La Corte australiana ha dato ragione a Djokovic, ma non è detto che sia finita qui

La Corte australiana ha dato ragione a Djokovic, ma non è detto che sia finita qui

 

 ▻  Intorno alle sette e mezza del mattino, Novak Djokovic ha vinto la sua prima partita a Melbourne. Che si tratti di un set o del match, questo non è chiaro. Il giudice Anthony Kelly ha giudicato illegale la cancellazione del suo visto e ha disposto la sua liberazione dal Park Hotel, il centro di detenzione per l’immigrazione irregolare. Se fosse finita qui, sarebbe facile. Dentro una storia che si è attorcigliata in un conflitto di competenze tra lo Stato di Victoria e il governo federale, con una enorme zona d’ombra sul comportamento di Tennis Australia, ora entra in scena una nuova contrapposizione tra potere esecutivo e potere giudiziario. Il governo australiano può fare ricorso e disporre in ogni caso il divieto di ingresso sul territorio al tennista più forte del mondo. Se aspettavamo stamattina per avere una certezza sulla sua partecipazione all’Australian Open che inizia nella notte di domenica prossima, la certezza ancora non c’è. 

 

    L’udienza è cominciata venti minuti prima dell’una di notte, con poco più di un’ora e mezza di ritardo, dopo aver risolto alcuni problemi tecnici allo streaming. Giorgia Mecca raccontava su Sky Sport che nell’attesa della sentenza, il Tribunale di Melbourne aveva pubblicato le osservazioni del ministro degli interni in risposta a quelle del giocatore serbo. “Il governo – diceva – ribadisce che l’infezione da Covid non è una motivazione sufficiente per ottenere l’esenzione medica e che Djokovic non ha fornito ulteriori prove evidenti di controindicazione al vaccino. Come si legge al punto 64, non esistono garanzie di ingresso da parte di un non cittadino australiano nel Paese. Esistono infatti criteri per l’ingresso e ragioni per cui il visto può essere annullato o rifiutato. Nonostante a Djokovic sia stato confermato che le sue domande soddisfacevano i requisiti per poter viaggiare in Australia senza quarantena, il Ministro degli interni ha il potere di verificare le prove e di cancellare il visto. In conclusione, si legge nel documento, la domanda di Novak Djokovic deve essere rifiutata”. 

Ma era solo la posizione di una delle parti. “In un altro passo importante di questo documento – sottolineava Mecca – il Governo ribadisce la propria facoltà di annullare il visto anche nel caso in cui il tribunale desse ragione a Djokovic e revocasse la prima cancellazione del visto”. Quello che appunto sta succedendo ora. 

 

 

Mentre il boss del torneo e della federazione, Craig Tiley, dava un’intervista a The Age per ribadire che «abbiamo dato tutte le informazioni che avevamo ai giocatori», all’una e un quarto ha iniziato a parlare l’avvocato di Djokovic, Nicholas Wood. Avrebbe tenuto la parola per tre ore. Ha esordito sostenendo che i funzionari di frontiera non hanno notificato adeguatamente la loro intenzione di annullare il visto. Prima di farlo, l’Australian Migration Act prevede che i funzionari debbano concedere tempo sufficiente alle persone coinvolte per rispondere in modo appropriato. Nessuna delle leggi australiane – questa la linea difensiva – afferma esplicitamente che le persone non possono entrare in Australia a meno che non siano vaccinate, né che debbano fornire tale prova. Su questo punto, hanno segnato il loro primo successo. Il giudice Anthony Kelly si è detto d’accordo. 

Dopo alcuni problemi tecnici alla trasmissione, la seduta è tornata in streaming intorno alle tre di notte, quando Wood ha ribadito che Djokovic ha un certo livello di immunità naturale per aver recentemente contratto il covid, così che la vaccinazione non era consigliabile, avrebbe avuto un’utilità limitata, anzi, con possibili rischi di effetti avversi. Questo è il motivo della richiesta di esenzione temporanea dal vaccino. Dieci minuti dopo le tre, a Djokovic è stato concesso di lasciare il Park Hotel, per seguire l’udienza da un altro luogo. Il governo australiano è intervenuto per soli trenta minuti e poco prima delle sei del mattino le parole del giudice Kelly avevano indirizzato l’esito da un’altra parte, quando alla fine della prima parte dell’udienza ha detto: «Cos’altro doveva fare quest’uomo per entrare in Australia?». 

