È morto come Kobe Bryant.
Con una notifica che arriva sul telefono.
Era più basso di Cruyff, ha segnato meno di Pelé, per molti non era il più forte, per tutti è stato il più grande. Ha fatto il gol dei gol e almeno altri trenta che sarebbero ciascuno il più bello nella carriera di chiunque altro al mondo. Ha vinto un Mondiale da solo, uno glielo ha negato il CT Menotti lasciandolo fuori squadra a 18 anni, un terzo un arbitro che si inventò un rigore per la Germania. Aveva il piede sinistro per incantare, il piede destro per camminare, la mano per colpire la palla di nascosto e sentirsi in missione per conto di Dios. È stato un cacciatore di taglie arrivato su un cavallo bianco a vendicare prima i torti di una nazione dopo una guerra persa poi quelli di una città del sud che si sentiva sbagliata. È stato il più grande individualista e il più grande uomo squadra. Aveva l’estro di pochi e i difetti di tutti. Aveva placche e bulloni nelle caviglie, gli occhi dietro la testa e il fuoco nel cuore. Aveva la gioia e la rabbia, la luce e lo zolfo. Aveva il numero 10 dietro la schiena e nessuno lo è stato più di lui.
L’Argentina
Al suo debutto in Serie A con la maglia dell’Argentinos Juniors – non aveva ancora compiuto 16 anni – fece passare il primo pallone toccato tra le gambe di un certo Juan Cabrera del Talleres di Cordoba, entrato nella storia del calcio più o meno solo per questo. Del giorno in cui fece i primi gol esistono non più di tre fotografie, lo scrisse Paolo Galassi su Repubblica tempo fa, tutte scattate da Nestor Alfonso del giornale La Capital da dietro la porta. Una ritrae il tiro di sinistro messo nell’angolo del portiere, tale Ruben Lucangioli. La rivista che all’epoca parlava di calcio come fosse letteratura, El Gráfico, scrisse nella pagella di quel mezzo bambino che, in una partita lenta e piena di imprecisioni, aveva dato una lezione di calcio. Era entrato al posto di Rubén Giordano, un mancino diventato il pupillo di Menotti. Non sarebbe mai più uscito di squadra, lui che era stato applaudito per anni e anni come il raccattapalle che faceva il giocoliere durante l’intervallo a La Paternal, lo stadio che oggi porta il nome suo.
Barrilete cosmico, de què planeta viniste
Victor Hugo Morales telecronista di Argentina-Inghilterra 1986
Non ha lasciato eredi, al massimo degli emuli, molti strozzati nella culla dal solo accostamento a lui. È stato il 10 del Boca, che a Buenos Aires per quelli del River Plate sono i bosteros, la bosta è la merda del cavallo, e dunque lui stava come al solito con i miseri e dall’altra parte invece stavano i ricchi, quelli che sanno sempre come vestirsi e come vivere in pace con i potenti.
Jorge Valdano si è rimproverato per il resto della vita di essere stato complice della mano de dios, il gol segnato cinque minuti prima di infilare uno dopo l’altro Hoddle, Reid, Sansom, Butcher, Fenwick, mettere con il culo a terra il portiere Shilton e scrivere così il capitolo finale della guerra delle Falklands, anzi le Malvinas. Eppure non è questo il gol per il quale a Buenos Aires lo hanno amato, il gol che ogni calciatore della storia gli invidia e per il quale venderebbe l’anima. L’ultimo desiderio suo del quale si ha notizia è stato invece poterne segnare un secondo con la mano. L’altra. La destra. Il Telegraph stamattina lo accosta a Machiavelli. Ma anche gli inglesi, qualcuno più riluttante (con la formula “uno dei più grandi di sempre”), qualcuno più convinto, gli rendono omaggio.
Valdano si è domandato a lungo se e come sarebbe cambiata la storia dell’Argentina, della nazione, se Diego fosse andato dall’arbitro a dirgli: non era gol, l’ho presa con la mano. Ieri è scoppiato in lacrime in diretta su Movistar mentre commentava la partita dell’Atlético Madrid.
Filippo Maria Ricci dalla Spagna ne riporta le parole sulla Gazzetta dello sport: «È chiaro che Diego ha avuto una vita molto difficile, ma i geni non si misurano per come hanno vissuto ma per la loro opera, e l’opera di Maradona è stata unica. Maradona è stato tra i migliori, e quando dico i migliori penso a quelli che si possono contare sulle dita di una mano. Diego è una di quelle figure che come Gardel o Evita trascendono la vita terrena, personaggi con una forza popolare enorme, travolgente. Per questo Maradona risulterà indimenticabile. La commozione provocata dalla sua morte è inimmaginabile».
Il più grande di tutti i tempi, spero che trovi pace tra le mani di Dio
Gary Lineker
Jorge Valdano ha trovato anche la forza di scrivere cose molto toccanti stamattina su El País. “Chi arriccia il naso pensando all’ultimo Maradona, con difficoltà nel camminare, problemi a parlare, uno che abbraccia Maduro e fa quello che ha voluto della sua vita, farà bene ad abbandonare questo pezzo d’addio nel quale si abbraccerà il genio e si assolverà l’uomo. Non troverete un solo rimprovero perché il calciatore non aveva difetti e l’uomo è stato vittima. Di chi? Di me o di voi, ad esempio, delle lodi senza pietà. Fernando Signorini, il suo preparatore atletico, tipo sensibile e intelligente e, forse, l’uomo che lo conosceva meglio, diceva: Con Diego andrei alla fine del mondo, con Maradona neppure dietro l’angolo. Diego era un prodotto dell’umile quartiere in cui era nato. La glorificazione ha scatenato una catena di conseguenze, la peggiore delle quali fu l’inevitabile tentazione di salire ogni giorno all’altezza della sua leggenda. Se il calcio è universale, anche Maradona è universale, perché Maradona e calcio sono sinonimi. Ma allo stesso tempo era inequivocabilmente argentino, il che spiega il potere sentimentale che ha sempre avuto nel nostro Paese e che lo ha reso impunito. Un uomo che, per la sua condizione di genio, ha cessato di avere limiti dall’adolescenza e che, per la sua origine, è cresciuto con orgoglio di classe. I ricchi odiano perdere. Ma anche i suoi peggiori nemici hanno dovuto togliersi il cappello dinanzi al suo enorme talento calcistico”. Valdano ricorda poi un episodio.
