L’annuncio alla nazione
Avanza Nené. Ha davanti a sé Fara, lo supera agevolmente in velocità. Parte il cross ma Fara riesce bravamente a contrastarlo e a mettere la palla in calcio d’angolo. Ormai il pubblico è pronto per la invasione pacifica del terreno. Una circostanza del resto largamente prevista. Mentre De Robbio fischia in questo istante la fine. Il Cagliari è campione d’Italia.
voce di sandro ciotti Tutto il calcio minuto per minuto, 12 aprile 1970, ore 16 e 17
Come era stato costruito quel Cagliari e come giocava
Ad immaginare e poi costruire quella squadra fu un grande dirigente, Andrea Arrica. Che nell’estate del ’68 diede Rizzo alla Fiorentina e in cambio si prese Albertosi e Brugnera: e in quella del ’69 lasciò sì Boninsegna all’Inter, ma dal povero Fraizzoli pretese e ottenne Domenghini e Gori, più Poli per buon peso. L’acqua la portavano i Martiradonna e gli Zignoli, i Niccolai e i Nenè che la Juve aveva comprato da centravanti e sull’isola divenne mezzala di lotta e di governo. Poi c’erano il miglior Domenghini di carriera, capace eccome di cantare e portare la croce, i piedi morbidi di Greatti e Brugnera, la visione di gioco di Cera, l’intelligenza tattica di Gori nel creare spazi alla strapotenza di Riva. Con le spalle protette da un portiere del calibro di Ricky Albertosi. E quando un’entrata assassina dell’allora sampdoriano Benetti, mica l’unica della carriera, mandò all’ospedale il libero Tomasini, Scopigno si inventò Cera regista arretrato. Facendo un regalo al Cagliari, all’Italia di Valcareggi, e allo stesso Cera che divenne una sorta di Beckenbauer ante litteram.
di gigi garanzini, la Stampa, 11 aprile 2020
Arrica, un’icona del calciomercato
Lavoravo a Stadio e Andrea era spessissimo in redazione se non altro perché c’erano voli quotidiani fra Cagliari e Bologna. E a Bologna c’erano i Signori del Calcio, capi degli arbitri e dirigenti federali. La simpatia di Andrea ci aveva travolto, era uno dei nostri, lavorammo in letizia registrando pian piano i progressi della squadra soprattutto con il mercato permanente e intelligente ch’era in mano a lui; amico di tutti, studiava situazioni serie e anche colpi di scena paradossali, per guadagnare attenzione sui media. … Trascorrevo con lui ore liete ai tempi del “Gallia” e dell’”Hilton” nei giorni del Calciomercato. In quegli ambienti mondanissimi Andrea esprimeva il meglio di sé anche interpretando – più commedia che realtà – il ruolo di Casanova.
di italo cucci, Corriere dello sport-Stadio, 12 aprile 2020
Cosa si scrisse nel 1970
È la seconda città di mare a vincerlo dopo il Genoa degli anni eroici. Il riferimento non è senza motivo. Si tratta di un’affermazione che va oltre il mero significato agonistico e si compendia degli sforzi di un sodalizio che ha voluto la conquista con la tenacia, la caparbietà tipiche di questa magnifica gente e anche con la illuminata saggezza, con la cupezza e, diciamo pure, con la lungimiranza di dirigenti abili, provveduti e moderni.
… La rete di Gori era come un saluto all’Amsicora, un affettuoso addio. Di là, verso il mare, occhieggiava candido e integro il nuovo stadio. Le fortune del Cagliari, campione d’Italia, si trasferivano idealmente in quel nuovo terreno, ma la celebrazione dei cinquant’anni della società era giusto che si svolgesse sul prato amico dell’Amsicora che ora centinaia di persone occupavano in un tripudio di salti, di corse, di salute, di abbracci, di grida.
di angelo rovelli, la Gazzetta dello sport, 13 aprile 1970
I broccoloni e la Cassa del Mezzogiorno
Con quel gol di Gori lo scudetto era ormai certo. Lo cuciva sulle maglie dei sardi un ragazzo che l’Inter non voleva perché considerava un brocco così come la Juventus aveva considerato un brocco Nené 0 la Fiorentina Albertosi e Brugnera. Una compagnia di broccoloni portava per la prima volta lo scudetto in Sardegna, anzi, lo portava per la prima volta nel Sud.
