▻ L’Italia di Mancini ha perso due volte in 42 partite nell’arco di tre anni e mezzo. Non può essere un dettaglio stamattina, nemmeno se una di queste due sconfitte la terrà fuori dai Mondiali. Interpretare nel modo giusto un appuntamento decisivo è nello sport un segno di qualità. È la differenza tra una grande squadra e un’altra più comune, la caratteristica che marca la distanza tra i fuoriclasse e gli atleti normali. Eppure, la Nazionale battuta a Palermo dalla Macedonia del Nord – 67esima formazione del ranking FIFA, 61 posti più in giù di noi – era per otto undicesimi uguale a quella che in estate usciva carica di gloria da appuntamenti non meno tremebondi in Wembley, e contro avversarie più forti. Un nono giocatore di quegli undici, il capitano, è entrato un attimo prima di prendere il gol decisivo da Aleksandar Trajkovski, un ex del Palermo, con un figlio nato a Palermo.
Questo allora bisogna chiedersi stamattina, prima d’ogni altra cosa. Com’è possibile passare con gli stessi uomini, lo stesso stile di gioco, lo stesso bravo allenatore, da un successo così grande a un fallimento così amaro?
Boh. Dopo gli esorcismi inutili di ieri mattina sugli Undici Luglio e i Mondiali saltati di fila, la risposta più sincera sarebbe boh, ma una volta Karl Kraus ha detto che il giornalista è quello che, dopo, sapeva tutto prima. Lo impari subito, nel mestiere, che dire non lo so è un segno di debolezza. Si può mai dire boh? Qualche colpevole ci sarà. Cerchiamolo. Anche se ieri mattina erano tutti eroi. Anche se ce l’abbiamo messa tutta, siamo orgogliosi di avercela messa tutta, noi ce la mettiamo sempre tutta. Sarà che Donnarumma non ci è arrivato. Sarà che Chiellini si è voltato, Sarà che le seconde palle, i quinti, le coperture preventive. Sarà che Immobile con questa maglia non segna, sarà che Insigne non dribbla. Sarà allora colpa del campionato, se il migliore è stato Verratti, nemmeno un minuto della sua carriera trascorso in serie A, il solo italiano che sarebbe titolare in tutte le squadre del mondo. Oppure di Mancini Gianluca per i crampi e di Mancini Roberto per i cambi. Cinque anni fa contro la Svezia tutti a dire al Ct: ma Insigne, quando lo mette. Cinque anni dopo tutti a pensare del Ct: ma Insigne, quando lo toglie. Tutto il tridente d’attacco è uscito a un quarto d’ora dalla fine. Un atto di sfiducia bello e buono, con i supplementari alle porte, un’ammissione di colpa, un attacco di panico, avendo in panchina molte riserve di mezza taglia e l’attaccante, naturalizzato, della quartultima in classifica, quel Joao Pedro con il resistibile passo di un gol negli ultimi tre mesi. Sedevano invece in tribuna tutti insieme Belotti, Zaniolo e soprattutto Scamacca, il centravanti più in forma, 7 gol segnati nel 2022, quattro nelle ultime cinque partite, infortunato poco prima del via. Tanto si sa che chi non c’è, ha sempre ragione. Tranne Balotelli.
Boh. Sarà forse che l’Italia ha giocato la più tipica delle partite con la paura addosso, di quelle che aggiungono un chilo di piombo alle gambe ogni minuto che passa. Tieni la palla e non succede niente. Non succede niente e ti innervosisci. Ti innervosisci e non sei più lucido. Non sei più lucido e sbagli un gol. Sbagli un gol e loro lo fanno.
la partita | “Se si esclude Verratti, che purtroppo sa fare tutto tranne che i gol, a Palermo la tendenza generale è stata quella di cercare sempre un compagno al quale affidare la responsabilità dei palloni pesanti. Nelle situazioni – crescenti col passare dei minuti – nelle quali un azzurro entrava in area palla al piede cercando l’assist, o almeno la sponda per il triangolo, gli attaccanti sembravano nascondersi dietro ai difensori macedoni. E non è accettabile che i campioni d’Europa non sappiano mantenere la calma nell’area rivale, non riescano a ragionare sotto pressione. Non è credibile che non sia stato battuto in modo decente un solo corner, dei mille tirati. Ci ha tradito persino Berardi, Il fatto che l’attaccante del Sassuolo, anziché calciare con forza nella porta vuota, abbia tirato una mozzarella che il portiere è riuscito a recuperare senza nemmeno troppo affanno, dice tutto della pesantezza psicologica che ha schiacciato l’Italia” – di paolo condò, la Repubblica
Finito y chiuso, avrebbe detto Boskov.