La cronaca via Twitter della giornalista australiana Karen Sweeney ha aiutato a fare chiarezza su quanto stava accadendo. L’ordinanza del tribunale sull’espulsione di Djokovic era in scadenza alle 6 del mattino ora italiana. La prima decisione è stata approvare una proroga alle 10, per consentire al pm di preparare nuove argomentazioni.

Alle 6 e 10 il preside della Thomas More Law School, il professor Patrick Keyzer, ipotizzava che fosse alle porte un decreto di espulsione per Djokovic, dopo aver letto le presentazioni delle parti. Alle 7 e un quarto una nuova evoluzione, quando il Guardian riferiva che Djokovic era arrivato in aula, e alle 7 e 28 la sentenza: il giudice della Corte federale Anthony Kelly ha ordinato l’immediato rilascio dalla detenzione dopo aver annullato la decisione del governo federale di cancellare il suo visto di ingresso nel paese. Il ministero dell’Interno è stato condannato a pagare le spese e invitato a prendere tutte le misure necessarie per l’esecuzione dell’ordinanza. 

Ma come sappiamo, non è finita. L’avvocato del governo, Christopher Tran, ha subito dichiarato che il ministro dell’Immigrazione Alex Hawke valuterà se esercitare il suo diritto di richiedere personalmente l’annullamento del visto di Novak Djokovic e disporre un bando di tre anni dal Paese. La domanda chiave è se e quanto a lungo reggerà la sentenza della Corte dinanzi alla chiara volontà politica del governo australiano di rimpatriare il serbo. 

 

Stefano Semeraro per la Stampa dice che “ci sono sentenze che scavano un solco, creano precedenti e nutrono disagi difficili da superare. Per l’Australia Djokovic è un furbetto del visto, mentre per la Serbia e per la galassia No vax è un martire della libertà. La questione giuridica in realtà potrebbe essere ancora lunga – la porta è aperta ad altri appelli, di entrambe le parti in causa – sicuramente gli strascichi umani, sportivi, sociali e quasi antropologici rischiano di stendere un’ombra sull’annata. Il Roland Garros ha già fatto sapere che la Francia ha regole diverse sull’immigrazione e che al Bois de Boulogne Djokovic potrebbe scendere in campo anche da non vaccinato, prendendo le distanze dai «colleghi» di Slam australiani. A New York invece il Djoker, al pari dell’altro atleta No vax Kyrie Irving, che può giocare solo in trasferta con i suoi Brooklyn Nets, sarebbe bandito. L’Atp, che regge il circuito, tace fragorosamente”.

 

Il giornalista serbo Sasa Ozmo ha scritto sul Daily Mail che nelle ultime 24 ore prima dell’udienza, la situazione sembrava leggermente migliorata. “Il primo ministro serbo Ana Brnabic afferma che a Djokovic erano stati consegnati del cibo senza glutine, oltre ad attrezzi per esercizi fisici, un laptop e una scheda SIM in modo che potesse contattare la sua famiglia. La Serbia è un paese con un tasso di immunizzazione covid di circa il 50%. Non esiste una vera storia di opposizione al vaccino, ma molte persone sono preoccupate per la rapidità con cui sono arrivati ​​sul mercato. In una certa misura sono stati influenzati dalle opinioni di alcuni idioti di spicco sui social media e persino sui canali TV tradizionali. Djokovic non ha mai espresso la sua opposizione al vaccino. Ha invece rifiutato di rivelare il suo status. Si è rifiutato di affrontare l’argomento e ora sta pagando un prezzo alto. Non se ne libererà”.