“Eravamo a Berlino in attesa di una partita con l’Argentina e Bilardo insisteva sulla necessità di affinare la tecnica e, siccome le ossessioni non mancano mai, ripeteva all’infinito che un giocatore argentino doveva convivere con la palla tra i piedi: Domani pomeriggio e notte, sempre con la palla. Erano giorni che ripeteva lo stesso. Così, all’ora di pranzo Diego uscì dalla sua stanza palleggiando, prese un ascensore nel quale continuò a giocare, arrivò in sala da pranzo, si sedette e la palla ancora non era caduta mentre prendeva il pane. Bilardo entrò, lo vide e con un sorriso da un orecchio all’altro si riempì di ragione: Vedete? Ecco perché è Maradona. Questo episodio che ho sempre evocato con un sorriso, oggi arriva avvolto da un’inevitabile tristezza. Il virtuosismo che ha raggiunto con la palla, e che tutti ammiriamo, lo ha poi portato all’idea che la perfezione dovesse essere un’abitudine. Ma da nessuna parte era felice come in campo. Fino a quando è arrivato il fatidico giorno in cui il personaggio ha superato la persona. Il calcio di Diego era fatto di bellezza, creatività, orgoglio, virilità e, quel pomeriggio contro l’Inghilterra, Diego ha segnato un gol stratosferico e un altro imbroglione. Ecco il miglior esempio di quella frase che applichiamo in occasioni meno opportune di questa: era al di sopra del bene e del male”.
Sul sito dell’Eliseo, la presidenza della Repubblica francese, viene ricordato così: “La mano di Dio aveva messo sulla terra un genio del calcio. Se lo è appena ripreso con un dribbling imprendibile che ha ingannato tutte le nostre difese. Il gol del secolo richiama gli spiriti dei più grandi dribblatori del calcio: Garrincha, Kopa, Pelé uniti in una sola azione. Nella stessa partita, dio e diavolo, Maradona ha segnato i due gol più famosi della storia del calcio. C’era un re Pelé, ora c’è un dio Diego”.
Questi piedi che poggiano sullo stesso suolo dei miei sono i più costosi e «virtuosi» del mondo. Indossano sandali con calzini bianchi e non sembra che abbiano niente di particolare, ma quando toccano la palla il mondo ferma la sua corsa. Sono tondi, piccoli, ben saldati a un paio di caviglie solide e graziose. Se si alza lo sguardo si scoprono gambe corte e sode, e più su dei fianchi che non sono da manichino, ma che si muovono come se fossero fatti di vimini. Più in alto c’è un torace ben tornito, non troppo muscoloso, sul quale Diego Armando Maradona indossa la maglia gialla del Brasile che ha sconfitto pochi giorni fa. E poi: ciglia folte, grosse labbra, capelli neri e l’orecchino. Quando ci sono estranei in casa sorride male, come se diffidasse di loro, e deve avere i suoi motivi. La cosa migliore, mi sembra, è di non adularlo, dargli del «lei», trattarlo con il rispetto che si ha per una persona che, al di là del calcio, deve avere i suoi sogni inconfessabili, le sue smanie infantili e un enorme desiderio di piacere per qualcosa di più che una partita di calcio.
di osvaldo soriano, il Manifesto, 3 luglio 1990, ripubblicato stamattina
Sulla morte di Maradona, il giudice di San Isidro ha aperto un’inchiesta. Ci sarà una autopsia, poi un ultimo saluto organizzato alla Casa Rosada dice il Clarín, probabilmente giovedì, probabilmente con la partecipazione di un milione di persone. Emiliano Guanella su la Stampa ricorda che dentro la bara Maradona avrebbe voluto un pallone.
Il politico
È stato il contropotere. È stato la bandiera delle squadre che non avevano niente da conservare e tutto da prendersi. Ha colpito con il sinistro e con la lingua. Solo Muhammad Ali gli sta davanti nella classifica combinata di talento e carisma, di inarrivabile tecnica e indimenticabili parole. Ha pagato tutto.
Pelé ha fatto il ministro, lui i ministri li attaccava. Pelé era amico dei presidenti della FIFA, lui i presidenti della FIFA li chiamava corrotti. Pelé difendeva la propria fama, lui l’ha messa ogni volta in gioco.
Massimo Gramellini era un giovane cronista di campo, al tempo, frequentava la salitella del campo Paradiso di Soccavo, detta la rampa dei passi perduti dal capo ufficio stampa del Napoli d’allora, Carlo Iuliano, perché là si trascorrevano lunghe mattinate e lunghi pomeriggi in attesa di qualcosa, un segno da un allenamento, una parola di qualcuno. Per l’anima mia, esclamava Iuliano se qualcosa gli sfuggiva. Diego vi ringrazia, oggi preferisce non parlare. Ma era un calcio nel quale Maradona te lo vedevi passare di fianco, ne vedevi l’umore, la faccia cupa o allegra, e lui sapeva come mandare i suoi segnali anche senza parlare, come quando uscì dallo spogliatoio e si mise a cantare Perdere l’amore, per far capire a Ferlaino quel che Ferlaino doveva.
Ecco, stamattina Massimo Gramellini sul Corriere della sera dice che Diego “giocava a fare l’incompreso e il povero ricco, ma non era mai né finto né servile. Era riuscito a litigare persino con papa Wojtyla durante un’udienza, dicendogli che avrebbe dovuto vendere qualche tetto d’oro del Vaticano per aiutare i bisognosi”.
