccenda di fede

Credo che i record siano ormai dentro il mio corpo

e che Dio mi abbia dato il talento necessario per tirarli fuori.

Carl Lewis

 

I Mondiali di atletica leggera si sono conclusi con tre primati del mondo, due dei quali nelle gare femminili a ostacoli, con tempi abbassati in una percentuale superiore alla media. Nello stesso giorno si è chiuso a Parigi il Tour de France con la media più veloce nella storia della corsa. Così, intorno a queste ultime imprese, è tornato il clima del dubbio. Perché facciamo tanta fatica a credere?

 

Il primo record incredibile nella storia arrivò quando l’uomo non esisteva ancora e nessuno poté stupirsi. Non c’era il pericolo che fosse cancellato dal vento fuori norma, perché non esisteva nemmeno il vento. Servirebbe un filosofo del linguaggio per stabilire se possiamo già dirlo un primato del mondo, perché a essere pignoli non esisteva nemmeno il mondo, quando la prima impresa contro la ragione produsse il cielo e la terra, e poi la luce, e così le tenebre, il firmamento, le acque, i germogli, le erbe, e tutto il resto che si sa. Dal vuoto al pieno, da niente a tutto in 8640 minuti: com’è possibile? Finanche l’invenzione del sesso al quinto giorno, e al sesto il bestiame, uomo compreso. «Unreal» avrebbe detto Sydney McLaughlin, se fosse toccato a lei vestire i pochi panni di Eva. Unreal come il suo 50.68 sui 400 ostacoli, di 73 centesimi più basso rispetto al tempo precedente: uno dei tre primati battuti ai Mondiali di Eugene. 

 

C’è sempre qualcosa di mistico nei primati sportivi che ci passano davanti, nei limiti che nessuno aveva mai superato prima. Invitano a un atto di fede in una realtà nuova. La narrativa e il cinema la chiamano sospensione dell’incredulità. Se hai dei dubbi, amico spettatore, fammi la cortesia di tenerteli muti in cuor tuo. Abbandonati alla meraviglia invece, the sense of wonder, alla «parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione una volontaria e momentanea pausa nel dubbio, che costituisce la fede poetica». Così diceva Coleridge, preso dalla speranza che il lettore avrebbe accettato i suoi fatti e i suoi personaggi sovrannaturali. Non aveva ancora visto niente, non aveva messo in conto Superman, Pippo Baudo a Sanremo e nemmeno Tobi Amusan in 12.12 sui 100 ostacoli a Eugene.

Un record del mondo è unreal quando «sarà la vostra fantasia a vestire di sfarzo i nostri re, a menarli dall’uno all’altro luogo, saltellando sul tempo», avverte Shakespeare nel prologo dell’Enrico V.  Saltellavano, eccome, le due campionesse tra gli ostacoli. Saltellavano sia sul tempo sia sulla pista dell’Oregon, mentre nelle stesse ore un danese di venticinque anni e di sessanta chili attraversava la Francia in bicicletta, correndo il Tour più veloce della storia, tremila km alla media di 42,102 all’ora, tre settimane tutte così. Unreal

 

    Se il campione è straniero, in genere il dubbio ci viene meglio. Qualcosa che non ci convince, fuori dai confini la troviamo sempre. E così McLaughlin si fa allenare dallo stesso coach di Florence Griffith-Joyner, quel Pogačar – mmm – frequenta in Slovenia certe compagnie, e Vingegaard non è forse un danese come Riis e Rasmussen? Per fortuna i nostri sono bravi e basta. Quelli che dubitano del primo record del mondo li chiamiamo atei. Che nome dobbiamo dare a noi stessi, quando la realtà dello sport si fa irreale?

To be-lieve or not to be-lieve, questo è il dilemma. I dizionari di etimologia riferiscono che la radice germanica leubh sta per il significato di prendersi cura, amare. Come dire che credere è prima di tutto desiderare.

Desiderare di farlo.

 

Se il desiderio cade, l’alternativa è trovarsi afflitti dalla sindrome della principessa triste, la condizione metaforica e suggestiva che si vive nella radicata sfiducia verso le persone, le relazioni, gli scambi, il confronto. Siamo rinchiusi nella torre di un castello, aspettando il Campione Ideale che la scali per conquistare i nostri cuori. Chi ci prova, il più delle volte finisce per essere mangiato dai coccodrilli dello scontento. Quando l’amore immaginato sperimenta la realtà, si corrompe. Desideriamo l’eccezionale, la storia, la favola. Desideriamo che il primato del mondo sia stratosferico, ma quando arriva è unreal. Desideriamo qualcuno che renda credibile l’incredibile Pogacar battendolo, ma quando appare Vingegaard, diventa unreal pure lui. Diffidare richiede uno sforzo enorme, secondo Milan Kundera. Più semplicemente, dice l’assurdo Totò, l’umano Totò, il matto Totò, la diffidenza rende tristi. Come le principesse. Allora la fede poetica di Coleridge svanisce e la fantasia non veste più di sfarzo i re, la caverna di Platone si ripopola di ombre. Vogliamo la realtà ma la vogliamo incantata. Sono realtà i primati del mondo? È realtà la perfidia del sudore su una salita al dodici per cento? A quegli ostacoli e a quelle scalate concediamo una luce intermittente come il cuore. Ma dobbiamo metterci in salvo, custodire il senso religioso e l’integrità cognitiva. Prima che la disperazione si svegli.