Certo dopo questo la Cassa del Mezzogiorno ha una preoccupazione di meno: la Sardegna ha raggiunto il livello calcistico delle regioni più evolute — quali la Lombardia e il Piemonte – e quindi i soldi che non si sono spesi fino ad ora si potrà continuare a non spenderli senza neanche il timore di una protesta: con che faccia si protesta quando si ha lo scudetto? E allora cosa devono dire a Palermo, che per essere a sud sono più a sud di Cagliari, per non aver aiuti dalla Cassa non ne hanno come a Cagliari, ma per di più non solo non vincono lo scudetto, ma vanno in serie B?
di kim, L’Unità, 13 aprile 1970
Il più incredibile degli scudetti
Più nulla conta oggi in Sardegna, stanotte sarà difficile dormire. Andremo anche noi per le strade a celebrare quello che può e deve essere considerato il più clamoroso, sensazione, incredibile scudetto del calcio italiano di tutti i tempi.
di ezio de cesari, Corriere dello sport-Stadio, 13 aprile 1970
L’orgoglio di un popolo
Questo è uno scudetto diverso dagli altri: non premia soltanto una società, una squadra, un tecnico, una pattuglia di dirigenti, una folla: ma rende felice e un’intera popolazione, le dà l’orgoglio di aver vinto dove sinora erano riuscite a vincere soltanto le grandi città del continente; le offre la sensazione davvero improvvisamente ridotto, quasi annullato, distanze che sparivano abissali; le regala l’ebbrezza d’aver infranto con la propria forza monopoli considerati immutabili.
In virtù di uno scudetto, i sardi dimenticano le tribolazioni quotidiane, le mille delusioni, e si sentono – come in rare occasioni gli è concesso – ammirati protagonisti di un evento di cui tutta l’Italia parla. Chi scuote la testa, o chi si indigna, che impreca contro il calcio offerto quale oppio al popolo affinché trascuri i suoi problemi più angosciosi, chi reagisce di fronte a una dilatazione così ampia del risultato di un gioco, chi coglie proprio quest’occasione per ricordare come, con aspro contrasto, i mille malanni che turbano e immiseriscono la vita dell’isola, chi non si associa alla festa popolare, stavolta ha torto.
… Il calcio è un gioco, un mondo futile, ma proprio vincendo nel calcio, che è sport di amplissima risonanza, i sardi da ieri sanno che nessun traguardo può esser loro vietato ovvero perseguono con tenacia, con serietà di intenti, con abilità organizzativa. Dal calcio in virtù dello scudetto i sardi possono anche trarre una benefica sensazione di fiducia, in se stessi e negli altri. In virtù di quello scudetto possono accadere ataviche, e spesso ingiuste, barriere di diffidenza.
di gino palumbo, Corriere della sera, 13 aprile 1970
Il contesto
La questione sarda
Una terra che per lo Stato era diventata “una questione” e dove il capo della polizia Angelo Vicari aveva inviato da 4 anni il corpo speciale dei Baschi Blu, un migliaio di poliziotti e carabinieri scelti tra i reparti speciali per combattere il banditismo, i furti di bestiame, i sequestri di persona (12 nel 1968), gli omicidi (dai 42 del 1963 ai 17 dei primi otto mesi nel 1966). Reati, scrisse il presidente della Regione Paolo Dettori in una relazione «riconducibili all’ambiente, al tipo di civiltà, al tipo di cultura dominante, che va modificandosi troppo lentamente perché non siano accentuati gli squilibri, e non appaiano più stridenti i contrasti tra un’economia e una società arretrate, in un certo modo primitive, e un’economia e una società che parzialmente hanno appreso quali modelli di vita proponga la civiltà moderna, e ne sono divenuti in qualche misura partecipi». Questa era la Sardegna per l’Italia. Poi arrivò Gigi Riva.
da il Venerdì, 3 aprile 2020
I latitanti traditi dal tifo
Per dire che cosa significhino per i sardi il Cagliari e questo suo scudetto, basta raccontare un episodio avvenuto qualche minuto prima che la partita col Bari avesse inizio. Tra la folla della curva est un agente di pubblica sicurezza osserva bene due tifosi: quelle facce non mi sembrano nuove. Dà di gomito a un collega: sì, quelli sono due latitanti ricercati da tempo. I due tentano la fuga. Uno viene acciuffato quasi subito, l’altro riesce a guadagnare l’uscita, ma è raggiunto appena fuori dello stadio. Mano sulla spalla: documenti!
Sono Antonio Gambazzu, 23 anni, e Sergio Ortu, 24 anni, entrambi da Cagliari ed entrambi ricercati. Mentre ancora stringono bandierine rossoblù, le manette scattano attorno ai loro porsi: devono essere fermati e messi a disposizione dell’autorità giudiziaria. I due vengono portati al sicuro in una stanzetta degli spogliatoi, in attesa che arrivi il cellulare. Ma entrambi implorano il commissario di servizio: “Non subito, per favore. Lasciateci almeno vedere la partita. Sapevamo che ci avreste pizzicati, ci sono tanti agenti i carabinieri allo stadio. Ma siamo venuti lo stesso, abbiamo corso questo rischio, perché non potevamo mancare alla festa dello scudetto. Prima o poi ci prendono, abbiamo pensato, e allora tanto vale rischiare e non perdere l’incontro con cui il Cagliari diventa campione d’Italia”.