Ma forse non è neppure questo, alla fine. Queste sono le minuzie, sono i passaggi spesso casuali che capitano in ogni partita di pallone. Gli errori veri sono i mancati interventi sulle cause dalle quali certi dettagli vengono generati.
Uno: perché siamo arrivati agli spareggi?
Due: come sono stati preparati?
Al povero Jorginho toccherà veder legato per sempre il suo nome alla Svizzera, come Roberto Baggio a Pasadena. Eppure volevamo tutti dargli il Pallone d’oro. Prima dei due rigori sbagliati, ci sono stati 27 tiri in porta contro i 4 della Bulgaria, e un gol appena. Ce ne sono stati in seguito 12 a Belfast per uno 0-0, altri 21 nelle due partite con la Svizzera. Alla Bulgaria bastò calciare due volte per segnarne uno, come è successo alla Macedonia ieri sera, nonostante il 34% di possesso palla contro il 66% dell’Italia, l’Italia dei 565 passaggi e dei 32 tiri. La fine dei giorni della magia, della pastasciutta, dei rosiconi, della zuppa inglese, dei campioni siamo noi.
le avvisaglie | Alberto Cerruti su Calciomercato alla vigilia della partita di ieri aveva scritto: “Questa tappa forzata della squadra di Mancini rappresenta già un fallimento per il c.t. e i suoi azzurri”.
Ricordava che i play-off di Ventura maturarono per il secondo posto in un girone che comprendeva la Spagna. Questi sono arrivati dopo quattro partite su cinque pareggiate.
“Una pareggite non nuova, perché l’Italia all’Europeo ha stabilito un record al proposito. Mai nella storia del calcio una nazionale aveva vinto un titolo pareggiando tre gare su quattro a eliminazione diretta nei 90’. È stato giusto festeggiare, ma è stato ed è ancora sbagliato pensare che l’Italia sia stata più forte degli avversari. Ripetere, come fa Mancini, che bisogna ritrovare lo spirito di Wembley, quindi, è uno slogan tanto facile quanto inutile. Nel calcio, infatti, il passato anche recente non conta e ci sono molti esempi che lo dimostrano. La squadra di Wembley – scriveva Cerruti – non c’è più, come si può constatare guardando i nomi dell’improvvisato quartetto difensivo di stasera. Tutti gli avversari vanno temuti, a maggior ragione quelli che sembrano inferiori, per cui prima di pensare al Portogallo o alla Turchia è meglio pensare a battere la Macedonia del Nord, sfatando anche la cabala, perché quel suffisso “Nord” storicamente non ci ha mai portato fortuna. L’Irlanda del Nord, prima di bloccarci sullo 0-0 nell’ultima gara di qualificazione, ci aveva negato la partecipazione al Mondiale del 1958. La Corea del Nord ci ha sbattuto fuori in modo clamoroso al Mondiale del 1966”.
La storia del calcio italiano è chiara. Un Mondiale vinto battendo Argentina e Brasile, un altro in casa della Germania, un Europeo in casa dell’Inghilterra. Quel che manca sono le sconfitte epiche. Ne abbiamo una collezione di grottesche. Le Coree del 1966 e del 2002, il Cipro del 1984, la Nuova Zelanda e la Slovacchia del 2010, la Costa Rica nel 2014, mettiamoci pure questa Macedonia del 2022. Dopo Berlino 2006 passeranno dunque almeno 20 anni prima di rivedere l’Italia a un ottavo di finale. Sìamo nei pressi del periodo buio vissuto tra il 1950 e il 1966, nato con il drammatico azzeramento della generazione di Superga. Fanno 6 partite in 4 Mondiali, la metà delle quali perse.
