► La famiglia Santini cuce uno sull’altro i colori dell’arcobaleno al centro della maglia dei campioni del mondo dal 1988. Prepara l’amarillo per la Vuelta da cinque anni e ha confezionato quelle rosa per il Giro fino al 2018. Sono i sarti di lusso del ciclismo. Ma adesso è come se fossero arrivati al Carrousel du Louvre, alla settimana della moda di Parigi. Solo che le settimane sono tre e la loro collezione per la sfilata dell’estate 2022 ha un solo colore. Quello. Il giallo. È dal loro stabilimento bergamasco che viene fuori il simbolo del primato, cent’anni compiuti nel luglio del 2019, fino alla scorsa edizione in appalto a Le Coq Sportif, nei capannoni di Romilly-sur-Seine. La Lombardia ha battuto pure monsieur Chovin. In Francia ci lavoravano 22 persone, una al disegno, una per il modello, due ai prototipi, tre al taglio, quindici alla confezione. La maglia gialla è diventata italiana, prima ancora che Filippo Ganna provi venerdì a vestirla in Danimarca, nella crono che apre il Tour de France.
La rivista Rouleur ha dedicato con Colin O’Brien un lunghissimo reportage a questa azienda familiare di fama internazionale.
«Mio padre – racconta Monica Santini – ha sempre amato affacciarsi alla finestra e guardare il parcheggio aziendale. Gli piaceva vedere come i dipendenti cambiavano macchina nel corso degli anni. Se qualcuno ne prendeva una nuova, significava che le cose che gli stavano andando bene e che era felice, che poteva pianificare il futuro. Ecco perché la società non ha mai lasciato Bergamo. Quando alcuni marchi hanno iniziato a guardare alla prospettiva di un trasferimento all’estero per tagliare i costi, sarebbe una bugia dire che non ci abbiamo pensato anche noi. Ma quando abbiamo capito cosa avrebbe significato – tagliare le persone che conosci e che hanno lavorato con te per anni – abbiamo trovato che non fosse moralmente giusto. La gente parla di made in Italy, ma è una formula che può significare tutto e niente. Per noi made in Italy significa conoscere le persone che hanno realizzato il capo, dall’inizio alla fine. Si tratta di fiducia, non solo di fare qualcosa in un certo luogo. Sono le persone che contano. Se siamo cresciuti come azienda, siamo cresciuti per le persone che lavorano qui e alle loro famiglie. È divertente vedere come le opinioni cambiano. Dopo tutti i problemi causati dal Covid, la gente elogia il fatto che siamo rimasti. Oggi siamo bravi, ma 10 anni fa ci chiamavano stupidi».
Non è un piccolo traguardo per un’attività cominciata quasi per caso, per un infortunio. Pietro Santini ha raccontato a Rouleur che già da bambino amava andare in bicicletta. Provò a fare qualche gara, una volta arrivò al traguardo che avevano tolto lo striscione. Erano arrivati tutti. Pensò che non fosse il lavoro adatto. Non smise di seguire il ciclismo.
«Dopo la scuola – dice – sono andato a lavorare in un’officina meccanica come saldatore. Un giorno stavo saldando un tubo, è caduto, mi ha rotto una gamba. Quel momento è stato la mia rovina e la mia grande fortuna. I miei amici uscivano, io ero bloccato in casa. Le mie sorelle lavoravano con due macchine per maglieria e per passare il tempo ho iniziato ad aiutarle. Era un gioco, ma più ci pensavo e più mi pareva che fosse meglio dell’officina con tutti i fumi. Le saldature si facevano all’esterno, con il caldo d’estate e il gelo d’inverno. Cucire non mi sembrava una cattiva idea».
L’azienda è nata nel 1965. Tutto l’abbigliamento sportivo era realizzato in lana. Ha i suoi vantaggi e le sue contro-indicazioni. Un ciclista iniziava una gara con la maglia stretta in vita e finiva che gli era arrivata alle gambe. Avere uno sponsor era un problema, Oggi puoi stampare quello che vuoi in mezzo minuto, con un macchinario che lavora a 220 gradi. A quella temperatura l’inchiostro si muta in gas, prima era tutto manuale, bisognava provvedere lettera per lettera. Finché erano la Bic e la Scic, te la cavavi. Ma valla a preparare coi metodi anni Sessanta una bella maglia per la Intermarché-Wanty-Gobert Matériaux.
I Santini arrivano al Tour con Monica e Paola alla guida dell’azienda, proprio nell’anno in cui la ASO ha progettato il rilancio della corsa femminile. Partirà ai piedi della Tour Eiffel il giorno dopo l’arrivo degli uomini agli Champs-Élysées. Il 75 percento dei dipendenti della ditta è composto da donne. «Una fantastica opportunità – dicono le sorelle Santini – perché il ciclismo femminile ha un potenziale enorme. Ci crediamo. Pensiamo che i passi avanti fatti negli ultimi anni siano stati giganteschi. Molte volte le corse sono più interessanti di quelle maschili, perché non esiste una gerarchia, né un sistema di tattiche. Non è più come qualche anno fa, quando c’erano solo due o tre campionesse, ora sono in tante a poter vincere. Lavoriamo con Lizzie Deignan da molti anni. È una persona che ha completamente rotto gli schemi. Ha deciso di prendersi una pausa per avere un figlio e tutti pensavano fosse una follia. È bello che abbia scelto di non farsi inscatolare dalle convenzioni. È una buona lezione per tutti, non solo per le donne».
La famiglia Santini ha un legame personale con la maglia gialla attraverso l’amicizia di Pietro con Felice Gimondi, primo a Parigi proprio in quel 1965 della fondazione. «Sarebbe stato felice di vederci fare la maglia gialla – ha detto il signor Pietro a Rouleur – eravamo quasi come fratelli; non riesco a pensare a lui senza piangere. Era un eroe per me. Se mai avessi avuto bisogno di lui, lui c’era. E quando si trattava di aprire una porta, era meglio di una chiave. Noi bergamaschi non facciamo amicizia in fretta, vogliamo sapere prima con chi stiamo parlando. Quando è morto è stato un vero shock. Quando mi volto indietro, vedo che c’è tanto di cui andar fiero. Abbiamo persone che lavorano qui che hanno iniziato da adolescenti e ora sono prossime alla pensione. Penso di aver speso bene il mio tempo».