 

Federico Ferrero, voce del tennis di Eurosport, ha riassunto il caso per Rivista Undici (qui per intero): “Se Novak Djokovic è in questa situazione oggettivamente spiacevole non è per sfortuna, né per ripicche, o invidia, né incapacità sua o accanimento altrui. Semplicemente, il serbo è orgogliosamente non vaccinato. Se oggi c’è una parte di mondo, quella in larga parte vaccinata, che sta vivendo una vita tutto sommato normale, e comunque non paragonabile ai coprifuoco del 2020, lo si deve alla protezione dei vaccini. Djokovic e chiunque altro è libero di non crederci, ma non è una discussione al bar tra interisti e milanisti, che uno la pensa così e l’altro cosà. Novak ha potuto scegliere: vaccinarsi o no. E ha scelto. Ma pure l’Australia, come il resto del mondo, ha scelto. È un Paese democratico i cui rappresentanti hanno, fin da subito, agito con la massima violenza possibile contro l’infezione. Uno Stato che ha messo in chiusura coatta una metropoli da quasi un milione e mezzo di persone perché un pizzaiolo non aveva informato di essere positivo al covid, figurarsi se si fa il problema di respingere al portone di ingresso una persona che non può dimostrare di non essersi vaccinata per cause di forza maggiore. Novak Djokovic non ha scelto un profilo alla Pete Sampras, del quale si conosceva a menadito la meccanica del dritto in corsa ma nulla delle idee, convinzioni, passioni extraterritoriali rispetto al gioco, sempre che sussistessero. Nella foga di non accontentarsi di diventare migliore dei due più grandi, Federer e Nadal, il serbo ha usato la leva della sua indubbia intelligenza e della sua patente intransigenza per convincere prima se stesso, e poi tentare analoga impresa coll’universo mondo, di essere migliore. Anzi, il migliore”.

 

Come vanno le cose in campo

 

    Il Canada molto atteso, alla fine è arrivato in cima. Dopo aver eliminato la Russia in semifinale, ha battuto la Spagna nella finale della Coppa ATP. Denis Shapovalov gli ha dato il primo punto (6-4 6-3 su Pablo Carreño Bust) e Auger-Aliassime il secondo (7-6 6-3 a Bautista Agut), riprendendosi da stamattina un posto nella top-10 della classifica, scalzando Sinner.  

 

    In Adelaide, la malmessa Francia ha già celebrato il primo titolo dell’anno con Gael Monfils (6-4 6-4 al russi Karen Khachanov), che non ne vinceva uno dal febbraio 2020. Nei giorni scorsi L’Équipe aveva pubblicato un dossier in quattro puntate sulla crisi del tennis francese – che di certo questo titolo non cancella. Nel torneo femminile il titolo è andato ad Ashleigh Barty – in forma luminosa. Ha battuto in finale Elena Rybakina.

 

    Rafa Nadal è alla sua nuova resurrezione, sarà almeno la quarta, se non la quinta. Ha saltato tutta la parte finale del 2021 per una malattia alle ossa dei piedi, ma appena li ha rimessi su un campo ha fatto suo il torneo. A Melbourne ha battuto in finale il franco-americano Maxime Cressy per 7-6 6-3, cancellandogli prima un set point e poi un break di vantaggio. 

Paolo Bertolucci sulla Gazzetta dello sport scrive che è “il segno di una continuità straordinaria, il percorso di un campione leggendario. Accidenti se ci era mancato Nadal in questi ultimi mesi, con il suo furore, la sua rabbia agonistica, la sua forza, la sua determinazione, che in campo, fin da quando è emerso come un baby prodigio, cozzano con la pacatezza, la gentilezza e la serenità che mette in mostra nella vita di tutti i giorni. Rafa ci ha abituati a risorgere dalle difficoltà più estreme, è passato attraverso decine di infortuni, dalle ginocchia ai piedi fino alle fratture da stress, ma ogni volta è sembrato riemergere addirittura più forte. Certo, gli anni passano anche per lui e i recuperi risultano ogni volta più lunghi e complessi, eppure non possiamo che rimanere ammirati dal suo ardore, dal suo straordinario spirito da guerriero che gli consente di fronteggiare senza paura gli ostacoli fisici più irti. Un Nadal in piena salute resta un avversario da temere e rispettare in ogni circostanza. In Australia ha vinto solo una volta, nel 2009, e dunque il torneo degli antipodi ha costituito una vetta impervia anche nei giorni del massimo splendore atletico e tecnico, ma se dovessimo ritrovarlo alla seconda settimana, non potremo non considerarlo nei pronostici”.  

 

     Sono iniziate le qualificazioni al tabellone principale. Andrea Pellegrino è stato battuto da Lestienne, sta giocando Thomas Fabbiano, più tardi sono attesi in campo Giustino, Baldi, Lucia Bronzetti. Elena Cocciaretto ha passato il primo turno, avendo battuto la spagnola Arruabarrena

 

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