Si è riappacificato con la Chiesa con papa Bergoglio. Marco Evangelisti su Corriere dello sport-Stadio racconta: “Dal padre che aveva girato un mucchio di mestieri miserrimi fino a trovarne uno quasi borghese Diego ha imparato che la povertà fa orrore, che sia tua o degli altri. Dalla madre che andava a partorire in una clinica all’ingresso della quale campeggiavano una stella socialista e una Vergine ha appreso che non si combina nulla di buono a pregare e basta, ma neppure a lottare soltanto. Da sé stesso, che nessuna cattiva azione marchia per sempre se t’impegni in qualcosa di buono. Così, un po’ per senso di colpa un po’ per nebulosa convinzione Maradona ha scelto da che parte stare”.
Emanuela Audisio ne ha seguito i passi per tutta la carriera e stamattina su Repubblica dice: “Il Barba, come lui chiamava Dio, non se l’è preso in un giorno qualsiasi. I diversi, i rivoluzionari, gli sbagliati, hanno un loro modo di condividere l’eternità. Mishima, Best, Castro, e ora Diego. Tocchi diversi, ma eccessivi. Non c’è bisogno di tradurre l’Inno alla Gioia, sinfonia numero 9 di Beethoven, ma Maradona ve lo faceva vedere (e sentire) benissimo. Ha continuato ad andare meravigliosamente storto, non è mai riuscito a diventare una vecchia fotografia: poteva ingrassare, dimagrire, tingersi i capelli, avere la barba bianca, vestire in ciabatte o in smoking, rubare gol, intontire difese. Diego restava quella cosa lì: un divertimento. Il sentimento che fuggire e sfuggire si può, anzi si deve. Lo scatto quando ti aspetti la frenata, il ribaltare non solo l’avversario, ma anche una gerarchia fisica, sociale, politica. Non si travestiva: il viaggio dalla sua baracca senz’acqua alle ville lussuose non l’avevano ripulito dal fango, non gli avevano tolto la voglia di ingozzarsi, di ballare, di fare baldoria, di godere di ogni illegalità. Si è immerso, si è contaminato, ha giocato da numero dieci di tutti i diseredati, ha lottato per tutti quelli che non hanno un posto del mondo. Per i sottovalutati, per le periferie, per quelli a cui non tocca mai”.
Ha cambiato il calcio lasciandone uno più facile a chi ha fatto il suo mestiere dopo di lui. È stato così picchiato da spingere a cambiare le regole per proteggere più gli attaccanti che i difensori. La FIFA lo usò per lanciare i Mondiali in America e una volta che se ne garantì la presenza, una volta che il torneo era partito e venduto alle tv, lo pugnalò mandandogli un’infermiera sul prato a prenderlo per mano e accompagnarlo all’antidoping. Sapevano che per vincere la dipendenza dal vizio bianco e rimettersi in forma, aveva seguito una cura a base di diuretici. Il salvacondotto che gli era stato promesso – ormai è una versione riconosciuta in maniera diffusa e trasparente – cadde dinanzi al pericolo che quell’Argentina così scandalosa arrivasse fino in fondo, fino al titolo.
Grant Wahl su Sports Illustrated ha scritto che “mentre Pelé ha giocato per i Cosmos e ha visitato spesso gli Stati Uniti, Maradona ha mostrato con il suo disprezzo per lo zio Sam e il suo sostegno ai leader di sinistra, da Fidel Castro a Hugo Chávez, e per molti anni la droga gli ha impedito di ottenere l’ingresso negli Stati Uniti”.
Mattia Feltri su la Stampa tiene a ricordare che lui invece stava “con Vargas Llosa e coi profughi cubani in Florida”, poi certo con il Milan di Sacchi “perché adoro il genio incasellato nell’organizzazione” ma scrive che che “c’era un bagliore metafisico in quello che Maradona era e faceva, e lo rendeva puro e sublime, ingiudicabile, sottratto al bene e al male. Non c’era da discutere, c’era da abbandonarsi nell’incanto di un essere trascendente in mezzo alla folla”.
Massimiliano Gallo sul Napolista commenta: “Maradona è stato odiato in un modo che oggi è impossibile rendere. È morto un leader politico. Che giocava a calcio come un dio. Ma un leader politico. Maradona, da leader politico, annusava i momenti chiave. In campo e non solo. Attese la sfida con l’odiata Inghilterra per segnare i due gol che ancora oggi hanno marchiato a fuoco la storia del calcio. Da fermo, ha reso carta straccia qualsiasi discussione sulla personalità, sulla leadership. Maradona è stato anche un simbolo e un rappresentante degli anni Ottanta che non sono stati solo quelli dell’edonismo reaganiano. Ha vinto a Napoli città profondamente distante dallo star system. Diciamo anche periferia del mondo. Dove nessun fuoriclasse sarebbe venuto. Scappava da Barcellona. Il documentario di Kapadia lo mostra perfettamente. Si rese subito conto dov’era arrivato. In una squadra mediocre. In un club modesto. In una città contraddittoria, ricca di soldi e di potere (altrimenti non sarebbe arrivato; senza i soldi del Banco di Napoli e senza il potere del pentapartito, l’operazione non si sarebbe conclusa) ma anche eternamente speranzosa e con l’etichetta di perdente affibbiata dalla storia. Altri sarebbero rapidamente fuggiti. Maradona si caricò tutti sulle spalle e tutti fece crescere: la squadra, il club, la città. Finendo poi imprigionato, questa è una parte della storia che la città non vuole vedere. A Milano, dopo la sconfitta contro il Camerun, rilasciò una dichiarazione da capo di Stato: “Grazie a me i milanesi hanno smesso di essere razzisti e hanno tifato per gli africani”. Sia pure con molto ritardo, la battaglia politica con Blatter l’ha vinta. Postuma, possiamo dire. La storia da dato ragione a lui”.