Il funzionario fa cenni di diniego. Non si può: la legge è legge. Ma la notizia si sparge. Negli spogliatoi, a fare gli auguri al Cagliari, c’è anche Walter Chiari, in tournée in Sardegna col suo Gufo e la Gattina. E allora vanno loro due, le due celebrità presenti, Walter Chiari e Gigi Riva, a parlamentare con i rigidi funzionari della questura. Gigi Riva invoca la comprensione per il tifo, Walter Chiari si produce in una perorazione di carattere umano-sociale. I funzionari si lasciano convincere, arriva il permesso di trattenere i due fermati in campo fino al termine dell’incontro. Così, circondati e custoditi da un nugolo di agenti, anche i tifosi-ricercati Gambazzu e Ortu possono vedere il Cagliari campione.
di gianni de felice, Corriere della sera, 13 aprile 1970
Il popolo
Piace ai sardi considerare e dilatare a continente la propria isola. Ho sognato più volte di rifugiarmi su quel piedestallo di granito e perdermi nella sua immensità immaginaria. I sardi riemergono fra gli uomini da lontananze remote. Uccidevano liturgicamente il padre incapace di produrre. Le loro donne, secondo fantastici i cronisti, si mostravano seminude ai visitatori. Ora scontano quelle beate licenze vestendosi troppo, quasi racchiuse in voluttuosi sudari. Nei loro occhi si leggono ancestrali errori e cupezza mai estinte.
Molti di noi, sopravvivenze liguri, si sentono a casa in Sardegna. Finita la glaciazione rimasero isolati. Amsicora è il loro campione autoctono. Capisci come una scrittrice da rotocalchi d’amore abbia potuto vincere il Nobel nobilitando i propri argomenti in clima sardo. Il sardo guarda al presente con una sorta di lontano implacato terrore. È sospettoso di ogni contatto che lo contamina. La sua coscienza è pura. Comportati da uomo e troverai veri uomini fra i sardi; da amico, e troverai amici. Quando un sardo ti è amico, puoi considerarti più ricco. Quando più di un sardo ti è amico, temi sinceramente che non abbiano a tentarti di immigrare. La Sardegna è un continente che ogni giorno viene profanato. Strane illusioni guidano gli uomini nel violentare l’intimità dei propri simili. La Sardegna è stata scassata dai caterpillars, scavata dai ladri di antichità e dai geometri, impuzzolentita dalle ciminiere.
di gianni brera, Guerin Sportivo, 8 febbraio 1965
La politica
➣ Riva, com’è Cagliari oggi?
«Come il resto dell’isola, povera, anzi impoverita, negli ultimi anni s’è sfasciato tutto».
➣ I politici sardi hanno collaborato attivamente allo sfascio?
«Avessero un residuo di dignità restituirebbero i vitalizi alla Regione, incredibile, si sono assegnati uno stipendio tra i più alti d’Italia. Ma vanno capiti, da quando non c’è più il Credito Industriale Sardo i soldi non sanno più dove prenderli. I sardi, però, sono disuniti, individualisti e anarcoidi, siamo quattro gatti e ci facciamo la guerra tutti».
intervista di elio pirari, Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2014
TI POTREBBE INTERESSARE
[S]lalom 15 gennaio
Gigi Riva
Eh sì: Rombo di Tuono
Riva è uno dei più straordinari attaccanti che mai abbia prodotto il calcio italiano. Non tocca palla da latino, non ha neppure il destro come dovrebbe un giocatore della sua fama, e però la sua classe ha pochi, pochissimi eguali al mondo. La sua struttura morfologica è del grande atleta nordico; spalle ampie, fianchi sottile, gambe leggermente ipertrofiche, non abnormi. Il suo scatto è così imperioso da riuscire spesso travolgente. Il suo dribbling di solo sinistro è tuttavia irresistibile quando viene portato in corsa, al di sopra del ritmo normale. Il suo tiro è fortissimo, sia da fermo sia in corsa sia a volo. I suoi stacchi sono violenti e insieme coordinati, così da consentirgli incornate straordinariamente efficaci. Riva è intelligente e – tuttavia – coraggioso fino alla temerarietà. Esaltandomi in lui da conterraneo lombardo sono giunto a chiamarlo Re Brenno e perfino Rombo di Tuono.
di gianni brera, Il Mestiere del calciatore (Mondadori, 1972)
disegno di Arianna Carotenuto
Hombre Vertical
➣ Le piaceva il soprannome?