 

    | paesaggi Le scarpe di Tobi Amusan nei 100 ostacoli   Il primo a dubitare è stato Michael Johnson, l’uomo che dopo 17 anni tolse a Pietro Mennea il record del mondo sui 200 metri. Come racconta Ben Bloom sul Telegraph, non gli tornava il fatto che in una bizzarra serie di semifinali sui 100 ostacoli, ci fossero ben 12 atlete su 24 in grado di battere il primato personale. Tra loro pure Cindy Sember, scesa sotto il limite britannico che apparteneva a sua sorella, Tiffany Porter, e all’arrivo sinceramente stupita: correndo, credeva di essere andato piano. Tre semifinali in cui sono stati registrati cinque record nazionali, oltre al primato mondiale. Chi non se lo scorderà per tutta la vita è Megan Tapper, giamaicana. Ha corso in 12.52 ed è rimasta fuori dalla finale. Se avesse fatto questo stesso tempo nei tre Mondiali precedenti, avrebbe vinto tre volte la medaglia d’oro. Che diavolo è successo?

 

World Athletics sostiene che il nuovo sistema di cronometraggio portato dalla Seiko non ha inciso. Non c’entra. La federazione internazionale lo aveva scagionato dalle accuse pure qualche giorno fa, dinanzi alle polemiche seguite alla squalifica per la falsa partenza di Devon Allen, uscito dai blocchi con un millesimo di secondo in anticipo rispetto alla norma. Un ostacolista pure lui, ma è solo una coincidenza. 

Le scarpe, lo stiamo pensando tutti. Non solo lo pensiamo noi. Lo ha raccontato la stessa Amusan. Non è una figlia della tecnologia Nike ma dell’inseguimento della concorrenza. La prima nigeriana a vincere un oro nella storia dei Mondiali di atletica, ha corso con il modello Adidas Adizero, progettate però per la strada, per le corse sui 5 e i 10 km. Hanno la suola di carbone entro i limiti stabiliti anche per le gare in pista e la cosiddetta schiuma rimbalzante. Un approdo casuale, ha spiegato lei. Aveva una fascite dall’inizio della stagione e ha chiesto all’azienda: datemi un consiglio. Prova queste, le hanno detto, perché da catalogo «forniscono una corsa scattante e propulsiva, con un’elevata trazione e riducono l’affaticamento». Chi le ha portate per provare il tipo d’esperienza, racconta di avere la sensazione di scalciare alla fine di ogni passo. Oh, intendiamoci, chiarisce Sean Ingle sul Guardian, non c’è nulla di illegale, non con le attuali regole che fissano il limite per lo spessore negli sprint a 20 millimetri

 

Amusan cercava solo una suola più morbida e ha trovato un record del mondo. Il bello in questa storia non è sospettare, ma capire. Il suo 12.12 in semifinale, accompagnato da un 12.06 ventoso in finale, non può essere [solo] uno strabiliante exploit personale, altrimenti la povera Megan Tapper sarebbe almeno arrivata fra le prime otto. Un fattore diffuso dev’esserci. 

Victor Mather sul New York Times sottolinea che Amusan ha battuto il vecchio record di 12.20, detenuto dall’americana Kendra Harrison dal 2016, per 8 centesimi di secondo, un calo enorme in un evento che spesso si decide per margini più piccoli. I quattro record mondiali precedenti sui 100 ostacoli erano caduti rispettivamente di uno, quattro, uno e tre centesimi. L’ultima volta che un record è stato abbassato con un divario così ampio è stato nel 1980.

E poi. Possibile – si domanda – che tutte le ostacoliste abbiano corso contemporaneamente una gara di questo tipo? Amusan stessa si è migliorata di 28 centesimi in un colpo solo, rispetto al 12.40 già fatto registrare a Eugene, nella batteria del sabato. Anche quel miglioramento aveva rappresentato un margine sbalorditivo per una gara così breve.