panorami La differenza con luglio | Bisogna dirselo. Wembley è stata una parentesi. Per il risultato, per la personalità. Non averla raccontata in quanto tale, nell’ubriacatura sportiva del 2021, è stato il peccato originale. Così, abbiamo letto che avremmo potuto battere gli inglesi tutti i giorni e che la serie A non era lontana dalla Premier. Ora leggeremo che gli stranieri hanno invaso il campionato, ma l’avevano invasa anche a luglio, non più che in altri Paesi qualificati per i Mondiali. Leggeremo che i giovani non giocano, eppure adesso giocano più di prima, in squadre dove lavorano allenatori più coraggiosi e progressisti rispetto a un anno fa. È la reale eredità degli Europei. Leggeremo che i procuratori sono troppo potenti e che i calciatori guadagnano troppo: ma neppure questo elemento era assente dalla scena prima di Italia-Belgio, Italia-Spagna e Italia-Inghilterra. Leggeremo che servono le riforme – e magari servono, per carità – ma il pallone agli Europei entrava in porta pure senza quelle.
La sola grande differenza tra allora e oggi consiste nel fatto che quella straordinaria parentesi maturò strappando i giocatori al loro contesto quotidiano, estirpandoli, facendoli diventare una squadra oltre le loro stesse squadre, nella fortunata combinazione tra l’estate vuota di impegni dei club e il clima del Paese che cercava da qualche parte una luce.
Tutto è precipitato quando sono tornati nei loro centri d’allenamento. Quando è stata rigettata l’ipotesi di iniziare il campionato una settimana prima per arrivare più rodati alla Bulgaria. Quando sono ricominciati i dolorini e gli acciacchi per lasciare in anticipo i ritiri, i raduni e le finestre degli impegni in azzurro, pensando all’anticipo del sabato e al posticipo della domenica sera. Quando la Nazionale ha smesso d’essere la squadra delle bandiere ai balconi, ed è tornata una parentesi fastidiosa tra una giornata e l’altra per lo scudetto. Quando i campioni d’Europa sono rientrati nel contesto tossico delle puntuali sconfitte in Europa. Quando sono precipitati di nuovo nel panorama a cui una Nazionale è ancora estranea, estranea alla dimensione di questo gioco come fosse un’appendice della Borsa, con la lettura di ogni suo fenomeno in chiave economica-finanziaria.
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Ecco quando è successo, tutto è svanito all’uscita dalla bolla di luglio, un attimo dopo l’abbraccio tra Mancini e Vialli, il poster del calcio senza scopo di lucro. Ogni ritorno successivo dal Ct è stato a tempo determinato, un tempo al quale presentarsi con la prima raccomandazione del proprio direttore sportivo di non farsi male, perché lo stipendio te lo paghiamo noi. Il virus FIFA lo abbiamo chiamato in questi anni sui nostri giornali, delegittimando il valore degli impegni delle Nazionali, incolonnando parole di irritazione per le soste, per la Nations League, uffa c’è Italia-Bulgaria.
Esatto, c’è Italia-Bulgaria, e il nostro uffa non vale per la Bulgaria. Né per la Macedonia. Così ai Mondiali alla fine non ci vai. La proposta lanciata da Slalom a metà novembre di rinviare la giornata di campionato del 20 marzo a questo mirava. Consegnare i giocatori a Mancini in anticipo, non quattro giorni prima dalla partita. Avrebbe consentito di ricreare una connessione con l’Italia di Wembley. Ma vera. Non tanto per i riti sciocchini delle canzoni sul pullman (vanno bene anche quelli, eh), ma per curare i mezzi infortuni con il proprio staff, per non subire situazioni gestite altrove, per fare silenzio sul resto. Di Lorenzo si è infortunato sabato in un Napoli-Udinese che si poteva far passare alla storia del calcio anche con 14 giorni di ritardo. Immobile è arrivato dopo un derby che gli avrà ucciso il morale. Pessina alle 22.40 di domenica era ancora dentro lo stadio di un Bologna-Atalanta. A far che? Rinviare la giornata avrebbe marcato una priorità. Invece il calcio italiano non ha avvertito la qualificazione ai Mondiali come il traguardo più importante per tutti del 2022. Peccato. Ora almeno i suoi dirigenti – senza eccezioni – ci risparmino le interviste in cui si dicono addolorati e indicano soluzioni. Non ne hanno.