«Molto, anche se a Brera non l’ho mai detto. Veniva da uno importante, all’estero il più intervistato dei giornalisti italiani era lui».
Riva non ha mai amato i giornalisti. Poteva rispettarli (è il caso di Brera) o sopportarli (era il caso mio). Ma la sua specialità era dribblarli.
➣ E adesso, Riva?
«Adesso faccio fatica a seguire fino al 90′, ma mi sforzo, per dovere. Non sopporto le moviole, le frasi tipo “ecco, la maglia è leggermente tirata, c’è trattenuta, è rigore”, oppure “anche se minimo un contatto con la caviglia sinistra c’è stato”. Sarà che ho vissuto un calcio in cui certi liberi tiravano una riga vicino alla loro area e dicevano “se la passi ti spacco”».
➣ Riva, cos’avrebbe fatto se non fosse diventato calciatore?
«Il contrabbandiere».
Era un calcio impastato di ironia, di rabbia, di umanità. Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti come nella canzone di Conte. Non tornerà più perché il castello è cresciuto e le fondamenta sono sempre bugie. Ma se uno mi chiedesse di stringere Riva (Giggirrivva) in due parole, dovrei ricorrere allo spagnolo: hombre vertical.
di gianni mura, la Repubblica, 5 novembre 2004
Gli scarpini
«Non mi piace la retorica, la narrazione dei campioni d’acciaio che vincono tutto. Io ero un orfano che il calcio ha reso adulto. Ero un uomo pieno di debolezze umanissime, in una squadra di uomini come me, fatti di carne e di ossa, che erano diventati la mia famiglia. Noi non siamo stati super eroi, fotomodelli da copertina, campioni di ingaggi. Siamo diventati campioni d’Italia perché quando eravamo insieme ci trasformavamo, perché la cosa più bella di questo sport è che un gruppo può davvero diventare più della somma dei singoli talenti. Io ho amato il pallone per questo. Negli anni Sessanta con l’ingaggio di serie A sopravvivevi appena. Vivevamo di premi partita. Ci guadagnavamo il pane punto dopo punto. E il severo magazziniere del Cagliari non mi cambiava gli scarpini scuciti dicendomi: “Gigi, abbiamo un calzolaio straordinario che te li rifà nuovi!”. Ah ah ah. Il bello è che era vero».
intervista di luca telese, la Verità, 9 gennaio 2020
letture | Bravi & camboni. L’epica minore del Cagliari. Piedi storti, teste matte e colpi di genio di Paolo Piras (Egg Edizioni)
Sul culto dell’ospitalità, primu s’istranzu, mancari malu, diceva mio padre nel dialetto di Ghilarza, che spero di aver reso senza errori. Prima lo straniero, o l’estraneo, anche se è cattivo. Invece penso che il sardo, specie di mare, sia diffidente, e vorrei vedere, con tutte le fregature che ha preso, le promesse non mantenute, le speranze tradite. La diffidenza dura il tempo di capire chi sei tu che arrivi da su continente , e poi se superi l’esame la sua casa diventa la tua casa.
prefazione di gianni mura
La squadra
Il portiere: Enrico Albertosi
Albertosi è alto e aitante. Il suo stile è sobrio senza essere limitato. È buono in alto non meno che a terra. Forse è un po’ discontinuo e certo non dà mai l’impressione di compiere miracoli. Ha buona presa e notevole coraggio. Certe sue parate su tiri ravvicinati sono ammirevoli; in compenso, qualche volta si tuffa alla sversata, causando disastri.
di gianni brera, Il Mestiere del calciatore (Mondadori, 1972)
Come è finito in porta – «Mio padre giocava nella squadra del paese, a Pontremoli. Di mestiere faceva il maestro elementare e insegnava nelle scuole del circondario che raggiungeva in moto. Arrivava nelle scuole che era più polvere che carne. Anche quei campi di pallone erano distese di polvere, che diventava fango appena pioveva. Durante l’intervallo i giocatori non rientravano negli spogliatoi. Non per vezzo, ma perché gli spogliatoi, una vecchia palestra, erano lontani un chilometro dal campo. Così durante l’intervallo mio padre mi metteva in porta. Avrò avuto sei o sette anni, lui mi tirava piano. Mi sentivo molto orgoglioso di questo ruolo e mi preparavo, durante il primo tempo, sapendo che sarebbe venuto il mio momento».
➣ Albertosi, a cosa pensa un portiere quando la palla è lontana?