Il giallista Maurizio De Giovanni sul Corriere della sera scrive che è stato “uno sberleffo in faccia a chi credeva che mai e poi mai sarebbe successo che in uno sport di squadra uno da solo, senza nemmeno un fisico bestiale o le sembianze di un supereroe, fosse capace di portare alla vittoria sgangherate armate altrimenti senza speranza. Come credete possa morire, uno così?”.
Lo scrittore Marco Ciriello, autore 4 anni fa del romanzo Maradona è amico mio (66thand2nd), stamattina sul Mattino considera che “tutta la vita di Maradona è stata una lunga costante concessione allo stupore. Tutti i paragoni vanno fatti fuori dal calcio, con Simón Bolívar e José Francisco de San Martín, un po’ napoleonico e un po’ kennedyano, perché Maradona non è stato solo un calciatore, è stato anche un calciatore, e chi non l’ha capito ieri lo capirà domani, si è iscritto ai grandi argentini che si fanno onore nel mondo divenendo icone, esempi, musical, film, statue, come Ernesto Che Guevara, Evita Perón, Carlitos Gardel e Jorge Luis Borges, pur restando profondamente nelle radici argentine diventano patrimoni del mondo. Con Maradona non contava il quanto, ma il come. Maradona è un prodotto hemingwayano, un superuomo, un supercalciatore, un supertutto, che riscrive le biografie anche dei difensori che dribbla, dei portieri ai quali segna, figurarsi dei compagni di squadra Un altro così, ma con più mitezza è stato Ayrton Senna, un altro ancora ma con più rabbia è stato Muhammad Ali. Erano sportivi con il popolo alle spalle, non il tifo, attenzione, il popolo, anche chi non si interessava di automobilismo, di boxe o di calcio riconosceva loro un ruolo, extrasportivo: portavano il fuoco, per dirla con Cormac McCarthy. E quanto fuoco ha portato Diego”.
Barcellona
Iniziò a morire pochi mesi dopo essersi fatto strappare la maglia da Gentile al Mundial 1982, venne in Europa. Barcellona. Aveva 22 anni. “Cominciavano la sua vita e i suoi peccati”, ha scritto Mario Sconcerti sul Corriere della sera. Il suo calcio lo racconta così: “Aveva un piede sinistro morbido come il pane che arrivava dovunque. La palla gli cadeva sul piede come l’avesse convinta parlandole. Aveva un senso del tempo nel dribbling che era davvero musicale. Ha sempre sostenuto, anche da vecchio, che il suo gol più bello lo abbia segnato con l’Argentinos Junior in campionato. Sono andato a cercarlo su YouTube. Rincorre un pallone datogli da centrocampo e arriva in porta senza toccarlo più. Salta tre avversari solo muovendo il corpo, solo togliendo l’attimo agli avversari. Un gol irreale, da calcio che trascende. Questo era spesso il calcio di Maradona, un’entità metafisica. Mi faceva venire in mente le luci mosse dei ceri che da soli accendono la chiesa nelle messe deserte e fredde della prima mattina. Quando tutto è silenzio e odore di bruciato buono. E una perfezione lenta ti scende dentro e tiene lontano il resto. Anche Maradona era perfetto e silenzioso. Oggi il calcio fa rumore, il passaggio è sempre un colpo. Il suo era velluto, arrivava in porta o al compagno, inaspettato e servo, a disposizione degli altri, come tutta la vita di Diego. Non aveva una misura del tempo. Uno bravissimo, tra controllo e tiro impiega un secondo. Il Messi giovane faceva tutto in sei decimi, per questo diventava imprendibile, tradiva il tempo degli altri. Maradona non aveva questo problema perché inventava traiettorie, si faceva l’obbligo di non fare mai due volte la stessa giocata. Non ha imparato niente, sapeva tutto”.
John Carlin sul quotidiano catalano la Vanguardia stamattina scrive che “Maradona non aveva solo talento ma anche carisma. Carisma significa avere una fiducia enorme in te stesso. Maradona aveva più di ogni altro atleta, vivo o morto, e forse più di chiunque altro del suo tempo in qualsiasi campo. Ha vissuto la vita con un’intensità unica. Anche quando balbettava, alla fine, ha sempre mantenuto un potere seduttivo su chi gli stava intorno. Come si dice nella terra dei “pirati”, era “più grande della vita“, sì, più grande della vita stessa”.
Il Mundo Deportivo oggi gli dedica 15 pagine e con Joan Poquí si concentra su quello che poteva essere e non è stato. “Avrebbe potuto segnare un’epoca, ma è rimasto un progetto di leggenda”. Il quotidiano sportivo catalano ricorda che i suoi due anni furono segnati dalla sfortuna. Prima l’epatite che gli fece saltare buona parte della stagione e nella seconda “l’ingresso criminale di una bestia chiamata Goikoetxea” che lo mandò in sala operatoria e lo tenne fuori a lungo. “La ferocia fu in realtà l’inizio della fine. Non aver vinto il campionato e il ko nella Coppa delle Coppe nei quarti contro il Manchester United sono stati i suoi grandi difetti, senza dubbio. Poi la sua vita privata: Josep Lluís Núñez decise di cederlo quando i suoi vizi arrivarono alle sue orecchie. Avrebbe potuto avere una statua accanto a quelle di Kubala e Cruyff”.
Poteva, poteva, poteva.