ripartire | “La prima cosa da evitare adesso è il Grande Gesto di Mancini. Non servono martiri adesso, e nemmeno gentiluomini esasperati. Dico a Mancini che non è colpa sua. Che sarebbe un sacrificio inutile. Se vuole andarsene, vada, se qualcuno lo vuole cacciare, lo cacci. Ma il suo dovere è con la gente, un rapporto costruito in decine di partite senza sconfitte, di radicamento, perfino di tanta retorica, tutto ha sempre detto che non era per una notte, che è giusto andare avanti. La sua Italia è stato l’unico successo in mezzo a dodici anni di sconfitte e beffe terribili di tutto il nostro calcio. Non ricominciamo sempre da capo. Siamo dentro un momento così confuso da non poter dare torto o ragione a nessuno. Nessuno, Mancini, costruisce più. Tutti scappano. Lei ha un contratto, lo rispetti. Noi capiremo. Se ricominciamo da uno possiamo arrivare al secondo scalino, poi forse al terzo. Abbiamo appena capito che lei non è una garanzia. Nessuno ci può salvare, abbiamo solo bisogno di un nuovo inizio. E abbiamo noi il diritto di scegliere, non lei. Questa è la vera responsabilità.”. – di mario sconcerti, Corriere della sera
Non ha soluzioni nemmeno Gabriele Gravina, con il suo carico di imputazioni. Non deve dimettersi perché l’Italia non andrà ai Mondiali, come chiederanno presto i suoi avversari politici, ma non può nemmeno parlare come se fosse un passante, un estraneo che con questo smarrimento non c’entra nulla. Se non c’entra nulla, allora cosa ci fa tra noi? Il presidente Abete se ne andò dopo l’eliminazione precoce ai Mondiali brasiliani, quando pareva uno smacco non qualificarsi agli ottavi. Carlo Tavecchio fu spinto fuori dalla federazione dopo il disastro del 2017 con la Svezia. Non per questo Gravina deve seguire lo stesso percorso. Non è mai elegante chiedere le dimissioni di qualcuno. Le dimissioni si offrono, non si esigono. Sono un atto spontaneo di dignità. Non si è mai tutti uguali dinanzi all’impotenza o nel momento in cui è la coscienza che parla. Amiamo Muhammad Ali quando non va in Vietnam a costo di rischiare la prigione e lasciando la corona di campione dei pesi massimi sul tavolo, ma certo non si può pretendere la stessa protesta da ogni pugile. Gravina galleggerà ancora con il suo grigiore e il sostegno di buoni amici sulla propria poltrona, una delle molte che occupa, tutto immerso nelle lotte di potere con la Lega, alla quale però non riesce a imporre mai nulla, né uno statuto che la faccia funzionare meglio, né gli indici di liquidità per tenere i conti in regola, nemmeno una banale sosta del campionato. È per questa frustrazione che dovrebbe sentire il bisogno di andarsene, non per i Mondiali.
Un ruolo è solo una mostrina, quando non incidi e non puoi davvero esercitarlo.
Ma se non sei Muhammad Ali, come lo puoi diventare?
Stamattina è tutto buio. Un grande boh. Le ultime fotografie dell’Italia a un Mondiale rimarranno almeno fino al 2026 il gol di Godín segnato a Buffon e il morso di Luis Suárez a Chiellini.
Ma coraggio, che presto arriva il calciomercato.
leggi anche La solitudine della Nazionale nel sistema del calcio italiano
Slalom 22 marzo 2022
panorami I commenti di stamattina
◇ Paolo Brusorio, la Stampa: “L’Italia è fuori dal Mondiale per la seconda volta di fila. Il nostro calcio sprofonda e questa volta proprio non ce l’aspettavamo. Comunque non qui a Palermo e contro la Macedonia. Puf. Evaporati come una bolla di sapone i campioni d’Europa. Ce la siamo andata a cercare, siamo finiti nell’angolo da soli, ma questa sconfitta è il punto più basso del nostro calcio. L’Italia vista qui a Palermo non è neanche una brutta copia di quella che ci ha esaltato, non la ricorda proprio per nulla”.
◇ Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport: “Vi avevano spiegato che comunque fosse andata, non sarebbe stata l’Apocalisse di Ventura, perché siamo campioni d’Europa, perché abbiamo un progetto tecnico solido e bravi giovani per ripartire. Lo confermiamo, ma se non è l’Apocalisse, ci assomiglia tremendamente e fa tanto male. Consolate i bambini che diventeranno grandi nell’attesa di un altro Mondiale con l’Italia dentro”.