«Io mi preparavo alla parata quando gli avversari superavano il centrocampo. Allora cominciavo a urlare per disporre la difesa. Però quando attaccavamo noi io mi distraevo, guardavo la folla, seguivo i miei pensieri».
intervista di walter veltroni, Corriere dello sport-Stadio, 19 marzo 2016
Le sigarette – Ci fu un tempo in cui Albertosi, tra i pali, oltre a dettare la legge del più forte, dettava anche legge in fatto di moda: la sua maglia blu o rossa ai tempi del mitico Cagliari scudettato del ’70 fece epoca. Rompendo il grigiore cromatico dei portieri in nero. La Sardegna, un’isola circondata da un mare di ricordi. Che Ricky solca a larghe bracciate: «Il Cagliari, guidato da quel filosofo che era Manlio Scopigno. Eravamo in ritiro. Ogni notte giocavamo a poker. Nella stanza la visibilità era azzerata dalle sigarette. Il mister bussò alla porta, si affacciò sull’uscio e, tra la nebbia impenetrabile delle Marlboro, chiese educatamente: “Scusate, disturbo se fumo?”. Grandioso».
intervista di nino materi, il Giornale, 28 ottobre 2019
Albertosi raccontato da Riva – «Ne posso dire una su Albertosi? Zoff era bravissimo a parere tutto il possibile. Ma Ricky era il numero uno nel parare l’impossibile».
a luca telese, la Verità, 9 gennaio 2020
L’ultimo cimelio rimasto – A difendere la porta di quella squadra Enrico Albertosi detto Ricky, che a distanza di mezzo secolo ha un flash che più di tutti illumina la sua memoria.
➣ Di cosa si tratta?
«L’invasione di campo al fischio finale. I tifosi ci spogliarono completamente e ci portarono in trionfo».
➣ Quindi non ha nemmeno un cimelio di quella partita?
«Mi sono rimasti solo gli slip… Ma solo perché li reggevo con forza, altrimenti mi avrebbero sfilato pure quelli».
intervista di bruno majorano, il Mattino, 10 aprile 2020
Lo stopper: Comunardo Niccolai
Il re degli autogol – Per anni è andata in circuito la storiella, sempre con Scopigno attore, secondo la quale al fischio di inizio di Italia-Svezia, mondiale messicano del ’70, Scopigno si lasciò andare a: «Tutto mi sarei aspettato dalla vita ma non di vedere Niccolai a colori e via satellite». Il colore era in fase sperimentale con il sistema Pal, il satellite trasmetteva dal Messico a ore notturne ma, in verità, Scopigno, quando scorse Niccolai schierato con gli altri azzurri, si alzò dalla sedia e borbottando «non si può…» spense il televisore. … Al tempo lo chiamavano agonia, non certo per i patemi d’animo procurati dalle sue disgrazie in area di rigore ma per il fisico più che asciutto, un fantasma, niente palestra, niente muscoli da culturista ma lo stretto necessario per vincere lo scudetto.
di tony damascelli, il Giornale, 15 dicembre 2016
Niccolai raccontato da Gigi Riva – «Il fratello gemello di Niccolai faceva l’uomo-cannone. In un circo tedesco, la sera lo sparavano nei sobborghi di Stoccarda. Comunardo ne andava fiero. Conosciuto il fratello Scopigno cominciò a capire anche Niccolai. Un grande stopper. Era troppo generoso, a Bologna dribblò anche Albertosi, il pallone rimbalzò male e finì nella nostra porta. Ricky voleva mandarlo da uno psicanalista. Facemmo la naja insieme alla Cecchignola. Quand’era di guardia, armato fino ai denti con elmetto e baionetta si dava un tono da duro ma aveva una paura fottuta dei gatti. “Gigi scendi, dai scendi, ci sono i gatti”, i gatti romani erano belve».
a elio pirari, Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2014
Il centrocampo
Annate buonissime hanno fornito Greatti e Cera del Cagliari. La Nazionale si è accorta del solo Cera, ma per impiegarlo da libero! Greatti è ora in disarmo nel suo stesso Cagliari, che tenta il lancio in regia del centravanti Gori, stilisticamente preparato a ogni traguardo. Un centrocampista di eccezione è stato per lungo tempo Domenghini, rivelatosi come ala destra e impiegato da Helenio Herrera a sostegno delle punte.
Domenghini è un cursore di cieca furia podistica, al punto da confessare che, senza correre, non saprebbe pensare calcio. Come a dire che di pensare non gli viene mai consentito dall’istinto frenetico. Nei giorni di vena, Domenghini è un giocatore straordinario, capace di prodezze balistiche raramente vedute su un campo di calcio. Nei giorni di gnagnera, mi verrebbe da inseguirlo con un bastone.