Paradossale per uno che ha potuto. Eppure lo spreco, la dissipazione, sono tratti sui quali fare una riflessione. Gabriele Romagnoli su Repubblica: “C’era una verità profonda nel suo sguardo, la stessa che gli uomini condannati alla mitologia, i poster generazionali, i guerrieri per sempre, gli attori di una vita, a volte rivelano in maniera spudorata: piacciano a tanti, alcuni perfino a tutti tranne i bastian contrari, ma non a se stessi. Non in quella pose, non sotto quella luce, non se sapessero. Tutti conosciamo noi stessi, in maniera esclusiva, poi cerchiamo di dimenticarcene e andiamo avanti, scartando di lato o palleggiando come niente fosse. La più grande sfida di Maradona è stata quella di mettere il lato oscuro sotto i riflettori, esibendosi in qualsiasi luna park per quanto sconcio, adeguandosi, abbassandosi, pranzando con i grandi e cenando con gli infimi, attraversando ogni notte di cui potesse invocare la fine. Ha avuto il dono, la gloria, l’opportunità, che cosa ne ha fatto? Se esiste un’arte dello spreco, a suo nome è il museo”.
A Barcellona calcolarono che la sua parabola fosse già bella e compiuta ai primi segni che disturbavano l’idillio. Avevano avuto Cruijff che per amore del catalanismo si era cambiato il cognome in Cruyff, come poteva piacere un irriducibile argentino senza una sella sul dorso? Come poteva piacere se era ciò che Alberto Caprotti su Avvenire stamattina descrive come “un uomo sbagliato, inadeguato negli affetti, osannato nei vicoli”.
Ho paura sia finito come speranza di resurrezione resterà solo come l’incarnazione dell’esempio di quel che che può capitarci per colpa della cattive compagnie. Ma c’è che qualcuno abbia mai ordinato il controllo antidoping per tutti quelli che hanno perseguitato condannato Maradona?
di manuel vázquez montalbán, il Manifesto, 5 luglio 1994, ripubblicato oggi
Napoli
Ha cambiato la storia dell’Argentina e di Napoli
Fernando Signorini il suo preparatore atletico
Ha vinto dove nessuno aveva mai vinto prima e nessun altro dopo, dove in genere arrivavano campioni al traguardo, come le balene che si scelgono il posto più bello dove spiaggiarsi. Non è stato un Omar Sivori, non è stato un Rudy Krol. Era un ventiquattrenne menomato da un fallo criminale del basco Goikoetxea che cercava un posto dove lo amassero, senza sapere bene dove stava capitando, un luogo uguale a lui, bisognoso d’affetto, una città che voleva sentirsi dire buonasera napolitani per sciogliersi in un boato.
Erano in ottantamila quel pomeriggio di luglio 1984 faceva caldo, uno sull’altro solo per vederlo, palleggiò, tirò il pallone in cielo, firmò un patto con una terra, con un popolo, se ne fece bandiera negli stadi dove gli striscioni dicevano: Benvenuti in Italia, napoletani lavatevi. Troisi rispondeva con l’ironia: “Meglio essere campioni del Nord Africa che scrivere messaggi da Sudafrica”. Dove c’era ancora l’apartheid.
Lui più bruscamente prese a mormorare hijos de puta quando al Mondiale del ’90 l’Italia gli fece pagare di essersi fatto carne della carne della parte più insopportabile del paese, la palla al piede come la chiama Antonino De Francesco nel suo libro sulla storia del pregiudizio antimeridionale: simpatici finché vincono la prima volta, ma diamine poi basta.
Lui di scudetti ne aveva afferrati finanche due, smarrendone in mezzo un terzo in circostanze avventurose, anche quella volta facendo lo screanzato alla vigilia, quando gridò di non voler vedere allo stadio nianche una bandiera, neanche una del Milan. Perciò quando poi ai Mondiali fu Italia-Argentina, in semifinale, accese la brace dicendo ai napoletani, al popolo suo: «Adesso vi chiederanno di tifare per l’Italia, negli altri 364 giorni all’anno nemmeno vi considerano italiani».
Con lui in campo ci sentimmo più forte di tutto e di tutti
Corrado Ferlaino ex presidente del Napoli a Francesco De Luca, il Mattino
In un reportage da Napoli per il quotidiano argentino la Nación, Elisabetta Piqué racconta il dolore: “È una notte triste, la più triste. Napoli piange, Napoli è in lutto, sotto shock. Siamo in una zona rossa, cioè ad alto rischio di Covid-19. C’è il coprifuoco e non si può uscire di casa a meno che non sia necessario, e si vede. Napoli è una città fantasma, senza traffico, desolata, più buia che mai. Ma la morte di Diego Maradona è qualcosa di troppo forte per alcuni, che sentono di dover uscire, per recarsi in quelli che sono diventati luoghi di pellegrinaggio, per mostrare il loro sentimento, per rendere omaggio a Diego. Un eroe, un idolo, un santo, ma anche un fratello, qualcuno di famiglia, l’uomo che, più di trent’anni fa, con la sua magia, vendicò Napoli e i napoletani”.
«Nessuno avrebbe resistito a quella pressione. Le richieste di soldi, di amicizia, di raccomandazioni. Un ragazzo nato in una favela argentina con pochi strumenti culturali non poteva che restare schiacciato. finisce la mia infanzia. Se ne va un uomo che riempiva le domeniche, che rendeva felice mio padre e mio nonno, che dopo la vittoria dello scudetto disse: mo’ posso pure morire. Col pallone Diego ci faceva dimenticare tutta la schifezza di vita che si faceva al Sud».
