La tappa del Sestriére tormentata dalla pubblicità
A dirla tutta. Molte delle cose successe nella tappa di ieri, qui sono state ricostruite, desunte e ricucite attraverso testimonianze sparse scritte e orali, alla vecchia maniera dei cantori che partivano, seguivano i ciclisti e al telefono dettavano verso i loro giornali tappe completamente inventate, per questo leggendarie.
Leggendaria è stata la tappa di ieri, anche perché per buona parte quando contava non l’abbiamo vista. In compenso sulla RAI davano degli spot magnifici, la fotografia è davvero molto curata. Tra l’uno e l’altro, negli ultimi 20 km, erano saltuariamente disturbati dalla diretta della corsa. Ma poco, eh. C’era questo fastidio di dover guardare delle persone in biciclette che spezzavano il flusso di un fresco tè da gustare con l’estate alle porte o chissà che altro.
Chi si è fatto prendere dalla tentazione di spostarsi su Eurosport, ha scoperto che Wladimir Belli e Riccardo Magrini stavano litigato su chi aveva detto cosa nei giorni scorsi: tu avevi detto che vinceva Del Toro, io avevo dato il 40% a Carapaz, no ti sbagli io una volta ho detto attenti a Yates: cose così.
Belli a un certo punto doveva proprio essere in preda alla disperazione perché ha chiesto l’aiuto da casa: «Vi rendete conto, cari spettatori – ha detto – in quali condizioni mi trovo a lavorare io?».
Ma tu ti rendi conto, caro Belli, in quali condizioni ci troviamo noi?
IL PROCESSO ALLA TAPPA: UN CASO
Il ciclismo vive la sua età dell’oro e il suo racconto televisivo è moribondo. Il più bravo di tutti è stato imprigionato in quello che per tradizione continua a essere considerato lo spazio più glorioso, il Processo alla tappa, ma in quella finestra finanche un fuoriclasse come Davide Cassani non riesce a essere Davide Cassani.
Su Tuttobici Cristiano Gatti nei giorni scorsi ha scritto: “Spiace, è sempre doloroso staccare la spina, ma a un certo punto il coraggio bisogna trovarlo. La domanda è pesante ed elementare: che senso ha tenerlo in vita così? Diventa accanimento terapeutico, diventa crudeltà. Per chi l’ha conosciuto nel pieno della sua vitalità, quando è nato e cresciuto nel nome di Sergio Zavoli, è tremendo ritrovarselo a fine corsa in queste condizioni. Non lo si può guardare, ti prende la malinconia. Basta, per carità: staccate la spina al “Processo”. O almeno, se non avete il coraggio, cambiategli nome. Basterebbe una definizione del tipo “Le interviste del dopocorsa”: più chiara e più onesta”.
Per fortuna Davide Cassani scrive cose interessanti sulla sua pagina Facebook. Stavolta per esempio segnala: “Sinceramente non pensavo che Yates potesse andare a prendersi il Giro invece ce l’ha fatta. Ho sempre fatto il tifo per Van Aert perché i campioni sono quelli che vincono, e campioni sono anche quelli che indicano la strada e rendono possibile il successo degli altri. In questo Giro ha vinto a Siena, ha tirato le volate a Kooij, ha scortato Yates nella conquista di questo Giro. Un gigante”.