◇ Ivan Zazzaroni, Corriere dello sport-stadio: “L’anagramma di Macedonia è Demoniaca, e potrei non aggiungere altro. Abbiamo giocato novanta minuti contro noi stessi potrei fare l’elenco dei giocatori fuori condizione, ma a cosa servirebbe ora? A Wembley parlammo di miracolo e oggi ci rendiamo conto che lo fu realmente. Siamo in un incubo sportivo e sociale, e in autunno sarà anche peggio: resteremo senza campionato per quasi due mesi, condannati a veder giocare gli altri, una maledizione dentro un’altra”
◇ Franco Ordine, il Giornale: “È tutto il calcio italiano che da ieri sera retrocede pericolosamente e che scivola verso una crisi che deve portare a molte riflessioni e a qualche decisiva riforma per il futuro”
◇ Stefano Barigelli, la Gazzetta dello sport: “Il calcio italiano è rimasto la periferia di quello evoluto”
◇ Fabrizio Roncone, Corriere della sera: “La prima cosa che viene da scrivere, a caldo, è che con un po’ di onestà intellettuale dovremmo però ammettere di essere stati comodi dentro il suo struggente inganno: Mancini ci ha fatto vincere il campionato Europeo – lui: da solo – lasciandoci credere di essere davvero pieni di luce, forti, a tratti irresistibili. Ci ha trascinati nel suo mondo pieno di ambizione e orgoglio, ottimista, prepotente quasi per destino”.
◇ Xavier Jacobelli, Tuttosport: “Il calcio sa essere tremendo ed è capace di castigare in modo tanto beffardo anche i campioni d’Europa. Ora bisogna assolutamente ripartire da Mancini. È l’unico in grado di farlo, anche se la delusione gli pesa addosso come un macigno. Come pesa addosso a tutti noi. Eppure, ora più che mai la Nazionale ha bisogno di questo ct”
◇ Leo Turrini, il Resto del Carlino: “Qualcuno dovrà pure assumersi la responsabilità di spiegare come sia stato possibile sperperare in pochi mesi il patrimonio di credibilità di una nazionale laureatasi campione d’Europa. Tocca certo a Mancini offrire uno straccio di risposta: fra presunzione e brandelli di sfortuna, si consuma un fiasco epocale. Abbiamo parlato per mesi del Portogallo. Avremmo fatto meglio a non considerare la Macedonia alla stregua di un banale allenamento”
◇ Alessandro Barbano, Corriere dello sport-stadio: “Il ct è stato costretto dagli eventi a scommettere su una memoria, quella del successo europeo. Ma il successo non è congelabile. Presuppone una continua messa in discussione degli equilibri. La Nazionale non ha vinto a Wembley per caso, ma per merito. Tuttavia non era una squadra imbattibile e si portava dentro alcune contraddizioni che la coesione del collettivo aveva nascosto. Ma che richiedevano di essere risolte. Le egemonie devono evolvere, altrimenti le loro impalcature crollano e viene giù il Palazzo”
◇ Giulia Zonca, la Stampa: “Viene giù tutto dentro uno stadio pieno che si ritrova muto. La qualificazione, il calcio italiano, i gufi e i gufetti che tanto ora non avranno più niente da demolire. L’unica certezza è che esiste una generazione senza Mondiali, ragazzini che non li hanno mai visti, giocatori che non li hanno mai vissuti ed è pure peggio dell’ultima volta in cui è successo”
◇ Maurizio Crosetti, la Repubblica: “Lo speaker ha urlato più volte “Noi siamo i campioni d’Europaaa” e sullo schermo passavano i gol della magnifica, remotissima estate. Chi siamo adesso? Cosa siamo diventati?”
◇ Aldo Cazzullo, Corriere della sera: “È la Caporetto del nostro sport. Ieri nei momenti cruciali avevamo in campo l’attacco del Sassuolo. Buoni calciatori, ma del tutto privi di esperienza internazionale. E forse lo stesso Mancini, dopo la divina sorpresa in Inghilterra, ha perso concentrazione, e si è compiaciuto troppo di se stesso”.
◇ Andrea Sorrentino, il Messaggero: “Siamo guidati da una generazione di dirigenti che ci ha condotti a questo disastro, incapaci di porre rimedio alla caduta: non riducono le squadre della A, non risolvono le annose questioni tra Figc e Lega, né assistono i settori giovanili dei club, come avviene in Francia e Inghilterra. Intanto i club vanno a picco e sono in deficit, ma il denaro continua a scorrere impetuoso sui conti correnti di tutti i protagonisti”.
