L’asprezza del muro di Huy

  luoghi  Il muro di Huy | La Freccia Vallone è la corsa del muro di Huy, la cui dolcezza è pari a quella delle sorelle di Cenerentola. Un chilometro e trecento metri di strada al 9,2 per cento di media, con i primi 400 metri che sono di avemaria in preparazione agli altri novecento di maledizioni al cielo, peraltro in quel punto vicinissimo alla strada. È un posto arcigno e buffo allo stesso tempo, chi ci sale si contorce, arriva sparato e si pianta, rallenta, quasi si arresta, come una biglia insabbiata sulle piste al mare. È così ripida che le macchine vengono deviate.  

Marco Pastonesi sulla Gazzetta dello sport raccontò qualche anno fa che ai piedi del muro c’è un bar battezzato Au pied du Mur, appunto. Si spilla birra Jupiler, chiara, e Leffe, rossa. Poco più in là un casottino di legno, Friterie chez Marc. Giardino, due tavoli e quattro panche per il picnic, ciliegi in fiore, un parcheggio da freno a mano perché il piazzale, Place Saint-Denis, è storto, obliquo, in bilico. Da lì comincia lo Chemin des chapelles, da 83 a 204 metri in altezza, 1300 metri al 9,3%, di cui 900 metri all’11,6%, con punte del 19%. A occhio, di più. Si fatica ad andare a piedi. A metà dell’Ottocento ne fecero un luogo di pellegrinaggio, dove poter scontare i propri peccati, dove poter implorare un intervento divino, dove poter sperare in un’esistenza migliore.

Huy è un posto, raccontava sempre Pastonesi, fatto di “casette a due piani, massimo tre, in mattoni o in pietre, finestre senza imposte, cassette delle lettere, un cartello attenti-al-cane (Je monte la garde!)

Un posto da via Crucis, con le stazioni sistemate lungo l’ascesa. Sulla sinistra la sesta stazione: “Gesù viene fatto scendere dalla croce”. L’orizzonte si spalanca, si vede il traguardo, s’intravede la gloria. La settima e ultima stazione (“Gesù è messo nella tomba”) è nascosta nella chiesa sulla destra, Nostra Signora de la Sarte. Sulla sinistra il caffè-ristorante Il Cortina: i sopravvissuti brindano con Stella Artois

Giovanni Battistuzzi sul Foglio ha scritto una volta che lo scenario è magnifico, il finale emozionante, sempre. Una lingua di asfalto che si inerpica verticale, talmente all’insù che fa male il collo a cercare di capire dove va a finire. Due metri e poco più di carreggiata che fa da spartiacque tra la fatica e il riposo, tra l’impresa e i musi lunghi, tra il festival e il dopofestival. Un luogo venerato da credenti e ciclisti, un pellegrinaggio di fede e biciclette, che però almeno nel secondo caso da giudice si è trasformato in dittatore. La Freccia è diventata il Muro. Null’altro. La Freccia è diventata un peregrinare sino alle sue pendici, un girovagare per le Ardenne, una lunga attesa per incontrarlo, per vedere chi resiste e chi piega le resistenze altrui

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