Perché? A due non sorge un gruppo?
Massimo Troisi
discussioni
Che fine farà il mito dello spogliatoio
Il virus sta costringendo gli sport di squadra a ripartire con allenamenti individuali. Mentre The Last Dance ci mostra che pure i contrasti possono generare vittorie. Ma allora il famoso gruppo?
I primi a tornare sono stati Djuricic, Magnani e Rogerio al campo del Sassuolo. Sono arrivati da soli e soli sono rimasti ognuno per conto proprio, per il primo allenamento dopo 56 giorni. Dalle foto sembrano quasi dei mezzofondisti. Il giovane Raspadori tiene pure il cronometro in una mano.
Se l’atletica nel nuovo mondo si fa in giardino, il calcio nel nuovo mondo deve comportarsi per ora come uno sport individuale. È costretto. Le squadre frammentate. Sminuzzate. Delle squadre non-squadre.
L’ultima rivoluzione imposta dal coronavirus allo sport è la frantumazione del concetto di gruppo. Lo sbriciolamento di un totem. Decine e decine di manuali di psicologia sportiva mandati in disuso. Siamo abituati a pensare che le squadre vincono perché fanno gruppo. Ora il gruppo è un problema. È una colpa.
La creazione del gruppo nel vecchio mondo si allenava. Il team building è diventato una tendenza. Nei ritiri in montagna da una decina d’anni i calciatori andavano a fare rafting insieme. Il principio, per banalizzare: siamo tutti sulla stessa barca. Sono esercizi che insegnano il valore della collaborazione, addestrano a prendere decisioni collettive in tempi rapidi. Facevano rafting la Roma di García e il Napoli di Benítez. È un metodo molto legato alle abitudini della Spagna. I calciatori del Betis Siviglia andarono a fare surf in Portogallo. Joaquin Valdes, psicologo della Nazionale, suggerì a Luis Enrique di portare la squadra in una escape room. Unai Emery all’Arsenal propose il paintball.
Fuori dalla Spagna, quando ancora allenava il Mainz, Klopp portò i suoi per cinque giorni in ritiro in Scandinavia senza cibo. Insegnò il concetto di sopravvivenza.
Non bisogna mai sottovalutare la forza che un piccolo gruppo di persone, con una forte motivazione, può esercitare nei processi di cambiamento. Le squadre sono organismi sempre orientati verso la ricerca di un’identità, ma di un’identità che non è mai definitiva. Sono sistemi dinamici che modificano le proprie caratteristiche di giorno in giorno. Si adattano, si trasformano e devono trovare nutrimento per poter sopravvivere. Fortunate, dunque, le squadre che si sanno aprire alle alterità, si fanno contaminare, sanno cambiare, nonostante sabotatori o resistenti.
Essere uniti. Uniti si vince. È la narrazione ufficiale degli ultimi due titoli mondiali vinti dalla Nazionale italiana di calcio: 1982 con Bearzot, 2006 con Lippi. C’è un nemico esterno (la stampa, l’opinione pubblica, la FIFA), noi siamo più forti se diventiamo una cosa sola.
Julio Velasco è un teorico della differenza che esiste tra gruppo e squadra. Più o meno: un gruppo tira dalla stessa parte, una squadra è fatta di diversità che si integrano. «Dobbiamo mettere al primo posto – ha detto – il valore dell’unità del gruppo, il gruppo di giocatori dev’essere sempre e a qualunque costo unito; unito a qualsiasi costo vuol dire anche che il gruppo può essere unito contro di me, ma tra di loro non devono mai essere contro. Questo implica un tipo di gestione di cui esprimo solo un concetto: il concetto di giustizia, che non sempre è quello più utile in quel momento, ma è il più utile a lunga scadenza. Se noi vogliamo che il gruppo sia unito e vogliamo sviluppare nel gruppo delle risorse morali forti, noi possiamo essere duri, possiamo essere terribili, possiamo anche sbagliare, possiamo portarli all’esasperazione fisica per quanto li alleniamo, ma non dobbiamo essere ingiusti, non dobbiamo avere figli e figliastri».
In Le undici virtù del leader, uno dei libri più belli sulle relazioni all’interno di una squadra e sulle qualità che fanno di un calciatore una guida, Jorge Valdano ha scritto che lo spogliatoio è un habitat. Un tempio di superstizioni pagane. Quanto cambierà, anche come luogo fisico, dopo questa pandemia? Se crediamo in un mondo ideale, sostiene Valdano, una squadra è un gruppo di persone le cui capacità individuali sono complementari, e che “si battono per una causa comune, raggiungono mete elevate, operano con una metodologia, dividono responsabilità e in mezzo a tutto questo si divertono”.
Lo spogliatoio è popolato di personaggi che rappresentano l’intera umanità: furbi, stupidi, gentili, ombrosi, buoni, cattivi, coraggiosi, vigliacchi, vanitosi, umili, leader, gregari. Ma il cemento che unisce quei tasselli così diversi è la generosità di alcuni. La squadra richiede sempre un tributo personale. Essere parte di uno spogliatoio implica un qualche tipo di rinuncia.
