Il campione e gli assassini
Certe volte la voce si spezza per un istante e gli occhi si riempiono di lacrime, allora l’uomo smette di guardare la tv che sta trasmettendo una tappa del Tour de France in un caffè di Bogotá. «Parlare è un dolore», si scusa Pastor Rodriguez Martinez «ma è anche una catarsi».
Dal 23 ottobre 2002 l’uomo cerca risposte per sé, per il padre quasi centenario che «merita di morire in pace» e per una famiglia il cui lutto «non si è mai concluso». Ventitré anni fa, due dei suoi fratelli maggiori, Victor e José, furono prelevati armati dalle loro case e mai più rivisti. Trentaquattro e quarantuno anni, uno allevatore, l’altro impiegato nell’edilizia; entrambi riservati, padri di cinque figli. «Nei primi sei mesi qualcuno veniva a dirci di averli visti, vivi, morti, in questo o quel luogo», ricorda Pastor a L’Equipe Magazine che ha dedicato la copertina del suo ultimo numero a questa storia. «Un giorno ci dissero persino che Victor era morto in un incidente stradale».
L’incertezza è finita il 7 aprile scorso, giorno della condanna di Luis Fernando Gomez Florez detto Ojitos a ventidue anni e sei mesi di prigione per «sparizione forzata aggravata», un crimine qualificato in Colombia come «atto contro l’umanità». Le vittime erano i fratelli Rodriguez Martinez, Gonzalo Guerrero Jiménez e Diuviseldo Torres Vega, contadini di Piamonte, un borgo tra le alture selvagge di Fusagasuga, 75 km a sud di Bogotá. Ojitos confessò il suo ruolo nell’omicidio quadruplo, insieme a due membri della milizia illegale Autodefensas Campesinas del Casanare [ACC], fondata negli anni ’70 e attiva in 329 comuni del paese.
Dalla lettura del verdetto, Pastor apprese con orrore che i carnefici avevano visitato le case delle vittime travestiti da agenti del DAS, i servizi segreti, con la scusa di un’indagine, per trascinarli in un furgone Toyota Hilux e ucciderli, seppellendoli poi ai bordi della strada vicino a Fusagasuga. Le confessioni di Oscar Andres Huertas Sarmiento, detto Menudencias furono gelide nella loro crudezza: «Li abbiamo sgozzati e smembrati a colpi di machete. Abbiamo scavato due fosse di circa 50 per 50 cm, profonde 1,50 m, e li abbiamo tagliati in sei pezzi: testa, braccia, gambe e tronco».
Pastor, insegnante in una scuola di aviazione, 51 anni, dovrebbe «credere nel futuro» e invece crolla: «Come si fa a mantenere la fede nell’umanità?», singhiozza. «Mia madre morì di ictus otto mesi prima del rapimento. Per fortuna, non avrebbe mai sopportato quell’orrore».
L’ulteriore shock: i tre paramilitari hanno accusato l’ex campione di ciclismo Luis Alberto Lucho Herrera, 64 anni, icona degli anni ’80, di aver ordinato e finanziato gli omicidi, con il fratello Rafael come presunto complice. Herrera, originario e residente a Fusagasuga, respinge con fermezza assoluta le accuse, parlando di «denunce calunniose, estorsioni e intimidazioni da parte di gruppi delinquenziali» e di «innocenza totale».
«Non ho mai fatto parte di organizzazioni criminali né ho voluto male a qualcuno», ha detto con una nota, mentre amici e avvocati lo difendono: «È vittima di false accuse», insiste il legale Hernando Benavides Morales.
La Colombia è scossa. Herrera è considerato un eroe nazionale, un pioniere del ciclismo, l’uomo che ha paralizzato un paese intero negli anni ’80, il vincitore della classifica scalatori del Tour de France nel 1985 e nel 1987, il protagonista di trionfi inattesi come la leggendaria tappa all’Alpe d’Huez 1984. «Fu la fine di un complesso di inferiorità, l’equivalente del primo passo sulla Luna per la Colombia», spiega il giornalista Ruben Dario Arcila. Il piccolo giardiniere di Fusagasuga, con la sua semplicità e il silenzio, il simbolo di quella porzione di paese laboriosa e onesta, ora si confronta con l’ombra di accuse che mettono in dubbio la sua immagine.
La statua a Fusagasuga eretta in suo onore è stata ridipinta di rosso, simbolo del sangue e della memoria dei desaparecidos. Le famiglie delle vittime, come Luz Stella Prada Quiroga, non si arrendono. Incinta di sei mesi quando il marito fu rapito davanti ai suoi occhi, cerca ancora il corpo di Gonzalo per poterlo seppellire, affrontando «dolore, tristezza, incertezza, impotenza» e sopravvivendo con lavori umili. «Il semplice fatto che il suo nome compaia nell’indagine è una ferita», confessa. Otilia Torres Vega, sollevata dal ritrovamento del fratello Diuviseldo, assassinato a 28 anni, ha smesso di salutare Herrera. La sua famiglia si era rifugiata a Piamonte per sfuggire alla guerriglia.
Herrera è stato ascoltato dalla procura il 5 giugno e racconta la sua vita lontana dalle corse fatta di allevamento, vendita di pollame, gestione di cinque fincas e di alcuni hotel, con un reddito mensile di 25-30 milioni di pesos [5-6 mila euro]. Ha ammesso pagamenti a persone collegate a milizie per paura che la sua famiglia fosse minacciata, ma ha negato ogni coinvolgimento diretto nelle atrocità. «Sono innocente», ripete, «tutte queste cose che escono sulla stampa mi feriscono. Quando esco, la gente mi guarda. Sui social mi chiamano “il macellaio di Fusagasuga”. Fa male».
L’Equipe Magazine dice che la sua figura adesso è scissa, “da un lato il ciclista simbolo di un’epoca, dall’altro le accuse che scuotono una nazione dove si fa fatica a giudicare i propri eroi, dove la memoria dei desaparecidos e la lentezza della giustizia si mescolano a leggende, vittorie e cicatrici”.