… Domenghini correva a tale ritmo da inciucchire sé e soprattutto gli avversari. Spenzolando la lingua come un onesto bracco dopo la caccia, Domenghini strizzava le palpebre sugli occhietti e lasciava partire le sue torpedini mirando alla porta comunque lontana. Qualche volta infilava lo spiraglio giusto, qualche altra volta mandava palla verso la bandierina degli angoli.
di gianni brera, Il Mestiere del calciatore (Mondadori, 1972)
L’artistoide Brugnera – Questo signore veneto tantissimi anni fa, quando ne aveva 22, comparve sul prato dell’Amsicora e cominciò a tirare fuori dal cilindro tanti e tali numeri di virtuosismo calcistico che i tifosi se ne innamorarono in quattro e quattr’otto. E lo ricompensarono con un nomignolo che riassumeva tutta l’ammirazione per i suoi palleggi da giocoliere e le sue prodezze funambolo: Zanfretta.
Calcio d’altri tempi, soprannomi d’altri tempi. Oggi se l’ultimo dei terzini non lo chiami il Guerriero o il Gladiatore o il Cacciabombardiere è probabile che si offenda.
… Le cose andavano diversamente. Era possibile, per dirne una, che l’arbitro Lo Bello si portasse in campo un parente per fargli vedere dal vivo una partita più importante delle altre. Non fu una cortesia da poco, perché il fratellino del fischietto più famoso e più protagonista d’Italia si godette a un passo dalla linea di bordocampo un’epica Juventus-Cagliari 2-2, anticamera del match che consegnò ai sardi la certezza aritmetica dello scudetto. Con quel pareggio e con quel rigore concesso sul finale, quando si perdeva 1-2: «Il rigore c’era tutto, fu una decisione impeccabile. Quanto al fratello dell’arbitro, non avevamo motivo di non ospitarlo sulla nostra panchina: avevamo un sacco di spazio, mica c’erano tutte le riserve che ci sono oggi. Se n’è stato lì con noi, tranquillo, a tifare Cagliari fino alla fine dell’incontro». Certo, se oggi Collina chiedesse al Chievo di far accomodare suo cognato nella panchina veronese per vedere un match contro la Juventus… «Per carità, non voglio neppure pensarci, lo processerebbero in tv, sui giornali, alla radio».
intervista di celestino tabasso, l’Unione Sarda
Brugnera raccontato da Riva – «Nella hall di un albergo sull’Amiata si presenta il fratello di Brugnera ma lui si era dimenticato di averne uno, quando Arrica gli suggerì che forse quel tale valeva la pena di conoscerlo, lo riconobbe e pianse a dirotto. Il fratello viveva all’estero e forse non si erano mai conosciuti».
a elio pirari, Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2014
Il lutto di Greatti – Ricciotti Greatti, il “10” che saltò il Mundial («se non avessi Mazzola e Rivera ti porterei», gli annunciava alla vigilia di Messico ’70 uno sconsolato Valcareggi) ma scese in campo perfino il giorno del funerale della madre: freddo e impeccabile al suo posto, in regia, salvo poi sciogliersi in un pianto dirotto, spiazzante per il pubblico ignaro, quando Riva segnò e corse ad abbracciare lui, il suo fedelissimo Riccio.
di massimiliano castellani, Avvenire, 8 aprile 2020
L’ala Domenghini – ➣ Scudetto incredibile, si dice oggi. Ma in realtà stiamo parlando di una squadra che l’anno prima era arrivata seconda e in estate prese lei e Bobo Gori in cambio di Boninsegna. Ci era andato volentieri? Lei lasciava l’Inter, San Siro…
«Assolutamente no, il presidente Fraizzoli mi comunicò la cessione, io ero a Riccione, ci fu una lite pesantissima. Era una tragedia per me. Tra Atalanta e Inter non mi ero mai mosso da casa mia, raggiungevo Facchetti a Cassano d’Adda, andavamo insieme avanti e indietro. Erano altri tempi, se rifiutavi eri finito, restavi a casa. E non mi hanno manco dato una buonuscita».
➣ Perché non ne avete vinto un altro?
«Se non facevano il Sant’Elia, ne vincevamo altri due o tre. All’Amsicora avevamo la gente addosso, dietro la rete, gli avversari soffrivano da matti in questo ambiente. Invece andammo subito in uno stadio con la pista, dove la gente non vede neanche i calciatori nell’area opposta».
intervista di andrea saronni, Libero, 10 aprile 2020
L’allenatore
Manlio Scopigno detto il Filosofo
Qui finisce il campo. Era un cartello che Manlio Scopigno aveva fatto piantare dal magazziniere ad uso e consumo di Nastasio, un attaccante del Cagliari piccolo e velocissimo che tendeva a crossare in ritardo.
