Aryna stanca di guerra

Aryna Sabalenka aveva evitato gli ultimi due appuntamenti in sala stampa. Dice che le fanno sempre le stesse domande. Le chiedono della guerra. È bielorussa. Alla guida del suo paese c’è quel Lukashenko che ha messo le mani sullo sport molto più di qualunque altro capo di governo al mondo. Yelena Leuchanka, giocatrice di basket, ha assaggiato il carcere per aver protestato in piazza contro di lui, per aver firmato con altre cento fra atlete e atleti un documento di protesta a proposito di certe ingerenze che il Cio conosce e che ha punito. Aryna non è la più libera e indipendente delle persone, quando deve dare risposte alle domande della stampa libera e indipendente. Ma come racconta L’Equipe stavolta è atterrata con una maglietta nera come i suoi occhi, come se fosse decisa a metter fine ai nodi geopolitici che da giorni infestano i campi del Roland-Garros.

Lo ha ridetto, e stavolta vale di più, vale di più perché le tenniste d’Ucraina hanno imposto il loro gesto all’attenzione del mondo. Non danno la mano alle tenniste di Russia e Bielorussia, quando finisce la partita. Aryna l’ha ridetto che non «»sostengo la guerra, non sostengo Lukashenko». Non sa come ripeterlo, come farsi sentire, a costo di mettere a rischio la sicurezza sua e della sua famiglia, in patria. Ha spiegato di aver smesso di parlare per qualche giorno perché «mi sembrava che la mia conferenza stampa fosse diventata uno spettacolo politico, e io non sono un’esperta». Ieri non c’è stata animosità con Elena Svitolina, ucraina, ma non c’è stato neppure il saluto finale. «Non so cosa si aspettasse – ha detto l’ucraina di Sabalenka che si era fermata a rete – perché la mia posizione è molto chiara sulle strette di mano».

Così il pubblico si divide tra chi fischia l’intransigenza di parte ucraina [perché non salutano chi ha preso le distanze dalla guerra?] e chi fischia il pacifismo bielorusso [perché aspettare a rete un saluto che non verrà, spettacolarizzando la tensione?]. Emanuela Audisio ha raccontato da Parigi su Repubblica nei giorni scorsi i venti di guerra arrivati fin là. Se ne era occupata nel week-end già nella sua newsletter S-Print, raccontando la storia dell’amicizia tra l’afroamericano Jesse Owens e il tedesco Luz Long, in pieno nazismo. Nello sport non sei obbligato ad avere un nemico, aveva scritto sabato.  Sul giornale ha raccontato: Magari una stretta di mano a una dissidente russa si poteva dare. Invece niente. Il protocollo tennistico dell’Ucraina continua ad essere rigido. Daria Kasatkina, ventisei anni, russa, numero nove del mondo giocava contro Elina Svitolina, ucraina, da poco diventata mamma. Sapete che al Roland Garros c’era già stato il caso di Marta Kostyuk, ucraina anche lei che, dopo aver perso dalla bielorussa Aryna Sabalenka, testa di serie numero due, si era rifiutata di darle la mano ed era stata fischiata. Il suo commento era stato: «Non la odio, non provo sentimenti personali, è proprio che non la rispetto. Tra dieci anni il pubblico di Parigi si vergognerà del suo comportamento». Sabalenka era stata solidale con lei dicendo che la sua avversaria non meritava i fischi, che lei capiva le sue ragioni, ma che oltre a dire e ripetere che era contro la guerra e contro l’invasione che altro poteva fare? Intanto c’è un caso Russia a Wimbledon. I tennisti russi e bielorussi iscritti al torneo che inizia il 3 luglio, dopo il bando dello scorso anno, hanno denunciato ritardi nella concessione del visto di ingresso in Inghilterra. Come a dire: fanno di tutto per impedirci di partecipare (e di vincere).