◇ Tony Damascelli, il Giornale: “La Lega di serie A è l’espressione di una miopia manageriale, l’egoismo di dirigenti di nessuna perizia internazionale, di lingua e frequentazione, ha portato a volgari sceneggiate da assemblea condominiale, dove ha prevalso l’interesse personale a quello del movimento. La stessa federazione si muove ancora con criteri datati, un ambiente burocratico, di scarsa elasticità e di singolari scelte”.
◇ Francesco De Luca, il Mattino: “Nell’Under 21 che sta disputando le gare di qualificazione all’Europeo di categoria vi sono appena 12 su 27 calciatori che giocano in serie A. Dice niente questo? E c’è tanto altro da fare, a cominciare dalla pulizia dei bilanci delle società: basta con plusvalenze farlocche, i club che non riescono a mettere a posto i loro conti devono uscire di scena. È il momento di decisioni forti”
◇ Gigi Garanzini, la Stampa: “L’Italia ha davvero ballato una sola estate”
◇ Paolo Condò, la Repubblica: “Non tutti l’hanno capito, ma la Nazionale era la ciambella di salvataggio alla quale aggrapparsi in questa fase difficile. Una base sicura nella quale riorganizzarsi per ripartire, altro che un fastidio (come è stata vissuta dalla Lega). Ci risolleveremo, è sempre successo: ma scordiamoci che succeda presto”.
binocoli L’Italia vista dall’estero
L’Equipe dedica alla mancata qualificazione dell’Italia la sua prima pagina, “un’Italia perduta nel deserto”. Mélisande Gomez sottolinea che Donnarumma “ha iniziato la sua carriera da professionista a 16 anni e dovrà aspettare fino almeno i 27 per assaporare il profumo di questa competizione”. Parla di goffaggine degli attaccanti, e ricorda che “era la partita che Roberto Mancini temeva, per molto tempo la Macedonia è sembrata troppo limitata per permettersi l’impresa, ma gli italiani conoscono il calcio troppo bene per non sapere che le occasioni mancate finiscono per essere pagate caro. Bisognerà trovare una rotta e non disperdere il buon lavoro fatto prima e durante l’Europeo. Gli italiani lo hanno imparato bene in questi anni: quando tocchi il fondo, puoi sempre rialzarti. E cadere di nuovo, purtroppo”.
Per il giornale francese, i peggiori sono stati Immobile e Barella: 3 in pagella.
“Aveva la fiducia di Mancini ma non è bastato – si legge del centravanti – in Nazionale ha sempre mostrato i suoi difetti. Già sfortunato titolare contro la Svezia nel 2017, ha fallito una seconda volta nello spareggio, troppo prevedibile nei movimenti, troppo lento per non essere contrastato una seconda volta”. Su Barella l’Equipe si domanda: “Dove è andato l’instancabile centrocampista con quel motorino che lo faceva correre ovunque? Il centrocampista dell’Inter era spento, senza energie. Non ha mai pesato, manca di vivacità e di precisione”.
Il Times titola: “La gloria di Wembley è una memoria lontana”, mentre per Diego Torres su El País in Spagna si tratta di un descalabro mundial, un disastro mondiale.
⎼ [S] Un’ultima cosa forse andrebbe detta. Riguarda questa retorica del carro che ci accompagna da qualche tempo e ancora ci accompagnerà. Salire sul carro, un tempo, era un modo di dire dispregiativo, riservato a chi si aggregava per un festeggiamento inatteso. In sociologia si chiama bandwagon effect, il bisogno di sentirsi parte di un gruppo vincente, la necessità di omologazione alla maggioranza. Gli americani dicono: jump on the bandwagon. Saltare sul carro dove sta suonando la band durante una parata, per godere cioè di una vista esclusiva.
I tempi cambiano, le mamme invecchiano e ora il disprezzo cambia verso. Travolge chi scende dal carro, chi osa avanzare una critica all’eroe caro alla folla. Anzi. Se per caso sta passando il carro della banda e non ti sei affrettato a salire, allora sei un disfattista, un rompicoglioni, oppure uno snob, arido, brullo, malmostoso.
È curioso come a pochi venga ormai la voglia di non appartenere a nessun carro, e di starsene in disparte in compagnia solo delle parole, liberi, a guardare come vanno le cose nel mondo.