Lo strappo di Ayuso da Pogačar

   

Juan Ayuso ha 23 anni, porta al collo la medaglia d’oro del Sacro Cuore di Gesù regalata dai nonni, i segni dell’acne sul viso e dentro una idea chiara di futuro. Vuole diventare il corridore migliore del mondo. Poiché il migliore esiste già, ed era un suo compagno di squadra [Tadej Pogačar], dopo qualche scaramuccia e qualche ribellione, Juan ha cambiato maglia. Correrà per la Lidl-Trek. Alessandra Giardini tempo fa lo aveva raccontato come uno degli ultimi ribelli seduti in bicicletta. 

Aveva due anni quando la famiglia si trasferì ad Atlanta, la città della Coca-Cola, che otto anni prima aveva ospitato le Olimpiadi del centenario. Quattro anni dopo gli Ayuso rientrarono in Spagna, e Juan cominciò a giocare a calcio, come sperava suo padre. Ma la distanza tra realtà e fantasia in quel caso era abissale: voleva diventare il nuovo Messi, si ritrovò arretrato a terzino destro nel CD Canillas. Quando la famiglia si spostò nuovamente, a Jávea, nella zona di Valencia, Juan cominciò a seguire il suo amico Mateo in bicicletta e cambiò obiettivo. Sostituì i poster in camera, sopra il letto apparve Alberto Contador. Juan cominciò a studiare: non soltanto le materie del collegio britannico a cui lo avevano iscritto i suoi per non fargli perdere l’inglese imparato negli Stati Uniti, ma tutto quello che serviva per diventare il migliore in bicicletta. Maria, sua sorella, giocava a basket, adesso vive a Londra e lavora alla JP Morgan. L’unico che non ha seguito le orme degli altri Ayuso è Juan, il riottoso.

Stamattina lo spagnoletto ha parlato con L’Equipe e ha esposto un concetto abbastanza netto: la crescita come leader passa dal tempo, dalla continuità e dal lavoro collettivo, non da scorciatoie o investiture premature. Ayuso spiega che sentirsi centrale in una squadra – e quindi davvero credibile in prospettiva Tour de France – non è una questione di età o di talento puro, ma di condizione costruita passo dopo passo. Sottolinea che ogni stagione è un tassello, che serve tempo nelle corse, nelle responsabilità quotidiane e nei momenti difficili per completare lo sviluppo di un corridore da classifica generale. Rivendica l’importanza di continuare a crescere senza forzare i tempi, accettando ruoli diversi e imparando a regolarsi anche quando non tutto gira nel verso giusto. In questa fase, dice, non conta proclamarsi leader, ma dimostrare di poterlo essere sul campo, con regolarità e affidabilità.

Il  passaggio chiave dell’intervista riguarda il peso del collettivo: Ayuso insiste sul fatto che nessun obiettivo grande – Tour compreso – è possibile senza una squadra forte e senza fiducia reciproca.

Ma è ancora più interessante il ritratto che gli dedica contemporaneamente Carlos Arribas su El Pais, dove racconta Juan Ayuso come un talento costretto a crescere troppo in fretta dentro una narrazione che lo ha preceduto e spesso tradito. Lo fa usando immagini e ironia. Arribas costruisce Ayuso come una specie di personaggio letterario prima ancora che sportivo, protagonista di una lettera di scuse alla UAE, un gesto di contrizione pubblica pensato più come atto simbolico che come reale bisogno sportivo. Un rito di passaggio.

Arribas racconta come Arribas sia stato schiacciato da alcune immagini e alcuni gesti di insubordinazione, sul Galibier come sullo sterrato di Siena. El Pais sottolinea allora la contraddizione tra l’immagine pubblica e la realtà privata. Il cambio di team non è stata una fuga, dice, ma il tentativo di una riscrittura, un nuovo inizio, una cambio di scenario. Il vero rischio non è fallire, ma dover dimostrare di meritare finalmente tutto ciò che ora gli viene dato. Il ciclismo, per Arribas, non punisce l’ambizione: punisce la fretta.

 

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