Gigi Riva, stamattina sul Domani, indaga dentro questo sentimento, chiamando il tennis [o lo sport], la prosecuzione della guerra in altri modi. Succede così nelle guerre – scrive – non solo nell’attuale, dove si annullano i chiaroscuri, dove non c’è spazio per la dialettica, dove sono appese le cetre alle fronde dei salici, dove c’è spazio solo per il dualismo noi-loro. Ed è troppo facile soddisfare il nostro bisogno di eroi stando seduti in poltrona davanti alla tv o sui seggiolini degli spalti. Il pubblico di Parigi ha fischiato rumorosamente Marta Kostyuk, ucraina, per non aver stretto la mano dopo l’incontro perso alla bielorussa Aryna Sabalenka. Il suo presidente ha promosso una campagna per espellere russi e bielorussi dalle Olimpiadi del 2024, decretando così lo sport come terreno di scontro, la solita invasione di campo della politica che, se non scandalizza perché è sempre successo, almeno dovrebbe far riflettere sulle pressioni subite da chi va in scena, da solo, in trasferta, sapendo di avere dietro di sé un popolo, il suo popolo, che spinge perché nulla conceda all’invasore qui rappresentato da una sua collega. Dopo lo sfogo collettivo, sarebbe interessante chiedere ad ogni spettatore come si sarebbe comportato una guerra fa, nella stessa Francia di Vichy, o durante il rastrellamento nazista nel Marais degli ebrei deportati al Vélo d’Hiver, contando sulla collaborazione di tanti parigini. Il paragone può sembrare eccessivo, eppure segnala l’obbligo di voltare il cannocchiale, essere per qualche minuto Marta Kostyuk e vedere l’effetto che fa, in un gioco di ruolo dove alfine si potrebbe persino provare vergogna per aver reclamato il coraggio che magari non si possiede. Fosse poi solo una questione di coraggio. Ne ha avuto Daria Kasatkina, russa, omosessuale, oppositrice di Putin, dichiaratamente contraria alla guerra di aggressione e perciò costretta a tenersi lontana dal Paese d’origine. Dopo il match perso con l’ucraina Elina Svitolina ha visto l’avversaria andare veloce verso l’arbitro e da lontano, capendo che per una stretta di mano non era aria, le ha inviato a gesti un segno di congratulazioni prima di imboccare gli spogliatoi subissata dai fischi. Svitolina l’aveva elogiata per il sostegno all’Ucraina eppure nemmeno questo è stato sufficiente per un gesto pubblico di rispetto che comunque resiste ma va occultato, al riparo della mondivisione”.

L’Équipe ha intervistato Daria Meshcheryakova, giornalista ucraina venuta a Parigi dall’Ucraina per intervistare Aryna Sabalenka su argomenti politici. 

 ➣  Perché è qua?

«Perché sono passati quindici mesi dall’inizio della guerra, non ci sono giornalisti ucraini mentre le atlete russe e bielorusse possono capovolgere la situazione, dando la colpa agli ucraini che chiedono solo di conoscere la loro posizione. Dobbiamo porre domande diverse dalla solita: sostieni la guerra? Sabalenka dice che nessuna persona è per la guerra. Cosa significa persona? Alcune persone sostengono la guerra, lo sappiamo, quindi facciamo delle domande».

 ➣  Si dice che sia particolarmente difficile dirsi contro per le potenziali minacce provenienti dal loro paese. Per leiè ininfluente?

C’è un caso interessante: Daria Kasatkina è apertamente contraria alla guerra. Lei e la sua famiglia hanno lasciato la Russia. Alcuni dicono anche, come Sabalenka, che non hanno alcuna influenza sui fatti. È sbagliato. Sono ricche. Se vogliono portare la loro famiglia altrove, è possibile. Credo soprattutto che non vogliano farlo. Non è una storia di paura. Fanno parte del sistema. Non è solo una questione di essere minacciate, è anche una loro scelta. Non capisco cosa stia facendo il Roland-Garros. Spero che il Regno Unito per Wimbledon non dia loro il visto oppure che ci saranno per loro altre domande» 

 ➣  Qual è il suo obiettivo?

Cambiare il racconto della storia. Sono le giocatrici ucraine a subire il peso di tutto questo. Sono loro che pagano caro il viaggio, per far uscire le loro famiglie dall’Ucraina. Russe e bielorusse hanno sempre una scelta e sembra che siano vittime di un mondo che non le lascia giocare. L’unica domanda è: vuoi opporti alla guerra o no?

 ➣  Cosa ne pensa della decisione del torneo di annullare le conferenze stampa di Sabalenka?

Non la capisco. I giornalisti non sono dei nemici. Un polacco ha anche rivolto una domanda sul rapporto tra Sabalenka a Iga Swiatek, e la conferenza stampa si è conclusa per mancanza di tempo. Non trova comode le domande? Sa cosa non è comodo? Il mio appartamento a Kiev» intervista di antoine bourlon, l’Équipe

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