Roberto Saviano intervistato da la Stampa
Quante cose è stato, tutte insieme, nell’unico posto al mondo che l’ha reso martire e sovrano, dove si vive toccando il cielo e ci si converte in un secondo al pessimismo. La città che prima mise un suo capello sotto una teca nella vetrina di un bar e poi rinchiuse direttamente lui sotto una cappa morbosa di venerazione. La città che lo ha costretto a vivere di notte e che in periferia gli aveva intitolato una Rotonda. La città che lo ha trattato come una divinità, mai come un divo, venerandolo più dei suoi cinquantadue santi patroni e il loro sangue sciolto. La città che quando giura dice: ha da muri’ mammà, e che iniziò a giurare su Diego Maradona, detto qualche volta ’O Nennillo, come il bambino Gesù, oppure ’O Masto, il maestro, per i più anziani la parola che indica il datore di lavoro, dunque il guadagno, il benessere, la riconoscenza. Era Diego, semplicemente. Diego solo con il nome, alla maniera di Eduardo, anzi come Eduardo diceva che meritassero di essere chiamati i re e i parrucchieri. È stato anche Dieco, con la c, anzi Thiechíto. È stato il nome di battesimo per 527 bambini nati in città, provincia esclusa, in quei 7 anni irripetibili, 12 dei quali Diego Armando e uno per intero Diego Armando Maradona. (da Repubblica)
Lo scrittore Diego De Silva ricorda su la Stampa l’estate del 1984. “Quando il Napoli comprò (verbo ridicolo, che tuttavia uso per capirci) Maradona, avevo vent’anni. All’epoca, il mio nome era piuttosto raro. Da bambino, l’unico personaggio famoso che ce l’aveva era Zorro (e scusate se è poco). Quell’estate, nell’arco di un paio di settimane, feci l’esperienza della massificazione onomastica. Tutti i bambini che nascevano a Napoli erano Dieghi (anni dopo – lo giuro, – ho conosciuto addirittura una Diega). Mi divertì quel buffo riflesso di fama, quell’essere come riconosciuto dall’estraneo nell’attimo in cui mi presentavo per nome, quasi che per il sol fatto di chiamarmi così, potessi beneficiare di un vantaggio in partenza. Ero raccomandato, insomma. Senza aver chiesto favori a nessuno. In più, avevo anche i capelli lunghissimi, e ricci. Fu una gran bella estate, la verità”.
Diego è arrivato a Napoli come Mowgli che cercava una famiglia e se n’è andato come Simba che dalla famiglia scappa. C’erano ottantamila persone al San Paolo per accoglierlo e nemmeno uno che lo accompagnasse il giorno dell’addio all’aeroporto. Ha scambiato con gli abitanti di Napoli ogni tipo d’amore, spirituale e fisico. È stato un angelo vendicatore, un sovvertitore dell’ordine costituito. Ha fatto l’unica rivoluzione riuscita alla città e i più pigri che ancora lo chiamano Masaniello. Lo scudetto era un’evenienza così distante che i vecchi speravano non arrivasse mai, dicevano: non sia mai Dio – che significa: Iddio non voglia – non sia mai Dio perché se no viene la fine del mondo. Diego fece il miracolo e subito un secondo, quando disse non invadete il campo vogliamo festeggiare con voi, e non uno entrò. È stato potente come a Napoli riescono a essere solo il dialetto e le canzoni, un ponte tra la parte alta e la parte bassa della città, i ricchi e i poveri, la cartolina e i vicoli, le case di cemento armato e il tufo, la superficie e le catacombe, i vivi e i morti, con i primi che dopo lo scudetto sul muro del cimitero fecero trovare agli altri la scritta: Che vi siete persi. È stato come il padreterno per gli umili e la legge per gli avvocati.
Qual è stato il prezzo? Federico Geremicca su la Stampa dice: “Quando vuole, Napoli è imbattibile nel restare in superficie. Domande scomode, poche. Autocritiche, quasi mai. a Barcellona, aveva solo sbandato. Sette anni dopo, quando se ne è andato, era un uomo praticamente finito. non avevamo bisogno di vedere le foto con i capiclan di Forcella per sapere come passava certe sue serate. Non avevamo prove, anche questo è vero: ma mezza Napoli era informata dell’aiuto chiesto ai camorristi di Miano perché gli recuperassero gli orologi rubati e il suo amatissimo Pallone d’oro sudamericano (purtroppo già fuso da qualche altro ladro napoletano). E la coca, naturalmente. Tanta coca. Ma la cocaina la prendono tutti, ci consolavamo. Per evitare equivoci: ho un figlio che si chiama Diego, e quelle cose le sapevo anch’io. Ma andavo allo stadio – o accendevo la tv – e me ne dimenticavo. Diego Armando Maradona se ne va, e lascia e toglie qualcosa a tutti: ma all’Argentina e a Napoli, scusate, qualcosa di più”.
Maradona è stato un genio e come tutti i geni è impossibile descriverne tutte le doti, perché se ne aggiungono altre e altre si dimenticano. Posso anche dire, però, quello che è stato il suo peccato: non è stato mai veramente aiutato, sia in Argentina, sia a Napoli. Hanno preferito idolatrarlo invece di stargli vicino e così tenerlo distante da certi errori. Questo è stato il suo limite, l’avversario cattivo che nessuno ha mai voluto e saputo espellere e con il quale ha convissuto e non per colpe esclusive di Diego. Ho conservato la sua maglietta numero 10, quella del Napoli e l’ho regalata a mio figlio Laurent, perché resti un ricordo, un segnale forte di un’epoca bella che abbiamo vissuto assieme, Diego e io, da avversari sul campo, leali, corretti ma, lo ripeto, mai da nemici.
di michel platini, il Giornale
Ha segnato alla maniera antica di una punizione a due in area di rigore contro la Juventus sotto la pioggia, perché sotto la pioggia – si sa – a Napoli succedono cose speciali. Lo scrisse Elena Amoruso sul Napolista citando il film d’animazione L’arte della felicità di Rak, Mistero napoletano di Ermanno Rea (“Quanto piove dentro i libri dei napoletani!”, nella introduzione di Sergio Perrella), Scusate il ritardo di Massimo Troisi e il testo madre Malacqua di Nicola Pugliese. Le cose strane quel giorno furono più d’una. La prima: Maradona che conclude in porta di testa. La seconda: Maradona che conclude in porta di destro. La terza: l’angelo Scirea costretto a fare un fallo in scivolata sul diavolo Diego.