Lo scetticismo di Michael Johnson ha avuto come conseguenza le critiche di razzismo verso la Nigeria. Lui si è difeso sui social dicendo: Come commentatore, il mio lavoro è commentare: mettere in discussione i tempi di 28 atlete, non una, chiedendomi se il sistema di cronometraggio funzionasse bene

Così, siamo qui che ci chiediamo se sia stato il cronometro, se le scarpe, se per caso non sia stata la pista. Eugene non dispone del manto super tecnologico creato in segreto per i Giochi di Tokyo 2020+1 dall’azienda italiana Mondo nel laboratorio italiano dell’italiana Asics, sponsor tecnico della federazione italiana. Resta una pista su cui – fra Mondiali, Trials USA e Diamond League – sono state realizzate:

 

100 femminili: 9 delle prime 15 prestazioni annuali, 3 delle prime 10 di sempre

200 femminili. 7 delle prime 10 prestazioni annuali, 3 delle prime 8 di sempre

100 ostacoli: 7 delle prime 7 prestazioni annuali

400 ostacoli: 6 delle prime 9 prestazioni annuali

 

Ecco, dice il New York Times che la nuova generazione di super scarpe sembra aiutare in particolare gli eventi a ostacoli. Sydney McLaughlin aveva al piede per esempio l’ultimo modello di New Balance. 

Era il 13 luglio, tredici giorni fa, ne mancavano due ai Mondiali. quando Romain Donneux per L’Équipe si dedicava a un ampio approfondimento sulle prestazioni con le scarpe di nuova generazione e al loro slittamento incontrollato

I 400 ostacoli – scriveva – hanno abbattuto record senza che nessuno sappia davvero cosa pensare”

Wilfried Happio, campione francese sui 400 ostacoli, raccontava quella mattina di aver risistemato il suo stile con dodici passi anziché tredici fra una barriera e l’altra, ma con le nuove scarpe non riusciva più a stargli dietro, andava troppo forte, con le nuove scarpe lui spinge e non tiene né il ritmo né l’intervallo. La stessa reazione confessata da Sasha Zhoya, neo primatista di Francia sui 110 ostacoli in 13.17. Addirittura raccontava a L’Équipe che gli pareva di andare così veloce da sentire «la sensazione di barare». Dove si fermerà tutto questo?, si domandava L’Équipe

Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta dello sport scrive oggi che nella Amusan c’è qualcosa che non torna, c’è qualcosa di anomalo. Un record del mondo in una semifinale iridata? Molto curioso. Nessuno poteva immaginare che la Amusan sarebbe arrivata a tanto. E certo qualche dubbio resta. Ufficialmente è tutto regolare. Nella realtà i sospetti non mancano

Neppure la storia delle scarpe lo convince. Anzi, nell’analizzarla aggiunge che i sospetti aumentano, per concludere con un: Sarà.

Se fossero le parole di un pezzo del Times su Jacobs, l’ambasciata italiana sarebbe già schierata contro la perfida Albione. 

 

    | artefici Le prospettive di Mondo (Duplantis) Emanuela Audisio su Repubblica aggiorna i numeri del saltatore con l’asta svedese, ricorda che è la 47esima volta che vola sopra i sei metri e sorpassa in questa classifica Bubka, l’ex zar dell’asta. 

Già mentre scendeva dal cielo esultava, con i suoi occhi da fauno, poi a terra la capriola di felicità e il bacio (lungo) alla bionda fidanzata, Desiré Inglander. modella svedese. E vai con un altro record del mondo assoluto, un centimetro alla volta, fanno 5 in tutto in poco più di due stagioni. Questo primato a 6,21 è una fionda spaziale, una costruzione da Nasa, la sintesi di un gesto che ha la velocità di uno sprinter, la forza di un giavellottista, l’elasticità di un saltatore in alto. Provateci voi se vi sentite atletici, a correre con una canna in mano, lunga più di cinque metri, pesante 25 chili, per infilarla con la punta in una cassettina a terra, profonda e stretta 20 centimetri, per farsi lanciare come una catapulta. Se si calcola che Bubka in 10 anni è migliorato di 29 centimetri e si concede lo stesso percorso a Mondo significa che può arrivare a saltare 6,46. Sarà nel 2030. Scrutate il cielo, voi che guardate. Mondo è un peso leggero, ha un fisico normale, 1,81 per 79 chili, l’hanno chiamato il Mozart dell’asta, perché non sapevano a chi accoppiare il suo talento precoce

 

pareri Il tecnico francese Gérald Baudouin su Duplantis

  ➣  Si è detto che ha passato l’asticella con 15 centimetri di margine…

«Quando guardiamo il fermo immagine, vediamo che il suo punto più alto, il bacino, è a 6,30 centimetri sopra la sbarra al suo attraversamento. Ma dietro, in discesa, possono essercene al al massimo uno o due, e questo non lo diciamo. Dopo di che, sì, è stato un salto molto netto. Ho l’impressione che abbia usato un’asta più dura, anche se non ne sono sicuro. Non sarei sorpreso se in futuro la cambiasse. È un salto che mostra come ci sia ancora spazio per futuri record mondiali».