Scopigno s’era iscritto alla Sapienza di Roma, Pedagogia. Per questo fu poi chiamato il Filosofo (il primo fu Nevio Furegon, corrispondente della Gazzetta da Vicenza). A quei tempi già era una rarità un calciatore con la licenza media, una vera mosca bianca chi frequentava l’università. C’è chi se lo ricorda, a Salerno, elegante come un lord inglese e già buon pokerista. Elegante anche sul campo, gambe sottili, bella corsa e buon piede, non un terzinaccio. Nel Napoli gioca una sola partita. Due versioni, una di minoranza: si infortuna in un tackle con Sivori. Una più accreditata (anche dalla moglie): esordisce in Napoli-Como 7-1, segna il quinto gol, primo e ultimo della sua promettente carriera perché poi gli saltano i legamenti del ginocchio destro, e addio. Col pallone vanno alla deriva anche gli studi. Gualtiero Zanetti lo riassunse così: «Ai ritiri crederebbe, ma non potendoli sopportare li elimina. Lo chiamano il filosofo, ma è uno degli uomini più pratici che si conosca. Fa tutto in funzione di ciò che gli va a genio e i calciatori finiscono per ragionare come lui. Non sopporta e fa trasferire gli insinceri, i maleducati, gli ignoranti, i vocianti, i piagnoni e i prepotenti».
Detestava ogni forma di retorica e anche l’esibizione del potere. Gli piaceva il cinema neorealista, era appassionato d’arte contemporanea e amico di Corrado Cagli. Leggeva moltissimo. Amava, riamato, Luciano Bianciardi, un altro che si distrusse bevendo e fumando oltre misura. Del grande calcio, ai funerali a Rieti c’erano solo Cera e Riva. Nessun minuto di silenzio sui campi, nemmeno a Cagliari.
di gianni mura, la Repubblica, 14 aprile 2014
L’intervista alla Domenica Sportiva – È un José Mourinho ante litteram. Esilarante il dialogo alla Domenica Sportiva la domenica dopo il trionfo. Il conduttore Lello Bersani chiede: «Come si può definire Manlio Scopigno?» Risposta: «Uno che ha sonno». Altra domanda: «Ha vinto con un anno di ritardo, secondo lei?» (chiaro riferimento alle polemiche del torneo precedente). Risposta con lo sguardo che parla ancor prima delle parole: «No, nell’anno giusto, forse con un anno di anticipo». Bersani insiste: «Passa per essere l’allenatore più anticonformista per quanto riguarda il suo metodo di lavoro». Risposta: «Direi che anticonformisti sono gli altri. Ah, abbia pazienza».
di stefano tamburini, Messaggero Veneto, 10 aprile 2020
Scopigno raccontato da Cera – ➣ È vero che dopo il 2-2 di Riva su rigore all’82’, in casa della Juve, lei chiede a Scopigno quanto manca e lui risponde: quanto manca a che?
«Non è vero. Anche perché molti dimenticano che vincemmo lo scudetto con Scopigno squalificato per cinque mesi, quindi non in panchina. Accadde a Palermo, la nostra prima sconfitta con l’ultima in classifica. Lui era infastidito perché dal pubblico continuavano a sputargli addosso, cercava di richiamare l’attenzione del guardalinee, che però non se lo filava. Finché Scopigno gli disse dove poteva mettersi la bandierina».
➣ Sembrano tanti, cinque mesi.
«Forse disse anche dell’altro. Si era svegliato male, anzi l’aveva svegliato il massaggiatore perché in camera sua non c’era. Doveva aver bevuto qualche bicchiere in più e si era buttato a dormire in una stanza a caso. Ricordo che la terna arbitrale era veneta e uno dei tre mi disse sull’aereo: Piero, mi sa che il mister per un po’ ve lo siete giocato. Ma io pensavo a due-tre domeniche. Oggi cinque mesi è tanto se li danno a chi vende le partite. E oggi, ma anche ieri, su una squalifica così pesante ci sarebbero interrogazioni parlamentari. Ma stiamo parlando del ‘70, il Cagliari era una simpatica novità ma non una potenza a livello mediatico.
di gianni mura, la Repubblica, 10 marzo 2014
Scopigno raccontato da Brugnera – «Un tipo unico, non ne ho mai incontrati altri così. Parlava pochissimo, ma con uno sguardo riusciva a dirti tutto. Un giorno non mi mette in squadra, io ci resto male e vado a protestare. Dico: “Mister, ma perché non gioco?”. E lui: “Secondo te?” e mi fissa negli occhi. E in in quel momento capisco che lui sa benissimo che avevo fatto tardi il venerdì sera, e che voleva farmelo capire senza dirmelo».
a celestino tabasso, l’Unione Sarda
Scopigno raccontato da Boninsegna – «Sapeva sempre sdrammatizzare. L’ho visto arrabbiato solo quando a tavola qualcuno faceva il coglione con i camerieri o, più facile, con le cameriere. Ragazzi, imparate a rispettare la gente che lavora, diceva, e non volava più una mosca».
a gianni mura, la Repubblica, 14 aprile 2014
il libro | Cuori rossoblù, di Luca Telese (Solferino)
Telese, lei oggi compie 50 anni: è nato a Cagliari il 10 aprile 1970, il venerdì precedente la domenica dello scudetto.