Ha segnato da centrocampo contro il Verona. Ha segnato dalla bandierina del calcio d’angolo contro la Lazio. Ha segnato con un pallonetto di testa da fuori area al Milan. Ha segnato spalle alle porta seduto a terra contro il Pescara. Ha segnato con la mano contro la Sampdoria simulando un tuffo di testa a pelo d’erba e non se ne accorse nessuno. Ha segnato con la mano contro l’Udinese e se ne accorse Zico. Si è fatto parare due rigori da uno stesso portiere, l’allora jugoslavo Ivkovic. Si è fatto espellere contro l’Ascoli e andò a farsi togliere la squalifica difendendosi da solo. Andò a vegliare una notte in ospedale Bruscolotti ricoverato per un trauma cranico. Andò a montare l’antenna del televisore in casa di Pecci che non sapeva come fare. Ha scambiato la maglia con Bruno Conti perché voleva portarlo al Napoli. Voleva portare Sacchi al Napoli e Sacchi oggi dice alla Gazzetta che «era il Picasso del calcio, un buono, un avversario, mai un nemico». Aveva inventato a suo tempo una geniale definizione di lui. «Quando giochi contro Maradona, giochi contro il Tempo. Prima o poi segnerà, ma non sai quando».
Picasso, il Tempo, e poi?
Paolo Condò su Repubblica scrive che “l’arte spiega tutto e tutto abbraccia, e la pennellata impensabile per il dilettante è un gesto naturale per Picasso, e chissà Mozart cosa fischiettava sotto alla doccia, e quando il giovane Diego palleggiava ore con un’arancia non era circo, ma arte che cercava e trovava la sua strada come il fiume trova sempre la via al mare”.
Quel Maradona che non solo Sacchi, ma pure Zenga voleva portare al Napoli. Voleva portare anche Vialli. Eppure era innamorato dei Ciro Muro e dei Pietro Puzone. Per amicizia di Puzone andò a giocare un’amichevole ad Acerra per raccogliere dei fondi e mandare un bambino in America a operarsi, ma dovreste vedere in quali condizioni, facendo riscaldamento nel parcheggio.
Giulia Zonca su la Stampa: “Di chi altro si ricordano i riscaldamenti, non uno ma tutti? Ogni singolo palleggio fatto per trasmettere il piacere di un gioco: nei parcheggi, tra le macchine, nel fango di campi che non esistono più, in stadi pieni ben prima del fischio di inizio o anche senza una partita, solo per lui che doma il pallone e non le parole”.
Chiamava Ciccio Romano la Tota, come sua mamma, perché si era messo in testa che la sua regia a centrocampo era come la mamma per la squadra. Uscì dal campo della Juventus dopo la vittoria per 3-1 che annunciava lo scudetto, in una domenica fredda d’autunno, a torso nudo, con la maglia bianconera annodata al collo, perché era uno scalpo. Ha fatto le interviste più belle ai calciatori del Napoli negli spogliatoi dopo lo scudetto con il microfono di Galeazzi per la Domenica Sportiva. Ha palleggiato ballando al ritmo di Live Is Life nel riscaldamento prima di una partita di Coppa UEFA.
Ha palleggiato con Osvaldo Soriano e ha avuto la dedica di un Oscar da Paolo Sorrentino.
Walter Veltroni sul Corriere della sera trova che “c’era non solo un estro magistrale ma l’orgoglio di un popolo, la totale libertà della creazione, il talento indisciplinato dei geni. Maradona faceva con il pallone quello che Fellini faceva con le immagini. Il suo modo di giocare al calcio era onirico e circense”.
Ha conquistato Kusturica e Manu Chao. Ha vissuto da irregolare e da capo tribù, immerso tra le sue donne ufficiali – mamma Tota, Claudia, le figlie Dalma Nerea e Giannina Dinorah – e le altre che lo hanno amato per un anno, per un mese, per una notte sola. Ogni maglia portata è stata la sua pelle, senza avere la pretesa di essere un modello per nessuno.
Roberto Beccantini sul Fatto quotidiano stamattina scrive che “si è spento come una candela, lui che è stato fuoco. Diego ha vissuto cento vite in una. Si è speso e spremuto sino all’ultima goccia, ci ha regalato molto meno di quanto non si sia tolto con la droga, anche se a noi sembra comunque un’enormità. Fidatevi: sul campo era un esempio. In caso contrario, i primi a ripudiarlo sarebbero stati i compagni”.
Maurizio Crippa sul Foglio scrive che “il San Paolo si è illuminato ieri sera, come San Pietro quando muore un Papa. Il vicario del dio del pallone. In terra”.
L’unico pensiero che rende il dolore più sopportabile è che non succederà mai più. Questa è l’ultima volta che Maradona muore.
Il lentissimo sipario
Arrivederci, grande capitano
Jorge Valdano
La sua carriera è finita a Boston, mano nella mano con l’infermiera, recisa, andando incontro alla ghigliottina della FIFA sorridendo, il resto è stata un’appendice. Il Siviglia, il Newell’s, i tentativi di costruirsi una carriera da allenatore. Ha fatto il CT della Nazionale di Messi ai Mondiali in Sudafrica. Ha fatto l’allenatore del Textil Mandiyú, del Racing, dell’Al Wasl, dei Dorados nella serie B messicana. Ha accettato di sedere alla fine sulla panchina del Gimnasia La Plata per poter salutare ogni angolo del suo paese uno a uno, ricevere l’ultimo applauso, spesso con un trono a bordo campo, le ultime malinconiche fotografie di una vita eccessiva e derisa, eppure vera, autentica, coraggiosa.