  ➣  Fino alla mitica misura di 6.30?

«A queste altezze, 9 cm sono tantissimi. Sarà necessario trovare le giuste condizioni all’aperto, perfette, tra vento, temperatura ideale, non è così semplice. Ma questo salto a 6,21 apre un orizzonte su 6,30. Ci sono margini di miglioramento».

  ➣  Quali?

«Può ancora migliorare la sua velocità di decollo, il suo posizionamento e la precisione dei suoi allineamenti. Se riuscirà a progredire in questi elementi arei, sarà in grado di salire un po’ più velocemente e ricevere ancora più ritorno dall’energia dell’asta. A breve oppure a medio termine, i 6,25 sono possibili. È giovane, ha 22 anni, alla lunga non so come farà a digerire tutto questo, ma penso che tra qualche anno potrà guardare ai 6 metri e 30».

  ➣  Come definiresti lo stile Duplantis?

«Quando lo vedi saltare, hai meno sensazione di potenza rispetto a Bubka. Renaud Lavillenie, nel suo periodo di massimo splendore, quando ha battuto il record mondiale, aveva più flessione, era molto più esplosivo. Lui è a metà strada tra i due. Si vede che sprigiona potenza e velocità, ma con un po’ meno esplosività. Salta con grandi aste. Usa un’asta con indice di durezza da 11,06 mentre Bubka aveva una 10,08 o una 11. È più leggero di Sergej. Significa che ha una prestazione, un rapporto peso/potenza superiore. Questa è la sua forza»

  ➣  Emana un’impressione di fluidità…

«Quando vedi un salto di Duplantis, ti dici che forse potresti farlo anche tu, con un po’ di allenamento. Invece non accadrà mai. Fluido mi piace come definizione. È come Federer nel tennis, dove sembra che ogni suo colpo arrivi senza fatica. Bubka era Nadal. Mondo è la bellezza del gesto. È tecnicamente perfetto rispetto all’impegno fisico che riesce a metterci. Così sembra alla portata di tutti». intervista di romain lefebvre, L’Équipe

 

I record del Tour de France

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

    «Siamo completamente puliti, ognuno di noi, nessuno ha assunto qualcosa di illegale. Il nostro punto di forza è la preparazione e lo studio che c’è dietro: di materiali, alimentazione, allenamento». Dovete crederci, ha quasi gridato Jonas Vingegaard per allontanare i sospetti maliziosi che ormai si sollevano dinanzi a ogni vincitore di un Tour de France. Wout Van Aert, suo compagno di squadra, è stato più dritto: «Questa sono domande di merda. Dobbiamo giustificarci per il fatto che andiamo forte? Abbiamo passato mille controlli durante l’anno. Lavoriamo duro, il ciclismo è cambiato». 

Ieri mattina, Marco Bonarrigo sul Corriere della sera spiegava dati alla mano come ci sono molte ragioni per cui forse possiamo fidarci. La sconfitta di Tadej Pogacar, per cominciare: Tadej ha esagerato (nelle corse di primavera e qui, sprintando in modo seriale su ogni traguardo) e ha pagato. Jonas Vingegaard ha stupito ma non sconcertato. Che il danese fosse un enorme talento infatti si sapeva, dietro al suo successo ci sono una squadra di coesione e talento irripetibili e una preparazione maniacale, finalizzata solo a questa corsa. Vero che Vingegaard sull’Hautacam ha avvicinato dopo 20 anni il dopatissimo Armstrong (36’34” contro i 36’19” dell’americano) ma vero anche tra il 1994 e il 1996 almeno dieci improbabili mutanti impiegarono fino a due minuti in meno del danese, con bici più pesanti, allenamenti più approssimativi e controlli assenti

Quanto a Van Aert, due tappe vinte in volata, una a cronometro, impressionante in salita da spalla di Vingegaard verso Hautacam, Bonarrigo scrive che non funziona a pile atomiche: i suoi 95 minuti di ritardo da Vingegaard in classifica generale ci fanno capire che tra un’impresa e l’altra si è debitamente riposato, selezionando gli obiettivi. Quando si mette davanti al gruppo e tira alla morte, il belga fa la stessa fatica di chi è a ruota a centro gruppo..

Laurent Vergne su Eurosport si domanda: Possiamo portare una maglia gialla a Parigi senza passare dalla casella del doping?

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.