Nicolas Roche in cima alla salita di papà

  IL TOUR DE FRANCE  DI JACQUES SEDENTEUR | 

 

 

2a tappa: Nizza (Haut Pays)-Nizza

 

Nicolas Roche in cima alla salita di papà

 

 

La vita è uno specchio. Se le fai un sorriso te lo restituisce. Era una delle frasi preferite di 

Louis Nucéra. Sono già vent’anni che mi manca, lui e la sua idea di essere venuto al mondo all’ombra precaria di una bicicletta sospesa tra cielo e terra. Un giorno salì sulla bici di Louison Bobet e disse che gli era parso gli venisse offerta la piuma d’oca di Chateaubriand. Aveva scritto la biografia di René Vietto, amava Coppi e mi insegnò i posti dove nella sua Nizza si potevano evitare i rosé onnipresenti.

Alaphilippe corre come forse sarebbe piaciuto a lui, un tappo sparato da una bottiglia, mettendo la fantasia avanti alla tattica, con un pizzetto da belle époque, da guascone, facendosi chiamare D’Artagnan da chi confonde l’istinto con l’impulsività. A me ricorda Cyrille Guimard, uno che ogni giorno si tuffa nell’ignoto. Non credo che vincerà, un anno fa ci speravo perché le favole fanno paura a molti ma a me piacciono. Se non si è convinti che i vecchi suonatori, gli innamorati e le capre possono volare come nei quadri di Chagall, il Tour è meglio non guardarlo affatto. 

Il Col d’Èze è rimasto il dipinto che ricordavo. Il Tour non ci veniva dal 2009. A Èze la Corsica è più vicina. Pare quasi impossibile che la terza parte di Così parlò Zarathustra possa essere stata concepita da Nietzsche lungo questi sentieri, dentro uno di quelli che chiamiamo villages perchés, villaggi sui trespoli, oppure nidi d’aquila, i vecchi paesi figliati fra le Alpi Marittime dalle grandi paure dei secoli scorsi, quando le incursioni dei saraceni dal mare spingevano all’interno gli abitanti.

Geraldine in macchina fa il gesto solito. Apre e chiude le dita della mano come l’alligatore con le sue fauci, vuol dire: parla, spiega, racconta. Meglio guardare, le dico, quando anticipiamo la corsa e ci fermiamo tra caruggi e stradine dove un tempo gli indigeni tendevano agguati agli invasori. Le case fortezza accoglievano gli animali al pian terreno e le persone al primo, mentre il secondo veniva destinato alla conservazione dei viveri buoni per l’assedio. Abbiamo raggiunto un accordo, io e Geraldine. Non potrò parlare sempre io fino a Parigi. Imparerò la lingua dei segni e avrà lei cose da raccontare, in cambio si sorbirà le canzoni in italiano di Fred Bongusto. Ride. Dice che ci sta. Mi domanda se so che a Nizza per un periodo ha vissuto un certo Bono. Faccio finta di sapere chi è, questo povero vecchio che sono, e di nascosto vado a guardare su wikipedia.

Ai tempi in cui avrei avuto gli anni per regalare tulipani a Geraldine, il Col d’Èze veniva scalato durante la Parigi-Nizza con una cronometro. Il leader metteva la maglia bianca finché la società del Tour non ha comprato la corsa e nel farla sua le ha imposto il giallo. Non c’è altro luogo più esotico, più insolito, più sospeso nel vuoto del Col Èze, diceva Jean Cocteau. Qui hanno vinto Merckx, Poulidor, Zoetemelk, Sean Kelly più di tutti, mi pare cinque volte, una in più di Stephen Roche, che arrivò primo nel 1981, nel 1985, nel 1987 e nel 1989. Suo figlio Nicolas è nato nel 1984. A una trentina di chilometri dal traguardo, in cima al Col d’Èze per primo ieri è passato lui. Io credo l’abbia fatto apposta, credo fosse un obiettivo, gli andrebbe chiesto appena capita, credo che si sia spremuto per mettere prima di tutti gli altri la sua ruota sullo stesso pezzo d’asfalto rigato da suo padre. Come quando camminiamo dentro le orme di qualcuno, un modello, un maestro, una guida che ci siamo scelti e non abbiamo fatto in tempo a dirglielo. 

 

 

 

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