Giuliano Ferrara sul Foglio dice che “per me è sempre stato el gordito, il ciccione, non il santo dei poveri di strada e di campetto, il dio del calcio, lo strafenomeno dell’allegria e del maledettismo, ma il tracagnotto che dribblava e segnava. Fu un Byron di Fuorigrotta, “aveva bisogno della colpa per provocare in sé fenomeni di senso morale, della fatalità per gustare il flusso della vita” (così Mario Praz sul giovane Lord e poeta-dandy della dissolutezza ottocentesca). E ciccione è proprio chi ha bisogno della colpa per la sua vitalità e la sua morale. Così l’uomo più scorretto che si sia conosciuto da decenni, uomo della notte e degli amici criminali, modello di anti-deontologia, con il suo genio della promiscuità, della folla come misura esatta della solitudine, questo protagonista assoluto del pigiapigia ci lascia soli e subordinati alla regola sanitaria in un tempo asettico e socialmente distanziato. Era un trasgressivo a ogni latitudine, veicolava anche i vizi degli altri, li rendeva possibili, li giustificava. Per questo ora infuriano i toni e i tratti del santino, e risulta eterno, il migliore di sempre, quando la vera lode è che riuscì perfettamente a essere il peggiore di sempre”.
Paolo Galassi su Avvenire ricorda: “Quando Diego, goffo e zoppicante, aveva attraversato il prato per salutare quello stesso stadio in cui il giorno dell’addio al calcio giocato aveva pronunciato l’immortale la pelota no se mancha. Il pallone non si sporca. Se sbaglia un uomo, non può pagare il calcio. Forse la sua lezione più grande”.
Se questo è il momento dei bilanci, Emanuela Audisio su Repubblica ricorda: “Al poliziotto che lo arrestò, strafatto di coca, in una casa del quartiere Caballito e lo rimproverò : «Diego, perché l’hai fatto, eri l’idolo di mio figlio», aveva risposto «Tuo figlio aveva te». E alla giudice che gli aveva fatto la stessa domanda, aveva spiegato: «Ho cercato di fare felici milioni di persone». Lei come Pelé non lo aveva capito: «Non la bastava far felice se stesso?». No, a Diego per fortuna non bastava”.
Se questo è il momento dei bilanci, Gigi Garanzini su la Stampa lo saluta così: “Addio Diego. Con le tre cose che non dimenticherò mai. La sera, anzi la notte che entrasti all’Assassino, antico tempio milanista che da Rocco e Viani in poi era diventato il buen retiro dei calciomani, in una compagnia già vagamente improbabile, e mi abbracciasti quando ti raccontai mentre tu sfogliavi i giornali appena usciti che vedere, da clandestino, i tuoi colpi di fine allenamento a Soccavo era il più grande spettacolo del mondo. La volta che da Ct argentino, dopo la qualificazione miracolosa con l’Uruguay, entrasti in sala stampa e al plotone d’esecuzione costretto dal risultato ad atteggiamento adorante sparasti un immortale ‘que la chupen‘, preceduto da un grandioso “con perdòn de las damas” perché c’erano anche delle signore in sala. E infine la telefonata di un paio d’ore fa a Ottavio Bianchi, il tuo solo, presunto nemico dei bei tempi napoletani che ha risposto «scusami, ma non riesco a parlare di Diego. Sto tremando dal dolore». Chi ha capito la tua immensità non ti potrà dimenticare mai. Gli altri, per l’appunto, que la chupen”.
Se questo è il momento dei bilanci, come già nei giorni dei loro compleanni numero 80 e numero 60 – erano solo pochi giorni fa – Mario Sconcerti sul Corriere della sera prende Maradona, lo mette di fronte a Pelé e scrive: “La morte dell’avversario è una prodezza che porta l’altro in un posto in classifica dove non può essere raggiunto. È la morte che realizza la Storia. Quella di Maradona è compiuta, ora tutto di lui ha diritto a un ricordo e a un aggettivo in più. Credo sia giusto così. Anche se è un po’ infantile dirlo adesso, Maradona è davvero stato il miglior giocatore del mondo”.
Ha detto ieri Pelé: «Un giorno, spero, giocheremo a calcio in cielo insieme».
Martin Mazur dall’Argentina ha scritto per la Gazzetta dello sport: “Ricorderemo che il giorno in cui è morto Maradona, c’era ancora il sottile profumo della pioggia fresca, che è anche quello della pace”. Jorge Valdano ha concluso il suo pezzo scrivendo che “sebbene Gesù Cristo sia risorto il terzo giorno, il che non è facile, Maradona è risorto almeno tre volte, e neppure questo è facile”.
“Dio è morto”, ha titolato in prima pagina l’Équipe, che poi gliene ha dedicate 18 all’interno. L’infanzia, i suoi gol, il dolore dell’Argentina, la sua Napoli, un’intervista a Platini, una pagina sul suo corpo e sulle cicatrici che portava, il sovversivo, l’icona pop. C’è da leggere su Diego per giorni e giorni. Avrebbe dovuto vederlo, sì Diego, ti ameranno ancora.
Vincent Duluc scrive che “la sua leggenda si è nutrita di molto di più dell’ovvietà del genio. Essere Diego Armando Maradona per sessant’anni e pochi giorni è stata un’avventura senza eguali, diverse vite in una, come dicono gli epitaffi, ma anche diverse morti, alle quali nessun altro sarebbe sopravvissuto”.
È stato con lui come poter vedere in che modo avrebbe giocato a calcio Dio, se solo l’avesse voluto. È stato un privilegio. È stato Maradona. Come scrisse Emanuela Audisio su Repubblica alla morte di Muhammad Ali, “con te siamo stati noi. E adesso, lasciaci un po’ piangere”.
Se tu giocassi in cielo, morirei per venire a vederti
Biglietto sulla porta della clinica di Buenos Aires
bravi, compimenti.
Diego è stato lo stato d’anima della città.
Salvatore Biazzo