«Figlio di madre sarda e padre napoletano, mia mamma voleva che nascessi a Cagliari: il 10 aprile ebbe il parto cesareo, la addormentarono e ritornò in sé la domenica verso sera. Quando si ridestò dal torpore vide degli striscioni, sentì i medici e gli infermieri urlare di gioia. Nel torpore pensava che fosse per la mia nascita, le spiegarono che era per il Cagliari».
➣ Che cosa significa ancora oggi lo scudetto del 1970?
«È una magnifica storia italiana, forse l’ultima sulla scia del boom economico, nel ’70 già finito. A dicembre del ’69 c’era stata la strage di piazza Fontana, una frattura decisiva. Il Cagliari del 1970 rappresenta forse il colpo di coda del secondo dopoguerra, di un’Italia che nel fare non si poneva problemi. Faceva e basta».
➣ Dal suo libro si evince che quel Cagliari poggiava su solidissime basi economiche.
«Ai tempi non si poteva dire, ma il Cagliari apparteneva per il 51 per cento alla Sir di Nino Rovelli, imprenditore lombardo con un impianto petrolchimico a Porto Torres, nel nord della Sardegna. Il resto dell’azionariato in buona parte, diciamo al 30 per cento, era controllato dalla Saras, che faceva riferimento ad Angelo Moratti, presidente dell’Inter. La Saras aveva e ha ancora una raffineria a Sarroch, vicino a Cagliari».
➣ Rovelli e Moratti, la Sir e la Saras, comprarono il Cagliari e la Brill Cagliari basket per accattivarsi le simpatie dei sardi e sopire le proteste per i danni ambientali delle loro imprese?
«Può sembrare così, in realtà non ne avevano bisogno. Me lo ha spiegato Giorgio Poidomani (ex amministratore del Fatto Quotidiano, ndr), all’epoca giovane manager della Sir: “Noi garantivamo talmente tanto lavoro che non avevamo la necessità di tenere buoni i sardi”. Credo che lo facessero per sponsorizzare la Sardegna in Italia e nel mondo. Il Cagliari e la Brill erano investimenti vetrina».
intervista di sebastiano vernazza, la Gazzetta dello sport, 10 aprile 2020
Il ricordo cinquant’anni dopo
Zola e l’eredità dello scudetto – ➣ Ha un ricordo di questo scudetto che resta qualcosa di epico, magico, irripetibile? «Devo andare molto indietro con i ricordi. Ma oggi, che ricorrono i 50 anni, mi viene da pensare a mio papà Ignazio. È nato pastore, è stato grande tifoso. Fu presidente della Corrasi, la squadra di Oliena, il mio paese nel Nuorese, e penso che quello scudetto del Cagliari abbia portato in lui un’ondata di entusiasmo calcistico. Che, poi ha trasmesso anche a me».
intervista di francesco velluzzi, la Gazzetta dello sport, 12 aprile 2020
Qualcosa di mai visto prima, anzi, di neppure immaginabile. La faccia di Riva, appunto. Ma non la solita faccia. Un’altra, senza solchi fumanti, furori trattenuti, ombrose inquietudini. La luce drammatica del fighter, dell’eroe tripallico soffocata da un inedito sorriso liberatorio. Un Riva quasi lieve, pacificato, vestito d’orgoglio. Un Riva consapevole di aver fatto bene il proprio lavoro, perché lui, il calcio, non si è mai concesso il piacere di chiamarlo gioco. Come se quella utopia realizzata avesse all’improvviso spezzato il sortilegio, liberando la sua anima, tenacemente blindata in un pugno. Come se quello scudetto avesse di colpo ricucito le ferite dell’infanzia, l’incubo del collegio per orfani, la libertà negata, gli sfregi alla sua natura selvatica, a quei silenzi gonfi di tensione. Come se quel titolo l’avesse risarcito di troppi tormenti, di quel dolore sommerso che lo spinse ad armare il sinistro ciclonico, ad incatenarsi ad un’isola a protezione della sua diversità. Quel giorno, in quegli attimi, nessuna nuvola in transito, sul volto di Riva un’espressione nuova, sorta di manifesto di un doppio evento rivoluzionario, i suoi conti regolati col destino, il primo scudetto di una squadra del Sud.
di giorgio porrà, Sky Sport online
Ogni mattina, nella tua casella di posta, una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.
Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto
*
Per supporto tecnico: digital@loslalom.it