Qualche anno fa in Inghilterra un calciatore protetto dall’anonimato ha raccontato una serie di esperienze che si vivono negli spogliatoi, nelle relazioni con i compagni e con gli allenatori, in una rubrica per il Guardian. Sono poi diventate un libro. Che in qualche caso spiazza.
Un manager deve avere il rispetto di tutti. I giocatori vogliono che un manager sia coerente e onesto. Nessuno vuole restare a guardare a bordo campo, ma una spiegazione del perché sei fuori squadra, soprattutto se sei stato appena escluso, può fare miracoli per calmare le acque. Questo tipo di capacità nella gestione degli uomini manda segnali chiari ai giocatori, tiene unito il gruppo e, di conseguenza, tira fuori il meglio della squadra. Quando avviene il contrario, si insinua il malcontento e cominciano a venire in superficie storie su come il manager avrebbe perso il controllo dello spogliatoio. Tutto questo accade realmente, forse non spesso come si vuole far credere.
Lo spogliatoio spaccato è uno dei contro-miti di tale lettura. Quando succede si parla di clan e di fazioni. L’internazionalizzazione delle squadre spesso produce ricostruzioni di divisioni su base etnica. Gli italiani vs gli stranieri. Gli slavi. Gli argentini. I sudamericani. Solo in questa stagione la sindrome è stata accostata al Napoli di Ancelotti, alla Juventus di Sarri, al Cagliari di Maran, alla Ternana, al Cosenza.
È spaccato il Barcellona di Messi. Erano spaccate l’Inter prima che arrivasse Antonio Conte, la Francia di Domenech ai Mondiali in Sudafrica, gli Houston Rockets di Kevin McHale, il Milan di Mihajlovic, la Nazionale di Prandelli, l’Argentina di Sampaoli.
Fuori dal campo, noi argentini spesso facciamo comunella, ma per una semplice identità culturale. In ritiro ci divertiamo un sacco a suonare la chitarra e pur non essendo proprio degli assi Burdisso, Walter Samuel e io ci alterniamo a strimpellare. È un modo per stemperare la tensione prima delle partite, e anche per fare gruppo.
Quel che più raramente emerge è che si può vincere anche senza sopportarsi. “Odiatemi” è quel che dice Guardiola ai suoi in un discorso celebre ripreso dalla camera di All Or Nothing. Se serve a vincere: odiatemi.
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Slalom 7 aprile 2020
Finiamo per attribuire i cattivi risultati del campo a uno spogliatoio spaccato ma tanti gruppi scoppiati sono andati avanti lo stesso per la loro strada. John McEnroe ha raccontato in Non puoi dire sul serio che il suo rapporto con Peter Fleming andò in crisi quando il compagno di doppio si sposò. Un attacco di gelosia. Fu faticoso ma continuarono a vincere. In Vinceremo di sicuro (Piemme) Michele Brambilla ricorda che nell’Inter più grande di tutti i tempi, quella di Helenio Herrera, “c’era il clan di Mazzola; il clan di Corso; e c’era Picchi che era leader tattico, e correggeva in campo gli errori di Herrera. Facchetti era leader solo per correttezza e moralità”. Tommaso Maestrelli è stato la guida della Lazio 74 capace di vincere il campionato nonostante durante la settimana fosse ufficialmente spaccata in due fazioni: Chinaglia e Wilson vs Martini e Re Cecconi.
In queste settimane il documentario The Last Dance ci sta mostrando quante sfumature siano possibili all’interno di un gruppo, non solo per l’ostilità aperta (fino al bullismo) di Michael Jordan verso il general manager Jerry Krause, ma anche per la sua feroce volontà di annientare ogni possibile rivalità, esterna e interna. Nell’ultimo episodio la contrapposizione con Kukoc si materializza in una marcatura spietata ai Giochi olimpici. «Lasciatelo a me» dice negli spogliatoi MJ al Dream Team. Kukoc era colpevole di essere stato giudicato interessante da Krause, degno, all’altezza, adatto a rafforzare la squadra, mentre Jordan pensava che loro, i detentori del titolo, avrebbero avuto bisogno di altro, magari un adeguamento al contratto di Pippen. È una dinamica vissuta anche dentro il Napoli dello scudetto 1987, che a titolo fresco seppe dell’acquisto di Careca. Maradona lo accolse dicendo: «Dovrà adattarsi al Napoli, non il Napoli a lui». La sera in cui si tenne l’amichevole contro il Sao Paulo, partita che faceva parte del contratto di cessione, il feroce Bruscolotti riservò a Careca una marcatura senza svenevolezze. «Qualcuno pensava di venire a fare il fenomeno» commentò alla fine. Perché gli spogliatoi hanno i loro codici, li difendono e li difenderanno ancora. Quando il virus ci restituirà gli sport di squadra.