La morte di Anastasi
Pietro Anastasi aveva la Sla. La malattia gli era stata diagnosticata dopo un intervento per un tumore all’intestino. La famiglia ha comunicato che nelle ultime ore ha chiesto la sedazione assistita. Oggi è aperta la camera ardente all’ interno della Sala comunale Estense a Varese. Domani i funerali. La Nazionale avrà il lutto al braccio il 27 marzo a Wembley
Senza un omaggio. Ieri il povero Anastasi nessuno se l’è filato. E si sono giocate tre partite, Lazio-Sampdoria, Sassuolo-Torino e Napoli-Fiorentina senza che a nessuno venisse in mente di rendere omaggio alla fresca memoria di un grande centravanti che ha fatto la storia del calcio italiano. Toccava a Lazio, Sassuolo e Napoli, padrone di casa? Forse, perché no? Toccava alla Lega, che il campionato lo organizza e lo amministra e le cui responsabilità dovrebbero andare oltre la gestione dei diritti televisivi? Fuochino. E non c’è dubbio che se il neo-presidente avesse disposto il minuto di silenzio nessuno avrebbe avuto da ridire. | Gigi Garanzini, la Stampa
La vita intrecciata a quella di Boninsegna. ➣ Lo scambio che fece scalpore: Anastasi all’Inter, Boninsegna alla Juve. Era il 1976. «Un’operazione clamorosa. Alla Juve non volevo andare e anche Pietro non era convinto, ma all’epoca potevamo solo obbedire. Pensavo che dopo 171 gol con l’Inter fossi ormai una bandiera, ma Fraizzoli mi disse che mi doveva darmi alla Juve, senza spiegarmi altro. E sua moglie, la Lady, non volle chiarire: Roberto, non me ne parli. Però le cose andarono di nuovo in una maniera imprevista: io alla Juve feci tre anni splendidi mentre Pietro all’Inter andò male perché si ritrovò in una squadra in declino. Ci legano davvero storie strane».
➣ Ma il vostro rapporto com’era? «Ottimo. Parlammo a lungo di queste cose nell’estate del 1990, in vacanza assieme in Sicilia. Ci ridemmo sopra. Siamo due giocatori legati per sempre anche senza avere praticamente giocato assieme».
➣ Sareste stati una bella coppia? «Eravamo diversi quindi complementari: io prima punta che dava profondità e riferimenti e lui seconda, a svariare sulle fasce. Perfetti. Ma con lui era davvero facile stare assieme, perché era un pezzo di pane, sempre con il sorriso sulle labbra. Nel 1974 lo spogliatoio azzurro era a pezzi ma lui stava al di fuori di qualunque gioco: era onesto, gli andava sempre bene tutto».
➣ Andava fiero della sua meridionalità? «Sì, e sostituirlo a Torino fu dura, perché gli operai meridionali della Fiat stravedevano per lui. Ho dovuto lottare per farlo dimenticare». | Intervista di Emanuele Gamba, la Repubblica
Com’era Torino negli anni di Anastasi. Mi reco in quello che è considerato un po’ il quartiere tipico dei sudisti di Torino: Le Vallette. Ed è proprio un siciliano che lavora alla Fiat l’operaio che pronuncia la frase citata in apertura: “Quando Anastasi segna, Agnelli diventa un santo”. È sempre in prima linea quando, in fabbrica, c’è da protestare per una rivendicazione sindacale. Ma, al momento di parlare della Juventus, improvvisamente diventa tenero. “Volesse il cielo che Agnelli riuscisse sempre a comprare calciatori del Sud. Qui noi viviamo in una città fredda, chiusa e anonima. Se non ci fossero neppure loro, i nostri, quelli che sono nati dove siamo nati noi, che ci staremmo a fare, visto come vanno le cose? Per chi faremmo ribollire il sangue delle nostre vene?”. Dice proprio così.
Qui a Torino e dintorni fra le famiglie provenienti dal meridione d’Italia, ve ne sono molte che riescono a malapena a mettere insieme fra le 45 e le 60 mila lire al mese. Qualcuna arriva anche a cento-centoquindicimila, ma solitamente sono in otto o dieci in famiglia. Mangiano minestrone e pane, quando va bene. Vi sono nuclei familiari sull’orlo della catastrofe.
Il riscatto sociale attraverso le favorevoli vicende sportive della Juventus è molto più sentito a Torino che in altre città. Per molti lavoratori, direi che le paghe raggiungono addirittura livelli nordafricani, ossia da fame. C’è gente che, per quattro soldi, confeziona dalla mattina alla sera frange per tende su telai casalinghi, oppure pelacipolle per duemila lire al giorno. Vi sono famiglie costrette a vendere mobili acquistati con cambiali in vent’anni di sacrifici immani. … Gianni Agnelli certo non sapeva nel ’68 che stava dando a questa povera gente del Sud una ragione di più per cercare di sopravvivere al Nord. | Lamberto Artioli, Corriere della sera, 3 marzo 1973 (citato oggi in Paolo Tomaselli, Corriere della sera)